Da un horror apocalittico a una commedia per bambini

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore
 

Un mese segnato dal cinema a stelle e strisce. Iniziato con il grande successo di «Transformers 3» e proseguito con i trionfi di «Harry Potter e i doni della morte-Parte II» (co-prodotto però con il Regno Unito) e di «Capitan America», luglio ha visto una vera e propria invasione di pellicole statunitensi nelle nostre sale.

In quest'ultima settimana del mese, almeno in teoria, più caldo dell'anno, questa tendenza prosegue con l'uscita di due titoli che rafforzano ancor di più la vasta presenza di pellicole americane nei nostri cinema.

 

Fra essi il più atteso è certamente «Vanishing on 7th Street», horror diretto da Brad Anderson con protagonista Hayden Christensen.

Ambientato a Detroit ai giorni nostri, il film racconta di un inspiegabile blackout che causa la scomparsa della quasi totalità degli abitanti della metropoli. I pochi sopravvissuti, rifugiatisi in una tavola calda, dovranno cercare di scoprire la causa del misterioso evento.

Al termine di un interessante incipit ambientato in una sala cinematografica, «Vanishing on 7th Street» non riesce a mantenere le promesse a causa di una sceneggiatura debolissima che ricorda da vicino troppe altre pellicole dello stesso genere.

Fra queste il riferimento recente più immediato sembra essere «The Mist» di Frank Darabont del 2007, che però, a differenza di «Vanishing on 7th Street», proponeva una riflessione metaforica e socio-politica garante di uno spessore decisamente maggiore.

Il regista Brad Anderson, sempre più impegnato a dirigere episodi di serie televisive di successo come «Fringe» o «Boardwalk Empire», sembra aver diretto questo film in maniera sbrigativa e superficiale, allontanandosi così dallo stile studiato e ricercato dei suoi lavori precedenti, tra i quali svetta «L'uomo senza sonno» del 2004.

Molto diverso per genere di appartenenza, ma non (purtroppo) per incisività, è «Diario di una schiappa» di Thor Freudenthal.

Tratto da un best-seller di Jeff Kinney del 2007, «Diario di una schiappa» arriva nelle nostre sale con oltre un

anno di ritardo rispetto all'uscita in patria, dove ha ottenuto ottimi risultati ai botteghini.

Il film ruota attorno al personaggio di Greg, un ragazzino di undici anni che deve affrontare quotidianamente il temibile universo delle scuola media. Le sue disavventure verranno trascritte in un diario, che si dimostra essere il suo compagno più fedele.

Commediola priva di pretese ma anche di mordente, «Diario di una schiappa» difficilmente otterrà nel nostro paese il successo avuto negli Stati Uniti.

Resta un valido motivo per andare a vedere il lavoro di Freudenthal la scoperta, per chi ne fosse ancora all'oscuro, della giovane talentuosa Chloe Moretz che, dopo le sue performance in «Kick Ass» e «Let Me In», è ormai considerata una delle più grandi promesse attoriali del cinema americano.

 

Chimy

Voto Chimy Vanishing on 7th Street: 1,5/4

Voto Chimy Diario di una schiappa: 1,5/4

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Nelle sale arriva lo sconvolgente «Kill Me Please», film vincitore dell’ultimo Festival di Roma

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore:

Quando un premio ti cambia la vita: è il caso di «Kill Me Please», film vincitore del Marco Aurelio d’Oro all’ultimo Festival di Roma.
Girato in sole tre settimane, con un budget bassissimo e una troupe ridotta all’osso, «Kill Me Please» difficilmente sarebbe arrivato nelle nostre sale senza aver ottenuto il riconoscimento più prestigioso della kermesse capitolina.
Il merito è della casa di distribuzione Archibald che ha creduto fin da subito in questo interessantissimo prodotto, che rappresenta certamente l’uscita più importante di questo weekend.
Diretto dal francese Olias Barco, al suo secondo lungometraggio dopo lo sconosciuto «Snowboarder» del 2003, «Kill Me Please» è ambientato interamente in una clinica belga, ispirata a un istituto realmente esistente, dove il primario (il dr. Kruger) accoglie soltanto pazienti con particolari manie suicide: cercherà di dissuaderli in ogni modo ma, in caso di insuccesso, è pronto a somministrare ai suoi assistiti una morte “dolce” preceduta dalla realizzazione del loro ultimo desiderio.
Opera cinica, estrema e sconvolgente, «Kill Me Please» riesce a trattare con grande sensibilità, accompagnata paradossalmente a un umorismo nero e surreale, un tema particolarmente delicato come quello dell’eutanasia.
Un’ottima fotografia, realizzata con un bianco e nero dai toni neutri e quasi asettici (simili a quelli de «Il nastro bianco» di Michael Haneke), riesce a trasmettere perfettamente quel senso d’inquietudine e di vuoto che si trovano a vivere i bizzarri ospiti della clinica del dr. Kruger.
Il regista è bravo a mantenere un ottimo equilibrio formale anche nel deciso cambio di registro che avviene nella seconda parte: dalle sequenze statiche e (per quanto possibile dati i temi trattati) rilassanti dell’inizio si passa a scene sempre più movimentate, segnalate da un montaggio dinamico e serrato, nel momento in cui gli abitanti di un villaggio vicino decideranno di distruggere quella “fabbrica di suicidi”.
Dai decessi “dolci e felici” somministrati dal Dr. Kruger si passa all’estrema violenza degli omicidi della parte finale dove Barco ha voluto rappresentare, attraverso una riflessione davvero significativa, quali veri orrori si celino dietro gli attimi che precedono la morte: quei personaggi, vittime di un narcisismo sempre più tipico della società occidentale, che vedevano la fine della propria vita in maniera futile e superficiale (come una necessaria conclusione della depressione, reale o presunta, in cui erano incappati) si troveranno costretti a terminare la propria esistenza in modi tragici e spaventosi, molto distanti da quelli che avevano sempre sognato.
«Kill Me Please» rappresenta quindi una visione durissima, sarcastica e terribile al tempo  stesso, che ci sentiamo però di consigliare caldamente: non soltanto per il grande spessore cinematografico, ma anche per allontanarsi da quel buonismo spesso troppo zuccheroso e melenso delle pellicole uscite durante le feste.
 
Fra gli altri nuovi titoli di questa settimana sono diverse le commedie ben più politically correct di «Kill Me Please», ad esempio «La versione di Barney» (tratto dal best seller di Mordecai Richler e già presentato in concorso all’ultima Mostra di Venezia) di Richard J. Lewis o «Vi presento i nostri» di Paul Weitz con Robert De Niro e Ben Stiller, che dovranno battagliare al botteghino con una pellicola di genere completamente diverso: «Skyline» dei fratelli Colin e Greg Strause.
Questo film mette in chiaro fin dall’incipit la sua appartenenza al sottofilone fantascientifico (sempre di moda) dell’invasione aliena sul pianeta Terra: è notte su Los Angeles quando, al termine dei titoli di testa, assistiamo alla caduta dal cielo di giganteschi fasci luminosi che attirano gli esseri umani prima di farli sparire improvvisamente nell’aria.
Un piccolo gruppo di sopravvissuti, che si trova all’interno dell’appartamento di un grattacielo, cercherà di lottare per mettersi in salvo da quella terribile minaccia.
Una storia come tante quella di «Skyline», che s’ispira alle tradizionali pellicole del cinema di fantascienza ma che allo stesso tempo prende certamente spunto da titoli molto recenti come «La guerra dei mondi» di Steven Spielberg e «Cloverfield» di Matt Reeves.
Se però quest’ultimo film (con il quale “ha in comune” anche la sequenza flashback di una festa pre-invasione aliena) era una fondamentale metafora sulle paure del popolo americano derivanti dall’11 settembre (non a caso era ambientato a New York), in «Skyline» manca qualsiasi tipo di seria riflessione fantapolitica che l’avrebbe reso un prodotto quantomeno sensato. Persino la “classica” storia d’amore fra due dei protagonisti non trova mai una sua ragion d’essere e prende una piega sempre più retorica e inconcludente col passare dei minuti.
L’unico vero pregio, soprattutto visto il basso budget a disposizione, sembra essere l’apparato visivo-scenografico del film: il merito è direttamente da attribuire ai fratelli Strause (alla seconda fatica da registi dopo «Alien vs. Predator 2» del 2007) che nella loro carriera hanno  lavorato agli effetti speciali di opere come «Avatar» di James Cameron, «300» di Zack Snyder e «Il curioso caso di Benjamin Button» di David Fincher.
Le buoni doti spettacolari di «Skyline» (messe comunque completamente a frutto soltanto in alcune sequenze) non bastano però  a tenere a galla una storia così vuota e superficiale da dare l’impressione che il soggetto sarebbe stato più indicato per una puntata di una serie televisiva di fantascienza (alla «Fringe», per intenderci) piuttosto che per un lungometraggio cinematografico.

Chimy

Voto "Kill Me Please": 3/4

Voto "Skyline": 1,5/4

Lezione ventuno e The Burning Plain: quando lo scrittore esordisce alla regia

E’ la prima (e forse l’ultima) volta che su cineroom viene fatto un unico post per due film.
Questa scelta non è fatta (soltanto) per pigrizia, ma perchè ci sembra coerente trattare contemporaneamente queste due pellicole che possiedono entrambe gli stessi motivi di discussione: elemento più unico che raro per due film usciti a breve distanza l’uno dall’altro.
Lezione ventuno è l’esordio dietro la mdp del celebre scrittore Alessandro Baricco. The Burning Plain è l’esordio dietro la mdp del celebre sceneggiatore Guillermo Arriaga.
Entrambi hanno sempre considerato la loro arte come una forma estremamente speciale di scrittura.
Baricco si mostra spesso per essere una persona molto amante di sé stessa e della sua capacità scrittoria; Arriaga ha più volte dichiarato che gli alti risultati dei film diretti da Inarritu siano sostanzialmente merito delle sue sceneggiature e che il regista andava a chiedere a lui come girare le scene (dichiarazione che si collega al "divorzio artistico" fra i due messicani).
Insomma, la modestia non è proprio di casa per i due protagonisti del doppio post e questo si riscontra (e tanto) nei loro film.
Lezione ventuno e The Burning Plain sono due film molto supponenti per motivi diversi l’uno dall’altro, seppur si possa collegare quest’arroganza registica al "passato" artistico dei due.
Partiamo da Lezione ventuno: il film di Baricco ha un incipit interessantissimo. Parla del celebre professore (interpretato da un gradevole John Hurt) che durante le sue lezioni smontava i grandi capolavori delle varie arti. Nella sua camera vediamo i suoi bersagli: la Venere di Botticelli per la pittura, 2001: Odissea nello spazio (se qualcuno non sa per cosa se ne vada da questo blog immediatamente… he he ^^) e per la musica la Nona di Beethoven, che sarà la protagonista della pellicola. Benissimo, partenza affascinante… siamo curiosi di andare a scoprire quali saranno le tesi del professore per portare avanti questa lezione.
L’interesse dura però circa 28 secondi, fino a quando la voce narrante termina di parlare e inizia il film vero e proprio.
Subito andiamo a capire che il senso del film non è dimostrare se la Nona è un capolavoro o meno, ma il senso della pellicola è unicamente per Baricco quello di dimostrare a sé stesso di essere capace di girare un film e che il cinema per un grande scrittore come lui è una bazzecola da fare ogni 3-4 mesi se solo volesse. E allora assistiamo ad un minestrone impazzito in cui si vanno a mescolare fotografie, flashback, flashforward, interviste agli alunni del professore, interviste a dei pazzi scatenati, interviste ad esseri spocchiosi (ecco, l’autobiografismo del regista tema centrale) sperduti in un limbo che sembra simboleggiare il vuoto nel cervello di Baricco quando prende una macchina da presa in mano.
La confusione dell’autore è talmente forte che rimane addirittura un dubbio di fondo: ma con questo film ha voluto dimostrare che la Nona è sopravvalutata? Oppure ha voluto dimostrare che le critiche fatte alla Nona dal professore sono vacue e stupide e che il capolavoro di Beethoven è inattacabile?
La confusione è talmente tanta che ha portato Mariarosa Mancuso, in un momento rarissimo di brillantezza formidabile, a scrivere la frase critica dell’anno 2008, che parlando di ciò che accade dopo l’incipit scrive: "poi arriva un delirio su vecchiaia e bellezza che ammazza chiunque non abbia studiato alla scuola Holden". Applausi…
Veniamo al tasto più positivo (?) del post: The Burning Plain di Arriaga, uno dei film più attesi (almeno da me) della scorsa Mostra di Venezia.
Qual è il grosso problema di quest’opera meno che mediocre? No, non è la regia (anche se non è certo positiva)… è la sceneggiatura? ebbene sì.
Arriaga vuole dimostrare al mondo, a sé stesso e a Inarritu che non è capace soltanto di scrivere storie alternate nello stesso tempo, ma storie (o la stessa storia, meglio) parallele in temporalità differenti.
Questa scelta ci allontana dal fascino (e sto parlando solo della sceneggiatura) di Amores Perros o di 21 grammi (la sceneggiatura di Babel doveva essere ingoiata da Inarritu quando gliel’ha presentata) e ci presenta una storia completamente inutile e già vista che fin dall’inizio non riesce ad empatizzare con il pubblico.
Sulla regia e sulle atmosfere Arriaga sembra più preoccuparsi a tenersi lontano dallo stile di Inarritu, piuttosto che pensare di dare un ritmo migliore alla vicenda.
Peccato perchè questo film ha anche diversi pregi nelle buone interpretazioni, nella fotografia, ma purtroppo tutto va a perdersi davvero per una sceneggiatura che non è né carne né pesce e che non vuole mai rischiare nulla in nessun momento del film.
Diventa poi plausibile fare, per concludere, una riflessione anche sul fallimento di due esperti scrittori (come categoria globale) che passano dietro la macchina da presa e si ritrovano completamente sperduti in un luogo che non è il loro. Forse sarebbe il caso che chi scrive su carta non debba pensare preconcettamente che sia la stessa cosa che scrivere con la macchina da presa.
Dov’è finito l’insegnamento del grande Alexandre Astruc? Che i concetti chiave della camera-stylo siano andati perduti?

Chimy

Voto Chimy a Lezione ventuno: 1,5/4
Voto Para a Lezione ventuno: 1,5/4

Voto Chimy a The Burning Plain: 2/4
Voto Para a The Burning Plain: 1,5/4

Charlie Bartlett: non ci interessa…

Visto (con fatica) alla scorsa edizione del Torino Film Festival, Charlie Bartlett è stato ampiamente applaudito al termine della sua proiezione, a dimostrazione che nei festival il pubblico applaude qualsiasi tipo di film e di qualsiasi valore.
Charlie Bartlett è un ricco studente che fatica a farsi accettare da presidi e compagni delle (tante) scuole che ha frequentato.
Questo fino a quando non gli viene un’idea "geniale": ascoltare i problemi dei ragazzi (nel bagno della scuola) e offrirgli le ricette di qualsiasi tipo di medicinale per tentare di risolverli.
Interessante il lavoro di John Poll, il regista, che sa benissimo di aver realizzato una banale teen comedy, ma cerca di farcela vedere come se fosse qualcosa di più.
Si potrebbe credere che il film faccia una riflessione sui problemi esistenziali che affliggono una generazione; si potrebbe pensare che venga sviluppata la capacità di giungere a fare del male pur di farsi accettare dalla società; si potrebbe addirittura vedere (misericordia però… spero proprio che questo non l’abbiate visto) una base contenutistica legata al concetto che la ricchezza non vale nulla, se non si hanno degli amici (!).
Si potrebbe… ma si dovrebbe non cascarci su queste "mascherate" riflessioni gettate a casaccio nella mischia del film per "falsificare" il giudizio spettatoriale.
A tratti è anche imbarazzante; e imbarazzato è certamente Robert Downey Jr. che, più che recitare, sembra chiedersi come abbia fatto a finire in una simile stupidata.
Alcune recensioni (non faccio nomi per galanteria… cmq è una sola) hanno tirato fuori Wes Anderson, Noah Baumbach, Gus van Sant e, più importante di tutti, Todd Solondz. Non scherziamo, please.
Insomma, nel complesso, John Poll finge di dare maggiore spessore al film; ma non è, invece, interessato minimamente a farlo sul serio.
Perchè allora dovrebbe interessare a noi?

Chimy

Voto Chimy: 1,5/4

Voto Para: 1,5/4

Speed Racer: il ritorno dei fratelli Wachowski dopo i

“Superauto Mach 5” è il titolo italiano di “Mach Go Go Go”, negli Stati Uniti “Speed Racer”. Questa serie animata giapponese, datata 1967, è stato uno dei primi anime, insieme ad “Astroboy”, ad essere esportato nel mondo. Se in Italia è arrivato in ritardassimo, cioè negli anni ‘80, in Usa era già da anni un cult per tutti i bambini americani. Prototipo di ogni produzione televisiva animata dedicata alle auto da corsa, è probabilmente stato il cult anche dei due piccoli fratellini Wachowski.

Speed (Emile Hirsh), che di cognome fa Racer, è un pilota talentuoso che ha come modello di vita suo fratello, Rex Racer, morto, forse, in un incidente durante una gara. Guida la sua Mach 5, costruita da suo padre Pops Racer (John Goodman), con il costante tifo della sua amica/fidanzata Trixie (Cristina Ricci in una misé vintage arrapante) e del fratellino (sempre insieme alla scimmia domestica). Nemico/amico di competizione è Racer X (Mattehw Fox, che dovrebbe essere lasciato sempre su di un’isola). Obiettivo principale di Speed è di eliminare il marcio dal mondo della competizione automobilistica, nel quale multinazionali interessate al ritorno economico truccano e pilotano le gare.

Speed Racer” è un film per bambini tra gli 8 e i 13 anni, esattamente come il target a cui era indirizzato il prodotto originale giapponese. “Speed Racer” è il pessimo risultato di un’operazione interessante: la manipolazione e la trasformazione di un anime giapponese degli anni ‘60 in un film Disney degli anni 2000. Non che ci sia di mezzo la Disney, ma è chiaro che il punto di riferimento nella realizzazione della sceneggiatura, nela caratterizzazione dei personaggi e delle vicende, è il classico film Disney. La volontà dei fratelli Wachowski è stata, probabilmente, quella di riproporre un proprio amore d’infanzia ad un pubblico nuovo che non potrebbe apprezzarne la versione originale. Prendono un prodotto semplice, banale, ma allora di assoluto effetto, e lo rendono un assortimento di caramelle per bambini. Nel film c’è molto più di quello che offriva la serie animata originale, e c’è tutto quello che potrebbe piacere ad un bambino pre-adolescente: personaggi semplici e stilizzati, ninja, influenze da video game, comicità infantile, azione, un loro coetaneo (che ha una scimmia come amico e che fa il simpatico), wrestling e corse in auto (con auto realizzate esattamente come i famosi modellini Mini 4wd della Tamiya, “stilose” ed aggressive proprio come piacciono ai bambini). Proprio le corse in auto sono, però, le uniche parti del film a piacere anche ad un adulto e, soprattutto, le uniche parti del film veramente meritevoli. L’attenzione al ritmo, all’impianto visivo, alla costruzione di movimenti spettacolari, l’uso di movimenti di macchina e di inquadrature interessanti (tra cui una splendida, ma nascosta, falsa soggettiva), rendono chiara l’abilità dei Wachowski a dirigere un certo tipo di cinema. Il resto, invece, è il frutto di una sceneggiatura banalissima, con dialoghi infantili e, oltretutto, con una recitazione pessima da parte di tutto il cast (Emile Hirsh compreso). La regia, dove non ci sono auto che volteggiano, roteano, saltano e si scontrano, è piatta e inconsistente, e in alcuni punti dove dialoghi, storia, recitazione e regia si trovano tutti insieme al minimo valore ci si addormenta pure.

Se i Wachoski hanno voluto realizzare un film solo per bambini ci sono riusciti e magari piacerà loro anche tanto, ma se avevano l’intenzione di fare un film per tutti allora hanno miseramente fallito.

“Speed Racer” è un un film troppo sbilanciato, in cui è palese l’incapacità (si spera solo in questa occasione) dei Wachowski a prestare attenzione a tutte le componenti, narrative e stilistiche, che formano un film, non soltanto alle parti in cui danno sfogo alla loro originalità e voglia di sperimentazione (soprattutto visiva).

"Speed Racer”, quindi, non è un film stilizzato ma, piuttosto, un film scarabocchiato.

Para

Voto Para: 2/4

I fratelli Wachowski dopo il folgorante "Matrix" (1999), hanno sempre deluso le alte aspettative che c’erano sui loro film.
"Matrix Reloaded" e "Matrix Revolution" erano due film poco riusciti, il cui difetto maggiore era un’assoluta mancanza di equilibrio registico fra quelle parti che invece avevano trattato con sapienza nel film che ha dato il via alla serie.
La stessa mancanza di equilibrio si va a riscontrare (forse anche maggiormente) in questo "Speed Racer", in cui le varie fasi filologiche dell’operazione compiuta (come ha sottolineato anche il Para)  sembrano scontrarsi l’una con l’altra, invece che armonizzarsi a vicenda.
Le innovazioni visive collidono con una sceneggiatura banalissima (con frasi che provocano spesso imbarazzo) e stupida; le, quasi tutte abbastanza riuscite, sequenze dinamiche di corsa (non troppe) si scontrano invece con quelle statiche, assurde ed inguardabili.
Anche a livello contenutistico fa male il suo lavoro. E’ vero che è fatto per un target di bassimissima età (almeno si spera) e quindi bisogna fare contenti i piccoli spettatori, e fargli vedere che la povera e buona famiglia debba sconfiggere i cattivoni potenti. Però si esagera, arrivando a paragonare le multinazionali al diavolo (?) in persona.
Troppo lungo e inefficace, "Speed Racer" porta a farsi rivalutare in piccola parte per la bella sfida finale (chi vincerà?) nel circuito più importante. Maluccio anche gli attori, il protagonista in particolare
Quando finalmente si è contenti di aver assistito ad una sequenza ben fatta (questa descritta sopra), subito dopo si cade nell’abisso di uno dei post-finali più ridicoli che si siano visti negli ultimi tempi.
Senza svelare troppo, si va a "sistemare" l’unico concetto non commerciale che si era "azzardato" in precedenza. Non si fa.
La fine dei Wachowski?

Chimy

Voto Chimy: 1,5/4