"I fratelli Skladanowsky": gira, gira la manovella…un capolavoro.

A Berlino, il primo novembre 1895, i fratelli Skaladanowsky effettuano la prima proiezione cinematografica mondiale per un pubblico pagante, quasi due mesi prima dei fratelli Lumiere. Inventarono infatti il Bioskop, un proiettore che sfruttava due nastri di pellicola 53 mm, i fotogrammi dei quali venivano proiettati alternativamente. La complessità tecnica e l’ingombro del Bioskop  vennero surclassati dalla superiorità del cinematografo Lumiere.
I fratelli Skladanowsky” è un film di rara bellezza che si sviluppa in due tempi ed in due modi differenti. Il film alterna infatti momenti di finzione (relativi agli anni di attività dei fratelli), girati con un cinematografo a manovella, e realizzati con minuzia esattamente come se fosse un film delle origini (riprese fisse, recitazione enfatica, gag slapstick, musiche che richiamo quelle produzioni, tra l’altro musiche splendide), ad interviste dell’ultima figlia di Max Skladanowsky, un’allegra novantenne che spiega tutti i numerosi brevetti, mai venduti, di suo padre. Secondo la sua testimonianza suo padre riuscì a precedere molte innovazioni tecniche relative a cinema e fotografia, come se quei mesi di vantaggio sulla ripresa e sulla proiezione avessero accelerato ogni altra sua invenzione. Ad esempio mostra una sorta di antenato fotografico del Technicolor, cioè tre negativi emulsionati in giallo, rosso e blu che sovrapposti mostrano l’immagine a colori.
La storia di Max, Emil e Eugene Skaladanowsky è raccontata dalla voce narrante della prima figlia di Max, che commenta dal suo punto di vista di bambina la difficile ma passionale nascita del primo proiettore cinematografico.

La parte documentaristica è invece il preciso e lucido ricordo di infanzia di una anziana signora che, comunicandolo, lo riporta in vita. E allora Wenders fa “trasmigrare” la piccola protagonista della fiction all’interno del documento, mostrandola come una proiezione inconsistente ed invisibile nella realtà. Sul finire del film esce da una fotografia anche lo zio Eugene e, dopo aver trasformato una Mercedes in una carrozza, osservano i cambiamenti di Berlino dopo un secolo (il film è del 1996). Il loro è l’ingresso nella realtà dalla finzione, ma è anche l’ingresso di un tempo (passato) in un altro tempo (moderno). Parlando di cinema, Wenders inserisce il cinema dentro il cinema, inserisce la finzione dentro la finzione, ma una finzione che racconta una realtà. Il racconto dell’unica testimone vivente di un momento storico è il momentaneo rivivere di una memoria storica quasi dimenticata, ma che lei, e soprattutto Wenders, terranno in vita ancora per molto tempo. Il cinema, che permette, anche tramite la finzione, di riportare in vita o di mantenere in vita un determinato tempo è un propulsore e un “conservante” eccezionale di ricordi, che siano reali, finti o entrambe le cose.
Dieci anni dopo “Tokyo-Ga”, venti anni dopo “Alice nelle città”, il rapporto tra realtà e finzione, passato e presente, è indagato da Wenders non solo tramite il mezzo cinematografico, ma raccontando il mezzo cinematografico. E’ un film che fa la bioscopia (esame medico – legale per accertare un decesso) di un mezzo, degli uomini che hanno dato vita ad un mezzo e degli uomini (tra cui c’è lo stesso Wenders) che vogliono farne rivivere il ricordo.
“I fratelli Skaladanovsky” è realizzato con quella semplicità che nasce dall’amore e dalla passione, ed è intelligente e profondo nelle sue intenzioni come l’amore e la passione. Amore e passione per il cinema e, senz’altro, per la vita.

Para
Voto Para: 4/4

P.S.: dopo i titoli di coda Wenders propone al pubblico circa cinque minuti in cui viene ripetuto lo stesso film (di pochi secondi) realizzato dai fratelli Skladanowsky: un bambino balla in maniera approssimativa, una bambina entra nell’inquadratura, il bambino la spinge via ma lei ritorna nuovamente in scena; e così via. La donna che vuole rubare la scena all’uomo viene scacciata ma continuerà a provarci? Oppure, l’uomo scaccia la donna ma tanto questa ritorna? Messaggio nascosto? Forse, e molto più plausibilmente, Wenders ci dimostra che il fascino e la bellezza del cinema vivono anche in cinque minuti sempre uguali, con una ripresa fissa e con dell’azione infantile. Il cinema delle origini, il cinema delle attrazioni, vive e resiste ancora oggi.
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14 commenti

  1. il fascino e la bellezza del cinema indubbiamente ma non mi ha convinto… Non c’è quell’emozione e quella “vita” che c’è in molti altri suoi immensi film…
    L’ho trovato un po’ artificioso se non manieristico a tratti.

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  2. ennesima recensione splendida e questa volta di para..davvero bella complimenti!il film anche mi attira tantissimo!per ora segno e mi procuro..ora son dietro a bergman (maledetti..colpa vostra!) e un altro genio del cinema..anche se per bergman ci vorrà ancora un sacco!

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  3. Questo film (visto la prima volta mi pare sette-otto anni fa) lo sto visionando da tempo perché ho fatto una scommessa con Honeyboy in quanto non sono mai riuscito a farne una recensione. Vi sembrerà incredibile ma perdo la testa perché appena mi accingo a scrivere qualcosa comincio a buttare giù tutte storie di pre-cinema e non riesco a progredire. Spero di poter scrivere la mia recensione e rispettare il patto sottoscritto con Honeyboy.

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  4. @luciano: he he he… attendo!
    @para: ti voglio bene
    (rido tantissimo per una cosa e tu sai esattamente quale 🙂 )

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  5. @claudio: ovviamente capirai che non sono d’accordo con le tue parole. Non l’ho trovato nè freddo nè manieristico, secondo me trasuda d’amore.

    @deneil: grazie Deneil, troppo gentile. Questo film mi ha folgorato e “intenerito”. 🙂
    Per Bergman prenditi il tempo, ma tanto fidati di noi, non ne potrai assolutamente rimanere deluso.

    @luciano: ricordo la sfida fatta con Dome, e io adesso ti faccio pressione perchè voglio assolutamente leggere una tua analisi. Dividilo anche in 25 parti, ma scrivila! Comunque capisco, questo film stimola discorsi da storia del cinema come pochi. Scrivi la rece miraccomando, facci contenti Luciano. 🙂

    Saluti a tutti.
    Para

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  6. @dome: ah ah ah ah ah… non potevo non farlo. Andava fatto.
    Saluti.
    Para

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  7. Ovviamente anche io esorto Luciano a fare anche la sua recensione e nel frattempo devo dire che questa di Para mi ha colpito molto, anche perchè il cinema che parla di cinema è una cosa che mi ha sempre affascinato moltissimo

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  8. Ciao ALessandra, facciamo sentire la nostra voce e convinciamo Luciano. 🙂
    Io ti consiglio davvero di guardare il film, così poi fai anche tu un’analisi e mancherà solo Luciano. 🙂
    Saluti.
    Para

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  9. Lo sai che questo mi manca??? mannaggia mannaggia…4 su 4! lo DEVO vedere! interessantissimo il discorso sulla biscopia, bellissima e (credo) azzeccatissima immagine…approfondirò!

    P.S. Per Luciano: guarda che ti aspetto pure io, eh? aspetto fiducioso… 😉

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  10. Ciao Pick, recuperalo, non te ne pentirai. In sostanza il mio 4 su 4 non decreta questo come miglior film di Wenders, dato che sono tutti (quelli che ho visto) bellissimi, ma ho voluto premiare l’idea a dir poco unica e geniale. Non credo che abbiano mai fatto nemmeno un film sui Lumiere e Wenders l’ha fatto sugli Skladanovsky e l’ha fatto da dio.
    Per la bioscopia è curiosa come cosa, dato che il loro attrezzo si chiamava Bioskop.
    Guardalo e facci sapere.
    Saluti.
    Para

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  11. Vi ringrazio per la fiducia, ma se pubblicassi adesso la recensione correrei davvero il rischio di pubblicarla in 25 parti. Diventerebbe un incubo. E’ uno dei pochi film di cui non riesco a fare una buona sintesi. 😦

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  12. questo wenders mi manca, magari mi sblocco e lo vedo, ora…
    Simone

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  13. Ciao Simone, se lo vedi torna a dirci la tua che sono curioso di sapere se anche tu sarai folgorato dal film.
    Saluti.
    Para

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  14. Ho sempre pensato che uno dei grandi meriti di Wenders fosse quello di riuscire a rendere interessanti anche piccoli progetti che in mano d’altri sarebbero stati inguardabili. Va da sè che i capolavori sono ben altri…

    Martin

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