Il nastro bianco: il germe del nazismo nel trattato di Haneke


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Sergej Ejzenstejn, uno dei più grandi teorici (e non solo registi) della storia del cinema, ha sviluppato importanti riflessioni sull’uso del colore sul grande schermo in un senso prettamente “culturale”: queste sue riflessioni possono anche collegarsi direttamente al film protagonista di questa recensione.

I colori, per Ejzenstejn, hanno un significato sempre culturale e mai assoluto: esprimono qualcosa all’interno di una determinata tradizione.

Il bianco ha, sempre tradizionalmente parlando, nella nostra cultura (a differenza della tradizione orientale dove il bianco è il colore del lutto) una natura positiva. Ejzenstejn segue questa linea nel suo film Il vecchio e il nuovo; ma invece in Aleksandr Nevskij lo usa in termini antitetici.

Il bianco positivo viene usato in contrapposizione, nel film del 1938, per rappresentare invece la crudeltà dei cavalieri teutonici, simboleggiati proprio dai lunghi mantelli bianchi; un espediente simile usato per Moby Dick, la grande balena bianca, da Melville nel suo celebre romanzo.

Michael Haneke nel suo ultimo film Il nastro bianco sembra riprendere questa tradizione culturale. Il (nastro) bianco caratterizza i bambini del villaggio come esseri puri, immacolati, incapaci di qualsiasi forma di “sporcizia morale”.

In realtà proprio dentro di loro vi è la forma di sporcizia peggiore: il germe della violenza e del nazismo che verrà.

Il nastro bianco sembra quasi un trattato filosofico: Haneke (come sempre) mostra pochissimo e lascia intendere molto sulla società, in divenire, che vuole rappresentare.

La grande ambizione contenutistica del film viene accompagnata da una fotografia memorabile: raggelante, magniloquente, solenne.

Un bianco e nero splendido unito a una regia sempre precisa fin nei minimi movimenti rendono Il nastro bianco un film esteticamente perfetto. Probabilmente ad un livello mai raggiunto prima dal geniale regista nato a Monaco di Baviera.

La freddezza estrema della fotografia, e del film in generale, crea però anche una sorta di barriera nei confronti di uno spettatore che fatica ad entrare fino in fondo nella vicenda.

Un film esteticamente perfetto, ma molto distaccato a causa anche di un uso eccessivo della voce narrante e pieno di una freddezza che, seppur voluta, non permette agli spettatori di “partecipare al film” come avveniva invece in Funny Games o in Niente da nascondere. Qui non vi è spazio per “giochi divertenti” da fare con il pubblico in sala, l’opera rimane sempre ben distante da loro.

Anche l’inquietudine per quello che (non) stiamo vedendo raggiunge lo stomaco del pubblico soltanto raramente; rimaniamo a bocca aperta più per delle immagini magnifiche che per la scoperta che dietro i visi candidi di quei bambini si nascondano le prime perversioni che in futuro cambieranno in negativo la Storia.

Un’opera comunque necessaria. Formalmente perfetta e piena di quella purezza cinematografica che soltanto il bianco (e il nero?) può regalarci.

 

Chimy

Voto Chimy: 3/4

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19 commenti

  1. bella recensione. credo che quello della freddezza sia l’unico "limite" di un regista straordinario come haneke (di cui però non amai l’ultimo funny games, ce ho trovato una inutile replica del suo omonimo film precedente, fatta più per motivi commerciali che per altro); del resto anche niente da nascondere e il tempo dei lupi mi avevano dato questa impressione di freddezza, che però forse è inevitabile per un regista che, dal punto di vista estetico, raggiunge un rigore ed una perfezione assoluti.

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  2. Hai ragione, però in "Niente da nascondere" personalmente mi sentivo assolutamente "dentro" la storia a ragionare su quanto stavo vedendo, su chi era il "colpevole" del tutto etc etc… qui invece Haneke tiene "fuori" gli spettatori dalla vicenda a mio parere. Anche se formalmente è un film memorabile.

    Un saluto e grazie

    Chimy

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  3. "Il nastro bianco sembra quasi un trattato filosofico: Haneke (come sempre) mostra pochissimo e lascia intendere molto sulla società, in divenire, che vuole rappresentare."

    Non vedo l’ora, è quello che haneke sa fare meglio. E’ un chirurgo antropologico.

    "La grande ambizione contenutistica del film viene accompagnata da una fotografia memorabile: raggelante, magniloquente, solenne. Un bianco e nero splendido unito a una regia sempre precisa fin nei minimi movimenti rendono Il nastro bianco un film esteticamente perfetto. Probabilmente ad un livello mai raggiunto prima dal geniale regista nato a Monaco di Baviera""

    chi è il direttore della fotografia?

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  4. Ciao Wd, è sempre un piacere :).
    Il direttore della fotografia è il solito di Hanke, Christian Berger, bravissimo già in "Niente da nascondere" ma qui si supera…

    Facci poi sapere quando lo vedrai.

    Un saluto

    Chimy

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  5. Spero che arrivi da me, perchè questo mi attira veramente parecchio, soprattutto dopo questa recensione, che mi fa presagire perlomeno un coinvolgimento visivo, visto che quello emotivo ed intellettuale a quanto dici viene a mancare.

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  6. Sì, almeno a mio parere proprio quel motivo non si arriva al capolavoro visto che il livello visivo è assolutamente quello. Sta avendo meno distribuzione di quanto pensassi (e già io sono pessimista sull’argomento di solito…).

    Un saluto

    Chimy

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  7. qui da me è uscito… lo vado a vedere domani.

    Rispondi
  8. Andrè, insisti con Eisenstein e i colori! Se ti leggesse Cremonini!
    Mah, sta cosa della freddezza sta divenendo un etichetta. come epr Kubrick. Invece il nastro bianco è crudele e raggellante, perturbante come un film di Lynch. Io personalmente mi sono sentito molto coinvolto.
    In ogni caso rimando alla mia rece, che credo troverete interessante

    http://www.zabriskiepoint.net/node/9180

    lor

    Rispondi
  9. @wd: ottimo 🙂

    @lorenzo: hahaha, insisto eccome :).
    Ho letto la tua recensione che è molto bella e interessante. Io non ho mai trovato Haneke freddo, anzi il contrario. Da sempre lo considero uno dei registi che più fa partecipare lo spettatore al film, è ne "Il nastro bianco" (come dicevamo a voce) che, a mio parere, gli eventi sono presentati dietro un "velo di protezione" che li rende distaccati dal pubblico e per questo è difficile empatizzare fino in fondo.

    Saluti

    Chimy

    Rispondi
  10. anonimo

     /  1 novembre 2009

    Ancora non è arrivato qui il film ma Haneke vale sempre la pena hehehe

    bella recensione Chimy, anzi belle tutte, vi seguo sempre anche se non scrivo mai

    a proposito a quando la recensione di disctric 9 che mi pare sia di vostro giusto appannaggio?

    Jan

    Rispondi
  11. Ciao Jan, che grandissimo piacere sentirti 🙂

    Haneke vale sempre la pena assolutamente, spero che arrivi presto anche lì perché credo ti piacerebbe molto.

    Di "District 9" (l’hai visto? per noi un signor film) ne avevamo scritto qualche tempo fa:

    http://cineroom.splinder.com/tag/district_9

    Ciao, spero di risentirti prestissimo 🙂

    Chimy

    Rispondi
  12. anonimo

     /  1 novembre 2009

    ho macinato 200 km (anadata e ritorno) per vedere ieri sera il film. Bello e disturbante. Un ottimo film. Condivido molte cose della tua recensione. Saluto il riccio

    Rispondi
  13. Grazie, meno male che ti è piaciuto visti i 200 km fatti :). Disturbante è l’aggettivo più adatto sicuramente.

    Ciao

    Chimy

    Rispondi
  14. autopsia sapiente di chirurgia cinematografica su spazi morti

    Rispondi
  15. Frase meravigliosa, corro a leggere il tuo post…

    Chimy

    Rispondi
  16. Per me la maggior freddezza stavolta ha colpito bene. Funny Games nel suo voler troppo insistentemente spiazzare e coinvolgere lo spettatore nel "gioco" alla lunga  mi scocciava. Forse qualche commento della voce fuori campo è ridondante ed eccessivo, ma tutto sommato l’ho apprezzata. Ha un suo significato morale e storico che contribuisce al senso ultimo del film.

    Rispondi
  17. Capisco cosa intendi sulla voce over e sono, in parte, d’accordo. E’ vero che aggiunge un tono storico (forse letterario) ma alla lunga, come per te in "Funny Games" il gioco con gli spettatori, a me ha scocciato perché amplia quella distanza dagli spettatori che è già molto marcata.

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  18. Un film che attendo da molto e spero di riuscire a vedere dopo aver letto anche la tua recensione che trovo interessante e piena di spunti di riflessione. Un film che già mi sta entrando nel sangue. Mi è bastata una foto per invogliarmi a correre in sala (ma da me non c’è ancora).

    Rispondi
  19. Grazie Luciano :). Una pessima distribuzione (anche) per questo film, mi auguro che riuscirai a recuperarlo presto….

    Chimy

    Rispondi

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