"Tokyo-Ga": quando il cinema custodisce l'anima di un luogo e di un tempo.

Ga è una particella che indica l’argomento della frase, il soggetto. Tokyo-Ga” è quindi traducibile con “il soggetto è Tokyo”, “si parla di Tokyo”.
Con questo splendido documentario Wim Wenders ci parla di Tokyo, ma realizza anche uno splendido omaggio a Yasujiro Ozu, uno dei grandi maestri del cinema giapponese, morto il 12 dicembre 1963, il giorno del suo compleanno, venti anni prima di questo viaggio di Wenders nella capitale del Sol Levante.
L’elogio a Yasujiro Ozu, regista che Wenders ama incondizionatamente, è immenso, non solo quando e perché ce lo dice, ma soprattutto quando ce lo nasconde. L’occhio di Wenders è in costante ricerca di ciò che Ozu raccontava e, soprattutto, è in costante ricerca di ciò che Ozu non può più raccontare ma che avrebbe di sicuro raccontato. Il cambiamento rapidissimo della città, avvenuto proprio in quei 20 anni trascorsi dalla morte del cineasta, ha spezzato la corda che teneva unita i giapponesi al Giappone, al Giappone delle tradizioni, dei riti, della maniera e della calma. La verità è che il Giappone delle tradizioni esiste ancora, ma si è radicato, trasformandosi, dentro gesti e usi non tradizionalmente giapponesi. Per un giapponese praticare il golf non significa gettare una pallina in buca, ma cercare armonia e perfezionismo nel movimento che consente di lanciare la pallina. Non è importante il fine, ma il mezzo.
Nel corso del suo viaggio a Tokyo Wenders riesce a muovere considerazioni e riflessioni profonde, scaturite dal rielaborare a distanza di due anni le immagini e le sensazioni provate sotto i ciliegi in fiore e tra le palline del pachinko.
«Spesso rimaniamo a bocca aperta o trasaliamo quando scopriamo qualcosa di vero o reale in un film, anche se è solo il gesto di un bambino sullo sfondo, o un uccello che attraversa l’immagine, o una nuvola che getta per un istante la sua ombra sulla scena. E’ raro nel cinema d’oggi trovare tali momenti di verità, vedere persone o cose come si mostrano veramente. La cosa eccezionale nei film di Ozu era vedere questi momenti di verità. No, non erano solo momenti, era una verità estesa che durava dalla prima all’ultima immagine. Erano film che continuamente e davvero parlavano della vita stessa, in cui le cose, le persone, le città e i paesaggi si rivelavano. Una tale rappresentazione della realtà, una tale arte, non si trova più nel cinema. Un tempo c’era».
La realtà dentro la finzione è una delle ossessioni dell’uomo. Cercare il reale dentro la finzione (cinematografica, letteraria, pittorica) è pratica comune e amata da buona parte degli esseri umani. L’uomo, come afferma giustamente Wenders, cerca e si meraviglia di vedere la quotidianità nella finzione, ma, all’inverso, non si cura dell’insinuarsi della finzione nella realtà. Wenders ci porta all’interno di una fabbrica di alimenti in cera, oggetti che in tutta normalità popolano le vetrine dei ristoranti. Il confezionamento dei piatti finti è sorprendentemente simile a quello dei piatti veri, e i dipendenti operano sul finto per renderlo vero. La Tokyo che Wenders filma è la Tokyo dove l’uomo è avvolto e soffocato dall’artificiosità, dove la tecnologia avvolge l’uomo, racchiudendolo tra quattro mura. Le sale di pachinko sono luoghi dove l’uomo viene ipnotizzato, fondendosi con la macchina, rendendo i propri pensieri e le proprie preoccupazioni biglie d’acciaio che scivolano tra chiodi dirette in delle buche. E’ la Tokyo capitale di un paese che è il maggiore produttore di televisori al mondo, che si fanno portatori delle immagini americane; la televisione che diventa centro del mondo, ma di un mondo finto, desolante, stupido, inutile, americano.
Ma Wenders sa che anche nella Tokyo di oggi ci sono persone che possono testimoniare la Tokyo di Ozu: Crishu Ryu e Yuharu Atsuta non sono solo testimoni, ma fautori del cinema di Ozu. Il primo attore feticcio, il secondo direttore della fotografia, diventando quindi anche fautori della Tokyo di Ozu, la Tokyo che Wenders ha imparato ad amare e conoscere. Nelle loro parole c’è il venerare con malinconico affetto il loro grande maestro di vita Yasujiro Ozu e, contemporaneamente, c’è il venerare con malinconico affetto una Tokyo che non è più autentica, che non è più pura e rispettabile.
Werner Herzog, incontrato da Wenders durante il viaggio, si lamenta della quasi totale mancanza di immagini pure, chiare, pulite e trasparenti, in quanto l’artificiosità ha invaso ogni spazio. Secondo Herzog bisogna scavare come una vanga dentro il caos, per trovare immagini pure bisogna faticare.
“Tokyo-Ga”, invece, è la dimostrazione di come Wenders abbia cercato, e trovato, purezza e trasparenza, di come abbia cercato e trovato l’animo e l’umano dentro il caos e l’artificio, perché ogni luogo, in ogni tempo, conserva la sue radici, le sue tradizioni e la sua anima. Anche grazie al cinema.

Para
Voto Para: 3,5/4
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13 commenti

  1. Wow! Credo proprio da quello che leggo sia qui che da Dome che ha parlato di Buena vista social club, che Wenders sia proprio un maestro del documentario.

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  2. Tokyo ga è uno dei primi film recensiti sul mio blog e non posso che condividere tutto quello che hai scritto su questo stupendo documentario. Del film mi è piaciuta molto questa frase: «La realtà. Non c’è nozione più inutile e vuota nel contesto del Cinema». Un’altra eccellente recensione!

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  3. Bene, bene…ero curioso di vedere se nella scaletta ci fosse anche “Tokio-ga”: noto con piacere che c’è! 😉

    Ottima rece! Ecco forse, se mi permetti, non sono troppo d’accordo sulla tua affermazione finale (“perchè ogni luogo, in ogni tempo, conserva la sue radici, le sue tradizioni e la sua anima”). Mi è parso, ma potrei sbagliarmi, che l’immagine che volesse dare Wenders del Giappone fosse invece proprio l’immagine di un paese totalmente svuotato delle sue tradizioni, che ha perso la sua anima e la sua identità a favore di una omologazione totale a modelli di società “altri”. Un paese del tutto incapace di rendere omaggio ai suoi padri (quindi anche a Ozu), in cui quindi l’omaggio di Wenders diventa ancora più necessario e urgente. Ovvio, è una mia visione. Potrei sbagliarmi. Un salutone Para, e scusami la prolissità 😉

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  4. @alessandra: esattamente.

    @luciano: la bellissima parte centrale del film, dove Wenders fa queste considerazioni, mentre un treno scorre sullo schermo, è densa di spunti di riflessione. E’ anche bello notare come all’ineccepibile affermazione che il concetto di realtà è inutile nel cinema, Wenders apporti la spiegazione che è dovuta al fatto che ognuno vede la propria realtà (diversamente da ogni altro uomo), che la distanza tra l’esperienza reale e la rappresentazione cinematografica sia enorme ed incolmabile, che l’uomo è arrivato a considerare tale distanza naturale e normale, e che quando, in alcune occasioni, tale distanza sembra scomparire, anche solo per un attimo, l’uomo provi meraviglia. La realtà, così lontana dal cinema, quando vi entra con naturalezza colpisce il fruitore. A differenza, appunto, di quanto non colpisca che la finzione entri nella nostra realtà alterandola.
    Grazie Luciano.

    Saluti.
    Para

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  5. Ciao Pick, ti permetto di discordare in tutto se vuoi. 🙂
    Guarda, io credo che la visione possa essere la stessa. Ti faccio un discorso più da appassionato ed esperto di cultura giapponese. Il giapponense vive eternamente diviso tra modernità e tradizione, e non è un luogo comune. Ritualità e venerazione del passato esistono mentre il giappone si trasforma, è come una corda che si tende sempre di più, che per alcuni si spezza e per molti rimane comunque legata. Wenders tende a sottolineare come la corda si sia spezzata, ma ci sono alcuni aspetti che invece la mostrano ancora intatta. L’esempio del golf, la signora anziana (non so se ricordi) che gioca al pachinko vestita con abiti tradizionali, il perfezionismo dei produttori di cibo finto, e altri esempi che Wenders non ha mostrato ma che si potrebbero fare.
    Io credo che Wenders abbai semplicemente voluto mostrare, non dimostrare, che il Giappone di Ozu è cambiato velocemente in soli 20 anni, ma che c’è ancora qualcuno, che mantiene vivo il ricordo. I due amici colleghi di Ozu vivono nella nostalgia e nel ricordo, e non sono ricordati (forse) da nessuno, ma rappresentano ancora una Tokyo che persiste, anche se solo nelle loro figure. La stessa Tokyo che Wenders conosce (senza averla prima di allora visitata) grazie al lavoro di Ozu. Se nell’animo di tre persone quella Tokyo è ancora viva, allora vivrà per sempre.
    Inoltre permettimi di parlare di Herzog. Il fatto che Wenders l’abbia citato e ripreso mentre dice quello che dice secondo me è importante per capire come Wenders non sia d’accordo con lui. Herzog sostiene una tesi più simile alla tua, anche se riferita all’immagine (ma poi l’immagine è la prima espressione del cambiamento sociale, muta l’immagine del luogo perchè muta chi ci vive e viceversa), mentre Wenders sa che dietro al caos e all’inquinamento estetico si può trovare ancora qualcosa, e la trova. Il ricordo del cinema di Ozu, e le due persone che intervista, insieme a Wenders, sono portatori della propria visione della realtà “giusta” di Tokyo, che sembra essere passata in secondo piano, ma che persiste. Più si progredisce (o regredisce) le tradizioni e l’anima delle stesse si allontanano ma è difficile che scompaiano. Anche un solo uomo è sufficiente per farle vivere.
    Discorso intricato, difficile e ora tocca a me scusarmi, questa sì che è prolissità. 🙂
    Saluti.
    Para

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  6. e 2…fantastico anche questo secondo post su wenders..così mentre ho appena finito di recuperare tutti i film che recensiste di bergman (leo ne ha già scritta anche una recensione..ma non so di che film!) mi appresto a recuperare anche questi!sul discorso finzione-realtà ti consiglio un libro di edgar morin “Lo spirito del tempo” del 62 mi pare in cui ci sono diversi capitoli in cui si discute di questo.
    E le posizioni sono simili eppur divere da quelle di wenders (o almeno di quello che ho letto qui di wenders!)..bellissimo post!

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  7. “per Herzog bisogna scavare come una vanga dentro il caos, per trovare immagini pure, bisogna faticare”.
    Fantastica frase come il cinema di herzog… come questo wenders e come tutto Ozu!!!
    bel post.

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  8. Bello il dibattito sulla società giapponese con pick, io ci ho dedicato 2 esami universitari e nonostante tutto ci sono particolarità dei giapponesi che sono incomprensibili per me, e forse per noi occidentali…

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  9. @deneil: grazie deneil, Wenders ti piacerà, lo sto approfondendo anche io con questa nostra week, e non fa che darmi soddisfazioni. E per Bergman vedi di rimediare anche tu, intanto aspettiamo la rece del film misterioso del tuo socio.
    E grazie per l’indicazione bibliografica, me la segno, l’argomento è molto interessante.

    @claudio: io Herzog lo conosco solo per fama, ammetto la mia ignoranza, che provvederò a colmare.
    I giapponesi effettivamente sono a volte incomprensibili, ma credo che questo renda la loro cultura ancor più affascinante.

    Saluti.
    Para

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  10. Nella tua risposta al mio commento hai perfettamente espresso quel che io scrivo continuamente in ogni post da quando ho aperto il mio blog (lo avrai certamente notato). Grazie.

    Rispondi
  11. @Para: Perfetto…ti ringrazio per la risposta più che esaustiva!
    “Più si progredisce (o regredisce) le tradizioni e l’anima delle stesse si allontanano ma è difficile che scompaiano. Anche un solo uomo è sufficiente per farle vivere.”: spero, spero davvero con tutto il cuore che sia come dici tu in questa splendida frase. Magari quell’uomo può essere proprio il nostro Wim…

    A presto, un piacere “dibattere” da queste parti 😉

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  12. Para, sono stanchissimo, vero che posso solo dirti che mi piaciuto davvero molto il post?
    non ho nulla di intelligente da scrivere… anche perché non ho visto il film… (ha ha, cazzo, faccio la wenders week e sono uno di quelli che ha visto meno wenders in assoluto hahaha)

    Rispondi
  13. @luciano: grazie a te luciano, il rapporto realtà finzione è un argomento di assoluta importanza. E’ bene parlarne il più possibile.

    @pick: esatto, wim è senz’altro uno di quelli. E con il cinema può avere molto più potere di un solo uomo. Vale di più, diciamo. 🙂 Un piacere dibattere ovunque, soprattutto di film così stimolanti.

    @dome: ah ah ah ah ah… vergognati! 🙂 La week non è ancora finita, puoi fare un tour de force questi giorni.
    Comunque guarda, non sei il solo, è tardi, sono sfinito e se non hai niente di intelligente da scrivere io non ho niente di intelligente da rispondere. 🙂 Per questa volta meglio così.
    Domani commento al tuo di post, non prendertela. 🙂

    Saluti a tutti.
    Para

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