Nelle sale lo spettacolare «Attacco al potere» e il drammatico «Nella casa» di Ozon

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

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La Corea del Nord ha attaccato la Casa Bianca: una predizione del futuro o soltanto il soggetto di un film?

«Attacco al potere», l’ultimo blockbuster di Antoine Fuqua (regista di «Training Day» e «King Arthur») in uscita questo weekend, racconta, seppur sotto il segno della fantascienza, gli esiti che può provocare la crescente tensione tra il governo di Kim Jong-un e gli Stati Uniti d’America.

La minaccia è rappresentata da un piccolo gruppo di estremisti nordcoreani, armati e addestrati meticolosamente, che riesce a oltrepassare la sicurezza della Casa Bianca, prendere in ostaggio il presidente americano (e il suo staff) rinchiudendolo in  un impenetrabile bunker governativo sotterraneo. La sola speranza è rappresentata da Mike Banning, ex responsabile della sicurezza presidenziale, unico membro dei servizi segreti ancora vivo nell’edificio assediato.

Forte di un budget di 70 milioni di dollari, «Attacco al potere» sfrutta al meglio i potenti effetti speciali per imprimere un buon ritmo alle sequenze più spettacolari.

Lo stile di Fuqua (che indugia spesso in ralenti involontariamente comici) si fa meno efficace con il passare dei minuti, anche a causa di una sceneggiatura piuttosto scolastica, ma, complessivamente, riesce a raggiungere gli obbiettivi prefissati.

Talmente eccessivo e sopra le righe da ricordare alcuni episodi della saga di «Die Hard» (in particolare il quarto, «Vivere o morire»), «Attacco al potere» riesce a divertire e intrattenere, a patto che si chiuda un occhio (o anche tutti due) su diverse esagerazioni retoriche ultra-nazionalistiche. Nel cast, Gerard Butler (attore tra i meno espressivi in circolazione) è pienamente a suo agio nei panni dell’agente Mike Banning.

 

Toni decisamente più intimi sono quelli dell’atteso «Nella casa» di François Ozon. Premiato ai Festival di Toronto e San Sebastian, il film è incentrato sul rapporto tra un professore di lettere, Germain, e un suo talentuoso allievo, Claude. Il giovane, suscitando la curiosità crescente dell’insegnante, decide di trascrivere la sua amicizia con Rapha, un compagno di classe che ha attirato la sua attenzione perché appartiene a una famiglia borghese e in apparenza perfetta. Stimolato da Germain, Claude s’insinua abilmente nella casa dell’amico provocando una serie di eventi inaspettati.

Incentrato sul (sottile) confine tra realtà e finzione, «Nella casa» sa molto di già visto, smentendo la carica innovativa che il suo autore aveva mostrato in diverse pellicole precedenti (in primis nello splendido «Il tempo che resta» del 2005). Ozon gira con buona eleganza formale ma, in questo caso, non basta ad alzare il livello di un film che, salvo l’emozionante immagine conclusiva, avrebbe necessitato di maggior coraggio e di qualche rischio in più. Tra gli attori bravo Fabrice Luchini (Germaine), poco convinta invece Emmanuelle Seigner nei panni della mamma di Rapha.

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Altra piccola delusione è «Treno di notte per Lisbona» del danese Bille August con protagonista Jeremy Irons. L’attore interpreta Raimund Gregorius, un professore svizzero che conduce un’esistenza monotona e ordinaria. La sua vita cambierà dopo aver salvato una ragazza in procinto di gettarsi in un fiume: grazie a lei conoscerà un libro portoghese che lo convincerà a partire immediatamente per Lisbona, all’insaputa di tutti.

Tratto dall’omonimo romanzo di Pascal Mercier, «Treno di notte per Lisbona» è un melodramma che paga fin dai primi minuti il complesso passaggio sul grande schermo. Altalenante nel suo andamento narrativo, il film è mal bilanciato tra una prima parte troppo frettolosa e una seconda ridondante ed eccessivamente didascalica.

Bille August, tornato dietro la macchina da presa a sei anni di distanza da «Goodbye Bafana», ha perso da diverso tempo il tocco dei suoi giorni migliori (da ricordare «Pelle alla conquista del mondo», Palma d’Oro a Cannes nel 1988) e conferma, purtroppo, tutti i limiti emersi nell’ultima parte della sua carriera: l’eccessivo ricorso alla retorica e la piattezza del montaggio in primis. Tra le note positive, da segnalare l’intensa performance di Jeremy Irons, a cui tiene testa soltanto la sempreverde Charlotte Rampling, nelle poche sequenze in cui è in scena.

 

Infine, una menzione a «Chavez-L’ultimo comandante» di Oliver Stone, uscito nella giornata di martedì 16 aprile. Il regista americano racconta l’immagine, spesso demonizzata dai media statunitensi, dei capi di stato dei paesi dell’America Latina: parte dall’esperienza di Hugo Chavez (ex presidente del Venezuela, scomparso lo scorso 5 marzo) per arrivare a interrogare tutti i protagonisti della cosiddetta “rivoluzione bolivariana”.

Presentato alla Mostra di Venezia 2009 e solo oggi arrivato nelle nostre sale in occasione delle elezioni venezuelane, «Chavez-L’ultimo comandante» è un documentario ricco di informazioni e di contenuti importanti, supportato però da una struttura fin troppo tradizionale.

Alternando interviste e materiali di repertorio, Stone punta sul sicuro, senza scuotere mai gli animi dei suoi intervistati e rischiando spesso di scadere nell’agiografia.

Chimy

Voto Attacco al potere: 2/4

Voto Nella casa: 2/4

Voto Treno di notte per Lisbona: 2/4

Voto Chavez-L’ultimo comandante: 2/4

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