Invictus: Eastwood, l'invincibile

Di quanti registi del cinema contemporaneo si può dire che siano riconoscibili al primissimo movimento di macchina delle loro opere? Pochi, forse pochissimi.
Fra questi c’è certamente Clint Eastwood che, da quando ha creato un proprio stile personale ed espressamente autoriale, “firma” i suoi film fin dai primissimi secondi dopo i titoli di testa.
Non fa eccezione Invictus, sua ultima fatica, che non si apre più su un paesaggio statunitense ma sullo spazio altrettanto contradditorio di due campi di rugby sudafricani dove, come al solito nel suo cinema, la forma crea immediatamente il contenuto grazie a dei movimenti della macchina da presa tesi a rappresentare la distanza fra bianchi e neri nel paese dell’apartheid, anche quando i soggetti protagonisti sono ragazzi che non pensano ad altro che al loro sport preferito.
Il passaggio di Nelson Mandela che sembra dividere quegli spazi opposti, sarà invece un metaforico collante che si espanderà nel corso della narrazione.
Nelson Mandela, interpretato da un essenziale Morgan Freeman così spontaneo nella parte da riuscire quasi a nascondere la sua ottima performance, non sarà però il vero protagonista della pellicola.
Eastwood continua infatti a ragionare con forza sulla figura degli antieroi che, fin dalle sue interpretazioni attoriali, hanno ossessionato tutta la sua carriera.
Se in Flags of Our Fathers si raccontavano le azioni di un gruppo di giovani che si sono ritrovati per caso a diventare eroi issando una bandiera nella foto che “ha fatto vincere la guerra agli Stati Uniti”, ora protagonisti sono dei ragazzi simili a quei soldati: i giocatori della squadra nazionale di rugby, abituati a perdere e che ora vengono chiamati a vincere la Coppa del Mondo per “far vincere la guerra a Nelson Mandela”, svolgendo un ruolo fondamentale nella nascita della nuova nazione sudafricana.
Si parlava negli scorsi film della regia zen, essenziale, di Clint Eastwood dove i tempi registici erano dosati magnificamente. In Invictus si può parlare di una regia più saggia che si adatta alle retoriche del genere e al tipo di film che si sta realizzando: un prodotto che vuole essere anche messaggio per tutti e questo lo porta anche a momenti nella parte finale decisamente poco riusciti, soprattutto per l’inserimento di ralenti e di canzoni poco consone allo stile eastwoodiano.
La regia è in calo col passare della vicenda narrata e questo lo rende certamente un prodotto minore, dato che stiamo parlando di un grandissimo regista, ma questo non significa certo che sia un film non riuscito.
Anzi, se Clint Eastwood è stato in grado di superare ottimamente anche un’operazione così rischiosa, trattando con la solita esemplare delicatezza i sentimenti umani e le relazioni fra individui di età (e non solo) diversa, sembra ormai impossibile che in futuro possa più sbagliare un film. Una sensazione, certo non di più, che lo rende unico e (per usare un po’ di sana retorica) invincibile come il suo protagonista.

 

                                                                                                                                                                                               Chimy
                                                                                                                                                                     Voto Chimy: 3/4

 
 

 

Che Nelson Mandela sia uno degli uomini politici più importanti degli ultimi 20 anni, deve pensarlo anche Clint Eastwood.
Con Invictus Eastwood riprende il romanzo Playing the Enemy di John  Carlin, affidandolo allo sceneggiatore Anthony Peckham, in cui si narra l’apporto umano e logistico di Nelson Mandela sui membri degli Springbocks, la squadra di rugby più importante del sudafricana, e che consente loro di vincere i mondiali del 1995.
Così, Eastwood, prende due piccioni con una fava: da una parte sottolinea, fino all’esasperazione, la bravura umana e politica di Mandela, e dall’altra la potenza dello sport come collante sociale.
È indubbio, certo, che l’operato di Mandela sia encomiabile, ma la sua figura, nelle mani di Morgan Freeman, attore positivo per eccellenza, e dentro la scrittura di Peckham, regolata dalla mdp di Eastwood, sembra essere esageratamente santificata.
E proprio in questo eccesso di retorica che si nasconde il limite di Invictus, insieme ad una piattezza registica delle sequenze di gioco, totalmente prive di dinamismo. Entrambi questi due problemi, costanti ma misurati durante il film, minano purtroppo il finale, in cui eccedono quella misura mantenuta durante il resto della pellicola.
Ma Eastwood, comunque, nonostante una minor efficacia rispetto ai suoi standard, con Invictus sembra voler continuare la sua ricerca sul razzismo, sul conflitto tra generazioni, sul testimone positivo da lasciare ai giovani.
Ed è appunto perché inseribile nella linea di percorso del regista, che Invictus, nonostante gli acciacchi, esce comunque vittorioso dal confronto con lo spettatore. Perché si può essere invincibili, certo, ma come ogni (anti)eroe, si può, e si deve, mostrare qualche difetto.


                                                                                                                                                                                                   Para
                                                                                                                                                             Voto Para:2,5/4
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Brüno: studio culturale sull'America a beneficio della gloriosa nazione dell'Austria.

La recensione di Brüno del Para è qui, su Paper Street.

Halloween 2: la famiglia è per sempre

La recensione del Chimy è qui, su Paper Street. Si parla anche de L’incubo di Johann Fussli, qui di seguito in omaggio per voi.


La recensione del Para:

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Da sempre l’incubo ricopre una posizione di assoluta rilevanza nella narrazione fantastica, specie nell’ambito della cinematografia horror.

Rob Zombie incentra il suo Halloween 2, seconda fase del progetto di riproposizione dello storico Halloween carpenteriano, attorno al sogno e all’incubo. E procede percorrendo due strade parallele.

Per il serial killer Michael Myers tutto ha inizio da un sogno, per lui magnifico, della propria madre, vestita di bianco, che accompagna un cavallo bianco percorrere un corridoio, anch’esso bianco. Questo sogno, che spesso diventa una visione, spinge Micheal a muoversi alla ricerca della sorella, per riunire la famiglia.

Se Micheal è spinto da un sogno meraviglioso, Micheal è portatore, all’opposto, di incubi. Onirici per la sorella, inconsapevole di essere legata carnalmente al carnefice che le tortura l’animo (e che l’ha perseguitata nel precedente film), ma reali per tutte le vittime del killer.

Curioso come Micheal Myers rappresenti l’incubo in carne ed ossa che si presenta nel massimo della propria ira la notte di Halloween, notte di veglia per eccellenza. Così, se l’incubo non può compiersi, in quanto ancora svegli, è necessario che di questo se ne occupi direttamente Myers.

Così il film si apre con la spiegazione del sogno di Micheal, con il raccordo al precedente film, e continua con un incubo che noi spettatori crediamo far parte dell’azione lineare del film. Questo incubo rappresenta una routine per la protagonista, i cui incubi si faranno progressivamente più nitidi e visionari, come a coincidere con l’avvicinamento del fratello, fino a diventare visioni materiali. E la frammentarietà del sogno e dell’incubo, si unisce la frammentarietà del raccordo tra le sequenze, realizzato con frammenti in flash forward.

Così il sogno di Micheal, tinto di candido bianco, diventa l’innesco dell’incubo per le sue vittime. Un cavallo bianco, il simbolo, e la madre, la figura, dell’innocenza, diventano in realtà simbolo e figura dell’incubo, il cavallo nella mitologia, e la madre nella psiche del killer.

Però, purtroppo, Halloween 2, nonostante il discorso, interessante e complesso che lo contraddistingue, ha i suoi problemi. Omicidi e tensioni sono palesemente collanti di una sceneggiatura non solida, con cui, oltre che contraddistinguere la pellicola nel suo genere, fare in modo di raggiungere in novanta minuti il bel finale.

Halloween 2, quindi, è un film che fa il suo discreto lavoro, e che ha la fortuna di contenere, come ci ha abituato Rob Zombie, un discorso, anche teorico, che riguarda sia il genere horror che il film stesso.

Non un gran film, ma almeno non è vuoto.

Para
Voto Para: 2,5/4

Mostri contro alieni: 3Dreamworks.

La recensione del Para la trovate qui su Paper Street.

La recensione di Chimy:

Come è noto, da queste parti i film d’animazione della Dreamworks non sono troppo apprezzati poichè personalmente li trovo facilmente piacioni e pieni di facili stimolazioni che portano a delle reazioni, "riflessologicamente" parlando, di divertimento per bambini e per chi vuole passare qualche ora senza pensare troppo alla qualità del cinema d’animazione: quindi abbiamo l’orco verde che fa i versacci, il panda grasso che fa kung fu e altri esempi facilmente apprezzabili. Ben diversa dalla grande complessità narrativa, e artistica, dei film della Pixar.

Mostri contro alieni non si distacca troppo dai difetti narrativi tipici della Dreamworks con una trama ampiamente già vista e scontata, a cui si aggiungono però momenti divertenti e citazioni riuscite ad un certo cinema a cui il film fa riferimento.

I personaggi sono ben caratterizzati, anche se di certo un confronto con quelli del gioiellino Monsters & co. della Pixar risulta decisamente impari.

Parlando di Mostri contro alieni non si può tralasciare l’aspetto più importante: il film di Rob Letterman e Conrad Vernon è il primo pensato e girato per il 3d. Non sarà di certo una data nella storia del cinema come diceva il produttore Katzenberg, ma questa nuova forma di una tecnologia che sul grande schermo aveva già tentato la fortuna, risulta comunque molto interessante.

I progressi fatti dalla Intel (InTru 3d) sono notevoli e non tanto per gli effetti più divertenti modello luna park, tipo la pallina di una racchetta che rimbalza verso il pubblico, ma per le possibilità che vengono date ai piani in profondità di campo. L’immagine in profondità all’interno della chiesa ad inizio film mostra come con il 3d si potranno sviluppare possibilità molto interessanti in futuro. Da qui a un anno, con l’uscita in particolare di Avatar di James Cameron e di Alice nel paese delle meraviglie di Tim Burton, capiremo se davvero il (nuovo) 3d offrirà al cinema delle nuove potenzialità fin’ora sconosciute. Mostri contro alieni è stato il primo (Viaggio al centro della terra o Bolt, usciti negli scorsi mesi, non erano pensati direttamente per il 3d) e per questo è un film che comunque va visto e che può regalare un paio d’ore di piacevole intrattenimento grazie e soprattutto ad una tecnologia che dovrà ancor meglio svilupparsi in futuro.


Chimy

Voto Chimy: 2,5/4

Voto Para: 2,5/4

Star Wars: The Clone Wars: alla ricerca del figlio di Jabba The Hutt.

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Star Wars: The Clone Wars è un film contradditorio fin da quando è stato annunciato.

Da una parte nasceva una certa attesa per una nuova opera di una delle saghe più importanti e profonde della storia del cinema; dall’altra si riscontrava però una certa insicurezza per un progetto che aveva alla base una storia che si posizionava a metà fra L’attacco dei cloni e La vendetta dei Sith, generando dubbi di un’operazione meramente commerciale e di una rischiosa inutilità.

Altra incertezza era certamente la natura dell’opera che è al 100% un film d’animazione.

Sentimenti di contrasto che, seppur per ragioni diverse, rimangono anche al termine della visione.

Innanzitutto c’è molto da discutere sulla scelta dell’animazione.

Iniziamo dicendo che il budget del film (8-9 milioni di dollari) non è certo quello dei lavori della Pixar o della Dreamworks e questo si nota fin da subito.

I problemi visivi del film sono certamente per i modelli dei personaggi, formati da tratti eccessivamente spigolosi e decisamente poco espressivi. Al contrario risultano molto affascinanti le figure non umane: i fondali, le sequenze di battaglia, i voli delle astronavi e, soprattutto, le “riprese aeree” sono supportate da un’animazione non eccelsa ma convincente e da una regia (di Dave Filoni) tutt’altro che da sottovalutare.

Anche a livello narrativo (forse quello più importante per questo progetto) si hanno reazioni contrastanti.

Da una parte la trama, con Anakin e Obi Wan-Kenobi che devono salvare il figlio (bellissimo) di Jabba The Hutt rapito dal conte Dooku per portare a termine un malefico piano, non è certamente qualcosa di nuovo o di interessante in sè stessa; dall’altra però, durante la visione (forse i dubbi vengono maggiormente a luci accese della sala), la si segue con vivissimo interesse e con partecipazione grazie soprattutto ad un ritmo davvero vertiginoso che fa volare via l’ora e mezza della visione con un battito di ciglia. Questo è proprio il merito maggiore del film.

Nel complesso quindi un’opera che certamente aggiunge poco alla saga, fatta perlopiù per scopi commerciali rivolti soprattutto ai più piccoli; ma che allo stesso tempo ci riproietta (con forza) in quel mondo cosparso di quei personaggi che abbiamo amato (e amiamo) così tanto, ai quali si aggiunge il riuscito personaggio di Ashoka, la giovane padawan di Anakin.

Forse se ne poteva fare a meno (però non è inutile affatto), ma vederlo è stato comunque un piacere e qui non incolperemo certo quel genio di George Lucas per non sentirsela proprio di abbandonare definitivamente la sua immensa creatura.

 

 

 Chimy

 

Voto Chimy: 2,5

 

 

 

           

 

Come detto già da Chimy Star Wars: The Clone Wars è un film contrastante: un ritmo davvero impressionante ma alcune scelte discutibili. L’animazione è “scattosa”, da filmato d’intermezzo di un videogioco, e la caratterizzazione dei personaggi, e la realizzazione degli stessi, è sbilanciata e differente da uno all’altro: il modello di Anakin è il meno curato, quello di Ashoka, al di là del character design da manga, è invece il più curato nell’animazione, soprattutto per quanto riguarda il copricapo; anche il conte Doku sembra tratteggiato in maniera differente dagli altri, con un look più “pastellato”.

L’operazione è certamente fatta per permettere ai genitori ormai trenta quarantenni di portarsi al cinema i figli più piccoli, che non si devono nemmeno leggere la classica spiegazione scritta che scorre sullo schermo, dato che qui è raccontata con spezzoni creati per l’occasione ma trattati come se fossero stati presi da un precedente film realizzato nella stessa maniera.

Altro particolare da sottolineare è come l’utilizzo dell’animazione abbia spinto il regista a fare uso di alcune azioni acrobatiche tipiche da cartoon, cosa che evince come l’animazione, una volta scelta come mezzo, costringa o spinga ad utilizzarla senza nessun tipo di costrizione “fisica”, finendo per adottare alcuni cliché.

In ogni caso, come già detto da Chimy, il film funziona come intrattenimento come pochi altri, da una parte per il ritmo davvero sorprendente, e dall’altra perché, in fondo, al mondo di Star Wars si vuole sempre un gran bene.

 

Para

Voto Para: 2,5 / 4

"X – Files: voglio crederci": CINEROOM, THURSDAY AUGUST 14TH, 20.52

X- Files: voglio crederci è un film mediocre. C’è del “buono” e c’è del “cattivo”. E tra il buono e il cattivo c’è tensione.
L’inizio è buono: un montaggio alternato tra il presente e il passato. Nel presente della diegesi un sensitivo cerca qualcosa tra la neve; nel passato vediamo la causa di ciò che l’uomo sta cercando. I frammenti passati, inoltre, sono anche le visioni che spingono il sensitivo nella ricerca. Immediatamente noi spettatori crediamo fermamente che i frammenti passati siano reali, che sia andata veramente così. Ci fidiamo, inizialmente, di lui. Per ora noi spettatori siamo Fox Mulder.
Quindici minuti dopo, di padre Joseph, il sensitivo, un prete accusato di aver violentato 37 chierichetti, non ci fidiamo più ciecamente. Alcuni particolari, sottolineati nel corso del film dalla regia (e dalla sceneggiatura) di Chris Carter (nonché ideatore della serie), ci fanno quasi passare dalla parte di Scully: padre Joseph non ha visioni ma è un complice che conosce i delitti e vuole pilotare le indagini.
Il film, quindi, ha un grosso pregio: tutto è opposizione in tensione, tutto è Fox Mulder vs Dana Scully. Non c’è, come nella serie televisiva, collaborazione, ma tensione. Addirittura, i due (ex) agenti FBI, per quasi tutta la pellicola, non indagano nemmeno insieme. Mulder è preoccupato di testare la propria fiducia nel mondo, Scully di testare la propria fiducia verso sé stessa.
La tensione tra “buono e cattivo” c’è anche, non troppo esplicitamente, su di un piano politico morale, che riguarda i personaggi ecclesiastici. Padre Joseph è un prete la cui integrità morale è crollata, è così la propria credibilità. Da portatore di verità (la parola di Dio) è diventato, prima di tutto, uomo da sospettare, poiché potenzialmente menzognero.
Il cappellano ospedaliero dove lavora Scully opta per l’eutanasia ad un bambino di 5 anni, ma Scully proverà a salvarlo (grazie ad alcune parole di padre Joseph, che Scully, nonostante la vaghezza, percepisce come verità da seguire). E infine Le suore infermiere guardano male Dana per la sua ostinazione verso la vita.
Questi personaggi, dunque, che dovrebbero rappresentare la fede in una verità, vengono messi costantemente in dubbio. Padre Joseph è buono o cattivo? Lasciare a Dio un malato terminale di 5 anni è giusto o sbagliato? Per fortuna, ed è una delle cose davvero buone del film, non avremo risposta certa a nessuna di queste due domande.
Di cattivo, però, c’è la confezione. Chris Carter, purtroppo, non è riuscito nel realizzare un film costante e deciso. Le cadute di stile ci sono, e non sono poche: alcuni cali nella recitazione di molti attori; scelta di musiche e punti di sincronizzazione discutibili; un inaspettato ingresso del tema musicale principale coincidente con l’inquadratura di una foto di George W. Bush (una trovata ridicola tanto quanto inquietante ed ambigua); la presa di posizione iniziale dei due agenti, in particolare quella di Scully, è così netta ed ostinata da apparire finta ed esagerata; e una regia piuttosto piatta, ma che di tanto in tanto ci delizia con qualche buone idea. Oltre al già citato inizio, anche alcuni contro plongèe, e l’ingresso in scena dei protagonisti, con l’arrivo finale dell’unico personaggio che mancava alla lista dei there must be.
X – Files: voglio crederci è dunque certamente un film mediocre, ma anche appagante; un insieme di ottime idee (nascoste) che Carter non è riuscito a sfruttare con decisione. Inutile precisare, ma meglio farlo almeno in chiusura, che è un film per fan. Non solo per fan, ma soprattutto per loro.


Para
Voto Para: 2,5 / 4

"Seta": il più pregiato dei tessuti nella sua tessitura meno pregiata.

«Una volta aveva tenuto tra le dita un velo tessuto con filo di seta giapponese. Era come tenere tra le dita il nulla».
Questo “Seta” per sfortuna non è come un velo tessuto con filo di seta giapponese. Perché la seta giapponese è leggera e delicata come una bella poesia.  E al film manca proprio quel velo poetico che nel romanzo omonimo di Alessandro Baricco esplode delicatamente in molte pagine. Il film è così una (quasi) fedele trasposizione letterale svuotata pesantemente del filtro poetico che connota il romanzo da cui è tratto.
Hervé Joncour (Micheal Pitt) vive a Lavilledieu, paese della Francia di fine 800, insieme alla moglie Helene (Keira Knightley). E’ un commerciante di uova di bachi da seta, per conto di Baldabiou, l’imprenditore che gestisce le filande del paese. A causa di un’epidemia che ha colpito le uova di bachi da seta in Europa e Africa settentrionale, Hervé viaggia fino in Giappone, dove acquista le uova di contrabbando grazie all’appoggio di Hara Jubei (nel romanzo Hara Kei), signorotto dedito al commercio di contrabbando, dato che il Giappone, in quegl’anni, era in piena autarchia. Nei suoi viaggi nella terra del Sol Levante Hervé incontra la geisha di Hara Jubei, e i due si innamorano fin dal primo sguardo. Proprio gli emozionanti giochi di sguardi che i due si scambiano nel romanzo, nel film sono quasi inesistenti, negando allo spettatore una parte fondamentale della caratterizzazione della donna e del loro rapporto d’amore. Hervé è infatti un viaggiatore che attraversa il mondo lasciando e raggiungendo di volta in volta un amore, in Francia Helene, in Giappone la geisha. Uno dei problemi del film è aver deciso di attribuire molta più importanza ad Helene, complice anche il nome dell’attrice scelta, a discapito del personaggio giapponese. Se nel libro Helene veniva abilmente tratteggiata dallo scrittore nella sua marginale presenza e nella sua prepotente assenza, nel film la bilancia tende decisamente nell’opposta direzione. In questo ribaltamento di tendenza il messaggio finale, che nel film vuole essere lo stesso, risulta purtroppo meno efficace che nel libro, dove invece emozioni, poesia e romanticismo sono perfettamente bilanciati. Nel processo quasi di “obiettivazione” operato dal regista Francois Girard sono così andati perduti troppi particolari che nel romanzo diventavano parti fondamentali della storia e dell’intento comunicativo.
Però il film in sé è salvabile.
Tralasciando le considerazioni mosse dalla mia particolare affezione verso il romanzo, e tralasciando le “occasioni mancate” dal regista, che trascura o elimina parti del romanzo che mi sarei voluto gustare sul grande schermo con chissà quale ottima regia, la pellicola ha i suoi pregi e i suoi difetti che non riguardano in nessuno dei due campi il libro. Il regista ha infatti un buono sguardo sulla realtà del tempo, un buon ritmo registico e si avvale di due attori principali di assoluto valore. Dall’altra parte il regista però si mostra poco attento ai paesaggi, che in un film del genere avrebbero dovuto ricevere un’attenzione assolutamente maggiore. Ad aumentare il giudizio positivamente c’è anche la musica di Ryuichi Sakamoto, che può essere considerato, azzardando, il Morricone giapponese.
Un film che è dunque in apparenza simile al romanzo, ma differente nella sostanza.
Un film che resta comunque godibile, anche se si poteva fare di più.
Una vera e propria occasione mancata.
Para
Voto Para: 2,5/4

"Il Destino Nel Nome": recensione lampo per esprimere in un lampo la lampante mediocrità di questo film.

"Il Destino Nel Nome" è un film difficilmente giudicabile, non perché sia complesso, importante o particolarmente bello o particolarmente brutto, ma perché nasconde un’ambiguità. Da un lato è un film che sa di già visto, di già detto, dove non ci sono proposte realmente interessanti, e nemmeno realmente deludenti. Dall’altro è un film che Mira Nair dirige anonimamente, con inquadrature né particolarmente belle, né particolarmente brutte, ma con un ritmo sicuramente soddisfacente, in grado di rendere le due ore abbondanti tutto sommato piacevoli e mai pesanti.
La pellicola parla principalmente di Gogol, figlio di due indiani residenti a New York. Il film però inizia trattando brevemente l’incontro dei genitori, accompagnando poi Gogol fino ai 30 anni toccando le tappe principali della sua crescita. Gli eventi che toccano il ragazzo sono piuttosto scontati e contribuiscono a dare al film quella sensazione di già visto. Però capiamoci, non è una minestra riscaldata più volte, ma semplicemente il pane del giorno prima, non so se mi spiego.
Per quanto riguarda il titolo del film mi sarei aspettato molta più attenzione a questo assunto, tenendo presente che molte culture, tra cui quella indiana, danno molta importanza al nome, che viene addirittura dato dai nonni solo dopo attente decisioni e valutazioni tra il bambino e il significato del nome stesso.
In totale: può un film essere “niente di che” a livello narrativo e contenutistico,  senza però annoiare lo spettatore?
La risposta è sì, e questo film ne è la prova. Un film dunque assolutamente mediocre, risultato del preciso bilanciamento tra il suo pregio e il suo difetto.
Para
Para: 2,5/4

"Saturno Contro": omosessuali, amori infranti, lutti… il solito film di Ferzan Ozpetek?

In astrologia avere saturno contro comporta un periodo di forte introspezione, di riflessione sulla propria vita e sui propri rapporti sociali. Solitamente questa avversità astrologica provoca un periodo di stasi temporaneo che fa da base e slancio verso un cambiamento. Nel film un gruppo di amici, un “bel” mix di eterosessuali ed omosessuali, vivono come una specie di famiglia con le loro gioie ed i loro dolori. Proprio con un dolore dovranno fare i conti, e proprio a causa di questo avvenimento, che non vi svelo, avranno l’occasione di riflettere su sé stessi e sui loro rapporti. Il problema è che Ozpetek non ritiene sufficiente soffocare i personaggi con una tragedia, ma ci aggiunge un matrimonio in sfascio, un ragazza disillusa (Ambra Angiolini) con qualche lieve problema di droga , un padre restio all’omosessualità del figlio e altre varie problematiche che il cinema italiano non sembra poter fare a meno. Nel cinema italiano la vita non sembra mai abbastanza tragica.
Già da questo breve escursus si potrebbe affermare che questo film sia pessimo, ma per fortuna qualcosa di salvabile c’è. “Saturno Contro” alterna momenti di assoluta bassezza a momenti piuttosto pregevoli, presentandosi come un’altalena di speranza ed oblio per il cinema italiano. Sostanzialmente siamo di fronte al solito cinema di Ozpetek, fatto di tragedie, amicizia, amore volutamente sia eterosessuale che omosessuale, in modo da sottolineare come i sentimenti tra le due “classificazioni” siano medesimi. Già nel pessimo “Le Fate Ignoranti” il regista si è mostrato morbosamente attratto dal gruppo di amici etero e gay che vivono allegramente senza nessun problema, e in questo film nel medesimo gruppo di amici etero e gay ci scaraventa una serie di eventi tragici che hanno lo scopo di far maturare i protagonisti. Uno dei tanti problemi è proprio il meccanismo di maturazione, che si presenta come un vero e proprio surplus inutile. Per me il film poteva finire dopo un’ora e un quarto, tra l’altro un’ora e un quarto tutto sommato accettabile, con pochi momenti di bassezza (battute e recitazione) e con pochi errori di regia (campi e contro campi sbagliati, aria a destra al posto che a sinistra, ecc), due costanti del cinema di Ozpetek. La restante mezz’ora è la classica forzatura per giungere ad un finale speranzoso in cui si da allo spettatore la sensazione che tutto alla fine si è risolto per il meglio. Senza l’ultima mezz’ora si poteva seriamente essere di fronte ad un quasi buon film, che avrebbe comunque avuto un finale di speranza (ma un bel finale di speranza), che avrebbe però distrutto le aspettative dello spettatore medio, voglioso di una forzata conclusione.
Un finale aperto, ma veramente aperto, il cinema italiano di oggi sembra rifiutarlo a tutti i costi.
Un film che mi convinco a giudicare mediocre (ma leggermente pendente verso un giudizio più negativo), grazie anche ad una buona fotografia e ad una piacevole interpretazione di quasi tutti gli attori.
Ma si poteva fare di più. Come al solito.

Para
Voto Para: 2.5/4