Tra commedie e thriller all’americana, la vera perla del weekend è «Offside» del dissidente iraniano Jafar Panahi

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Sei anni di carcere, con il divieto di realizzare film e di lasciare l’Iran per i prossimi venti: questa la condanna che il regime di Teheran ha inflitto a Jafar Panahi lo scorso 20 dicembre.
Il regista, vincitore del Leone d’Oro alla Mostra di Venezia del 2000 per il film «Il cerchio», era stato arrestato il 2 marzo 2010 con l’accusa di aver ripreso (senza permesso) alcune scene delle manifestazioni contro il governo di Ahmadinejād,del quale Panahi è da diversi anni uno degli oppositori più rilevanti.
Il mondo del cinema da quel momento si è costantemente mosso in difesa dell’autore (oggi in libertà dietro cauzione, in attesa del processo d’appello), attraverso messaggi mediatici (dalle campagne su facebook alle lacrime di Juliette Binoche, durante lo scorso Festival di Cannes, alla notizia che Panahi aveva iniziato lo sciopero della fame) e iniziative di vario tipo: ultima quella del Festival di Berlino che, nonostante il regista non potesse presentarsi in Germania, l’ha nominato fra i giurati della manifestazione.
Anche l’Italia (o, meglio, la casa di distribuzione Bolero Film) ha deciso di contribuire alla causa (e alla diffusione della poetica di Panahi) facendo arrivare nelle nostre sale «Offside», l’ultima pellicola dell’autore iraniano, a cinque anni di distanza dalla sua trionfale presentazione al Festival di Berlino, dove il regista vinse l’Orso d’Argento.
Al centro del film vi è, naturalmente, una feroce critica contro l’arretratezza del sistema dello stato mediorientale. Siamo a Teheran, nel giorno della partita decisiva per la qualificazione dell’Iran ai mondiali di calcio di Germania 2006, e gli spettatori si avviano verso lo stadio: tra questi c’è anche una ragazza, vestita da uomo, che cerca di mimetizzarsi fra la folla per nascondere il suo sesso, dato che le donne iraniane non sono ammesse alle partite di calcio per ragioni di buoncostume. Riesce a raggiungere i cancelli, ma si fa prendere dal panico e viene scoperta: le guardie la porteranno allora in una sorta di recinto, situato all’ultimo anello dello stadio, dove troverà altre ragazze che hanno tentato la sua stessa sorte e sono in attesa di essere prelevate dalla polizia.
Oltre a essere una pellicola di grande impegno politico, che racconta una delle battaglie per i propri diritti che le donne iraniane devono combattere giorno per giorno, «Offside» è anche un film estremamente piacevole, privo di quell’eccessiva lentezza (spesso fine a se stessa) che aveva contraddistinto il precedente lavoro di Panahi, «Oro rosso» del 2003.
Il regista dimostra in «Offside» tutto il suo talento cinematografico, realizzando una storia girata (quasi) in tempo reale che unisce modalità documentaristiche alle teorie di Cesare Zavattini su come la macchina da presa debba pedinare i personaggi.
La storica partita di calcio non si vede praticamente mai, si rimane sempre “offside” (termine che indica il fuorigioco) ad ascoltare le conversazioni fra le ragazze e i militari, tese a rivelare la situazione sociale e i rapporti uomo-donna nell’Iran contemporaneo.
Soltanto nella conclusione ci sarà spazio per la speranza di un futuro migliore: la nazionale di calcio, vincendo la partita, permette una riconciliazione comunitaria che solo lo sport, al giorno d’oggi, sembra poter realizzare. Nei festeggiamenti finali diventa infatti evidente la messa in scena del sogno di un Iran nuovo e diverso, per il quale Panahi ha sempre combattuto usando come arma la sua macchina da presa.
 
Gli altri titoli in uscita in questo secondo venerdì di aprile sono decisamente meno impegnati  (salvo «Ju Tarramutu» di Paolo Pisanelli, uscito mercoledì a due anni di distanza dal terremoto dell’Aquila), a partire dall’atteso «Lo stravagante mondo di Greenberg» di Noah Baumbach.
Il protagonista, interpretato da Ben Stiller e citato già nel titolo, è Roger Greenberg, un single sulla quarantina appena dimesso da un ospedale psichiatrico, che torna a Los Angeles (dopo aver vissuto molti anni a New York) per non lasciare incustodita la villa di suo fratello, partito con la famiglia per una vacanza in Vietnam.
Nella metropoli californiana cercherà di riallacciare i contatti con diverse figure del suo passato (dal vecchio amico Ivan all’ex-fidanzata Beth), ma il suo interesse si sposterà presto verso una nuova conoscenza: Florence, la giovane assistente personale di suo fratello.
Dopo il notevole «Il calamaro e la balena» del 2005, il regista Noah Baumbach sembra essersi decisamente perso realizzando, dopo il pessimo «Il matrimonio di mia sorella» del 2007, un altro prodotto ben poco originale, privo (a parte in rare sequenze) di quegli sprazzi registici che aveva mostrato nella sua pellicola più nota.
A differenza delle belle sceneggiature che scrive per le regie Wes Anderson (da «Le avventure acquatiche di Steve Zissou» a «Fantastic Mr.Fox»), ne «Lo stravagante mondo di Greenberg» la scrittura di Baumbach è piatta, priva di svolte narrative, tesa a raccontare unicamente il classico “vuoto esistenziale”  dei personaggi che mette in scena: un argomento sempre più abusato da un certo tipo di cinema indipendente americano che, come lo stesso regista, sembra aver perso quella creatività che aveva in passato.
A rendere ancor meno riuscita questa pellicola c’è un Ben Stiller decisamente sottotono, che si limita a ricreare tutti i cliché espressivi per interpretare un ex paziente di una clinica psichiatrica. Decisamente meglio di lui il cast di contorno: dal sottovalutato Rhys Ifans all’intensa Greta Gerwig, che (nei panni di Florence) si dimostra una delle nuove attrici del cinema a stelle e strisce da tenere in grande considerazione.
 
Secondo atteso film americano fra le uscite di questo weekend è «The Next Three Days», diretto da Paul Haggis con protagonista Russell Crowe.
L’attore neozelandese interpreta John Brennan, un docente di Pittsburgh che vede la moglie arrestata per un omicidio di cui si proclama innocente.
Dopo tre anni di inutili battaglie legali, con un figlio piccolo da crescere, John penserà a un piano perfetto per far evadere la moglie dal carcere e tornare a vivere liberamente insieme a lei. 
Remake del francese «Pour elle» di Fred Cavayé (film del 2008 con Vincent Lindon e Diane Kruger, mai uscito nelle sale italiane), «The Next Three Days» è un tipico thriller americano contemporaneo, con i classici pregi (pochi) e difetti (molti) del caso.
Le svolte narrative risultano poco credibili a partire dalla metamorfosi del protagonista, da timido insegnante a giustiziere senza scrupoli, fino a una delirante mezz’ora finale in cui non c’è spazio per alcuna veridicità.
Dopo i sopravvalutati «Crash» del 2004 e «Nella valle di Elah» del 2007, Paul Haggis si conferma regista di scarso spessore, nettamente in difficoltà a far empatizzare il pubblico con le sue storie (persino in un film a tratti, comunque, coinvolgente come questo) senza ricorrere a effetti stilistici pacchiani e a scelte musicali decisamente retoriche.
Proprio come Noah Baumbach, anche lui ha fatto di meglio quando si è limitato a scrivere sceneggiature per altri registi: in particolare per Clint Eastwood con «Million Dollar Baby» e «Flags of Our Fathers».
Una conclusiva nota di merito va però agli attori: da un bravo Russell Crowe, in una delle performance più convincenti della sua filmografia recente, a un sempre efficace Liam Neeson, che regala un riuscito cameo nei panni di un esperto di evasioni. 

Chimy

Voto Offside: 3/4

Voto Lo stravagante mondo di Greenberg: 2/4

Voto The Next Three Days: 2/4

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Tron Legacy: simbologie post reali

 

 Premessa: l’avvolgimento sonoro, al pari di quello visivo, è elemento forte e predominante durante la visione di Tron Legacy. Quindi avviciniamoci ad una sua analisi dentro un simile contesto.
Accendete le casse del vostro pc e cliccate su play prima di leggere la recensione.

 


Nei cinema arriva la coppia Johnny Depp – Angelina Jolie, ma le emozioni più grandi le riserva il nuovo film di Jean-Pierre Jeu

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Il tempo delle battaglie natalizie è arrivato. Questo venerdì faranno il loro ingresso in sala i film che si contenderanno il primato al box office nelle prossime settimane: dal classico cine-panettone annuale di Neri Parenti («Natale in Sudafrica») al nuovo lungometraggio d’animazione della Dreamworks («Megamind»); dal terzo capitolo della saga fantasy «Le cronache di Narnia» («Il viaggio del veliero») all’ultimo lavoro di Aldo Giovanni e Giacomo («La banda dei Babbi Natale»).
In mezzo a questo gruppone potrebbe però svettare un titolo in grado di guadagnarsi i favori del botteghino grazie a un’inedita coppia di attori protagonisti: «The Tourist» di Florian Henckel von Donnersmarck, che vede per la prima volta insieme sul grande schermo Johnny Depp e Angelina Jolie.
L’interprete della saga dei «Pirati dei Caraibi» (il cui quarto episodio arriverà nei cinema a maggio 2011) veste i panni di Frank, un turista americano in visita a Venezia, che si ritroverà coinvolto suo malgrado in uno scontro fra spie internazionali. Non tutto però sarà chiaro come appare a prima vista.
Dopo il grande successo de «Le vite degli altri» (vincitore del Premio Oscar al miglior film straniero nel 2006), il tedesco Henckel von Donnersmarck sembra aver già perso lo spessore registico che aveva caratterizzato il suo fortunato esordio.
Nonostante il possibile fascino esercitato dalla coppia Depp – Jolie, «The Tourist» risulta semplicemente una banale spy story (con momenti da commedia, forse involontari) che diventa sempre meno interessante e più scontata col passare dei minuti.
Non basta una discreta alchimia fra i due divi di Hollywood (anche se entrambi non sembrano, fin dalle prime battute, molto convinti di lavorare in questo progetto) per alzare il livello di una pellicola decisamente piatta e mediocre.
 
Coppia d’attori molto meno glamour è invece quella composta dai semisconosciuti John Krasinski e Maya Rudolph, noti volti televisivi più che cinematografici, protagonisti della commedia agrodolce «American Life» di Sam Mendes.
I due interpretano rispettivamente Burt e Verona, coppia non sposata di trentenni in attesa di una bambina. Abbandonati dai genitori di lui (quelli di lei sono morti diverso tempo prima) che si stanno trasferendo in Europa, Burt e Verona intraprendono un lungo viaggio tra gli Stati Uniti e il Canada per cercare fra parenti e amici qualcuno che possa aiutarli in un momento così delicato.
Anche se probabilmente non otterrà grandi incassi in questo weekend pre-natalizio, è alta l’attesa per l’uscita nelle nostre sale (a un anno e mezzo di distanza da quella nei cinema americani) di questo prodotto indipendente che il talentuoso Sam Mendes ha realizzato a breve distanza dal precedente «Revolutionary Road», in cui i protagonisti erano Leonardo DiCaprio e Kate Winslet.
Dopo un incipit particolarmente originale, «American Life» non mantiene però le aspettative degne di un soggetto così interessante.
La riflessione del regista sulle difficoltà dell’essere genitori oggi, viene approfondita soltanto parzialmente: per gran parte il film descrive con superficialità la ricerca di un’identità familiare che si trascina verso un finale altamente prevedibile.
Curiosamente, uno dei difetti maggiori di questa pellicola sta nella sceneggiatura dello scrittore di culto Dave Eggers (realizzata insieme a Vendela Vida), che già aveva lavorato per il grande schermo adattando «Nel paese delle creature selvagge» tratto da un libro di Maurice Sendak e diretto da Spike Jonze. Dialoghi spesso forzati e sopra le righe portano a dire che la sua attività di romanziere sia, almeno per il momento, di gran lunga preferibile.
 
Una storia spontanea, divertente e brillante è invece quella scritta da Jean-Pierre Jeunet (in coppia con Guillaume Laurent) per la sua sesta fatica registica: «L’esplosivo piano di Bazil», unica pellicola francese in un weekend in cui  è il cinema americano a farla da padrone.
L’incontenibile Dany Boon (regista e attore di «Giù al nord») interpreta Bazil, impiegato in un videonoleggio la cui vita è stata segnata dalle armi da guerra.
Il padre, diversi anni prima, è rimasto vittima di una mina in Marocco e poi lui stesso, durante una notte di lavoro, viene colpito accidentalmente alla testa da un proiettile vagante che lo riduce in fin di vita. Dimesso dall’ospedale e rimasto senza casa viene adottato da una banda di eccentrici personaggi, che vivono in una sorta di caverna costruita all’interno di una discarica. Grazie al loro aiuto Bazil deciderà di vendicarsi di quei fabbricanti d’armi causa di tutte le sue sofferenze.
Otto anni dopo il grande successo de «Il favoloso mondo di Amelie» (seguito dal meno noto «Una lunga domenica di passioni» del 2004), Jean-Pierre Jeunet realizza uno dei suoi migliori lavori in assoluto: «L’esplosivo piano di Bazil» è infatti un’opera riuscitissima, piena di ottimi caratteristi e di sequenze davvero geniali.
Qualche piccolo calo nella seconda parte non toglie valore a questa pellicola surreale, costellata da tante colte citazioni dalla storia del cinema, che spaziano da Sergio Leone ai grandi comici (Charlie Chaplin e Buster Keaton in primis) del muto. E non solo.
Jean-Pierre Jeunet riesce davvero a sorprendere, proseguendo coerentemente la sua personale idea di cinema che ha portato avanti sin dal suo esordio, «Delicatessen» del 1990, senza mai scendere a compromessi. Lo dimostra il fatto che, con coraggio e personalità, nel 2007 ha persino rifiutato la proposta della Warner Bros. di dirigere il quinto episodio della saga di «Harry Potter».

Chimy

Voto The Tourist: 2/4

Voto American Life: 2/4

Voto L'esplosivo piano di Bazil: 3/4

Nel weekend di Harry Potter la vera sorpresa è «Scott Pilgrim vs. The World»

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

L’inizio della fine: Harry Potter torna sul grande schermo con la prima parte de «I doni della morte», attesissimo epilogo della saga fantasy più fortunata della storia del cinema.
Apparso nelle sale per la prima volta nel 2001 in «Harry Potter e la pietra filosofale», il personaggio creato dalla penna di J.K. Rowling ha fatto incassare alla Warner Bros. (con sei film) circa 5 miliardi e mezzo di dollari.
Normale quindi che l’attesa sia alle stelle e che gli spettatori di tutto il pianeta (la data di uscita è in contemporanea mondiale) si aspettino di trovare i cinema invasi dall’ultimo capitolo di questo fenomeno di massa.
Avevamo lasciato il maghetto a scrutare l’orizzonte, nel finale di «Harry Potter e il principe mezzosangue» (uscito a luglio 2009), nella speranza di vedere presto un futuro migliore e lo ritroviamo adesso costretto a osservare, al contrario, il suo eterno nemico Voldemort diventare sempre più potente. 
Nessun luogo è sicuro: questa frase, messa in esergo alla locandina italiana, rappresenta perfettamente lo stato in cui si trovano Harry e i suoi amici fidati Ron ed Ermione, costretti a fuggire continuamente per non farsi scovare da Voldemort e dai suoi Mangiamorte.
La loro sola speranza è individuare e distruggere gli Horcroux – la vera chiave dell’immortalità del Signore Oscuro – prima di essere trovati a loro volta. Proprio nel corso di queste ricerche il protagonista verrà a conoscenza della leggenda dei Doni della Morte che, se si rivelasse vera, potrebbe consegnare a Voldemort il potere assoluto del quale da sempre vuole impadronirsi.
Diretto nuovamente da David Yates, al timone della saga dal quinto capitolo in poi, «Harry Potter e i doni della morte – Parte I» difficilmente verrà ricordato come un passo in avanti rispetto alle più recenti pellicole della serie.
Se Alfonso Cuarón aveva realizzato una vera perla con «Harry Potter e il prigioniero di Azkaban», la terza avventura del giovane mago, con cui era riuscito a superare l’infantilismo dei primi due film diretti da Chris Columbus (grazie a un maggiore spessore psicologico dei personaggi e a una regia sontuosa), successivamente sia Mike Newell (regista del quarto capitolo «Harry Potter e il calice di fuoco») che David Yates si sono limitati a realizzare un prodotto confezionato decentemente, ma privo di uno spessore cinematografico che comunque ai botteghini sarebbe servito a poco. Non a caso l’opera “artistica” di Cuarón è stata in assoluto quella che ha incassato meno di tutte le altre.
Difficile non leggere in un’ottica commerciale anche la scelta di dividere «I doni della morte» in due parti, soprattutto viste le ridondanze narrative di questa pellicola.
Un accumulo sempre più ampio di personaggi (l’ultima nuova entrata in un cast di caratteristi inglesi che funziona sempre meravigliosamente è Bill Nighy nella parte del Ministro della Magia) caratterizza una prima parte del film difficilmente sostenibile, sia per il suo eccessivo patetismo che per un ritmo terribilmente noioso.
Fortunatamente però «Harry Potter e i doni della morte – Parte I» cresce di livello verso le battute finali, facendoci almeno sperare in un ultimo capitolo (in uscita a luglio 2011) che riesca a concludere decorosamente una saga che ha attraversato (nel bene e nel male) l’ultimo decennio della storia del cinema.
 
Non c’è però soltanto l’ultimo Harry Potter fra le novità della settimana e, mentre continuano a uscire pellicole presentate all’ultimo Festival di Roma (questo venerdì è il turno de «I fiori di Kirkuk» di Fariborz Kamkari e di «Io sono con te» di Guido Chiesa), nelle nostre sale arriva anche un titolo assolutamente da segnalare come «Scott Pilgrim vs. The World» di Edgar Wright.
Notevolmente coraggiosa la scelta della Universal di aver scelto il “weekend del maghetto” per far arrivare in Italia questo film che ha per protagonista un giovane personaggio decisamente diverso da quello creato dalle pagine di J.K. Rowling.
Scott Pilgrim è un ventitreenne come tanti: suona il basso in una band, è appassionato di videogiochi e frequenta una ragazza adolescente (di sei anni più giovane) con la quale spera di riuscire a superare una precedente delusione d’amore.
La sua vita procede banalmente fino all’incontro con Ramona, ragazza forte e ribelle e della sua stessa età, della quale s’innamora perdutamente. Scott sarà pronto a tutto pur di conquistarla: persino combattere contro i sette ex fidanzati della stessa, che cercheranno in ogni modo di ucciderlo per impedirgli di avere una relazione con la loro (ex) amata.
Tratto da una serie a fumetti del canadese Brian Lee O’Malley, «Scott Pilgrim vs. The World» racconta così una storia bizzarra e surreale, che riesce però a rappresentare perfettamente un’intera fascia giovanile: la generazione “nerd”, cresciuta a pane e videogiochi, protagonista anche di «The Social Network» di David Fincher, uscito la scorsa settimana.
Se però nel film di Fincher questa caratterizzazione è data soprattutto dal linguaggio verbale dei protagonisti (segnato da una quantità torrenziale di parole, che si accavallano una sull’altra per ricreare l’enorme mole di frasi che si vedono ogni giorno su facebook), in «Scott Pilgrim vs. The World» Edgar Wright ragiona direttamente sulla grammatica filmica, utilizzando nelle sua pellicola le logiche linguistiche tipiche dell’universo videoludico.
Il protagonista, interpretato da un efficace Michael Cera, si ritroverà così immerso in situazioni tipiche del mondo dei videogiochi, con sfidanti che hanno “barre di energia” sopra la testa e che, una volta sconfitti, gli faranno guadagnare dei punti per crescere di livello in livello.
Dopo «L’alba dei morti dementi» del 2004 e «Hot Fuzz» del 2007, il talentuoso Edgar Wright (conosciuto anche per aver diretto uno dei “finti trailer” in «Grindhouse» di Quentin Tarantino e Robert Rodriguez) sale di livello come il suo protagonista, realizzando il suo film più ambizioso e importante.
Brillante e anche molto divertente, «Scott Pilgrim vs. The World» rappresenta così una scelta più che valida da vedere in sala questo weekend, soprattutto per coloro (e sono più di quanti possa sembrare) che non sono mai riusciti ad appassionarsi fino in fondo alla saga di Harry Potter.

Chimy

Voto a Harry Potter e i doni della morte-Parte I: 2/4

Voto a Scott Pilgrim vs. The World: 3/4

Martyrs: l'ultimo esempio del nouveau horror francese

La recensione di Chimy di Martyrs, opera seconda di Pascal Laugier, molto discussa e (forse) molto discutibile, è qui su Paper Street . Il "nouveau horror" francese è giunto al suo punto più estremo?

E per chi ancora non lo sapesse qui su Cinedrome dal carissimo amico Pickpocket (che ringraziamo nuovamente per la splendida iniziativa), un’intervista fatta allo stesso Chimy… che solo per la bellissima foto postata da Pick in apertura del post merita un’occhiata :).

Tutto questo in attesa di un prossimo post doppio sul bellissimo Coraline e la porta magica di Henry Selick, film che già ora vi consigliamo di vedere a tutti i costi… possibilmente in una sala attrezzata per il 3d.

Antichrist: il film "da vedere" dell'anno

Premessa (necessaria) al post che segue: visto che Antichrist, come tutti sapete, è uno dei film che ha fatto più discutere negli ultimi anni, con recensioni che passano dal capolavoro assoluto al film da deridere, ci sembrava giusto e bello scrivere nel post due diverse opinioni per sviluppare meglio una (speriamo interessante) discussione. Visto inoltre che il Para non ha ancora potuto vedere il film per i classici problemi della distribuzione italiana, sotto alla mia recensione c’è in aggiunta un commento (quasi opposto alla mia opinione sul film) fatto da Gianni Chimento (mio padre), che si firma come John, che era già apparso con alcune frasi dentro le mie recensioni di Tideland e Sweeney Todd e che questa volta, in via unica proprio per il film di cui andremo a parlare, ha voluto scrivere addirittura un commento sul post, perché in disaccordo con la mia opinione (e anche un po’ per prendermi in giro nell’ultima frase del suo commento) e soprattutto per favorire una discussione derivante dalla pubblicazioni di due opinioni diverse.

Chimy



Recensione del Chimy:


Si può parlare davvero a lungo di questo Antichrist, film che può (e deve!) stimolare riflessioni importanti e discussioni stimolanti su quello che abbiamo visto e su come l’opera si può analizzare e come si istituisce in quanto forma filmica; al di là del giudizio che uno gli voglia dare. Forse, visto il film e il regista di cui si parla, sarebbe più adatto iniziare a parlarne spiegando il perché di un giudizio invece di un altro; ma in questo caso è molto più interessante sviluppare alcuni spunti e tralasciare le motivazioni valutative-numeriche per la conclusione della recensione; punto che nel cinema di von Trier diviene sempre secondario rispetto al resto e questo è il grosso merito di questo grande regista. Vedendo Antichrist quello che davvero colpisce in positivo è la costante riflessione fatta sul regista sulla natura dell’immagine e (anche) in questo caso in particolar modo sulla natura dell’immagine “lenta” o quasi immobile che si fa segno forte nel linguaggio cinematografico che Lars mette in scena. L’incipit del film è una sequenza straordinaria: in quelle immagini rallentate, così strafottenti e così traumatiche, sta tutta l’ironia e tutto lo spessore cinematografico che ha da sempre il regista danese. Il disagio che questa lentezza e staticità può provocare, accompagnata inoltre dalla musica soave di Lascia ch’io pianga, è paragonabile ad un vero choc percettivo che induce lo spettatore a lasciare un’abitudine spettatoriale per aprirsi a un diverso modo di leggere le immagini. Dopo questo incipit i momenti più toccanti (in cui si sente quella trasmissione di emozione sonoro-visiva accostabile al punctum barthiano) sono proprio quelli in cui abbiamo delle immagini quasi immobili. In particolare le immagini del bosco inquietante, in cui tutto sembra immobile e Charlotte Gainsbourg (molto brava), nei suoi incubi e nei suoi ricordi, si muove ad una velocità talmente minima da farla sembrare immobile. Queste immagini sembrano quasi delle fotografie; e qui mi pare appropriato ricollegarsi a Barthes che nella fotografia vedeva la presenza del perturbante. La fotografia era per lui un presagio di morte, una cristallizzazione temporanea del flusso vitale. E queste immagini in Antichrist sono inquietanti, non solo perché sono incubi in presenza di nebbie e boschi notturni, ma anche per la loro natura “rallentata”, bloccata, in cui si sente quel presagio di morte che diverrà ben più esplicito col passare del film. In questo senso Antichrist è assimilabile ad un precedente lavoro di von Trier, che non è The Kingdom (che non c’entra troppo) ma il bellissimo Le onde del destino. In quel film del 1996, i sette capitoli in cui il film è diviso sono introdotti da immagini che restano impresse nella memoria: campi lunghi (o lunghissimi) di paesaggi che appaiono immobili. In realtà aguzzando la vista vediamo però un movimento lentissimo di una figura, di un mezzo, di una nave in lontananza. Un effetto di turbamento dovuto anche al fatto che queste immagini introduttive sono all’esatto opposto della forma presente nei capitoli. Se Le onde del destino è un film che aderisce alle linee guida del Dogma (assenza di musica, assenza di luce non naturale, macchina a mano etc etc), quelle immagini all’opposto sono colorate con cromatismi kitch, luci false, accompagnate da canzoni pop commerciali. Quella scelta provocava uno spaesamento, una sensazione di perturbante che si ritrova con queste immagini fisse di Antichrist; che avvicinano la riflessione vonTrieriana sull’immagine a quella di alcuni artisti di video-arte come Bill Viola (per fare un esempio) che ha costruito tutta la sua carriera proprio su questi concetti. Ed è straordinariamente interessante in questo senso, un momento in cui Willem Dafoe dice alla moglie del film, che sta sognando sdraiata sull’erba, di sparire e diventare una cosa unica con la natura. La stessa situazione che avveniva in una installazione di Bill Viola del 1979, Reflecting Pool, in cui un uomo rimaneva (quasi) immobile per vari minuti sul trampolino di una piscina in mezzo ad un bosco e quando decideva di lanciarsi diveniva parte integrante dell’ambiente circostante. In questo senso si potrebbero aprire nuovi discorsi e riflessioni su possibili collegamenti fra il cinema di von Trier e la videoarte che, come lui, basa molte delle sue suggestioni sulla staticità dell’immagine fissa. Oltre al piano visuale, interessantissimo, in Antichrist è però giusto parlare anche di quello narrativo che è il punto in cui il film di von Trier crolla tremendamente. Funziona il discorso sull’elaborazione del lutto, la follia, la colpa e (in parte) la violenza mostrata; ma diviene assolutamente sbagliato e superfluo aggiungere tematiche quali il misticismo, il satanismo, il rapporto con la natura, il maschile-il femminile. Tematiche che vengono buttate lì senza essere approfondite in alcun modo e che appaiono inadeguate perché l’inquietudine era già data (e bastava eccome) dalle immagini e dalla fotografia, non serviva questo tipo di sceneggiatura. Il registro e il passaggio da statico a dinamico non funziona poi perfettamente perché, oltre a quelle immagini, vi sono “pause” dovute a dialoghi superflui che fanno perdere attenzione e fanno salire anche un po’ di noia. Le parole andavano spese per spiegare meglio alcuni concetti di derivazione satanica, se era un tema che von Trier si sentiva costretto a trattare. L’epilogo in cui ritorna la musica e la fotografia del prologo, non ripete però la bellezza e l’emozione che faceva nascere la scena iniziale, ma anzi risulta mal fatto perché voglioso di stupire senza avere delle basi solide; lasciando più di un dubbio su un finale molto discutibile. Il paradosso di Antichrist è quello che è uno dei film più interessanti, e in assoluto il più “da vedere” dell’anno, seppur risulti una delle opere nel complesso meno riuscite della carriera di von Trier. Un film che però andrà anche digerito e sul quale bisognerà tornarci probabilmente fra alcuni mesi dopo (speriamo) ampie e lunghe discussioni, che dovranno però toccare soprattutto il piano interpretativo, più che valutativo. Una forte delusione che è allo stesso tempo un film assolutamente da non perdere (e fra i più interessanti degli ultimi tempi) per ogni amante di cinema che si rispetti. Un ossimoro che credo farebbe piacere al geniale Lars.


Chimy

Voto Chimy: 2/4

Commento di John:

Le recensioni mi hanno incuriosito anche se Lars Von Trier non è tra i miei registi preferiti: troppo bergmaniano ne Le onde del destino, geniale si nella teatralità di Dogville ma troppo distante dal genio surrealista di Lynch con The Kingdom – ho dunque visto ANTICHRIST.  L’ho visto un po’ prevenuto con le mani strette ai braccioli della poltroncina pronto a chiudere gli occhi in attesa di chissà quali scene di violenza o di orrore ma…… non è stato così. Quindi ho poi riletto più volte quelle recensioni, quei commenti e mi sono incacchiato. Come alcuni dicono di Lars Von Trier (lo dice lui stesso nel suo film Il grande capo) o lo si può amare o lo si può odiare, ma deridere NO. La violenza c’è (l’horror no) ma arriva solo nell’ultima parte del film. Il regista ci prepara ad accoglierla, ad accettarla, a vederla come una scelta ineluttabile non di una mente malata ma di una persona disperata, e noi ci sentiamo vicini a questa disperazione, perché potrebbe essere la nostra. Lo stesso “Eden”, il ponticello, i rumori della pioggia o delle ghiande che cadono, gli scricchiolii dei rami o il frusciare del vento (qui mi è venuto alla mente Shyamalan) tutto può provocare angoscia o paura come il vagare nella nebbia o attraversare distese di felci giganti, ma mai il regista trasmette allo spettatore queste inquietudini: la natura non è ostile, anzi ci protegge, ci illumina, ci sorride anche solo con un cespuglio di more ad una svolta del nostro sentiero. In cima alla piramide della paura c’è solo “ME”, c’è solo l’uomo, non cercate i 3 Mendicanti in cielo, non è una costellazione, essi sono tra noi.

 

E adesso caro Chimy tu vorresti da me un voto, ma tu sai benissimo che l’emozione è al di sopra di qualsiasi grado di giudizio, ma per farti contento dirò che Charlotte Gainsbourg è insuperabile nonostante un doppiaggio davvero da brividi.

Lasciami entrare: questioni sull'etica cinematografica

Del cinema svedese

Purtroppo Lasciami entrare è diventato (assurdamente) un film-caso e questo ci obbliga a doverne parlare ampiamente, tralasciando purtroppo una possibile, interessante, riflessione sulle pessime condizioni generali del cinema svedese degli ultimi anni.
Un’estetica sempre più televisiva, sempre più incentrata al facile commercio, ha intaccato una cinematografia nazionale dalla storia gloriosa.
Sembra che da quando Ingmar Bergman abbia smesso di girare la Svezia abbia perso completamente il senso del cinema, rimanendo inserita in una sarabanda di carenza creativa davvero preoccupante.
Tendenza, che si può simboleggiare con un film uscito nelle sale italiane lo scorso anno come Racconti da Stoccolma, alla quale però non sfugge certamente anche la regia di Tomas Alfredson di Lasciami entrare.

Del genere, dei generi

Si è scritto che questo film unisce vari generi cinematografici. In realtà non li unisce affatto, li tiene ben separati e li sceglie a seconda delle situazioni cinematografico-narrative che vengono raccontate.
Se nella primissima parte è l’horror a farla da padrona, nella seconda si aprono strade che tendono al melò e al filone adolescenziale.
La mezz’ora iniziale del film è splendida. Alfredson presenta ottimamente i personaggi e il soggetto e riesce a ricercare, e ricreare, perfettamente il perturbante insito da sempre nel paesaggio innevato scandinavo, facendo sua (per poco) la lezione bergamaniana sulla rappresentazione dell’isola di Faro.
Gli enormi problemi del film iniziano quando Alfredson vira verso la "storiella d’amore" fra i due protagonisti arrivando ad occuparsi soltanto di quella.
La bestialità del cambiamento nel film però non sta certamente (e ci mancherebbe) nel passaggio di genere, ma nelle modalità di rappresentazione che vengono messe in scena.
Dalla complessa ricerca del perturbante tramite l’uso dell’immagine e del sonoro, unite all’ambiente rappresentato, Alfredson passa a forme filmiche e situazioni incentrate unicamente dal volersi far apprezzare da un pubblico più ampio, adolescenti chiamati in causa (molto) compresi.
Dal coraggio dell’inizio si passa ad un appiattimento artistico ben spiegabile dalla necessità, o dalla voglia, di rendere la pellicola appetibile su un ampio mercato. Cosa che è infatti è avvenuta.
Come The Orphanage, suo strettissimo parente, fa parte di un filone di pellicole, inizialmente horror (si intende il genere nel senso più puro del termine) che poi si adagiano su canoni commercialissimi, che possono portare alla morte del genere vero e proprio, allevati come una serpe in seno che dovremmo cercare di estirpare il prima possibile.
Un filone di registi che, andando al di là del discorso sui generi, smettono di occuparsi di cinema per pre-occuparsi del pubblico. Fatto inaccettabile.

Della figura del vampiro

E’ stato anche scritto che Lasciami entrare ridefinisce con nuova forza espressiva la figura del vampiro. Finalmente vediamo sullo schermo non dei voraci succhiatori di sangue, ma individui dotati di umani sentimenti che vivono con sofferenza la loro condizione di non-morti. Sacrilegio!!!!!
Questi concetti sono stati espressi, con forza (inutile dirlo) molto maggiore, già nel 1922 nel Nosferatu di Murnau (chiedo perdono ai famigliari del regista di Aurora per aver citato un simile genio in una recensione su Lasciami entrare) e sviluppati nel "remake" fatto da Herzog negli anni ’70, in cui la figura del vampiro era, in realtà, una tipica figura romantica Herzoghiana in cerca di un sogno (l’amore in quel caso) che non si potrà mai realizzare.
Alfredson non ri-esprime in alcun modo (o almeno non in maniera interessante) la tradizione della figura del vampiro e, anzi, inaccettabilmente ne va a deridere la storia stessa.
Il vampiro è una delle grandi presenze del cinema del ‘900; rabbrividisco nel leggere i complimenti alla caratterizzazione degli stessi fatta da Alfredson che bestemmia sulla (per fare un esempio) poesia lirica del finale di Murnau, in cui il vampiro innamorato si dimentica della sua natura e viene sorpreso dalla luce del giorno, mostrandoci una scena di autocombustione per la quale bisogna veramente sforzarsi nel voler trovare momento peggiore nel cinema degli ultimi anni. Forse a pensarci bene lo si può trovare in una scena con dei gatti diabolici fatti con un’orrenda computer grafica, presente sempre in Lasciami entrare.

Dell’etica cinematografica

Per i motivi sopra detti mi sento tranquillamente di dire, in breve conclusione, che se il cinema ha una sua etica estetica (e io penso che ce l’abbia), Lasciami entrare è un film immorale.

Chimy

Voto Chimy: 2/4

Voto Para: 2/4

 

Il cosmo sul comò: Aldo, Giovanni e Giacomo tra lo zen e lo smog.

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Aldo, Giovanni e Giacomo sono stati, e lo sono ancora, dei grandissimi comici, soprattutto, a livello televisivo e teatrale.

Il loro rapporto con la settima arte è però comunque interessante. Senza aver mai realizzato film indimenticabili sono riusciti a creare anche al cinema un proprio percorso personale, lontani dalle tipiche convenzioni del cinema commerciale italiano, fatto di una comicità intelligente e surreale al tempo stesso.

Il termine che forse meglio si adatta alla loro filmografia è la discontinuità.

Fra il godibile Tre uomini e una gamba e l’interessantissimo Chiedimi se sono felice (forse la loro vetta cinematografica) c’è stato il passo falso di Così è la vita; poi, fra il particolare La leggenda di Al, John e Jack e la trasposizione dello spettacolo teatrale Anplagghed al cinema abbiamo trovato il pessimo Tu la conosci Claudia?.

Il cosmo sul comò vive a pieno questa discontinuità del trio nel campo cinematografico.

Il film è, per chi non lo sapesse, a episodi; incorniciati da un inizio e una fine (più parti centrali) comuni ambientate nell’estremo oriente.

Forse proprio questa con Giovanni-Maestro Tsu Nam e Giacomo e Aldo-suoi discepoli la parte in assoluto meno riuscita del film: ti fa iniziare la visione con le massime preoccupazioni e ti fa cadere (nel finale), almeno in parte, alcune buone sensazioni maturate nel corso del film.

Il secondo episodio alza ben poco l’umore del pubblico: Milano Beach che racconta grossolanamente la partenza dei tre e delle rispettive famiglie per il mare. Scontato e noiosetto.

Successivamente c’è il discreto L’autobus del peccato, riuscito almeno in parte, episodio che verte attorno alla vita di una parrocchia.

Arrivati ormai oltre la metà del film si sente così il rischio di una sonora schifezza da prendere e buttare nel dimenticatoio; ma in realtà non sarà proprio così.

Gli ultimi due episodi infatti sono decisamente riusciti. Falsi prigionieri è forse il più divertente: personaggi ritratti nei quadri prendono vita e discutono tra loro.

Decisamente soprendente è stato però l’ultimo episodio, Temperatura basale, che oltre a far divertire riesce anche a regalare una piccola riflessione sull’ipocrisia della società italiana e sulle sensazioni differenti che il passaggio del tempo provoca in ognuno di noi.

Nel complesso quindi un film poco amalgato fra gli episodi e, come detto, certamente discontinuo ma che, almeno in parte, si può apprezzare; così come sono da apprezzare (nel corso della loro carriera cinematografica) Aldo, Giovanni e Giacomo che qui e da sempre continuano a regalarci una comicità che continua a divertire (e incassare) senza scendere a patti con gli aspetti più beceri che il cinema italiano d’incasso porta avanti ormai da anni.

 

Chimy

Voto Chimy: 2/4

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Il cosmo sul comò, purtroppo, è un film che non funziona pienamente.

Per Aldo Giovanni e Giacomo deve essere divenuto piuttosto difficile continuare a far ridere il pubblico in maniera originale dopo venti anni di attività comica e umoristica. L’impegno c’è, si vede, e proprio solo per questo che il film non è totalmente deprecabile, ma non può nemmeno essere promosso. Ad un impegno nel cercare e lanciare le battute, e ad ideare vicende e situazioni inedite per il trio, viene accompagnata una recitazione in molte occasioni sottotono (da parte di tutto il cast) e una regia non sempre brillante. Marcello Cesena (il Jean Claude di Sensualità a corte, uno dei contenuti di Mai dire Grande Fratello), propone una regia altalenante, dove ad una sufficiente padronanza del mezzo si affiancano alcuni guizzi suggestivi, come gru, dolly e riprese aeree, ma anche inquadrature ravvicinate (primi piani e dettagli) che irrompono all’interno di alcune sequenze in maniere del tutto casuale e fastidiosa.

La struttura ad episodi è poi un chiaro segnale di come la vena creativa in ambito cinematografico sia scemata, spingendo il trio a realizzare una sceneggiatura che li riporta al proprio habitat naturale, il teatro. Gli episodi, infatti, consentono di amministrare la creatività più facilmente e costringono alla sintesi, ovviando, in qualche modo, il rischio altissimo di ogni lungometraggio comico di stancare lo spettatore dilatando a dismisura la narrazione. Purtroppo, però, su quattro episodi due sono pessimi, Milano Beach e Falsi prigionieri, mentre L’autobus del peccato e Temperatura basale sono senza dubbio i migliori. Sulla cornice, invece, non si può che stendere un velo pietoso.

Il cosmo sul comò, quindi, nonostante non sia un prodotto vincente, non all’altezza dei fasti (a livello di comicità) raggiunti dal trio, sia al cinema che in teatro e in televisione, resta comunque un film che intrattiene in maniera decorosa, cosa che a Natale, in Italia, è ogni anno più difficile.

 

Para

Voto Para: 2/4

 

The Orphanage: i mali dell'horror contemporaneo

Non so da quanti anni fosse che un film di genere horror non concorresse alle nomination per il miglior film agli EFA, i celebrati oscar europei.
E’ successo quest’anno (le nomine sono di pochi giorni fa) in cui l’applauditissimo The Orphanage è andato ad accomodarsi nella lista più importante dei premi europei accanto a Gomorra, Il divo, La classe e a due film non ancora visti nelle sale italiane, cioè gli attesissimi Happy-Go-Lucky e Waltz with Bashir.
The Orphanage è l’esordio dietro la mdp di Juan Antonio Bayona, giovane spagnolo appoggiato dalla produzione e dalla presentazione del più celebre Guillermo Del Toro.
Si sente lo zampino del regista de Il labirinto del fauno, per questo film che era stato presentato con successo a Cannes nel 2007 e che soltanto noi in Italia (esce venerdì) non avevamo ancora visto, ma più per il soggetto iniziale che per lo stile o per la resa.
Fondamentali per avviare una riflessione sull’opera sono i bellissimi titoli di testa del film: una mano strappa parti della tappezzeria dei muri per mostrare, dietro ad essi, i nomi del cast e della troupe del film. Bellissimi, è vero. Ma questi titoli di testa sono direttamente (ed esplicitamente) presi in prestito da quelli fatti da quel genio di Saul Bass per un certo Otto Preminger per un film come Bunny Lake è scomparsa, opera la cui importanza è difficilmente misurabile nella storia del cinema di genere, e non solo.
L’omaggio-citazione-prestito-furto (scegliete quello che preferite) è assolutamente coerente con la partenza della pellicola, che si sviluppa principalmente sulla scomparsa di un bambino.
Questi titoli di testa sono però estremamente esemplificativi in quanto The Orphanage compie continuamente queste scelte di rimando ad altre pellicole, che sono sì coerenti e ben inserite, ma che ci mostrano anche le scarse idee degli autori del film che non riescono davvero a regalarci niente di nuovo. E questo anche se si fa un confronto soltanto con opere uscite negli ultimi anni.
Ben confezionato, The Orphanage è un film che rischia poco; si appoggia ad alcuni momenti di tensione (in parte) riuscita, ad un’ottima interpretazione della protagonista, ad una buona fotografia, ma sembra costantemente costruito col freno a mano tirato; privo di una valenza significante degna di nota per il genere di cui fa parte e privo di una forza di significato per raccontare il mondo di oggi, o, volendo, quello di ieri.
Questo scarso coraggio della pellicola lo fa scivolare pian piano in un finale che, seppur anch’esso  ben "costruito" (termine non usato a caso), è ben poco convincente ed inquietante, come invece (forse) vorrebbe in realtà essere.
In anni in cui il genere horror è sempre più in difficoltà la buona notizia, legata a questo film, sono i riconoscimenti che ha preso e la nomination agli EFA un’opera del filone; la brutta notizia è che questo è tutt’altro che un film da applaudire e per il quale esultare.
Chi ama il genere non può accontentarsi di questa pellicola facile e poco coraggiosa; torniamo piuttosto in sala a (ri)vederci The Mist, quello sì un gioiello da premiare e del quale si dovrebbe continuare a parlare a lungo.

Chimy

Voto Chimy: 2/4

Lezione ventuno e The Burning Plain: quando lo scrittore esordisce alla regia

E’ la prima (e forse l’ultima) volta che su cineroom viene fatto un unico post per due film.
Questa scelta non è fatta (soltanto) per pigrizia, ma perchè ci sembra coerente trattare contemporaneamente queste due pellicole che possiedono entrambe gli stessi motivi di discussione: elemento più unico che raro per due film usciti a breve distanza l’uno dall’altro.
Lezione ventuno è l’esordio dietro la mdp del celebre scrittore Alessandro Baricco. The Burning Plain è l’esordio dietro la mdp del celebre sceneggiatore Guillermo Arriaga.
Entrambi hanno sempre considerato la loro arte come una forma estremamente speciale di scrittura.
Baricco si mostra spesso per essere una persona molto amante di sé stessa e della sua capacità scrittoria; Arriaga ha più volte dichiarato che gli alti risultati dei film diretti da Inarritu siano sostanzialmente merito delle sue sceneggiature e che il regista andava a chiedere a lui come girare le scene (dichiarazione che si collega al "divorzio artistico" fra i due messicani).
Insomma, la modestia non è proprio di casa per i due protagonisti del doppio post e questo si riscontra (e tanto) nei loro film.
Lezione ventuno e The Burning Plain sono due film molto supponenti per motivi diversi l’uno dall’altro, seppur si possa collegare quest’arroganza registica al "passato" artistico dei due.
Partiamo da Lezione ventuno: il film di Baricco ha un incipit interessantissimo. Parla del celebre professore (interpretato da un gradevole John Hurt) che durante le sue lezioni smontava i grandi capolavori delle varie arti. Nella sua camera vediamo i suoi bersagli: la Venere di Botticelli per la pittura, 2001: Odissea nello spazio (se qualcuno non sa per cosa se ne vada da questo blog immediatamente… he he ^^) e per la musica la Nona di Beethoven, che sarà la protagonista della pellicola. Benissimo, partenza affascinante… siamo curiosi di andare a scoprire quali saranno le tesi del professore per portare avanti questa lezione.
L’interesse dura però circa 28 secondi, fino a quando la voce narrante termina di parlare e inizia il film vero e proprio.
Subito andiamo a capire che il senso del film non è dimostrare se la Nona è un capolavoro o meno, ma il senso della pellicola è unicamente per Baricco quello di dimostrare a sé stesso di essere capace di girare un film e che il cinema per un grande scrittore come lui è una bazzecola da fare ogni 3-4 mesi se solo volesse. E allora assistiamo ad un minestrone impazzito in cui si vanno a mescolare fotografie, flashback, flashforward, interviste agli alunni del professore, interviste a dei pazzi scatenati, interviste ad esseri spocchiosi (ecco, l’autobiografismo del regista tema centrale) sperduti in un limbo che sembra simboleggiare il vuoto nel cervello di Baricco quando prende una macchina da presa in mano.
La confusione dell’autore è talmente forte che rimane addirittura un dubbio di fondo: ma con questo film ha voluto dimostrare che la Nona è sopravvalutata? Oppure ha voluto dimostrare che le critiche fatte alla Nona dal professore sono vacue e stupide e che il capolavoro di Beethoven è inattacabile?
La confusione è talmente tanta che ha portato Mariarosa Mancuso, in un momento rarissimo di brillantezza formidabile, a scrivere la frase critica dell’anno 2008, che parlando di ciò che accade dopo l’incipit scrive: "poi arriva un delirio su vecchiaia e bellezza che ammazza chiunque non abbia studiato alla scuola Holden". Applausi…
Veniamo al tasto più positivo (?) del post: The Burning Plain di Arriaga, uno dei film più attesi (almeno da me) della scorsa Mostra di Venezia.
Qual è il grosso problema di quest’opera meno che mediocre? No, non è la regia (anche se non è certo positiva)… è la sceneggiatura? ebbene sì.
Arriaga vuole dimostrare al mondo, a sé stesso e a Inarritu che non è capace soltanto di scrivere storie alternate nello stesso tempo, ma storie (o la stessa storia, meglio) parallele in temporalità differenti.
Questa scelta ci allontana dal fascino (e sto parlando solo della sceneggiatura) di Amores Perros o di 21 grammi (la sceneggiatura di Babel doveva essere ingoiata da Inarritu quando gliel’ha presentata) e ci presenta una storia completamente inutile e già vista che fin dall’inizio non riesce ad empatizzare con il pubblico.
Sulla regia e sulle atmosfere Arriaga sembra più preoccuparsi a tenersi lontano dallo stile di Inarritu, piuttosto che pensare di dare un ritmo migliore alla vicenda.
Peccato perchè questo film ha anche diversi pregi nelle buone interpretazioni, nella fotografia, ma purtroppo tutto va a perdersi davvero per una sceneggiatura che non è né carne né pesce e che non vuole mai rischiare nulla in nessun momento del film.
Diventa poi plausibile fare, per concludere, una riflessione anche sul fallimento di due esperti scrittori (come categoria globale) che passano dietro la macchina da presa e si ritrovano completamente sperduti in un luogo che non è il loro. Forse sarebbe il caso che chi scrive su carta non debba pensare preconcettamente che sia la stessa cosa che scrivere con la macchina da presa.
Dov’è finito l’insegnamento del grande Alexandre Astruc? Che i concetti chiave della camera-stylo siano andati perduti?

Chimy

Voto Chimy a Lezione ventuno: 1,5/4
Voto Para a Lezione ventuno: 1,5/4

Voto Chimy a The Burning Plain: 2/4
Voto Para a The Burning Plain: 1,5/4