Soffio: il nuovo, immenso Kim Ki-Duk…

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Riproponiamo, vista l’uscita nelle sale, la recensione di "Soffio(Breath), ultima opera di Kim Ki-Duk: regista coreano che considero tra i più grandi cineasti viventi. Questo film, se ce ne fosse bisogno, conferma totalmente la mia convinzione.

“Breath”, presentato con grande successo di critica all’ultimo Festival di Cannes, parla di una giovane madre, Yeon, in crisi coniugale, che decide di far riscoprire il piacere di vivere ad un detenuto, condannato a morte, che ha tentato di suicidarsi. Inizia ad incontrarlo costantemente nel parlatorio della prigione fino ad innamorarsene. Quando il marito scoprirà la relazione tra i due, cercherà di recuperare il rapporto con Yeon.

Come nel precedente film del regista “Time”, uno dei temi fondamentali di “Breath” è la difficoltà nel relazionarsi con le persone che si amano: i sentimenti umani, nel mondo di oggi, sono estremamente complessi e conducono i personaggi alla solitudine. Kim lo esprime con forza sia nella prigione dove Jang (il protagonista) ha una relazione con un suo compagno di cella che sembra dettata, però, soltanto dalla disperazione e dal bisogno d’affetto in attesa della morte, sia nel mondo esterno dove Yeon e il marito, che la tradisce, non sono più in grado di volersi bene e di riuscire a comunicare.

“Breath” è un film in cui Kim Ki-Duk si rinnova decisamente, rimanendo, però, fedele agli elementi che hanno caratterizzato la sua filmografia precedente.

L’ambientazione della galera, vera protagonista del film, rimanda all’indimenticabile “Ferro 3”; il collegamento maggiore si ha, però, con quell’immenso capolavoro che risponde al nome di “Primavera, estate, autunno, inverno e…ancora primavera”.

Yeon, ogni volta che va a trovare Jang, ricrea (grazie alla tappezzeria che appende ai muri, grazie ai suoi vestiti e grazie alle canzoni che canta) il passare delle stagioni; riesce a far entrare il cambiamento temporale in un luogo, come il braccio della morte, dove tutti i giorni sono uguali, dove non c’è differenza se fuori c’è il sole o c’è la neve, dove non conta in che stagione siamo.

Yeon, inizialmente, ricrea la primavera, poi l’estate, poi l’autunno; l’inverno non lo realizzerà, perchè il braccio della morte rappresenta già l’ultima stagione della vita di un uomo.

La prigione viene descritta da Kim come un mondo statico; un universo dove anche solo un’immagine del mondo esterno, una fotografia o un’incisione sul muro, può rappresentare una fuga da quella triste realtà ed un ritorno alla vita; un mondo dove anche un capello, strappato dalla testa della persona amata, può significare la presenza di chi ci vuole bene accanto a noi.

Un film poetico, malinconico, struggente che trova il suo apice nell’atto d’amore tra i due protagonisti: scena in cui, senza rivelarvi cosa avviene, il respiro può trasformarsi nel soffocamento, il suo contrario; così la vita rischia di trasformarsi in morte.

Kim Ki-Duk dirige in maniera magnifica, ha una mano dolcissima, quasi più pittorica che cinematografica; in “Breath”, inoltre, si concede uno splendido cameo come direttore del carcere: guardando, nella sua postazione, le immagini di sicurezza della prigione, sembra anche controllare le inquadrature del film e se i suoi attori stanno lavorando bene.

Il personaggio di Kim, man mano che gli incontri tra i due aumenteranno, gli concederà sempre più libertà; fino a ritrovare nel finale un equilibrio che rimanda alla figura del cerchio e della spirale, così come in “Primavera,estate,autunno,inverno e…ancora primavera”.

Straordinarie le musiche, così come la recitazione: molto bravo Chen Chang che, rimandando a molti personaggi del cinema di Kim Ki-Duk, non dice una parola per tutto il film; la grande conferma è, però, Ji-a Park, attrice immensa, già vista in “The Coast Guard”, altro magnifico film di Kim.

“Breath” è stato girato e montato in dieci giorni con un budget molto ridotto, dimostrando così che l’arte non è una questione nè di soldi, nè di tempo; e “Breath” è arte allo stato puro; arte che trascende il cinema e che tocca le corde più profonde dell’animo umano.

Un’opera che rimarrà a lungo nella memoria, impressa come l’impronta di un bacio su un vetro appannato da un “soffio”.

Chimy

Voto Chimy: 3,5 / 4

 

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2 commenti

  1. Mi sono sopreso di vedere questo post senza nessun commento e mi fa piacere essere il primo ^__^
    Finalmente ho visto questo film (non so perchè questa mattina mi son svegliato presto e mi son sentito particolarmente ispirato ^__*)!
    Non mi spingo a dire che si tratti di uno dei suoi migliori lavori (Primavera, Estate… e Ferro3 rimangono difficilmente avvicinabili in quel senso) ma sicuramente è un film in cui la poetica di Kim Ki-duk arriva allo spettatore con grande forza.
    Non so se anche a te capita così ma, i suoi film (e Soffio non fa certo eccezione), diventano “tuoi” man mano che procedi nella visione e “crescono” soprattutto dopo, a ripensarci. Forse è una delle cose che più apprezzo del suo cinema ^__^
    Non ti annoio ulteriormente e mi conservo qualche pensiero per il post che farò in settimana ^__*
    Un saluto ^__^

    Rispondi
  2. Hai perfettamente ragione. I suoi film diventano “tuoi” man mano che passano i minuti e crescono ancora dopo la visione. 🙂

    Per come sai è un film bellissimo, ma concordo sul fatto che i due citati (capolavori assoluti e il primo forse anche qualcosa di più…) siano inarrivabili.

    Attendo il tuo post 🙂

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi

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