Antichrist: il film "da vedere" dell'anno

Premessa (necessaria) al post che segue: visto che Antichrist, come tutti sapete, è uno dei film che ha fatto più discutere negli ultimi anni, con recensioni che passano dal capolavoro assoluto al film da deridere, ci sembrava giusto e bello scrivere nel post due diverse opinioni per sviluppare meglio una (speriamo interessante) discussione. Visto inoltre che il Para non ha ancora potuto vedere il film per i classici problemi della distribuzione italiana, sotto alla mia recensione c’è in aggiunta un commento (quasi opposto alla mia opinione sul film) fatto da Gianni Chimento (mio padre), che si firma come John, che era già apparso con alcune frasi dentro le mie recensioni di Tideland e Sweeney Todd e che questa volta, in via unica proprio per il film di cui andremo a parlare, ha voluto scrivere addirittura un commento sul post, perché in disaccordo con la mia opinione (e anche un po’ per prendermi in giro nell’ultima frase del suo commento) e soprattutto per favorire una discussione derivante dalla pubblicazioni di due opinioni diverse.

Chimy



Recensione del Chimy:


Si può parlare davvero a lungo di questo Antichrist, film che può (e deve!) stimolare riflessioni importanti e discussioni stimolanti su quello che abbiamo visto e su come l’opera si può analizzare e come si istituisce in quanto forma filmica; al di là del giudizio che uno gli voglia dare. Forse, visto il film e il regista di cui si parla, sarebbe più adatto iniziare a parlarne spiegando il perché di un giudizio invece di un altro; ma in questo caso è molto più interessante sviluppare alcuni spunti e tralasciare le motivazioni valutative-numeriche per la conclusione della recensione; punto che nel cinema di von Trier diviene sempre secondario rispetto al resto e questo è il grosso merito di questo grande regista. Vedendo Antichrist quello che davvero colpisce in positivo è la costante riflessione fatta sul regista sulla natura dell’immagine e (anche) in questo caso in particolar modo sulla natura dell’immagine “lenta” o quasi immobile che si fa segno forte nel linguaggio cinematografico che Lars mette in scena. L’incipit del film è una sequenza straordinaria: in quelle immagini rallentate, così strafottenti e così traumatiche, sta tutta l’ironia e tutto lo spessore cinematografico che ha da sempre il regista danese. Il disagio che questa lentezza e staticità può provocare, accompagnata inoltre dalla musica soave di Lascia ch’io pianga, è paragonabile ad un vero choc percettivo che induce lo spettatore a lasciare un’abitudine spettatoriale per aprirsi a un diverso modo di leggere le immagini. Dopo questo incipit i momenti più toccanti (in cui si sente quella trasmissione di emozione sonoro-visiva accostabile al punctum barthiano) sono proprio quelli in cui abbiamo delle immagini quasi immobili. In particolare le immagini del bosco inquietante, in cui tutto sembra immobile e Charlotte Gainsbourg (molto brava), nei suoi incubi e nei suoi ricordi, si muove ad una velocità talmente minima da farla sembrare immobile. Queste immagini sembrano quasi delle fotografie; e qui mi pare appropriato ricollegarsi a Barthes che nella fotografia vedeva la presenza del perturbante. La fotografia era per lui un presagio di morte, una cristallizzazione temporanea del flusso vitale. E queste immagini in Antichrist sono inquietanti, non solo perché sono incubi in presenza di nebbie e boschi notturni, ma anche per la loro natura “rallentata”, bloccata, in cui si sente quel presagio di morte che diverrà ben più esplicito col passare del film. In questo senso Antichrist è assimilabile ad un precedente lavoro di von Trier, che non è The Kingdom (che non c’entra troppo) ma il bellissimo Le onde del destino. In quel film del 1996, i sette capitoli in cui il film è diviso sono introdotti da immagini che restano impresse nella memoria: campi lunghi (o lunghissimi) di paesaggi che appaiono immobili. In realtà aguzzando la vista vediamo però un movimento lentissimo di una figura, di un mezzo, di una nave in lontananza. Un effetto di turbamento dovuto anche al fatto che queste immagini introduttive sono all’esatto opposto della forma presente nei capitoli. Se Le onde del destino è un film che aderisce alle linee guida del Dogma (assenza di musica, assenza di luce non naturale, macchina a mano etc etc), quelle immagini all’opposto sono colorate con cromatismi kitch, luci false, accompagnate da canzoni pop commerciali. Quella scelta provocava uno spaesamento, una sensazione di perturbante che si ritrova con queste immagini fisse di Antichrist; che avvicinano la riflessione vonTrieriana sull’immagine a quella di alcuni artisti di video-arte come Bill Viola (per fare un esempio) che ha costruito tutta la sua carriera proprio su questi concetti. Ed è straordinariamente interessante in questo senso, un momento in cui Willem Dafoe dice alla moglie del film, che sta sognando sdraiata sull’erba, di sparire e diventare una cosa unica con la natura. La stessa situazione che avveniva in una installazione di Bill Viola del 1979, Reflecting Pool, in cui un uomo rimaneva (quasi) immobile per vari minuti sul trampolino di una piscina in mezzo ad un bosco e quando decideva di lanciarsi diveniva parte integrante dell’ambiente circostante. In questo senso si potrebbero aprire nuovi discorsi e riflessioni su possibili collegamenti fra il cinema di von Trier e la videoarte che, come lui, basa molte delle sue suggestioni sulla staticità dell’immagine fissa. Oltre al piano visuale, interessantissimo, in Antichrist è però giusto parlare anche di quello narrativo che è il punto in cui il film di von Trier crolla tremendamente. Funziona il discorso sull’elaborazione del lutto, la follia, la colpa e (in parte) la violenza mostrata; ma diviene assolutamente sbagliato e superfluo aggiungere tematiche quali il misticismo, il satanismo, il rapporto con la natura, il maschile-il femminile. Tematiche che vengono buttate lì senza essere approfondite in alcun modo e che appaiono inadeguate perché l’inquietudine era già data (e bastava eccome) dalle immagini e dalla fotografia, non serviva questo tipo di sceneggiatura. Il registro e il passaggio da statico a dinamico non funziona poi perfettamente perché, oltre a quelle immagini, vi sono “pause” dovute a dialoghi superflui che fanno perdere attenzione e fanno salire anche un po’ di noia. Le parole andavano spese per spiegare meglio alcuni concetti di derivazione satanica, se era un tema che von Trier si sentiva costretto a trattare. L’epilogo in cui ritorna la musica e la fotografia del prologo, non ripete però la bellezza e l’emozione che faceva nascere la scena iniziale, ma anzi risulta mal fatto perché voglioso di stupire senza avere delle basi solide; lasciando più di un dubbio su un finale molto discutibile. Il paradosso di Antichrist è quello che è uno dei film più interessanti, e in assoluto il più “da vedere” dell’anno, seppur risulti una delle opere nel complesso meno riuscite della carriera di von Trier. Un film che però andrà anche digerito e sul quale bisognerà tornarci probabilmente fra alcuni mesi dopo (speriamo) ampie e lunghe discussioni, che dovranno però toccare soprattutto il piano interpretativo, più che valutativo. Una forte delusione che è allo stesso tempo un film assolutamente da non perdere (e fra i più interessanti degli ultimi tempi) per ogni amante di cinema che si rispetti. Un ossimoro che credo farebbe piacere al geniale Lars.


Chimy

Voto Chimy: 2/4

Commento di John:

Le recensioni mi hanno incuriosito anche se Lars Von Trier non è tra i miei registi preferiti: troppo bergmaniano ne Le onde del destino, geniale si nella teatralità di Dogville ma troppo distante dal genio surrealista di Lynch con The Kingdom – ho dunque visto ANTICHRIST.  L’ho visto un po’ prevenuto con le mani strette ai braccioli della poltroncina pronto a chiudere gli occhi in attesa di chissà quali scene di violenza o di orrore ma…… non è stato così. Quindi ho poi riletto più volte quelle recensioni, quei commenti e mi sono incacchiato. Come alcuni dicono di Lars Von Trier (lo dice lui stesso nel suo film Il grande capo) o lo si può amare o lo si può odiare, ma deridere NO. La violenza c’è (l’horror no) ma arriva solo nell’ultima parte del film. Il regista ci prepara ad accoglierla, ad accettarla, a vederla come una scelta ineluttabile non di una mente malata ma di una persona disperata, e noi ci sentiamo vicini a questa disperazione, perché potrebbe essere la nostra. Lo stesso “Eden”, il ponticello, i rumori della pioggia o delle ghiande che cadono, gli scricchiolii dei rami o il frusciare del vento (qui mi è venuto alla mente Shyamalan) tutto può provocare angoscia o paura come il vagare nella nebbia o attraversare distese di felci giganti, ma mai il regista trasmette allo spettatore queste inquietudini: la natura non è ostile, anzi ci protegge, ci illumina, ci sorride anche solo con un cespuglio di more ad una svolta del nostro sentiero. In cima alla piramide della paura c’è solo “ME”, c’è solo l’uomo, non cercate i 3 Mendicanti in cielo, non è una costellazione, essi sono tra noi.

 

E adesso caro Chimy tu vorresti da me un voto, ma tu sai benissimo che l’emozione è al di sopra di qualsiasi grado di giudizio, ma per farti contento dirò che Charlotte Gainsbourg è insuperabile nonostante un doppiaggio davvero da brividi.

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44 commenti

  1. Non concordo con entrambi.
    Il piano narrativo è solidissimo e i sottotesti molteplici: non tutti devono necessariamente trovare una soluzione (che però avviene), ma devono arrivare ad una riflessione. E di riflessioni il film di von Trier ne fa nascere. Ma certamente occorre andare oltre la mentalità da “eterosessuale di media lega”, ossia quello per cui non appena viene inquadrato un organo genitale scatta quel fastidioso brusio da sala.

    Il finale è il perfetto epilogo: Dafoe ha sconfitto il Male che si era impadronito del corpo della moglie (“Sono guarita, sono diventata tuttuno con la natura” dice ad un certo punto la gainsbourg. Il male è in lei.) e ha liberato “tutte quelle donne uccise solo perchè donne”. Ed è così che i corpi nudi che prima circondavano il bosco ora si vestono e se ne vanno.
    Un film che trova nell’aria della lirica iniziale la somma sintesi di ciò che poi vedremo (“lascia che io pianga mia triste sorte..”), i tre mendicanti che descrivono il climax del film (la volpe che si cannabilizza è la disperazione, il corvo che non si uccide è il dolore, che è costretto ogni volta a provare, e il cerbiatto con in grembo il feto morto è la pena. E non è un caso che sul mobiletto in cui sale il bambino ci siano tre statuette….).
    Infine la natura, quella natura che richiama la Gainsborg, troppo assorbita dalle storie della sue tesi e la ingloba a sè: prima viene chiamata attraverso il pianto di un bambino e poi viene posseduta facendole poi compiere gesti atroci verso colui il quale viene decretato il vero omicida del loro figlio: il marito e il suo sesso.
    Un film meravigliosamente doloroso, quasi terapeutico, come del resto ogni film del regista danese.

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  2. Premettendo che mi pare che concordi col commento sotto la mia recensione… ma cmq, sul piano narrativo io non sono d’accordo affatto sull’aggettivo “solidissimo” perché se da una parte viene raccontata magnificamente la discesa nella follia del senso di colpa, dall’altra (e questo per me è il grosso problema del film, e su questo vorrei un tuo commento in relazione al narrativo) i rimandi esoterici, satanici etc etc a mio parere sono tutt’altro che approfonditi… vengono inseriti ma poco spiegati. Poco necessari, x me, rispetto ad un film che ha raccontato (molto bene) il crollo nella follia umana… e c’è un grosso “disequilibrio” fra queste due parti.

    Sul resto del tuo commento, l’ho molto bello e interessante e mi fa piacere che già nascano spunti di riflessione importanti (sulla natura, sul finale) perché come ho scritto l’importante è andare ad analizzare il sottotesto del film così profondo e così importante.

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  3. @tutti: approfitto qui anche per dire che mi sarebbe piaciuto approfondire i collegamenti del film con Tarkovskij (Stalker), Sokurov (Madre e figlio) per le immagini.. e con il Bergman de “L’ora del lupo” per alcune tematiche… ma la recensione diventava davvero eccessivamente lunga (cosa che è già)…

    Saluti

    Chimy

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  4. Ovviamente quando dico “”eterosessuale di media lega” non lo riferisco a nessuno dei due ma a quei cretini che durante la visione nel cinema in cui ero usavano il laser per puntare le parti genitali dei due protagonisti. ma penso fosse chiaro;-)

    Come dici te, sono rimandi, sono cioè espedienti per raccontare in modo ancor più estremo il tema del film: per l appunto come dici anche te la follia del senso di colpa e l’elaborazione del lutto.
    Tuttavia nonostante siano espedienti di forma, per me sono incastrati magnificamnete nel film, quasi come fossero pennellate di collante che poi tengono unite tutto il quadro.
    Von Trier non vuole raccontare una storia satanica ma vuole raccontare il dramma di una donna che violentata dai sensi di colpa cade in un precipizio di follia e usa l’horror, satana e l’essere posseduto come mezzo per far ciò.
    La volpe che parla rappresenta l’apice della follia raggiunta: la Gainsbourg ormai posseduta da qui in poi non può più tornare indietro.I suoi sensi di colpa l’hanno annientata e si è lasciata andare al richiamo dell’oscurità.

    Rispondi
  5. Non avendo visto il film (e credo non lo vedrò, poiché ho un rapporto di amore-odio nei confronti di Von Trier), purtroppo non posso contribuire alla discussione.

    Però posso complimentarmi con te per il post, come sempre attendo ad indicare gli aspetti salienti della pellicola recensita.

    Un saluto,
    Mr. Hamlin

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  6. @mr.Davis: era chiaro assolutamente, e anzi naturalmente ti appoggio contro quei cretini :). Io il film volutamente l’ho visto allo spettacolo del venerdì al primo pomeriggio per evitare più gente possibile in sala.

    Io quegli espedienti però li vedo meno bene incastrati nella narrazione rispetto a te, e li valuto in maniera “non necessaria” diciamo…
    Il tuo discorso però mi interessa moltissimo. E la scena della volpe che parla,a mio parere, è uno dei “punti di vibrazione” del film… nei minuti prima a quel momento sono quelli in cui si sviluppava (almeno in me) un po’ di noia… la scena della volpe mi ha fatto “svegliare” dal torpore e la vedo come un punto saliente per un ragionamento sul film. E forse hai proprio ragione tu che quella scena segna una sorta di cornice che chiude un qualcosa e apre un qualcos’altro, che può essere benissimo quel percorso da cui non si può più tornare indietro di cui parli…

    @mr.Hamlin: ti ringrazio molto per i complimenti :). Mi farebbe davvero molto piacere però se vedessi il film (che per me è da non perdere, al di là di ogni giudizio) e dicessi la tua opinione.
    Spero che ci ripenserai 🙂

    Saluti

    Chimy

    Rispondi
  7. @tutti: dimenticavo… un grazie a Mr.Davis per gli spunti davvero interessantissimi, ma vi prego chiunque abbia visto il film dica la sua (qualunque opinione si abbia) perché è un’opera su cui è bello e necessario riflettere e ragionare a vari livelli…

    Saluti

    Chimy

    Rispondi
  8. anonimo

     /  28 maggio 2009

    John for President…..Now!!!

    Flore.

    Rispondi
  9. Lascio qui il commento che ti ho mandato in privato:

    “Al solito, quando si viene a leggere da queste parti c’è sempre da imparare qualcosa. L’analisi che fai dell’ aspetto visivo del film è per me estremamente illuminate e mi permette di approfondire un’aspetto che mi ha molto colpito ma che ho esaminato solo in superficie. Per quel che riguarda l’aspetto narrativo, come ben sai ne ho sproloquiato a sufficienza da me e credo sia necessaria un’ ulteriore visione tra qualche mese (sinceramente non riuscirei a riguardarlo subito) per avere le idee un po’ più chiare (anche se potrebbe accadere l’esatto contrario ^__*).”

    Aggiungo giusto qualcosina sull’ ultima parte perchè, al di la di successive visioni che serviranno a completare un quadro piuttosto ricco, sono piuttosto d’accordo con Mr. Davis quando definisce i rimandi al satanismo e compagnia cantante, degli espedienti che portano maggiormente l’attenzione e in un certo senso evidenziano le tematiche portanti del film. Da qualche parte, ora non mi ricordo bene dove, sono stati definiti come dei McGuffin. Interessantissima anche l’interpretazione del finale nel primo commento, una sequenza che meriterebbe adeguato approfondimento.

    Ecco, ti ho annoiato abbastanza e ti saluto ^__*

    Rispondi
  10. @flore: John ringrazia 🙂

    @weltall: grazie carissimo, davvero troppo gentile :). Anch’io imparo sempre molto dai tuoi post, e il tuo di Antichrist mi è piaciuto moltissimo come sai.

    Mi soffermo sul discorso dei McGuffin che per me è molto interessante… secondo me il satanismo (categoria molto generica) nel film non è usato come pretesto (in senso Hitchcockiano) perché è troppo presente e diventa una parte della narrazione a sè stante, a mio parere.
    Soltanto che pur occupando un spazio abbastanza ampio non viene abbastanza approfondito, x me, rispetto alla caduta nella follia umana, quella sì ottimamente raccontata e per la quale non era necessaria la presenza di altre tematiche da usare come pretesto esterno per essere raccontata. Bastava già in sè, senza ricorrere a quei discorsi “satanici”. Questo almeno è il mio parere… nonostante questo però anche questa riflessione sui McGuffin la trovo molto interessante.

    Detto questo, un’ulteriore visione fra qualche mese è necessaria pernso a chiunque 🙂

    Un caro saluto e scusa ancora per il problema con IE che ci fa sempre impazzire 🙂

    Chimy

    Rispondi
  11. @weltall: scusa ancora una cosa… alla fine vedo che anche tu non hai avuto per ora il coraggio di aprire il post sulla CC… he he… ti capisco, durissima giudicarlo 😉

    Ciao 🙂

    Chimy

    Rispondi
  12. Eh eh eh ieri sera ero pronto ad aprirlo il post ma non sono riuscito a fare il login su Splinder (credo che IE abbia parecchi problemi con questa piattaforma ^__^). L’ ho interpretato come un segno del destino e mi sono preso un altro po’ di tempo per rifletterci ^__*

    Rispondi
  13. Ha ha ha… hai fatto bene :).

    I problemi di IE sono tantissimi 😉

    Chimy

    Rispondi
  14. Dopo aver letto un post del genere, confermo che lo andrò a vedere. Complimenti alla famiglia Chimy, intanto! 🙂
    Spero solo arrivi presto dalle mie parti…

    Rispondi
  15. Grazie mille carissimo :).

    Spero anch’io che riuscirai presto a vederlo…

    P.s. ed OT: ho visto “Il corridoio della paura”… grandissimo… ne parleremo ^^

    Chimy

    Rispondi
  16. finalmente riesco a commentare (ieri splinder mi creava un sacco di problemi -_-), ma noto che tra i commenti hai scritto già tutto tu: “se da una parte viene raccontata magnificamente la discesa nella follia del senso di colpa, dall’altra (e questo per me è il grosso problema del film, [..]) i rimandi esoterici, satanici etc etc a mio parere sono tutt’altro che approfonditi… vengono inseriti ma poco spiegati. Poco necessari, x me, rispetto ad un film che ha raccontato (molto bene) il crollo nella follia umana… e c’è un grosso “disequilibrio” fra queste due parti.”
    Completamente daccordo. Io cmq stento ha riconoscere questa pellicola come “film”, nel senso che (sul mio blog ho fatto l’ esempio di “2001: odissea nello spazio”. forse è l’ opera che meglio gli si avvicina) se lo guardo come film, proprio per i motivi sopra citati, sembra non avere ne capo ne coda, la trama si perde man mano che si va avanti lasciandoci a tirare le somme di una serie di indizi buttati li; se invece guardo “Antichrist” come una specie di opera visiva, allora è un vero incanto: immagini fantastiche, magistralemnte girate, si mescolano a sentimenti forti, altrettanto magistralmente interpretati dalla Gainsbourg, regalandoci un complesso viaggio nel dolore e nell’ autodistruzione.
    Nel complesso cmq (e qui sarò io che sono matta) non ho ne odiato ne amato questo film, non mi ha ne stupita, ne provocata, ne tantomeno sconvolta (alle menomazioni genitali ero già stata abituata da “Denti”), in realtà l’ ho trovato poco interessante.

    *Asgaroth

    Rispondi
  17. @asgaroth: aspettavo il tuo commento :).
    Direi che concordiamo davvero in pieno sulla differenza di valutazione fra piano visivo e narrativo.

    Io però l’ho trovato molto interessante, anche per il discorso che è un (non) film estremamente teorico e su cui è necessario ragionare a lungo.

    Vengo a leggere la tua recensione

    Un saluto 🙂

    Chimy

    Rispondi
  18. p.s. ci scusiamo con tutti per i problemi di splinder di questi giorni… speriamo si risolvano

    Chimy

    Rispondi
  19. questo film mi attira parecchio, soprattutto da come ne parli…

    Rispondi
  20. E’ un film davvero da non perdere… nonostante a me non sia piaciuto troppo, lo considero uno dei film che tutti i cinefili debbano vedere per discuterne…

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  21. eh da quando ne abbiamo parlato aspettavo molto questo post. Come ben sai non mi trovi parzialmente daccordo, anche perchè, come ti ho già detto, stai su un piano di prospettiva diverso da quello che il film suggerisce come reale chiave di lettura, o perlomeno da quello che mi sembra essere la prospettiva giusta. Tanto per farti capire meglio, la mia recensione on ZP, qui di seguito 😉
    Lor

    http://www.zabriskiepoint.net/node/8170

    Rispondi
  22. Splendida recensione che ovviamente mi sprona a correre al cinema anche se era arrivato in una sala vicina ma non ho trovato il tempo per andarci. Dalla tua recensione (la prima che leggo) e dai commenti, sento che questo film mi disorienterà. Se dovessi (e ho la sensazione che potrebbe accadere) avere le “vertigini” (un senso di smarrimento e di perdita di equilibrio) credo che ne sarò entusiasta. Chissà. Interessante l’idea della recensione completata da un commento di tuo padre, immagino un esperto cinefilo.

    Rispondi
  23. @lorenzo: il problema mio di parlare di questo film è che sono molto d’accordo con punti di vista che si possono collegare a qualsiasi grado di giudizio.
    La tua recensione, che trovo bellissima, è giusta e molto interessante, soprattutto come ti dicevo già al telefono per questo discorso dell”Anti-segno meno che trovo molto appropriato.
    Io credo però che le chiavi di lettura siano, e debbano essere, diverse e non una soltanto. Giusta o sbagliata che sia.
    I difetti li continuo a vedere in un deragliamento narrativo dove i temi satanici sono pretesti, non necessari, per inserire elementi che vogliono stupire, toccare qualcosa che va oltre il reale, ma senza una coerenza e una logica di necessità valida. E potevano (e dovevano) essere approfonditi di più in momenti “di stanca” che ogni tanto il film attraversa.

    Detto questo, come sai, lo reputo un film importante e dove è necessario andare oltre la superficie e analizzare le parti più profonde della sua testualità… io mi sono concentrato sulll’immagine lenta-fissa ma avrei voluto fare diversi altri discorsi che ho lasciato stare perché se no non la leggeva più nessuno la recensione da quanto era lunga :). Cmq ne riparleremo meglio dopo una digestione di qualche mese 😉

    @luciano: grazie Luciano :). Io non vedo davvero l’ora di leggere una tua analisi di questo film (al di là del giudizio che conta poco…), anche perché sono molto curioso, vista la tua grande competenza sull’argomento, se troverai anche tu dei possibili collegamenti fra le immagini di von Trier e la video-arte.
    Grazie ancora, mio padre mi ha trasmesso la passione per il cinema e si vede credo 😉

    Salutoni a entrambi

    Chimy

    Rispondi
  24. http://therewillbeblood.splinder.com/post/20655193?428#comment-56533997

    Sul muro del pianto bella iniziativa di Zenn: firmate!

    Chimy

    Rispondi
  25. Se riesco a “beccarlo” visto la penosa distribuzione, lo vado a vedere domani. Speriamo bene.

    Rispondi
  26. Se riesci a beccarlo facci sapere cosa ne pensi 🙂

    Chimy

    Rispondi
  27. anonimo

     /  31 maggio 2009

    Pienamente d’accordo sulla bellezza delle immagini e sulla incisività delle scelte stilistiche adottate.Videoarte “applicata” veramente sublime e appagante.
    Mi trovo a dissentire invece sul tuo giudizio relativamente al piano narrativo.
    Il male che risiede dentro l’essere umano ha un genitore e un provocatore,l’ambiente esterno,sociale e naturale.
    Impossibile quindi parlare delle angoscie e delle inquietudini che albergano dentro l’uomo e lo portano ad agire in modo estremo,distruttivo e autodistruttivo senza tener conto di tale influsso.
    L’aggiunta di quelle tematiche che tu hai giustamente elencato,che ritieni superfluo,è quindi al contrario necessario.
    Essendo però impossibile in un film di due ore,descrivere nel dettaglio e approfondire tali tematiche,il regista sceglie di farcele arrivare in una forma simbolica,lasciando a noi il compito di legarle in qualche modo agli avvenimenti che vediamo accadere.
    Chi ha conoscenze di simbologia ha uno strumento in più per interpretare tali suggestioni,ma anche chi non le ha è in grado di coglierne appieno il significato,semplicemente abbandonandosi alla forza intrinseca dei simboli e delle suggestioni messe in scena.
    A parte in satanismo,i cui significati e simboligie sono in gran parte legati a una storicizzazione,tutte le instanza simbologiche legate al rapporto uomo/natura,maschile/femminil,bene/male trovano un naturale strumento di interpretazione nell’animo umano,che è quindi in grado di coglierle in modo immediato,istintivo,non mediato dalla razionalità.
    Se c’è un peccato che si può imputare al regista non è quindi quello di approssimazione o incompletezza,ma al massimo di un certo intellettualismo,trascurabile comunque se si sceglie un approccio alla visione come quello che ho appena descritto.
    Pienamente d’accordo con John quindi,che pone l’accento sulla grande maestria con cui il regista ci ha trasmesso quell’insieme di angoscie e inquietudini che caratterizzano il complicato rapporto tra l’uomo e la natura,comprensibile da ogni spettatore che sia disposto a mettere in discussione i suoi preconcetti,lasciandosi guidare dal regista,e dalla potenza delle immagini che ci propone,in un difficile viaggio nella disperazione umana.

    genna

    Rispondi
  28. Ciao Genna, innanzitutto benvenuta su cineroom :).

    Il tuo commento è molto interessante, vedo che a te il film è piaciuto moltissimo come a John.

    Allora, sul piano visivo direi che siamo perfettamente d’accordo.

    Sul piano narrativo no, perché abbiamo due approcci un po’ diversi.
    Concordo sul tuo discorso che il male che alberga dentro l’essere umano ha un genitore nell’ambiente esterno. Questo però rientra nell’ottica del piano reale di cui parlavo, la discesa nella follia umana per il senso di colpa etc etc.
    Quello che non mi convince è però l’andare all’interno dell’irrazionale nel film. Perché, come dicevo, trovo nella presenza del satanismo (e ciò che ne deriva) una scelta di inserire suggestioni non necessariamente necessarie (scusa il gioco di parole ^^) e tese soprattutto a stupire lo spettatore, che deve avventurarsi troppo all’interno di una ricerca di spiegazioni di queste forme e di questi simboli, poco spiegati, che possono essere sì frutto di quell’intellettualismo di cui hai parlato che per me non è trascurabile…

    Per il resto è giusto lasciarsi guidare dalle immagini, come dici nel finale, ma io continuo a vedere un eccessivo deragliamento del piano narrativo che non mi fa apprezzare il film fino in fondo.

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  29. Ritegno di avere svolto un lavoro di analisi che mi ha impegnato quasi due giorni (tanto a Roma pioveva) nel quale ho cercato di risalire ad alcuni dei principali miti, simboli ed allegorie, che Lars von Trier, invece, a mio avviso, descrive con lucida e colta chiarezza.

    Concordo con le riflessioni sull’immagine più come quadro pittorico però che come fotografia.

    L’immagine lenta, e densa di simboli, è più agevolmente accostabile alla pittura, a mio modo di vedere.

    Ed a questo proposito mi ha (molto) meravigliato che ad un estimatore, come te, di Andrei Tarkovsky, questo vero e proprio capolavoro non sia piaciuto 😉

    Ma la discussione è bella per questo, acuto il collegamento con Bill Viola che ha da sempre fatto della immagine in movimento lenta, una forma di espressione artistica molto evocativa.

    Con stima.

    Rob.

    Rispondi
  30. Grazie Rob, Tarkovskij c’è nel visivo ma non nel narrativo. Tarkovskij raccontava la storia con le immagini, von Trier qui usa le parole e le azioni per raccontare più delle immagini.

    Ho letto la tua analisi molto approfondita sul film. Molte riflessioni di alto livello.

    Un saluto 🙂

    Chimy

    Rispondi
  31. Eccomi qua, son tornato per un opinione al volo. Insomma, il film possiamo dire che mi è piaciuto e l’ho apprezzato parecchio. Affascina il fatto che Von Trier sia arrivato a realizzare un film di questo genere, fregandosene di ogni tipo di spettacolarità e convenzione commerciale. Il film è certamente quello che voleva; mira dritto al bersaglio, impressionando, disgustando e comunque avvolgendo. Davvero un’operazione coraggiosissima quella del regista danese, che dovrebbe essere premiata più possibile (l’interpretazione della Gainsbourg è stata già elogiata, ma quella di Defoe non è da meno eh). Non è un film gradevole, ma ciò non ha importanza. Come giustamente hai sottolineato tu, è un film sicuramente “Da vedere”, che ci piaccia o no.
    Un’esperienza da fare.

    Rispondi
  32. Pur avendo probabilmente una valutazione differente che diamo al film, concordo completamente con tutto il tuo commento.
    Un’esperienza da fare, un’esperienza necessaria, anticonvenzionale, nel cinema di oggi sempre più standardizzato. Grande von Trier comunque

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  33. anonimo

     /  9 giugno 2009

    io non ho mai creduto nell’obbiettività del giudizio estetico. Io personalmente, forse è il motivo per cui sarei un pessimo critico d’arte, ritengo che un film non possa essere bello o brutto ma molto piu’ semplicemente vicino o lontano da me: perchè a te Andrea, al di là delle accurate analisi sempre allettanti e interessanti in fondo piace un film? perchè parla alla tua persona, perchè tocca delle corde personali e culturali tue e magari di nessun altro.
    Ecco: è questo il punto. il film non è nè bello nè brutto per me…semplicemente non parla a me. In questo universo di immagini che mi hanno rapito e tenuto inchiodato alla poltrona come non succedeva da tempo, come nel prologo e la visione del bosco, all’inizio rimasi come incantato ma poi mi sono chiesto “e quindi?”. Mi sono perso in questo universo di simboli e parole, non sono riuscito a trovarne un senso. Non mi sono avvicinato ai personaggi e piu’ andava avanti la storia e piu’ non capivo arrivando quasi al disgusto su certe sequenze girate a mio avviso piu’ per colpirmi che per parlarmi.
    Un film importante in ogni caso che è giusto che faccia discutere ma in definitiva lontano dalla gente normale ed è per questo che molti lo hanno attaccato. Quando si da un pugno nello stomaco e nello stesso tempo si vuole giocare con quella che tu hai definito “la natura delle immagini” si deve nello stesso tempo accompagnare lo spettatore verso una significazione degli stessi. Del resto lo stesso regista danese ha detto “questo film l’ho fatto per me…non per voi”
    ma caro Lars…scusa la banalità…se cominciassimo a fare film solo per noi che senso avrebbe il cinema.
    MARCO CRUCCU

    Rispondi
  34. Ciao Marco,
    commento come sempre interessantissimo.

    Concordo con le tue parole su “Antichrist”, perché è un film un po’ “freddo” in alcuni punti.

    Ci sono altri spunti del tuo commento che però mi interessano ancora di più del film in sè…

    1-La frase finale di Lars è una sua classica provocazione. Io credo che tu abbia ragione a pensarla così, però penso anche (dalla parte opposta) che i registi non debbano fare film per farli piacere al pubblico… soprattutto al grande pubblico. Credo che il primo motivo per fare film sia far riflettere gli spettatori che vogliano farlo… che entrino in sala non (sempre o soltanto) per passare qualche ora o per divertirsi, ma anche per contemplare un’opera d’arte… come in un museo. E credo che von Trier questo, nel bene e nel male, l’abbia sempre fatto…

    2-L’altro punto che mi interessa molto è la tua frase iniziale… io credo invece che per giudicare bene un’opera bisogna cercare, almeno in parte, di staccarsi dalla stessa.
    Non farsi condizionare dal soggetto di base (che ci può magari interessare moltissimo), ma soltanto da come viene sviluppato. Valutare quindi il film soltanto quando (e mentre) lo si guarda… al di là che il tema ci tocchi o meno.
    Qui mi ricollego alla frase di Hitchcock, che è un po’ il mio motto cinematografico, che avevamo postato tempo fa: Il cinema è il come, non il cosa.

    Magari adesso mi sono anche un po’ staccato da quello che intendevi tu, ma il tema è così ampio e interessante che si potrebbe parlarne per settimane intere 🙂

    Un caro saluto Marco e grazie davvero del bel commento

    Chimy

    Rispondi
  35. anonimo

     /  9 giugno 2009

    in effetti è vero. e’ un tema troppo ampio e complesso per discuterne in questa sede. Comunque sul primo punto non posso altro che dirti che hai ragione. Ho un rapporto emotivo e personale nei confronti del cinema come del resto tutti gli appassionati non-del-mestiere che arrivano al COME dopo il COSA.

    tra l’altro approffitto per ricordarti di un film appena uscito di cui pochi hanno parlato :CADILLAC RECORDS con adrien brody e jeffrey wright.
    un film sulla vita musicale blues e del sua successiva crisi con l’avvento del rock nella chicago degli anni 50 dove troviamo personaggi come muddy waters ,etta james e quel matto di chuck berry. un film imperdibile con una colonna sonora imperdibile!

    sarà perchè amo quel genere musicale…? ecco..vedi che ci risiamo?!
    ahahahah
    ciao andrea!
    un abbraccio
    MARCO CRUCCU

    Rispondi
  36. Hahahaha! Grandissimo! ^^

    Riusciremo mai ad uscirne da questo circolo vizioso? ^^

    Ciao Marco, un abbraccio ricambiatissimo 🙂

    Andrea

    Rispondi
  37. Ciò che ho pubblicato l’ho scritto per me con penna e matita su un foglio di carta, per interpretare Antichrist.

    Ponte: attraverso il quale si accede a Eden.

    Eden: nome di una parte di bosco in cui si trova la casa. Occupa un posto molto alto della piramide delle paure della donna. Lì, lei ha sentito il pianto della natura. Che è il pianto di un bambino.

    Sulla casa e al suolo piovono ghiande che solo in numero molto basso contribuiranno alla nascita di alberi.

    La prima volta che nel film si sono sentite… mi sono sembrate qualcuno che volesse entrare in casa, durante la notte.* Ho capito di che si trattasse… quando lei dice a lui che erano quelle «stupide» ghiande.

    Forse la ghianda per la quale non ci sarà albero** rappresenta quel figlio morto bambino. Sia la ghianda che il bambino dall’alto finiscono al suolo.

    * Durante la notte si sogna anche. E un’altra immagine in movimento che ricordo, è onirica: lui sotto una pioggia di ghiande.

    ** La ghianda per la quale non ci sarà albero può rappresentare ciò che rappresenta, il sangue… eiaculato per la masturbazione.

    Rispondi
  38. Bel commento/sensazioni sul film.

    Grazie Sheng 🙂

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  39. Grazie. D’accordo sulle mie interpretazioni Chimi? Mi interesserebbe una risposta.
    Un saluto

    Rispondi
  40. Concordo assolutamente e le trovo molto stimolanti.

    In particolare concordo con la frase sul bosco Eden: il pianto della natura è il pianto del bambino.
    La natura ci riporta ad una fase archetipica dell’esistenza, una fase “infantile” per l’essere umano, che si va perfettamente a collegare con il neonato… l’infanzia di ogni uomo e l’infanzia dell’umanità.

    C’è però un altro punto che mi è piaciuto ancora di più, anche perché a questo non avevo pensato e lo trovo molto interessante e stimolante: la ghianda che rappresenta il figlio morto. Bellissima suggestione, sia per il discorso più complesso che descrivi nel secondo asterisco, sia per il parallelismo che entrambi cadendo dall’alto finiscono, e si schiantano, al suolo.

    Bello davvero.

    Sono contento che in questa lista di commenti siano uscite davvero molte suggestioni affascinanti, perché il film (sia che piaccia sia che non piaccia) le merita davvero.. e ne è pieno.

    Un saluto 🙂

    Chimy

    Rispondi
  41. Sì. Antichrist mi pare un incubo: e proprio perché forse le sue immagini sono dello stesso tipo di quelle dei sogni… sono molto significative, vanno oltre il significato che se stessi scrivendo di un romanzo, definirei letterale.
    Grazie per la risposta Chimi. A presto.

    Rispondi
  42. Ho sbagliato. Ho scritto Chimi invece di Chimy.

    Rispondi
  43. Grazie a te, davvero.

    Un saluto e a presto 🙂

    Chimy

    Rispondi

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