Avatar: penetrare Pandora

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Respiro

 

Sono ormai diversi anni che su libri, siti internet e nell’opinione comune si parla spesso di una morte del cinema. Con questo non s’intende malaugurare, soltanto o soprattutto, l’arrivo prossimo e ineluttabile del decesso della settima arte tutta; ma la fine di quella visione collettiva, in una sala buia illuminata alle spalle degli spettatori dal raggio del proiettore, che ha contraddistinto l’invenzione del cinematografo da qualsiasi precedente prototipo artistico basato su immagini in movimento.

I film si guardano da un tempo che ormai è già considerabile passato in televisione, dal presente dei monitor dei computer, al futuro sempre più prossimo delle visioni sugli schermi dei cellulari.

Nonostante i dati sugli incassi delle sale non siano così preoccupanti, abbiamo paura. La visione collettiva, in quello spazio che negli anni ’10 Vachel Lindsay definiva il tempio della nuova arte, sembra crollare costantemente sotto i colpi letali inferti dalla comodità della visione domestica. Intima e gratuita.

Il cinema non è affatto morto, non sta morendo e non morirà. Ma arranca. Con la preoccupazione che negli anni a venire sempre meno persone decideranno di uscire di casa per entrare nel tempio deputato alla visione pagando un sempre più costoso biglietto.

Il cinema come si adegua a tutto questo? Da decenni cerca strade per far sì che la visione in sala rimanga un’esperienza unica e irripetibile.

Il sonoro, il dolby surround, è stata un’innovazione fondamentale, ma non bastava. Bisognava toccare l’atto stesso del vedere, cercando di sfondare quella quarta parete che tanto ha ossessionato teorici e pensatori del secolo scorso.

Come storicamente spesso accade, per approdare al futuro si ritorna al passato. Migliorandolo.

La visione stereoscopica, dell’ex-tentativo fallito del 3d, è stata ripresa nel 2009 per contribuire a “salvare” il cinema. Idea interessante, certo, ma altrettanto rischiosa.

I primi film visti con questa “nuova” tecnica hanno subito avuto un ottimo successo, ma quanti dubbi ci hanno lasciato. Davvero era qualcosa di artisticamente importante? Un passo avanti per lo spettatore o una trovata unicamente commerciale?

Le tante preoccupazioni si univano a domande e questioni: se e quando faremo quel passo che rinnoverà davvero il cinema, quel momento in cui la sala sarebbe tornata davvero l’unica assoluta protagonista. Eravamo in attesa di una risposta, che finalmente è arrivata.

Un solo film può fare tornare questo ottimismo? Sì, perché è arrivata la dimostrazione che il cinema è ancora l’arte più “importante” del nostro tempo (e nella settimana in cui ci ha lasciato Eric Rohmer che ha scritto saggi su questi concetti, sembra ancor più significativo sottolinearlo). Non soltanto non è arte morta, ma continua ad evolversi facendo passi da gigante; non si ferma e (adesso possiamo dirlo con più convinzione) non si fermerà neanche in futuro. Perché il futuro è ancora suo.

Ottimisticamente non ne parlavamo, negavamo ogni possibile problema, per noi il cinema era sempre lo stesso anche se lo era sempre per meno persone.

In realtà stavamo annaspando, ma ora siamo tornati a respirare. Su Pandora. 

 

 

Sono

 

Il tema dell’identità è uno degli elementi più importanti presenti in Avatar. Noi abbiamo ripreso la nostra condizione di spettatori cinematografici, nel senso più corretto del termine. Ma non è tutto.

Il contenuto del film gioca esplicitamente su basi facilmente riconoscibili e decisamente note.

Il tema ecologico, l’aggressione di chi viene da fuori nei confronti dei nativi del luogo, la necessità di riprendere un rapporto spirituale col mondo che ci circonda, che ci appartiene e al quale noi apparteniamo. Tutto vero e, seppur siano elementi diretti e abbastanza “semplici”, è giusto parlarne.

Ma largomento forse più interessante, oltre la forma, di Avatar è legato al significato del titolo stesso e di come viene trattato all’interno del film.

James Cameron ha messo in scena (con una stratificazione semantica che meriterebbe davvero uno scritto a parte) una delle ossessioni e una delle caratteristiche che più contraddistinguono l’umanità dei giorni nostri: la necessità di avere un alter ego virtuale, un avatar appunto, che sopperisca ai desideri che non possiamo raggiungere.

Se come hanno fatto diversi studi americani recenti, nei social network già si creano costantemente falsi profili di sé stessi in cui ci dipingiamo più belli, più bravi o più abili a fare qualcosa; questo è visibile ancor meglio nell’universo videoludico.

Creiamo qui un nostro personaggio in grado di compiere azioni per noi impossibili: saltare da un dirupo ad un altro in un videogioco d’avventura, sparare con estrema precisione in uno di guerra, schiacciare in un canestro in uno di sport ecc ecc. Ancor più significativi sono però quei mondi virtuali che ricreano direttamente la “socialità”.

Un esempio è “Second Life”, dove semplicemente si “vive” in un mondo virtuale fatto a immagine e somiglianza del nostro: però, anche e soprattutto, in quel mondo gli utenti sono portati a crearsi come vorrebbero essere in realtà; non più timidi o deboli ma forti e coraggiosi, non più costretti dalle convenzioni che tanto li fanno penare nella vita reale ma liberi di scegliere compagnie o attività che più li soddisferebbero (per ogni altro riferimento all’argomento rinvio a Adriano D’Aloia, Eteropologia dell’esperienza filmica “virtuale” in Fata Morgana-Esperienza 4; dove partendo dal pensiero di Foucault si va bene ad analizzare il tema mondo reale-mondo virtuale).

James Cameron mette in scena quest’ossessione esplicitamente con un’importanza e una carica di significazione davvero rara. E forse mai vista prima.

Il protagonista non ha più l’uso delle gambe, il suo alter ego è invece in grado di correre e saltare, è possente e possiede una forza fisica sovrumana.

Come nell’universo videoludico, l’uomo crea una figura a sua immagine e somiglianza ma che riesce a superare i limiti dell’utente stesso. E proprio come in un videogioco di genere, c’è l’addestramento, le prove fino alla scontro col cattivo. E, allo stesso modo, proprio come in un mondo virtuale (o anche onirico in questo caso) il protagonista realizza i sogni più ancestrali dell’uomo: s’innamora, ricambiato, della bella del gruppo, diventa il capo della sua gente, salva la loro (e la sua) casa sconfiggendo i nemici.

Jake Sully, il personaggio di Sam Worthington, è un novello L.B.Jefferies-James Stewart ne La finestra sul cortile, costretto in sedia a rotelle ma voglioso (anche per noia) di essere protagonista di un’avventura.

Ma rispetto al personaggio hitchcockiano non si limita a guardare (con tutti i parallelismi con la visione cinematografica possibili) l’azione e “viverla” tramite altre persone; questa volta lui stesso arriva a penetrare lo schermo, per “viverla”, sì attraverso un corpo altro ma che in realtà è sé stesso.

O meglio, il suo Avatar.

 


Vedo

 

 

Giona A.Nazzaro ha detto che: «James Cameron è il D.W.Griffith del nuovo cinesecolo. E Avatar è il suo (ri)nascita di una nazione».

Certo che forse Nazzaro potrebbe avere un po’ esagerato, ma la sua affermazione oltre a dimostrare il coraggio di un ottimo critico, in grado di prendersi ampie responsabilità e che giustamente viene considerato, soprattutto dai cinefili più giovani, uno dei più bravi nel suo mestiere, è anche particolarmente significativa per il paragone che mette in gioco.

Griffith, prendendo spunto da tecniche messe in atto dal cinema italiano, aveva “istituzionalizzato” il linguaggio cinematografico nel 1915 con Nascita di una nazione; James Cameron con “Avatar” istituzionalizza il 3d e, con esso, un nuovo tipo di visione che prima non avevamo mai potuto ammirare.

Oltre a questo, gli effetti speciali della Weta (che hanno cercato, vanamente, di salvare il brutto ultimo film di Peter Jackson Amabili resti) creano attraverso Pandora una meraviglia visiva e un’esperienza spettatoriale davvero unica nella storia del cinema.

Necessario citare anche le parole di enrico ghezzi in questo senso: «La terza dimensione del film siamo noi spettatori, sollecitati a correre oltre la velocità della luce sulle nostre gambe-occhio intorpidite. Non si finisce mai di cadere, e poi ci si accorge che non è un cadere ma un volare».

L’ossessione del vedere è anche presente all’interno della narrazione stessa: «Io ti vedo» dicono i Na’vi quando incontrano un altro essere vivente. Quel vedere sta per sentire l’altro con tutti i sensi, come parte del proprio essere e del proprio mondo.

Una metafora diretta dell’esperienza di visione per gli spettatori che vedendo questo film, in realtà lo vivono completamente, come fossero anch’essi su Pandora. Il pianeta-vaso che contiene tutte le meraviglie del creato, dove gli uomini (come vuole la mitologia) non possono mettere il naso. E gli occhi.

James Cameron, non più solo re del mondo ma dio dell’universo cinematografico, e i suoi collaboratori hanno creato con Pandora un pianeta virtuale dove non si può che rimanere abbagliati di fronte alle straordinarie montagne sospese o all’albero delle anime.

Non si può storcere il naso di fronte ad un tale senso dello spettacolo, se la storia può essere considerata troppo classica o prevedibile. Avatar è il Guerre stellari del nuovo millennio.

Anche in quel caso la vicenda narrata era tradizionale, ma forse proprio questo può essere un pregio perché con tutte le innovazioni tecnologiche possibili ci si appoggia a basi solide che non precludono affatto il coinvolgimento emotivo (come dimostra la toccante e poetica sequenza dell’abbraccio fra Neytiri e il reale (?) corpo di Jake, del quale prima aveva conosciuto soltanto l’anima racchiusa nel suo avatar).

Laurent Jullier (uno dei più grandi studiosi di postmodernismo cinematografico) faceva coincidere l’avvento di Guerre stellari con la nascita del cinema postmoderno; Avatar vedremo se sarà l’inizio di una nuova possibile evoluzione.

Ma forse la vera natura di Avatar sta semplicemente in quel desiderio, già accennato, che da sempre ha ossessionato la settima arte e che ora possiamo finalmente realizzare: lo sfondamento della quarta parete, l’incursione dello spettatore nello schermo, nell’oggetto del suo stesso sguardo.

Reale nuova (ri)nascita virtuale del cinema che è già Storia.

 

Chimy

Voto Chimy: 4/4

 

 

RECENSIONE DEL PARA:

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Per restare in ambito tecnologico, è bene definire Avatar come un aggiornamento. Un aggiornamento di un programma, non una nuova versione.

Avatar si inserisce perfettamente in quella lista di film che hanno contribuito a modificare l’esigenza spettatoriale, ma non a modificarne definitivamente l’esperienza, o a modificare il mezzo (al massimo una parte della tecnica).

Avatar, con un 3d di qualità ed efficacia altissima, sta facendo (o visti i tempi, ha già fatto) un po’ quello che fece Guerre Stellati con il Dolby Stereo, o Jurassic Park con il DTS, ad esempio.

Questo perché il film, seppur obiettivamente coinvolgente ed avvolgente, non ha nessun tipo di riorganizzazione rivoluzionaria del materiale filmico, se non l’aggiunta, certamente indispensabile per l’arricchimento della visione, della profondità di campo tridimensionale.

Avatar, inoltre, è un altro ottimo (dopo Il signore degli anelli) film d’animazione WETA. Cameron ci avrà messo la regia, ma se le meraviglie di flora e fauna di Pandora ci hanno affascinato e stupito, il merito è loro. Teniamolo tutti bene a mente, vista la forza con cui questo aspetto contribuisce al giudizio sul film.

Ma Avatar, al di là dell’effettivo o meno carattere rivoluzionario, sfrutta il 3d non solo esperienzialmente, ma anche concettualmente. Il 3d, infatti, rappresenta ad oggi l’ultimo approdo tecnologico della produzione e della fruizione cinematografica (anche se è un concept vecchio 50 anni, solo oggi funziona davvero), e serve a completare il quadro di riflessione tematica intrapreso da Cameron.

L’avatar di Jake Sully, un portatore di handicap, è una riproposizione virtuale (nella diegesi reale) di sé, e che oggi contraddistingue alter ego virtuali in ogni esperienza videoludica. Per Jake Sully, essere un Na’vi (per diventarlo si fa un link, e Link e Navi sono due personaggi della saga videoludica Zelda, e i Na’vi sembrano degli zora di terra) è la sua esperienza virtuale/reale, che permette lui di fare cose inimmaginabili, e di avere una vita sociale. In questo caso, il fatto che il protagonista sia un diversamente abile, non è soltanto un parallelo meta cinematografico (è bloccato come uno spettatore), ma anche una sorta di simbolo di deficienza sociale che spinge molte persone a rifugiarsi nel virtuale sotto le spoglie di un avatar. Jake, infatti, attraverso il suo avatar e la sua sempre più duratura presenza tra i Na’vi, comincia a perdere il senso di realtà, considerando reale la vita virtuale, e virtuale quella reale, scandita dai videolog, altra forma di comunicazione virtuale. Pandora, inoltre, è un pianeta di link, in cui tutto e tutti sono collegati, che permette la totale integrazione con gli esseri che lo popolano. Pandora, in pratica, è un mondo che Jake Sully, attraverso il proprio avatar, affronta come se fosse un MMORPG (Massive Multiplayer Online Role Playing Game).

Giustamente, per inscenare un discorso di riflessione meta mediatica di questo tipo, incentrato sul progressivo aumento delle tecnologie all’interno della realtà (e in Avatar pullula la realtà aumentata), la scelta del 3d è significativa perché è da considerarsi la forma di manifestazione tecnologica al cinema più avanzata, e quella più efficace per garantire una certa esperienza, simile (ma comunque lontana) all’esperienza d’interazione videoludica. Non si arriva a interagire, ma ci si avvicina, in alcune sequenze, all’immersione.

Ma, nonostante questo, se il 3d appare utile ad arricchire la visione del film, non resta che una semplice (seppur avanzatissima) aggiunta di profondità di campo aumentata (il 3d aumenta la realtà del cinema, e si ritorna, quindi, ad un utilizzo concettuale del mezzo, usato sopra ad un mondo pieno di realtà aumentata), in quanto, per il resto, il film è girato nella maniera più canonica possibile, senza nessuna vera sperimentazione linguistica applicata al nuovo mezzo. È più ambizioso ed istituzionalizzante, per il 3d, il piano sequenza del fantasma del Natale passato di A Christmas Carol, che tutto Avatar. Con questo, è bene specificare, non si vuole attaccare Avatar, perché anche qui, come per Coraline e la porta magica o Up, il 3d arricchisce la visione, mettendosi al servizio del Cinema. Ma l’aveva già fatto un anno fa Coraline nella stessa maniera, forse senza suscitare l’empatia (e il delirio di massa) tipica del fotorealismo, della narrazione classica e della pubblicità a tappeto.

E Avatar, inoltre, si affida ad una narrazione classica e stereotipata, con un plot banale ma di sicuro successo, costruendoci però una sceneggiatura solida, che fa chiudere un occhio alle scritture approssimative dei personaggi. Ma, teniamolo presente, non sempre in un’esperienza che ambisce al videogioco e all’immersione ottica è utile una narrazione ambiziosa, se l’obiettivo è l’esperienza, può bastare il minimo sindacale.

Perché, in fondo, Avatar non è un film da guardare in un’ottica di analisi del testo filmico (in questo caso è facile la stroncatura, soprattutto dal punto di vista narrativo), ma in un’ottica, più ampia, di spettatorialità e contesto. Avatar, con il suo richiamare alla sala milioni di spettatori di ogni ceto ed età, detta, per forza di cose, quello che il pubblico, da qui in avanti, esigerà vedere se si recherà in una sala 3d. E Avatar, oltretutto, diventerà, o è già diventato, l’emblema di una sorta di ripetizione storica: come il cinema delle origini faceva parte di una serie culturale, a diretta concorrenza con altre offerte d’intrattenimento, e senza un luogo privilegiato di visione, così oggi il cinema sembra aver perso la sua identità di prodotto artistico da fruire in un luogo specifico, entrando a far parte di una serie culturale, “audiovisione”, di cui fa parte televisione, videogioco, film in dvd, film su pc, ecc. Avatar dimostra che il 3d è una spinta per (ri)decretare la sala cinematografica (senza quindi influire sul mezzo cinema) come l’unico luogo deputato ad una certa visione.

Per tutto questo, e per il fatto che il film affascina, coinvolge e si sviluppa con i giusti tempi di azione e stasi, possiamo affermare che Avatar è sì un grande ed importante film, ma non un capolavoro e nemmeno una rivoluzione. Un aggiornamento, appunto, ma il programma è sempre quello, è sempre il solito Cinema.

 

Para

Voto Para: 3,5/4

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45 commenti

  1. mah, a me il film ha entusiasmato a metà: splendido dal punto di vista grafico (un vero e proprio "piacere degli occhi", se mi permetti l’autocitazione) ma da quello conetunitistico zoppica un pò: in fondo la storia l’abbiamo già vista, e i personaggi sono parecchio stereotipati.
    Sulla questione del 3d: nulla da ridire se un film ha la possibilità di essere proiettato in 3d, ma se poi il fatto di doverlo fare in 3d implica una modifica nel modo di lavorare del regista (come secondo me accaduto per avatar, o per chirstmas carol, in cui vi sono alcuni inseguimenti realizzati solo per enfatizzare il 3d) allora la cosa non va più bene, percchè diventa vincolante e limitante per il regista.

    Rispondi
  2. Grande grandissimo Andrea e straordinario post! Sono d’accordo su tutto, bellissime anche le citazioni di Nazzaro e di Ghezzi. Mi hanno colpito moltissimo soprattutto i riferimenti allo "sguardo" e al significato vero e proprio dell’avatar, del resto sono le due più grandi riflessioni che scaturiscono dalla visione del film, ma non sono le uniche ovviamente. E poi in realtà quello che più conta secondo me in "Avatar" non sono tanto le seppur interessantissime riflessioni, ma lo scaturire proprio dell’emozione visiva e "spirituale", oserei dire, che la pellicola suscita nello spettatore, o perlomeno così è successo a me.

    Ah, giusto così per un gusto polemico che da tempo non esprimo. Ieri sera malauguratamente ho rivisto Cinematografo dopo tantissimo tempo che l’avevo "abbandonato". Quasi tutta la trasmissione è stata dedicata a "La prima cosa bella" di Virzì che non ho visto quindi per carità non discuto. Poi dieci secondi en passant li hanno dedicati ad Avatar. Ecco i vari commenti, quelli che ricordo e che non ho rimosso, dei vari critici lì presenti:

    Rondi: un baraccone.
    Dell’Oglio: ricordo solo una smorfia schifatissima, nient’altro.
    Caprara: mi pare che abbia detto che aveva apprezzato il baraccone, ma non i contenuti del baraccone…

    Poi c’erano dei registi, di cui mi ricordo solo di Manfredonia, che hanno tutti detto che a questo punto è meglio "La prima cosa bella", pur non avendo comunque visto "Avatar".

    Il mio commento a tutto questo è un grosso MAH.

    Rispondi
  3. anonimo

     /  17 gennaio 2010

    Standing ovation: miglior recensione possibile sul film. La frase finale è da incorniciare…

    Rispondi
  4. @monsieurVerdoux: sulla storia, come scrivevo, io la vedo soprattutto classica. Una base certa-solida-forse stereotipata dove costruire una nuova tecnologia.
    Sul 3d non sono d’accordo, io credo che i registi che vogliano fare un film in 3d (tipo Cameron in questo caso) lo facciano per delle ragioni concrete di "estendere" la visione, con fini soprattutto commerciali ma non solo… non lo vedo limitante se lo vogliono loro. Se sono obbligati dalle produzioni è un altro discorso…

    @ale: grazie Ale! 🙂 Molto gentile. Hai fatto benissimo a segnalarmi le opinioni del circo di cinematografo (dove non ci sono critici, ma clown) perché mi fanno sempre molto ridere ^^. Anche in questo caso ci hanno dato dentro alla grande….hahaha

    @utenteanonimo: grazie, ma non esageriamo :). Gentilissimo davvero…

    Saluti a tutti

    Chimy

    Rispondi
  5. anonimo

     /  17 gennaio 2010

    il film è la dichiarazione d’amore del melomane holliwoodiano, con in mano in tutta sincerità il suo cuore tecnologico

    Rispondi
  6. Frase bellissima :).

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  7. Il primo utente anonimo e forse anche il secondo non sarà per caso WilliamDollace che si è dimenticato di firmarsi?

    Rispondi
  8. Boh… vediamo se si palesa/no 🙂

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  9. Se vogliamo trovare un momento di inquietudine, (SPOILER) la troviamo nel finale, con la resa totale all’Avatar da parte dell’uomo. Cosa che apre scenari inquietanti per quello che riguarda il futuro degli attori.
    Se empatizziamo coi personaggi digitalim, perchè non dovremmo considerare assolutamente vere le amicizie e financo gli amori virtuali?
    Non è forse vissuto in modo pieno e autentico dal nostro protagonista paralizzato l’amplesso nella foresta tra il suo avatar e la ragazza?
    Abbiamo ancora bisogno di vivere "realmente" le emozioni (negative o positive che siano) quando possono viverle al nostro posto i nostri avatar?
    E, sopratutto, i nostri avatar hanno davvero bisogno di noi?
    Ho i miei dubbi sul fatto che questa nuova, costosissima, visione sarà quella del cinema del futuro o sarà invece destinata a pochi, spettacolari film di genere.
    Alla fine non è solo una questione "artistica" è sopratutto una questione economica.
    (Tanto che Cameron, alla faccia della "nuova visione" ha stampato il film anche in 2D per massimizzare gli incassi…).

    Rispondi
  10. Tutte molto interessanti e appropriate le tue domande che, per come la vedo io, arrichiscono e molto la stratificazione semantica del film.

    Sulla parte finale, è certamente più una questione economica, ma a questo associo un elemento positivo: riportare a tutti i costi gli spettatori nella sala, il luogo deputato alla visione, unico spazio possibile per vedere questo film.
    Oltre a questo, l’ingresso in Pandora (grazie al 3d, ma non solo) è un’esperienza straordinaria che ci fa penetrare davvero lo schermo come forse mai è avvenuto prima. Le parole di ghezzi sono in questo senso estremamente efficaci e affascinanti.

    Un saluto 🙂

    Chimy

    Rispondi
  11. Il tuo scritto è meraviglioso, sappi che l’ho stampato e riletto più volte. 🙂

    Nella sostanza invece della mia personale esperienza soggettiva, questa volta sono io quello meno entusiasta. 🙂
    La grande esplosione della nuova "visione" e quella vertigine che il film mirabilmente riesce ad ottenere grazie al dispiego di tecnologie incredibili non sono riuscite, almeno nel mio caso, a colmare un certo gap di empatizzazione che ho avvertito con la storia e i personaggi del film. Riconosco anche che il film apra le strade a molte (interessantissime) riflessioni teoriche, e si ponga come una pietra miliare nel percorso di evoluzione tecnico della settima arte. Ma non lo considero un capolavoro. Penso (forse inconsciamente spero) che il definitivo momento di scarto "tra vecchio e nuovo" si segnerà quando l’uso delle nuove tecnologie (pensiamo al 3D, o agli effetti digitali) si sposerà ad una più radicale ricerca di nuove scritture, nuovi testi e nuovi linguaggi. Ben più radicale di quanto Cameron ha prodotto in "Avatar", che mi è sembrato un altro (per carità, impeccabile) colossal hollywoodiano. Comunque il colossal storicamente perfetto per il nostro tempo, questo è fuori discussione.
    Personalmente, per una serie di motivi, alle migliaia di effetti di "Avatar" ho preferito le rose rosse digitali di "Youth without youth". 🙂

    Un abbraccio (e ancora complimenti per l’analisi davvero sontuosa)

    Rispondi
  12. Stefano grazie di cuore. Addirittura stampato e riletto più volte? Mi sento davvero onorato :).

    Sulle questioni che porti giustamente alla luce, io personalmente ho trovato nella narrazione una matrice classica che trovo appropriata per quello che "gli viene gettato addosso/sopra". Sempre personalmente mi sono anche trovato a empatizzare coi personaggi, soprattutto in determinati momenti e in determinate sequenze. Quello che me lo farà ritenere un capolavoro (fra le tante cose) è soprattutto il fatto che lo vedo come un passo avanti nell’evoluzione cinematografica, necessario e da anni molto atteso; che mi restituisce un ottimismo per il futuro (della nostra amata arte) che non avevo da molto tempo.
    Detto questo vedere citato Coppola e quelle rose rosse per me, come sai, è sempre un piacere 🙂

    Un abbraccio e grazie ancora davvero…

    Chimy

    Rispondi
  13. si forse mi sono espresso male affermando che il 3d è limitante per il regista, quasi volessi dare la colpa ai produttori; volevo in effetti far notare che alcune sequenze (nel caso di avatar ad esempio i tanti inseguimenti) finiscono, con l’utilizzo della tecncica 3d, col diventare il "fine" del film, e non il "mezzo": al di là delle considerazioni che possiamo fare sul 3d (ad esempio affermando che con l’uso di questa tecnica cameron abbia voluto affrontare metaforicamente un discorso più vasto sul cinema, come dimostrano anche le immagin i inziali e finali del film, o la frase tipica dei Na’Vi "io ti vedo") esso resta sostanzialmente un "mezzo" cinematografico, e vincolando la lavorazione di un film ad esso ("limitante" quindi inteso in questo senso) si rischia di perdere di vista quello che deve essere il "fine" del film stesso, come secondo me è accaduto con avatar.

    Rispondi
  14. Ah ok, avevo inteso male io nel commento precedente.
    Sono d’accordissimo con te che il 3d non debba essere il fine ma un mezzo per "ampliare" la visione cinematografica. Però io credo che "Avatar" non faccia questo, anzi. Sfrutti il 3d ma per aggiungere tanti elementi che ad esso si vanno a sommare per fare un grande spettacolo cinematografico.
    Fin’ora (a parte Coraline e Up) avevo visto soltanto un 3d "sbagliato", fatto per colpire semplicemente il pubblico in un senso da Luna Park: cosa che secondo me non fa "Avatar".
    Al di là del film però concordo in pieno col tuo pensiero generale….

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  15.  sponsorizzando il mio secondo blog…
    …voglio semplicemente dirvi di diffondere la notizia, poiché è nato sulla rete un nuovo spazio indipendente che cercherò di rendere interessante il più possibile…
     
    questa la presentazione:
     
    "Turn Out The Lights" è un verso di "When The Music’s Over" (1967), scritta da Jim Morrison, voce e anima dei Doors [in una live performance nell’immagine di sopra], a cui è appunto tributato questo modesto spazio sul web.


    Nel seguente blog, io, Vision, posterò solo videoclips musicali, a casaccio, senza un ordine ben preciso, intenzioni filosofico-esponenziali o capacità di revisioni misteriose…
    …quindi, in sostanza, quando non avrò un cazzo da fare, dipingerò i pezzi migliori del mosaico multiforme in cui si impregna uno dei connubi più affascinanti dell’arte moderna: quello tra musica e fotografia.


    …naturalmente invito tutti i lettori/spettatori a seguire il blog, con commenti sensazionali ed emozionali…

    Rispondi
  16. Bello visivamente ma forse non solo. Dopo averlo visto in 3d e 2d ho tratto una personale interpretazione su Neytiri simbolo del cinema 3d e Jake simbolo del 2d obsoleto.

    Rispondi
  17. @vision: grazie 🙂 verremo a visitarti…

    @recensioniaGoGo: molto interessante, passo a leggerti…

    Saluti

    Chimy

    Rispondi
  18. Innanzitutto… che recensione! Complimenti!!!
    A me è piaciuto, come ho detto da me, molto più di quanto mi aspettassi. Non credevo che potessero enfatizzare così il 3D, soprattutto considerando il fatto che ero tutta a sinistra rispetto allo schermo!!! Però la storia è trita e ritrita!

    Rispondi
  19. Hehe, io la trama preferisco definirla classica :). Il 3d è inimagginabile e anche a me ha colpito più di quanto pensassi.
    Grazie per i complimenti e per il commento 🙂

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  20. Sono d’accordo con Chimy quando definisce la storia di Avatar "classica" e d’accordo con Para sul fatto che il film di Cameron non sia un capolavoro. Insomma, mi trovo in equilibrio fra i vostri due giudizi e mi sembra che dalle rece di entrambi emerga l’importanza di un film come Avatar. Senza parlare poi di tutte le riflessioni sugli avatar e sulla loro funzione "sociale" (sia all’interno del film che nella realtà di tutti i giorni) che trovo veramente stimolanti e che, per quel che mi riguarda almeno, allontanano quelle critiche che vogliono il film di Cameron banale o troppo semplicistico.
    Un saluto ad entrambi ^__^
     

    Rispondi
  21. Grazie weltall, passo subito a leggerti 🙂

    Un saluto

    Chimy

    Rispondi
  22. Ho molto ma davvero molto apprezzato la portata e la profondità della riflessione di Chimi.

    Ma per una volta non mi trovo d’accordo cn l’apprezzamento verso questo film.

    Trovo, come ho scritto nella mia nalisi al film, che la dimensione visiva dell’opera, sicuramente potente e di effetto, non sia però adeguatamente supportata da altrettanto eccellente impianto narrativo.

    Trovo che Cameron tenda, per gli obiettivi commerciali che si propone di raggiungere, ad affrontare temi seri, banalizzandoli, svuotandoli, cioè, dei significati e dei significanti più pregnanti che racchiudono.

    Li affronta, cioè, a mio giudizio, in una maniera faciloneristica, che tende ad ibridarli con mise-en-scène, invero, assai banali e semplicistiche.

    Con stima.

    Rob.

    Rispondi
  23. Ti ringrazio molto dei complimenti Rob, mi spiace però che in questo caso non la pensiamo allo stesso modo sul film.
    L’impianto narrativo io l’ho trovato classico, non banale, base "certa" per supportare l’ "incerto" della visione stereoscopica e degli effetti digitali.

    Un saluto e grazie ancora

    Chimy

    Rispondi
  24. anonimo

     /  30 gennaio 2010

    Se dovessi dire tutto quello che ho in mente, non saprei bene da dove cominciare e, cosa ancor più grave, probabilmente non finirei da nessuna parte. Quindi tenterò di snocciolare una questione e una sola ma di farlo seguendo un filo di senso logico. E quella questione è l’utilizzo del 3D.
    Devo ammettere che questo è il primo film film che vedo con il "nuovo" 3D, ed è oltretutto il primo film che è stato pensato e progettato, o avrebbe almeno dovuto esserlo, ecco qui il cruccio, espressamente per il 3D. Non mi dilungo qui in spiegazioni tecniche sulle tecnologie pensate ed utilizzate da Cameron per la realizzazione delle pellicola, per questo rimando all’immenso internet che sapà spiegare molto meglio di me. Quel che mi preme esprimere è però una perplessità, riconducibile ad una semplice domanda: perchè il 3D?
    E’ esattamente da questo semplice interrogativo che è iniziata una mia personale riflessione sulla necessità (o volontà, forse così è meglio) del 3D.
    Innanzitutto devo ammettere che le prime scene del film m hanno lasciato a bocca aperta: quando Jake esce dalla capsula in una delle prime sequenza la tre dimensioni erompono in tutta l loro potenza. La profondità di campo assume una dimensione mai realizzata fino ad oggi, riscrivendo le logiche dell’immagine cinematografica. E lì stava la mia risposta: ecco perchè il 3D.
    Ma poi?
    Del Cameron sceneggiatore si è già detto fin troppo, ed è tutto più o meno condivisibile. Gusti. Gli errori concettuali che ho notato appartengono invece al Cameron regista.
    Dopo quella spettacolare inquadratura che per qualche istante mi ha riconciliato con il prezzo del biglietto, ho assistito ad una serie interminabile di sequenze dal sapore già visto, in cui la tridimensionalità era lasciata a qualche sporadico e posticcio elemento.
    E mi è venuto da pensare alla recensione di Chimy (che avevo letto prima della visione del film). Chimy ha accostato, seppur per mezzo citazionale, Cameron a Griffith, avvicinando i processi che i due registi hanno utilizzato per rinnovare il testo visuale. Cosa che, a mio avviso, Griffith ha fatto, Cameron assolutamente no.
    Cameron, infatti, non ha pensato il suo film sulla base della forma che esso avrebbe assunto, ma ha bensì messo le tecnologie al servizio di una spettacolarizzazione di una forma linguistica ereditata dal cinema classico. Tutte le varie scene d’azione, i movimenti di macchina concitati, i campi ravvicinati… Tutte queste tecniche di grammatica registica appartengono al cinema bidimensionale, e mal si adattano ad essere utilizzate per il 3D. Nelle scene d’azione il 3D dà quell’effetto fantasma proprio dei ralenti fatti male, finendo per creare sullo schermo delle inintelligibili macchie che si muovono su uno sfondo opaco e sfocato. I campi ravvicinati appiattiscono troppo l’immagine, e finiscono per sembrare, quando non lo sono, inquadrature girate semplicemente nelle vecchie, care due dimensioni. Non basta l’inserimento di qualche quinta qua e là (pace all’anima di Bergman) per denotare i nuovi orizzonti della profondità di campo, come non basta la creazione di un ambiente ex-novo a farci sentire parte dell’ambiente. Anzi. Dovendo ricostruire un ambiente da zero, Cameron avrebbe avuto la possibilità di studiare al meglio le inquadrature, facendo leva su campi che potevano dare grande risalto e grande spicco al 3D. Non che questi manchino del tutto, ma vengono presentati talmente en-passant che lo spettatore finisce per confonderli nel grande calderone della spettacolarità gratuita. Nella costruzione dei campi larghi, troppo spesso il regista si è affidato all’ormai codificata immagine con un elemento al centro dell’immagine ed una cornice semisferica che doni importanza alla posizione di quest’elemento. Spingendo gli elementi di cornice sullo sfondo dell’immagine, le potenzialità del 3D avrebbero messo in risalto il nuovo limite prospettico, donando all’immagine una forma nuova e, a quel punto sì, veramente rivoluzionaria.
    Durante la visione in sala mi è capitato più volte di voler fare un esperimento: ho tolto gli occhialini (la cui bruttezza meriterebbe un post a parte)per vedere quali fossero le differenze tra un immagine tridimensionale e una bidimensionale. A parte l’inevitabile sfocatura, troppo spesso gli elementi sullo schermo non hanno perso di spessore o profodnità nell’atto inconsulto. Questo per dire che molte scene viste in 2D al posto ce in 3D non avrebbero destato impressioni differenti, perlomeno a mio giudizio.
    Inoltre Cameron si è macchiato di qualche, a mio avviso, errore grossolano: in più di un’occasione ho notato elementi in primo piano assumere una profondità degna di nota, salvo essere tagliati a metà dall’inquadratura e perdere ogni tipo di attrattiva per l’occhio, quando non generare fastidio per la palese interruzione del campo tridimensionale.
    Se dovessi riassumere il concetto (cosa che chi legge ha sperato facessi dall’inizio), direi che Cameron ha sbagliato nell’approccio alla grammatica registica: al posto di osare e tentare nuove soluzioni, come già avvenuto in passato (campo-controcampo col sonoro, quinte in ambienti stretti e angusti,…) per cercare di mettersi al servizio del 3D, egli ha messo il 3D al servizio di uno spettacolo costruito con in mente le logiche del cinema classico. Urge un rinnovamento, e questo in Cameron non l’ho trovato. Peccato.

    Piccola nota a margine: oltretutto gli occhiali rendono l’immagine molto più buia, ed è un peccato, soprattuto in casi come quello di Avatar o, ancor peggio, Burton, il cui Alice, dopo questa esperienza, mi rifiuterò categoricamente di vedere in 3D.

    Un saluto, devo scappare.

    Legolas

    Rispondi
  25. Ciao Legolas, grazie come sempre per i tanti spunti.
    Rispondo in maniera sparsa e sintetica per non riscrivere cose già messe nel post.

    Griffith è preso dalla citazione di Nazzaro, naturalmente il paragone con quello che ha fatto lui è volutamente un’esagerazione e volendo una blasfemia, ma era significativo per spiegare quella che per me è l’importanza del film. Importanza che per me non sta principalmente nel 3d (anzi), ma parliamo di questo.

    Perché il 3d? Per far tornare la sala il luogo deputato alla visione.
    E’ meraviglioso quel corridoio all’inizio hai ragione, se Cameron avesse voluto avrebbe potuto costruire tutto il film in quel modo e invece il 3d è messo al servizio della narrazione classica per dargli un valore aggiunto in più (quello della profondità di campo e delle altre cose…). Più passa il tempo più penso al fatto che col passare dei minuti il 3d nel film non si "sente" neanche più: ecco questo che molti vedono come un difetto, io lo vedo come un pregio netto e più ci penso più ne sono convinto. Cameron l’ha reso così fluido, così naturale, che neanche più ce ne accorgiamo col passare dei minuti. Non è cinema-3d: il 3d è un valore aggiunto (non protagonista) del cinema.
    E qua non so se mi sono spiegato, ma la stanchezza di essere tornato oggi dal FFF di Bologna si fa sentire :). Inoltre lì ho assistito alla lezione di Joe Letteri, supervisore degli effetti speciali di Avatar (qui un mio breve resoconto se t’interessa: http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Tempo%20libero%20e%20Cultura/2010/01/future-film-festival-2010-avatar.shtml?uuid=fd61215a-0cdd-11df-a8e3-e5834f89f27d&DocRulesView=Libero&fromSearch) e, dopo aver assistito al making of, sono sempre più convinto che la prima grande innovazione tecnica del film sia una performance capture senza precedenti.

    Ultime cose non inerenti ad Avatar:
    1-"Avatar" è il primo film in live action pensato per il 3d, ma già "Mostri contro alieni", uscito lo scorso aprile, era un film già pensato per la stereoscopia;
    2-Io personalmente penso che i film pensati per il 3d debbano andare visti in 3d. Vedere Alice in Wonderland in 2d, dopo quello che è stato detto e fatto, è come vedere una versione tagliata di un film o con un montaggio non voluto dal regista. Ma questa è un problema mio personale 🙂

    p.s. fra di noi: l’hai visto al Bicocca o al Sarca? Perché hanno un sistema 3d differente.

    Un saluto, a presto

    Chimy

    Rispondi
  26. anonimo

     /  31 gennaio 2010

    L’ho visto al sarca, e infatti mi è un po’ dispiaciuto, perchè la sala è nettamente adattata al 3D e non pensata per quello.
    Con quello che dici sono d’accordo, solo che io l’ho letta in maniera differente: il sistema di live action studiato da Cameron è rivoluzionario, su quello non ci piove, e gli effetti speciali sono a dir poco meravigliosi. Ma quello che mi ha colpito è tutto il parlare che si è fatto del film in quanto pensato e studiato per la stereoscopia, cosa che a me è parsa più un’operazione commerciale che altro. E poi, come ti ho detto, a me il 3D in alcuni punti risulta fastidioso più che invisibile (oggetti tagliati, ma quello magari sì è colpa della sala, scene d’azione e movimenti di macchina concitati, colori desaturati), ma qui entrano in gioco i gusti. Però, andando a contaminare il mio discorso, trovo che il film abbia nella seconda parte un crollo verticale, che lo pone alla stregua di molti, troppi film che si ricalcano l’un l’altro.
    Importanza questo film ne ha, ma non vorrei che fosse sopravvalutata. Non credo basti quello che ho visto in Avatar a riportare la gente in sala.

    Legolas

    P.S: riposati che per le discussioni cattive devi essere in forma 😛

    Rispondi
  27. Tanto di Cappello per il post Chimy, da enciclopedia del cinema. Nonostante ciò, non sono d’accordo. Pur riflettendo alla lettura di alcune tue riflessioni, non riesco a collegarle davvero al film di Cameron. In "Avatar" non credo esista questa grossa filosofia, ma solo qualche accenno di critica o qualche momento che vuole dare l’impressione di essere metafora.
    Il Paragone di Nazzaro con Griffith ha dell’assurdo. Non solo "Avatar" non è il film che cambia tutto, ma non è così pregnante come è stato "Nascita di una nazione". Nel film di Griffith vi era un totale cambio di visione e l’introduzione del vero montaggio (e che introduzione cavolo!). Qui, nel film di Cameron, non c’è nulla di nuovo, se non gli effetti speciali che possono ammaliare lo spettatore, ma che non posso essere vero oggetto d’analisi, in quanto non lasciano nulla nello spettatore (o, come ho scritto già, almeno non nel suo cuore).
    Una delle cose più brutte da pensare è che "Avatar", vista la sua fragile struttura, non sarebbe nemmeno un bel videogioco (con cui ha comunque un’enorme somiglianza).
    "Avatar" è il punto più basso della carriera di Cameron (e non ho visto "Titanic"). Il suo film più strabico e cieco allo stesso tempo.

    Rispondi
  28. @legolas: ora sono più riposato :). Sulla gente che torna in sala, io credo che "Avatar" dia la conferma che ancora la sala sia il luogo dove gustare il cinema: l’unico possibile. E la massa che sta affollando le sale in continuazione mi dà questa conferma, soprattutto ai giorni nostri dove sempre meno persone hanno la voglia di andare al cinema e spendere i soldi del biglietto (per di più per un film in 3d dove costa anche di più). Inoltre, come si scriveva, mi dà fiducia che il cinema possa ancora fare progressi tecnologici: per questi punti, fra gli altri, sta la sua importanza.
    Sul 3d in generale io ti consiglio di fare una prova al Bicocca la prossima volta che vai, dove c’è un sistema differente…perché è un peccato lasciar perdere il 3d :).

    @aldirektor: ho letto la tua recensione e direi che la pensiamo in modo diamentralmente opposto :). Faccio un po’ fatica a pensare cosa scrivere dato che siamo così distanti… ritorno allora su Griffith che, per me ma credo anche per Nazzaro, sia volutamente un accostamento folle per sottolineare l’importanza del film che per me è davvero innovativo.
    La somiglianza col videogioco è verissima, soprattutto per me per il discorso sull’avatar che realizza i nostri sogni: punto secondo me fondamentale.
    Anche se siamo così distanti, sei sempre molto gentile e ti ringrazio per i complimenti al post davvero eccessivi.

    Cari saluti a entrambi

    Chimy

    Rispondi
  29. Bè si, siamo diametralmente opposti 😉 E in ogni caso, anche se siamo distanti col giudizio sul film, ciò non toglie che possiamo essere complici di un buon processo ad "Avatar" 😉
    PS: Se riesco, ripasso nel pomeriggio per dire la mia sulla recensione di Para.

    Saluti!

    Rispondi
  30. Assolutamente d’accordo :).

    Ciao, a presto allora

    Chimy

    Rispondi
  31. anonimo

     /  31 gennaio 2010

    Per una volta ho trovato qualcuno che mi sostiene! E questo già di per sé rappresenta un’innovazione molto maggiore di quelle che avrebbero potuto essere inserite in qulunque film… ehehehe.
    Mi spiace Chimy, ma anche alla terza rilettura della tua peraltro encomiabile recensione, non riesco ad essere d’accordo su molti punti. Come ha sottolineato AlDirektor, le rivoluzioni introdotte dal film spiccano solo nel campo degli efffetti speciali, cosa che peraltro si inserisce in un filone più vicino all’evoluzione che non all’innovazione vera e propria. E mi tocca essere d’accordo anche sull’aspetto della riflessione insita nel film, cosa che ho volutamente tralasciato per non mettere troppa carne al fuoco, ma che vedo esser di pubblico interesse. A livello di sceneggiatura, Cameron si affida alle solite logiche da film fantasy-epico, senza aggiungere nulla di nuovo e senza mai in realtà andare a scavare nella figura dell’avatar, trattato troppo spesso solamente come super-corpo in grado di ridare le gambe ad una persona che non le ha più. Nel mondo di oggi l’avatar rappresenta un’espressione dei desideri per tutte le persone, non solo coloro che non possono fare determinate cose. Uno studio in direzione della sostituzione della propria personalità mediante quella di un avatar sarebbe stata più calzante. E, oltretutto, trovo che anche quegli aspetti che hai messo in rilievo e che possono portare ad una riflessione siano stati costruiti in maniera posticcia e forzata, quasi fossero elementi che andavano aggiunti per logica contrattuale con lo spettatore.

    Sul 3D è un altro discorso: io non critico il 3D in sé, quello che mi ha lasciato deluso è l’utilizzo che ne ha fatto Cameron, riducendolo a semplice ritrovato tecnologico spettacolrizzante, senza andare ad indagarne le potenzialità in quanto linguaggio. E per quel che riguarda il riportare la gente al cinema, è vero che il botteghino di Avatar parla da solo, ma parla da sola anche la campagna pubblicitaria e tutto il contorno che gli è stato costruito a supporto. Avatar è stato presentato come un evento ancor prima che come un film, e credo che questo abbia influito molto sulle scelte del pubblico di ritrovare l’abitudine alla sala. E’ nel contempo vero che non attorno a tutti i film si può costruire un evento, anche se credo anch’io che per qualche tempo la gente sia spinta al cinema dal lascito avatariano. Credo però anche che questa coda si esaurirà presto, a meno che la sala non torni ad essere l’unico luogo in cui poter godere veramente fino in fondo uno spettacolo, e per questo aspetto ben altro.
    Comunque un salto al bicocca lo faccio sicuramente, magari dando fiducia al genio di Tim Burton, sperando che lui possa tornare a trascinare me e molti altri all’interno delle sale buie. Nel frattempo continuo a crogiolarmi nel dubbio di ciò che avrebbe potuto essere e che si è palesato solo per qualche istante.

    Legolas

    Rispondi
  32. Hehe, hai trovato manforte :). Sul 3d ormai ne abbiamo dette di ogni, sperando che anche altri vogliano partecipare all’argomento.

    Allora mi butto su sceneggiatura/contenuto: per quanto riguarda la sceneggiatura è assolutamente classica e anche per questo il film è per me il "Guerre stellari" del nuovo millennio. Alla classicità si aggiunge però la tematica dell’avatar che per me, senza stare a riscrivere cose già messe, è invece estremamente profonda e importante.
    Non volevo dire che gli avatar rappresentano un desiderio soltanto per le persone "disabili" (assolutamente d’accordo con te), anzi è proprio un discorso per tutti, ma il fatto che il protagonista sia in sedie a rotelle rende esplicito che Cameron abbia voluto inserire ampiamente questa tematica (poi si può valutare come, per me bene per te meno bene) che è protagonista sin dal titolo. Diverse persone dicono che questo ragionamento sull’avatar non era voluto da Cameron e, su questo, non sono per nulla d’accordo proprio per quanto è invece esplicito il riferimento (qui non mi rivolgo a te naturalmente). Come ultima cosa (forse l’ho già scritto ma ormai mi ripeto in continuazione ^^) per come ho vissuto io il film, il protagonista è una metafora di noi spettatori bloccati nelle nostre poltrone e lui (e noi con lui) tramite il suo Avatar possiamo volare, correre etc etc… questo però naturalmente è diretto collegamento per come io ho vissuto il film e l’uso degli effetti speciali e del 3d.

    In attesa di Tim Burton ti saluto 🙂

    Chimy

    Rispondi
  33. nessuno se la prenda a male, scrivo questa nota di dissenso con la solita stima per voi recensori di cineroom! :)…ma è pur sempre una nota di dissenso stavolta!
    …sinceramente, tolta la bellezza delle immagini (eclatante, ma a metà; definita 3d, ma in maniera un po’ azzardata) mi sembra che stiate tutti donando al film delle letture che non merita dietro recensioni che mi sembrano molto meglio studiate di tutto quello strazio di 2 ore e 40 che si chiama avatar…
    c’è un filo che non è neanche troppo sottile tra "classico" e "banale", questo film mi sembra al di sotto anche del secondo termine, personalmente mi sono ritenuto semplicemente insultato da Cameron e da tutti quei puffi di 3 metri e i loro pretenziosi discorsi eco-pacifisti…poi, come ho detto altrove, de gustibus….

    …ma – personalmente – se questo è il futuro c’è da impiccarsi!

    Rispondi
  34. He he, direi che siamo leggermente distanti nella valutazione. Tranquillo che nessuno se la prende in nessun caso :).
    Sono passato da te e, lasciando stare "Avatar", ti scrivo qui che attendo con ansia la recensione su "Mother".

    Ciao

    Chimy

    Rispondi
  35. Devo complimentarmi con le vostre due intense recensioni che ho apprezzato e mi hanno mostrato nuove prospettive di visione. Per questo ho aspettato a vedere il film (oltre ai motivi che conosci già) prima di leggere le vostre analisi di Avatar. Inoltre questa discussione intensa e pregna di spunti interessanti mi ha affascinato non poco. Sinceramente non so se Avatar possa essere considerato il capostipite di un nuovo modo di fare cinema (solo una prospettiva storica potrà stabilire i confini di una svolta) ma ritengo che il film influenzerà non poco il cinema prossimo venturo. Una metamorfosi in corso? E perché no? Racconto scontato, banale? Certamente, ma il racconto si plasma nel suo materiale e la metamorfosi del discorso (in 3D?) sicuramente trascinerà dietro (nel bene e nel male) il suo plot.

    A presto (spero)

    P.S. Possiedo il vostro libro su Tsukamoto e ho iniziato da poco a leggerlo. Fantastico!

    Rispondi
  36. Ciao Luciano, è un grandissimo piacere sentirti :). Spero che vada tutto bene.

    Interessantissime queste (e quelle scritte sul tuo blog) considerazioni su "Avatar" e sul suo valore. Credo che non dobbiamo avere paura del nuovo e lasciarci trascinare/convincere che possa essere la base di un qualcosa. Una metamorfosi è in corso? Non solo perché no, ma speriamo e crediamo (quasi come un atto di fede) di sì.

    Grazie per aver preso una copia del nostro libro :). Quando lo finirai voglio una tua considerazione generale (su pregi e difetti, mi raccomando) ^^

    Un caro saluto e un abbraccio

    Chimy

    Rispondi
  37. anonimo

     /  28 febbraio 2010

    una delle cose più stupefacenti del cinema è come i cambiamenti della società e il flusso delle sue idee riescano a imperniare generi apparentemente lontani come un tempo il western e ora la fantascienza.

    Quando uscì Soldato Blu gli Sates erano in piena guerra del Vietnam…e nel film lo si vede. Quegli indiani brutti sporchi e cattivi di Stage Coach ora diventavano vittime sacrificali da immolare in nome del progresso e della patria. Così per la prima volta vediamo massacrare da "Jhon Wayne" donne ,uomini e bambini di un villaggio…la stessa cosa stava capitando a suon di Napalm e mitra nella più verde e lontana May Lay.

    Quando nel 1996 uscì Indipendence Day gli Stati Uniti erano usciti vittoriosi miltarmente, economicamente, culturalmente dalla Guerra Fredda. Non c’era più nessun nemico e rimanevano i soli a guardia della libertà e del bene. Gli unici che avrebebro potuto salvarci da un’orrenda invasione aliena pronta i distruggere la nostra bellisima America…pardon….terra.

    Ora c’è stato l’11 Settembre, l’uragano Katrina, l’Afghanistan, l’iraq, mezzo mondo in piazza a bruciare l’effige del presidente ed ecco Avatar.
    Qui siamo noi ad essere gli alieni, prima a ingannare e poi a distruggere un altro pianeta. Gli eroi di Indipendence day sono diventati dei mercenari al soldo del profitto. "loro non vogliono i nostri jeans…loro vogliono rimanere a casa loro" ci dice il protagonista.
    Non il dannato 3D, non gli effetti speciali, non lo spettacolo ma constatare che la bella e psichedelica Pandora nasconde due secoli di sangue. Pandora sono le terre dell’ovest, Pandora è l’Algeria, la Palestina, il Vietnam, l’Afgnanistan, l’Iraq, Pandora è tutti quei popoli che lottano per la loro autodeterminazione

    ecco la vera RIVOLUZIONE di Avatar
    MARCO CRUCCU

    Rispondi
  38. Ciao Marco,
    gran discorso!
    Su questo tema secondo me ci si potrebbe discutere per molto.
    Ad esempio: perchè non c’è lo stato? Perchè gli invasori non sono rappresentati dallo stato Usa ma sono semplici mercenari di una multinazionale? Una critica al fatto che le guerre sono decise dalle multinazionali e da chi ha interessi economici, oppure al contrario un modo per non attaccare apertamente il proprio governo?
    Al di là di questo, però, è indubbio che in ogni caso il risultato è come sottolinei tu quello di dimostrare che i Na’vi rappresentano gli ennesimi pellerossa della storia d’america.
    Saluti.
    Para

    Rispondi
  39. SPLINDER!

    Rispondi
  40. Grazie anche da parte mia Marco per il bellissimo commento.

    Un saluto

    Andre

    Rispondi
  41. Ho atteso a lungo prima di dare un giudizio su Avatar.
    Nel dibattito scatenato tra chi grida al capolavoro (come te, Chimy) e chi reputa Avatar come una grande operazione commerciale, io mi schiero nel mezzo, giudicandolo un film ben riuscito, ma con carenze imbarazzanti nella storia (fatta di copia e incolla da Pocahontas, Balla coi lupi, Star Wars, ecc.) e nella descrizione dei personaggi, molto stereotipati.
    Quindi, sostengo una posizione molto vicina al giudizio del Para, che ha parlato di "Un aggiornamento, appunto, ma il programma è sempre quello, è sempre il solito Cinema".
    Tra investimenti faraonici in effetti speciali e l'originalità delle storie narrate, secondo me sarebbe meglio puntare su quest'ultima, perché il prossimo passo del Cinema potrebbe essere quello di avvicinare i film ai videogiochi.

    Vi aspetto sul mio blog, dove ho illustrato meglio la mia posizione "intermedia" su Avatar.

    A presto!!!

    Rispondi
  42. Sono passato direttamente da te.

    Ciao 🙂

    Chimy

    Rispondi
  43. Lo avevo promesso e quindi eccomi qui per dire qualcosa sull'opinione di Para.Cosa più importante: leggendo la recensione e osservando il voto sia ha l'impressione di un fortissimo attrito: non ti sarai mica sbagliato a scrivere quel 3,5 Para? Rispetto a ciò che hai scritto il voto sembra sproporzionato!Siamo d'accordo sulla non rivoluzione che porta il film. Poi sul resto meno.Non l'ho visto in 3D e non ne ho visto il bisogno.Credo che se vuoi davvero dare un significato alla tua opera, non ti basta il pacchetto ben fatto (l'ultimo post che ho scritto dice proprio questo), ma anche una realtà fatta di allusioni, metafore come tanti memorabili film (e capolavori).Anche il film più effettato, può rimanere nella storia se tenuto da un contenuto profondo e non solo da un'armoniosa forma.Qui invece siamo avvolti (mezza bugia perchè non mi son sentito così avvinghiato dagli effetti digitali) da una marea di mirabili lavori scenografici e più in generale, tecnici, ma oltre questo vi è il nulla.Sono uscito dalla sala così come vi ero entrato. Non mi è rimasto nulla in testa e tantomeno nel cuore.Ormai credo di aver detto tutto su questo film di Cameron (ho commentato dappertutto!) :DSaluti Para.

    Rispondi
  44. Ciao Al! Grazie del commento!Guarda, mi sembra che il mio voto sia motivato dal fatto che il film è importante, molto importante.Mi spiace che non l'hai visto in 3d, avresti dovuto, perchè se è un film filmato e pensato per il 3d, deve essere visto in 3d, altrimenti è come vedere un film in formato panoramico che passa in tv coi lati tagliati.E anche sulla questione contenutistica il film non mi sembra vuoto, anzi, la riflessione sull'avatar, sulla realtà aumentata, sull'avanzamento tecnologico, non è da poco. Inoltre il film ha la sua importanza nel contesto industriale del cinema e nel contesto della fruizione, cosa non da sottovalutare.Quindi il tutto credo dipenda da su cosa ci si concentra. Se ci si concentra sul film in sé, anche se non la penso così, il film è attaccabilissimo per essere esercizio di stile, per avere personaggi stereotipati e un plot semplice e già visto (ma è una storia universale, capace di arrivare a tutti, qualsiasi sia il sesso, l'etnia e l'età).Ma guardandolo anche come prodotto inserito in un contesto, il film non può e non deve essere trattato come un film inutile, anzi.Comunque al di là delle posizioni personali, da quanto tempo, sui blog, non uscivano discussioni così interessanti? Anche questo direi che ne evidenzia l'importanza. :)Saluti.Para

    Rispondi
  45. Sai Para, come ho detto non riesco davvero a vederne del positivo in questo 3D. Oltretutto molti di quelli che lo hanno visto hanno evidenziato tutti lo stesso dettaglio: col 3D sembra che la natura ti venga incontro e le piante sembrano fuoriuscire dallo schermo. A Parte questo rapporto, null'altro è stato segnalato.Il tuo esempio col formato panoramico è eccellente, ma in quel caso abbiamo avuto modo di trovare sperimentazioni sicuramente azzeccate.Potrei esser d'accordo sull'importanza del film. Ma non come pellicola, ma come evento. "Avatar" è un evento. Come lo è stato "Star wars" nel '77 (che guarda un pò non apprezzo 😉 ), nel 2010 lo è il film di Cameron.E' sicuramente importante dal punto di vista della fruizione, come dici tu, ma è anche una penalità in quanto dotato di un carico commerciale e ruffiano TROPPO accentuato.Ultima cosa: alzo le mani su ciò che il film scatena, ritornando al fatto che è un evento. Sono felicissimo (come avrai capito) di assistere a dibattiti rari come questo scatenato dal film di Cameron.Non per questo apprezzo il lavoro di Cameron.Ma ammiro la sensibilità delle persone.Un saluto!

    Rispondi

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