Recensioni del weekend di Halloween: svetta "L'illusionista" di Sylvain Chomet

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Chi si aspettava nelle nostre sale un weekend di Halloween all’insegna del genere horror dovrà ricredersi.
Mentre «Paranormal Activity 2», da record negli Stati Uniti ma finora deludente al botteghino italiano, cercherà di approfittare del ponte di Halloween per guadagnare terreno sul fenomeno «Benvenuti al sud» (che ha superato i 20 milioni di euro d’incasso, ma che ora dovrà vedersela anche con «Maschi contro femmine» di Fausto Brizzi), a far la parte del leone troviamo (decisamente a sorpresa) il cinema d’animazione, con ben tre titoli tra le uscite della settimana.
Fra questi la pellicola più importante e attesa è «L’illusionista» di Sylvain Chomet, la cui genesi è già di per sé di enorme interesse.
La storia alla base del film è tratta da una sceneggiatura del celebre regista francese Jacques Tati, scritta nella seconda metà degli anni ’50 e mai portata sul grande schermo dall’autore di «Le vacanze di Monsieur Hulot» e «Playtime».
La figlia di Tati, Sophie Tatischeff, a più di mezzo secolo di distanza, decise che quel testo non poteva più rimanere in un semplice archivio, ma doveva essere portato sul grande schermo da un regista in grado di coglierne tutto lo spessore.
La scelta cadde saggiamente su Sylvain Chomet (che aveva già reso omaggio a Tati nel suo precedente «Appuntamento a Belleville»), che è riuscito a non deludere le attese dei tanti fan del suo “sceneggiatore”.
Opera struggente per la quale risulta davvero difficile trattenere le lacrime, «L’illusionista» racconta di un anziano prestigiatore francese (ricalcato sul volto e sulla mimica dello stesso Jacques Tati), ormai costretto a esibirsi in caffè e teatrini di periferia perché sui grandi palcoscenici la scena gli è stata rubata da gruppi di rockstar in grado di attirare un pubblico maggiore.
Durante un’esibizione in un piccolo pub scozzese incontrerà la giovane Alice, che rimane affascinata dai suoi trucchi credendo si tratti di vera magia. La ragazza, che lo seguirà poi a Edinburgo, diventerà allora la vera ragione di vita del vecchio illusionista.
Sylvain Chomet, come per il toccante «Appuntamento a Belleville», sceglie l’animazione tradizionale, il disegno a mano e le due dimensioni per rappresentare metaforicamente (in un momento storico in cui il cinema animato è sempre più sinonimo di digitale e di 3d) l’universo della professione del suo protagonista, per la quale il pubblico ha smesso di provare interesse.
Il risultato è un film davvero unico al giorno d’oggi (e quasi del tutto muto per le differenze linguistiche fra i due protagonisti) che ci auguriamo possa colpire non soltanto i più nostalgici, ma anche le più giovani generazioni.
 
Diametralmente opposta è invece l’animazione de «Il regno di Ga’Hoole», girato in computer grafica e, naturalmente, in 3d.
Il regista Zack Snyder, dopo aver portato sul grande schermo due celebri fumetti come «300» di Frank Miller e «Watchmen» di Alan Moore, ha ora scelto una saga di libri fantasy («I guardiani di Ga’Hoole» della scrittrice americana Kathryn Lasky) come fonte della sua ultima opera.
Protagonisti del film sono due giovani barbagianni, Soren e Kludd, che, benché fratelli, hanno una visione del mondo completamente diversa: Soren è un sognatore da sempre affascinato dalla leggenda dei “guardiani di Ga’Hoole”, gruppo di mitici guerrieri alati che combattono contro la malvagia fazione dei Puri, decisi a sottomettere l’intero regno dei gufi; Kludd invece non crede a nessuna di queste storie e la sua attenzione è concentrata unicamente sul cacciare, volare e guadagnarsi i favori del padre.
I due barbagianni scopriranno molto presto che non si tratta di semplici leggende e si ritroveranno arruolati sui due fronti opposti: Soren con i guardiani di Ga’Hoole, Kludd con i Puri.
Visivamente sontuoso, «Il regno di Ga’Hoole» colpisce soprattutto per un utilizzo davvero brillante del 3d (fatto assai raro), che riesce a dare un valore aggiunto al film rendendolo altamente spettacolare. Quello che manca è però purtroppo una struttura narrativa in grado di supportare le acrobazie tecniche di Snyder e gli incantevoli effetti speciali.
Se nelle prime sequenze appare ben fatta la descrizione della famiglia dei barbagianni, man mano che passano i minuti la trama diventa sempre più banale e, a tratti, infantile (anche se mai quanto quella della terza uscita animata della settimana, «Winx Club 3d-Magnifica avventura» di Iginio Straffi), con una seconda parte, caratterizzata anche da alcune forzate scelte registiche, in cui si attende soltanto il prevedibile incontro-scontro fra i due fratelli protagonisti.
 
Non ci sono però soltanto film d’animazione in uscita per il weekend di Halloween ma anche diverse pellicole “dal vero”: fra queste va certo segnalata «Animal Kingdom», vincitrice di uno dei premi più importanti allo scorso Sundance Film Festival (il Gran Premio della Giuria al miglior film straniero) e presentata in questi giorni, fuori concorso, anche al Festival di Roma.
Diretto dall’esordiente australiano David Michôd, il film racconta della vita dell’adolescente Josh che, dopo la morte della madre per overdose (rappresentata nello scioccante incipit), si trasferisce a casa di sua nonna e dei suoi tre zii, criminali in perenne conflitto con la polizia locale. L’aver varcato la soglia della sua nuova abitazione rappresenterà così per Josh l’inizio di una nuova esistenza, costellata di violenze e soprusi, dove sembra impossibile mantenere salda la propria innocenza.
Una regia solida riesce a far perdonare qualche calo in una sceneggiatura che, procedendo senza infamia e senza lode, riesce comunque a raccontare bene il traumatico ingresso del protagonista nell’età adulta.
Michôd, che ha avuto un passato come reporter d’inchiesta sulla criminalità a Melbourne, utilizza uno stile quasi documentaristico per la sua opera prima: se da una parte ne deriva un certo distacco fra gli spettatori e le vicende narrate, dall’altra ne risulta uno sguardo sincero su una storia ispirata dai tanti fatti di cronaca nera di cui il regista è stato diretto spettatore.
 
Molto diverso è invece lo sguardo del cileno Pablo Larraín per «Post mortem», film che arriva nelle nostre sale dopo essere passato in concorso all’ultima Mostra di Venezia.
Dopo il fortunato esordio di «Tony Manero» (premiato al Torino Film Festival 2008), Larraín alla sua seconda opera (attraverso tempi dilatati e una costante ricerca di una presunta autorialità) fa sentire eccessivamente il peso della sua regia in una storia che avrebbe invece richiesto una maggiore spontaneità stilistica.
Siamo in Cile nel 1973, nei giorni in cui Augusto Pinochet rovescia con un colpo di stato il governo di Salvador Allende, instaurando nel paese una dittatura militare. Protagonista della storia è Mario Cornejo, dattilografo dell’obitorio, il cui lavoro consiste nel trascrivere le autopsie sotto dettatura dal medico legale.
L’obiettivo del regista, riuscito soltanto in parte, è quello di raccontare un personaggio che possa rappresentare metaforicamente la condizione del popolo cileno in un periodo così difficile della sua storia.
Brillante è in questo senso la scelta della professione di Mario: il numero sempre crescente di cadaveri (compreso quella di Allende) presenti in obitorio in attesa di un’autopsia, rende bene la situazione di un paese che dovrà sempre più abituarsi alla cultura della morte.
Molto meno interessante è invece la vita privata di Mario. Il regista non riesce a riprodurre la valenza simbolica come avrebbe desiderato e finisce per limitarsi a raccontare la solitudine di un uomo triste, raffigurata inoltre in maniera molto scontata: con un vecchio pentolino arrugginito dove cucinare delle uova e l’ossessione per una bella ragazza che non potrà mai ricambiarlo.

Chimy

Voto  a L'illusionista: 3/4

Voto a Il regno di Ga'Hoole: 2,5/4

Voto ad Animal Kingdom: 2,5/4

Voto a Post mortem: 2/4
 

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4 commenti

  1. Caspita quanti film tutti insieme! E tutti molto interessanti o forse sono le tue recensioni che riescono sempre a incuriosirmi. L'illusioniste deve essere fantastico, se penso ad Appuntamento a Belleville che mi entusiasmò non poco: per me un eccezionale film d'animazione. Sicuramente sarò colpito profondamente anche da questo film se penso che la sceneggiatura è di Tati… Il regno di Ga'Hoole mi interessa un po' meno ma comunque sembra un film da non perdere. Anche Animal Kingdom deve essere un film di buona fattura. Post mortem mi interessa soprattutto per la ricostruzione storica del golpe di Pinochet anche se purtroppo non sembra restituire il "clima" che si respirava in quegli anni in Cile. Ne ho di roba da vedere^^  A presto.

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  2. Molta roba da vedere, ma assolutamente da non perdere è "L'illusionista" 🙂

    Un saluto Luciano, a presto

    Chimy

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  3. Con L'illusionista hoa vuto un rapporto strambo. Colpevole anche di non conoscere la filmografia di Tati.
    Ma ancor più colpevole la mancanza di sonno, che mi ha fatto entrare in salal forse troppo stanco. Anche perché il film grondava quel certo fascino retrò che a uno come me certamente garba assai.
    A presto recupero anche Appuntamento a Belleville.

    Rispondi
  4. Allora devi rivederlo assolutamente 😉

    Un saluto

    Chimy

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