Torino Film Festival: secondo ed ultimo resoconto.

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Of Time and the City di Terence Davies

 

Chimy: Ultima opera del regista inglese Terence Davies, membro importante della British Renaissance degli ’80 che è una delle retrospettive del TFF, è un documentario sulla città di Liverpool e sulla sua evoluzione nel corso del secolo novecentesco.

Davies tratta la materia cinematografica con la stessa sensibilità dei suoi film “di finzione” e realizza un vero e proprio poema lirico-visivo sulla sua città, con immagini di repertorio e non.

Il suo è uno sguardo nostalgico, malinconico e potente sulle tematiche, religione e sessualità in particolare, che da sempre sono le sue ossessioni personali.

 

Para: Terence Davies cambia registro, e dalla prosa passa alla poesia. Musica e immagini, poesie e aforismi, ma sempre e comunque il tutto esplicitamente riferito alla propria esperienza personale. Ennesima autobiografia, soltanto in differente forma. Alcune riprese fatte per il film sembrano un po’ “amatoriali” ma il tutto è gestito con sapienza.

 

 

24 City di Jia Zhang-ke

 

Chimy: Lo stile di Jia Zhang-ke è certamente affascinante nei film di finzione come il bel Still Life; se trasportiamo però la medesima modalità registica all’interno di un documentario, per lo più di interviste, il fascino viene decisamente meno lasciando spazio alla noia più assoluta.

Le importanti riflessioni fatte (sempre sull’evoluzione della Cina) e alcune (non troppe) immagini di indubbio spessore vanno a scontrarsi con una costruzione del film decisamente soporifera, seppur non irritante. Il suo è un cinema-ninna nanna che, anche se non piace, non fa arrabbiare ma fa spesso dormire.

Non riuscito e sbagliato.

 

 

Hunger di Steve McQueen

 

Chimy: Quello che avevamo detto che poteva essere il film del festival forse lo è davvero (Kim permettendo).

Hunger è una riflessione potentissima sul corpo umano, come possibile arma sociale, politica e… cinematografica.

Il cinema di McQueen è fisico, penetrante, potentissimo. Il regista alterna sapientemente momenti di grande violenza e tensione ad alcuni di calma apparente. Estremamente significativo, in questo senso, un pianosequenza a macchina fissa di circa 20 minuti che dimostra anche la bravura del cast del film.

C’è certamente Bresson (molto), ma anche qualche immagine Tarkovskijana e, come qualcuno ha già scritto, una spruzzata (perchè no?) di Mel Gibson.

In attesa di rivederlo in sala, se possibile.

 

Para: violenza verso gli altri nella prima parte, violenza verso sé stessi nell’ultima. Due opposti divisi da una estrema ed immobile sequenza di parole. Spartiacque sovrabbondante e di contrasto a ciò che la precede e ciò che la segue, tripartizione misurata condita da evocative immagini pittoriche.

 


Lasciami entrare di Thomas Alfredson

 

Insieme a Dream e ad Hunger, lo avevamo indicato come film da non perdere. Ci sbagliavamo.

Lasciami entrare (questo il titolo italiano di Let The Right One In) è una delusione spaventosa, viste le alte aspettative che avevamo e i premi vinti ai festival.

Fa arrabbiare che la prima mezz’ora sia davvero ottima: bella presentazione dei personaggi e del soggetto, regia perfetta a ricercare e trasmettere il perturbante dell’ambiente nevoso svedese.

Man mano che i minuti passano sorgono però dei dubbi su quanto Alfredson stia facendo, poichè dal perturbante si passa alla ricerca di forme e situazioni che possano farsi molto piacere (da varie fasce di pubblico) piuttosto che inquietare fino in fondo.

Poco coraggiosamente, Alfredson abbandona l’horror puro dell’inizio per passare a generi e convenzioni ben più facili e digeribili, dimostrando di non avere (?) la forza di andare fino in fondo.

Alcune scene sono davvero mal fatte e provocano anche qualche risata involontaria nella sala principale del TFF, abbastanza scossa negativamente da dei gatti fatti in brutta computer grafica e da una donna (diventata vampira) che si incendia alla luce del sole.

Fa parte del filone, che qui continueremo a condannare, di The Orphanage: film poco coraggiosi, horror all’inizio che per non rischiare si modificano nel corso della visione su basi molto più semplici, sia per ricezione che per scelte registiche, e che hanno però molto successo ai festival e non solo.

Un filone che, per chi scrive, dev’essere condannato completamente perchè potrebbe portare alla morte dell’horror (quello valido naturalmente) vero e proprio (si legga The Mist come esempio del concetto); l’horror (valido, ripeto) sempre più preoccupato e attaccato da generi e fattori esterni rischia di terminare la sua esistenza per aver allevato questo filone-serpe in seno. Esce a breve, crediamo che se ne riparlerà.

 

Para: poco da aggiungere: Lasciami entrare è un esempio di come la tendenza postmoderna di accostare generi opposti (in questo caso horror e melodramma adolescenziale) non sia sempre vincente. Bella l’idea, e la partenza, brutto tutto il resto.

 

 

Il giardino di limoni di Eran Riklis

 

Chimy: Altro fra i migliori film visti a Torino, quello di Riklis è una riflessione molto profonda sul concetto di “terra” nel medio-oriente.

Una donna palestinese, la cui casa è al confine con il territorio israeliano, che per vivere ha, da generazioni, una piantagione di limoni, si ritrova come vicino il nuovo ministro degli interni israeliano che vuole l’abbattimento della piantagione per paura di possibili cecchini che si nascondono dietro a questi grandi alberi.

La protagonista, eccezionale Hiam Abbass, non si perde però d’animo e lotterà con tutte le sue forze per salvare quel pezzo di terra che rappresenta tutta la sua vita.

Cinema importantissimo. Da non perdere.

 

Para: un caso raro di un film che è al contempo piacevole (“per tutti” ) e di profonda riflessione sociale e morale. Magari qualche piccolezza nella seconda parte del film, ma del tutto trascurabile visti gli altri pregi.

Un “film messaggio”: lottare per le radici. Un albero lo si può sfrondare, ma finché ci sono le radici, c’è speranza. Soprattutto finché ci sono le radici della speranza.

 

 

Les sept jours di Ronit Elkabetz e Shlomi Elkabetz

 

Chimy: Una sorta di grande freddo all’israeliana. Dopo la morte di Maurice, la sua famiglia rimane nella casa del defunto per sette giorni per rispettarlo e onorarlo.

Sarà l’occasione per i famigliari di conoscersi meglio tra di loro.

Film interessante, ma nulla di più, con una prima parte davvero insipida e con qualche balzo nella seconda.

Capolavoro per i cahiers du cinema, ma forse solo per loro.

 

Para: noioso film con molte parti teatrali. Sovrabbondante di parole e con quasi soltanto inquadrature fisse frontali a gruppi di personaggi che litigano in continuazione.

 

 

The Edge of Love di John Maybury

 

Chimy: Pasticciaccio tremendo di Maybury che mescola stili e situazioni senza riuscire ad equilibrarli praticamente mai.

E’ un film su Dylan Thomas, ma la sua figura viene supeficializzata; poichè la storia che racconta poteva essere legata a chiunque.

Tanto belle quanto scarse (in questo film) Keyra Knightley e Sienna Miller non faranno nemmeno felici del tutto gli spettatori vogliosi di vedere un po’ di amore saffico, trattendendosi spesso sul più bello. Si salva Cillian Murphy, grande attore, anche se si vede che ha voglia di andare presto a timbrare il cartellino per andare a casa. Forse aveva capito che qualcosa nel film non andava.

Ci si può però molto divertire con The Edge of Love, se lo si prende sul ridere e se si nominano (durante la visione), con amici partecipi, i tanti registi che Maybury sembra grossolanamente citare.

Ultimo film visto e ultimo film di una classifica ipotetica del festival.

 

Para: Sottoscrivo. Utile soltanto per una cosa inutile da ribadire: Keyra Knightley e Sienna Miller sono delle gran belle donne. Il resto è noia, bruttezza, incapacità e stupidità.

 

 

Momma’s Man di Azazel Jacobs

 

Para: Un esordio interessante. Jacobs realizza un film con economia di mezzi ma con una certa coerenza stilistica che avvalora il plot: un uomo sposato torna dai genitori per trovarli e prolunga la visita quasi come se una volta tornato nel nido non riuscisse più ad andarsene. Quasi totalmente girato nell’abitazione dei genitori, ha qualche problema soltanto nella recitazione di alcuni attori.

 

 

Wendy and Lucy di Kelly Reichardt

 

Para: Michelle Williams, vedova di Heath Ledger, è Wendy, ragazza che vuole raggiungere l’Alaska con il suo cane Lucy. Molto prima di arrivarci si ferma in una piccola cittadina dove l’auto l’abbandona e dove smarrisce la sua cagnolina.

Come Momma’s Man, è la conferma che il nuovo cinema statunitense cerchi il più possibile di ridurre pesantemente e volutamente l’economia di mezzi e di stile.

Sostanzialmente un film sufficiente che riesce a non raccontare quasi nulla, ma che si fa comunque guardare con piacere. Brava la Williams, non male la regista.

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18 commenti

  1. Mi spiace che il film di Alfredson non vi sia piaciuto…anche perchè mi sono giocato le ruote della macchina (Chimy mi appello alla tua clemenza ^__*)
    E mi spiace anche per Jia Zhang-he. Still Life mi era piaciuto molto!

    Rispondi
  2. Ciao, il tuo post è stato citato su Bloggando!

    Rispondi
  3. concordiamo più o meno su tutto
    su lasciami stare condivido le parole del chimy, le capisco, anche se come sapete il film (pur riconoscendone i difetti) mi è piaciuto
    su the edge of love devo dissentire decisamente: capolavoro (^^)

    Rispondi
  4. @weltall: hahahahahaha… sarò clemente per questa volta :))))
    Jia Zhang-ke dovrebbe continuare a fare film di finzione, lasciando stare i documentari… secondo me

    @bloggando: gracias

    @dome: sì, alla fine mi sa che ti seguo su “The Edge of Love”: capolavorone 🙂

    Saluti a tutti

    Chimy

    Rispondi
  5. Hunger è sicuramente quello che più cercherò di riuscire a vedere

    Rispondi
  6. Chissà se qualcuno di questi arriverà mai dalle mie parti… la vedo durissima… vedremo.

    Rispondi
  7. Spero di vedere almeno uno di questo interessantissimo elenco di film. Una vera manna. Grazie ragazzi.

    Rispondi
  8. @simone: speriamo arrivi in sala presto o tardi…

    @pickpocket: è dura sì… speriamo

    @luciano: grazie a te 🙂

    Saluti a tutti

    Chimy

    Rispondi
  9. liuis

     /  7 dicembre 2008

    Attaccare Lasciami Entrare solo perchè devia dall’horror “puro” mi sembra un po’ pretestuoso, scusa. Qualche altra critica a parte questo?

    Rispondi
  10. Probabilmente quello che abbiamo scritto non si è capito, dato che non c’è scritto che i problemi del film (che sono tanti) sono legati semplicemente al fatto che si abbandona l’horror puro.
    Il problema è che dall’horror puro (se vuoi si può anche chiamare in altro modo) della primissima parte, tesa a trasmettere inquietudine e sensazioni perturbanti, si passa molto semplicemente a modalità registiche ben più commerciali, visto che Alfredson probabilmente si è reso conto che con un soggetto che ha alla base la storia di due adolescenti sarà meglio, per le sue tasche, fare un film che anche agli adolescenti possa piacere. E questo cerca di farlo in tutti i modi, diventando col passare del film sempre più “piacione”, sempre più facile con strizzatine d’occhio e quant’altro. La stessa cosa che fa “The Orphanage” che non so se hai visto, ma se ti è piaciuto questo film ti piacerebbe anche quello sicuramente; se non l’hai visto.

    Poi oltre a questo discorso che è il problema principale, ci sono anche altre critiche che si possono fare; anche quelle presenti nel post. Cioè un numero abbastanza elevato di scene decisamente mal fatte, come i gatti e la donna incendiata… che hanno provocato più risate involontarie che spavento.

    Io capisco che questo filone (Bayona, Alfredson) possa piacere dato che sono film molto ben confezionati, che cercano in ogni modo di farsi piacere allo spettatore… e spesso ci riescono.
    Ma io personalmente quando si parla di genere horror (anche in senso minimo, anche solo in parte, anche solo x una base del soggetto ecc ecc) non accetto che vengano prese “strade facili” e poco coraggiose.

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  11. liuis

     /  7 dicembre 2008

    Allora a questo punto sarebbe giusto chiarire cosa si intende per “puro”, è vero il termine l’ho usato io ma non sono sicuro che gli attribuiamo lo stesso significato. Perchè per me The Orphanage è un horror “puro”, mainstream, che non si discosta dalle classiche meccaniche horror degli ultimi anni: fantasmi, indagini, paura e immancabile colpo di cena finale. La mancanza di coraggio sta proprio nel non volersi addentrare in percorsi inesplorati giocando al sicuro su stili già collaudati. Hai detto che The Mist è un horror “vero e proprio”, mentre per me al contrario non lo è, si discosta dal genere per interessarsi di più alla componente psicologica ed emotiva dei personaggi. Inoltre i tentacoli che si vedono nel magazzino sono molto più posticci ed evidenti artefatti rispetto ai gatti di Lasciami Entrare, e per quanto possa essere una pecca non per questo il film perde di valore.

    Lasciami Entrare fa invece la scelta coraggiosa di abbandonare il terreno dell’horror per indagare gli aspetti emotivi e drammatici della vicenda, e se di mezzo c’è una storia d’amore non significa che sia un film romantico, o non esclusivamente. E non credo che piacerà al pubblico adolescente più di tanto, data l’assenza di fighi e fighe, poca carne macellata, pochi dialoghi e risvolti tanto avulsi ai ragazzini come l’omosessualità.

    Rispondi
  12. liuis

     /  7 dicembre 2008

    Ho letto la recensione di The Mist e penso di aver capito cosa intendi per horror “vero e proprio”.
    E’ vero che Romero e Carpenter facevano horror “sociale” ma si tatta di trent’anni fa, e in questo frattempo l’horror ha preso una piega diversa, specie nell’ultimo decennio. Se non è possibile tornare agli albori, sperimentare nuove commistioni secondo me è comunque positivo.

    Rispondi
  13. @lilius: scusate se mi intrometto. Provare nuove commistioni è positivo, certo, ma non se questo viene fatto male.
    Dici bene: “La mancanza di coraggio sta proprio nel non volersi addentrare in percorsi inesplorati giocando al sicuro su stili già collaudati”. Esattamente quello che fa Alfredson: vampiri (collaudatissimo) + storia d’amore adolescenziale (collaudatissima). Non vedo che ci sia di buono nel prendere il modello del melo adolescenziale, seguendolo alla lettera, e mettendoci dentro ogni tanto qualche scenetta vampiresca.
    Dire che l’horror ha preso una piega diversa nell’ultimo decennio non significa che non può tornare “alle origini”. Bisogna ricordare che l’horror nasce per riflettere sul sociale. E le vette del cinema horror si raggiungono in questo modo (vedi, appunto, Carpenter, Romero e come ultimo esempio, The Mist).
    Anche perchè se dopo 30 anni c’è bisogno di tornare a fare horror sociale (e The Mist ha dimostrato che c’è bisogno), è inutile fare finta di niente. Dire che non è possibile tornare agli albori è una menzogna (vedi ancora una volta The Mist).
    I tentacoli di The Mist, anche se fatti male, erano al servizio del totale del film. I gatti di Lasciami entrare non servono ad un emerito niente. E’ più una questione di inutilità che semplicemente l’esser fatti male.
    Saluti.
    Para

    Rispondi
  14. Concordo coi concetti del Para, aggiungo due cose legate al concetto di contesto nel genere, horror in questo caso, che è fondamentale (Altman insegna).

    Il genere horror che a me interessa e ha sempre interessato è quello che riflette sulla contemporaneità, sia in collegamento al mondo in cui viviamo (Romero) sia in relazione al cinema e al suo linguaggio (Carpenter).
    Quello che tu dici che si tratta di trent’anni fa, è lo stesso concetto che si poteva dire negli anni ’70; l’horror sociale (chiamandolo così) nasce nei ’20 e i ’30, periodo in cui i mostri erano un derivato diretto degli orrori visti nella prima guerra mondiale… il contesto muta ma si può ancora ragionare con l’horror, coi mostri e quant’altro, per parlare di orrori reali, come ha fatto Romero nei’70, e come quest’anno ha fatto “The Mist” nel 2007, che è un film che esplicitamente riflette sull’oggi e sulla società americana, e non, dopo l’11 settembre… e lo fa con grande forza secondo me.

    Ciao

    Chimy

    Rispondi
  15. liuis

     /  7 dicembre 2008

    Concordo con voi sull’horror inteso come specchio sociale, e non fraintendetemi quando dico che appartiene a qualche decennio fa: la mia è una constatazione e non una concorde accettazione. Sono consapevole ed appoggio un’analisi dell’horror più pofonda della relegazione a semplice intrattenimento. Tuttavia nell’attesa che questo auspicabile ritorno ai canoni Romeriani avvenga accolgo con piacere una dissertazione sul genere come Lasciami Entrare. Non l’ho ancora fatto ma mi riservo di sorbirmi una proiezione forzata di Twilight per poter fare i dovuti paragoni.

    Poi un film può piacere come non piacere, è giusto e legittimo. L’importante è giudicarlo per quello che è, piuttosto che per quello che avremmo voluto che fosse.

    Ciao

    Rispondi
  16. Ha ha ha… la proiezione di “Twilight” forzata è una tortura che io non ho il coraggio di sopportare… 🙂

    Ci dirai allora..

    Ciao

    Chimy

    p.s. non te l’ho ancora detto, ma l’avatar con la faccia del più grande uomo di cinema di sempre qui fa moltissimo piacere…

    Rispondi
  17. liuis

     /  7 dicembre 2008

    Valà, posso ritrattare?
    Però non ditemi che mischiando vampiri e adolescenti si ottiene il medesimo risultato.

    Rispondi
  18. Puoi ritrattare :)…. spero di no anche se non voglio accertarmene guardando “Twilight”…^^

    Chimy

    Rispondi

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