Transformers la vendetta del caduto: Bay torna al suo standard qualitativo di sempre.

La cattivissima recensione del Para la trovate qui, su Paper Street.
L’unica cosa buona, Megan Fox, è nel film del tutto marginale, quindi accontentatevi della seguente foto.

Transformers-2-megan fox

P.S.: Cogliamo inoltre l’occasione per informarvi che l’associazione Paper Street ha recentemente dato vita a Middle Crossing, una casa di produzione cinematografica indipendente. Il loro obiettivo è quello di fare cassa producendo videoclip con un ottimo rapporto qualità prezzo così da avere dei fondi con cui produrre cortometraggi.
Qui trovate il canale di YouTube con le loro due produzioni.
Se vi dovesse servire un videoclip, tenetelo presente.

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Imago Mortis: un ritorno deludente per l'horror italiano.

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Il tanatoscopio è uno strumento ideato per catturare l’immagine che resta impressa sulla retina al momento della morte, e si compone di un apposita arma atta ad uccidere e a cavare gli occhi, e da una specie di macchina fotografica che permette di stampare l’immagine su un acetato direttamente dai bulbi. Imago mortis, titolo che significa “immagine della morte”, si concentra sul ritorno alla luce di questo strumento, ideato da un certo dottor Fumagalli nel XVII secolo. Ovviamente, riesumando l’oggetto, iniziano una serie di omicidi e di eventi misteriosi.

Imago Mortis, secondo lungometraggio di Stefano Bessoni, “allievo” di Pupi Avati, è un film che gioca male le proprie carte. Bessoni, infatti, gira bene le sequenze, il problema sta nel raccordarle. Problema grande del film sono le ellissi, numerose e spesso senza giustificazione né narrativa né linguistica.

La messa in scena, come la messa in quadro, sono molto precise e dettagliate. L’ambientazione, una scuola di cinema che sembra fuori dal mondo e dal tempo, in piena tradizione gotica, è infatti giusta protagonista del film, con ampie inquadrature in plongée e contro plongée e con molti campi lunghi che ne mostrano le architetture. Purtroppo manca una riflessione metacinematografica forte, che avrebbe probabilmente arricchito il film e dato spessore al plot.

I momenti di tensione e paura, pochi e sporadici, sono comunque ben girati, con jump cut e un montaggio velocissimo che si rivela una scelta appropriata.

Il cast, tra cui spiccano il protagonista Alberto Amarilla, Geraldine Chaplin e la figlia Oona, da una prova altalenante: alcuni momenti ottimamente recitati, mentre altri scadenti.

Se, quindi, ad un livello di regia delle sequenze il livello è più che buono, anche se per quanto riguarda l’organizzazione delle sequenze si notano problemi con le ellissi, il problema più grande resta quello narrativo. La sceneggiatura, infatti, pare piuttosto frettolosa, senza chiari riferimenti temporali e con una conclusione tra le più classiche del genere. Anche in questo caso, se la spiegazione finale è classica e banale, il flashback che l’accompagna è invece girato piuttosto bene.

Altri momenti veramente imperdonabili, a livello di sceneggiatura, sono le scelte di fare baciare i protagonisti dopo situazioni sconvolgenti che farebbero passare la voglia di baciarsi a chiunque.

Imago Mortis, quindi, è un’altalena di pregi e difetti, tra cui spiccano i secondi, in maggior numero riferiti alla sceneggiatura, e che vanno purtroppo a minare una regia tutto sommato di qualità.

Comunque una speranza per un ritorno del genere in Italia, anche se coprodotto con Spagna e Irlanda, ma speriamo, per noi e per Bessoni, che vada meglio nei prossimi lavori.

Para

Voto Para: 2/4

The Spirit: dal fumetto anni '40 al cinema anni 2000.

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Parlare di The Spirit senza cadere nel confronto, più o meno diretto, con Sin City è difficile. Frank Miller, maestro e pietra miliare del fumetto statunitense, dopo aver rifatto (con Rodriguez e Tarantino) il suo Sin City, prova (da solo) a rifare The Spirit di Will Eisner, padre del fumetto statunitense, facendolo prima diventare “suo”. Miller, infatti, ridisegna, prima sullo storyboard (i cui disegni appaiono nei bellissimi titoli di coda del film), e poi sulla pellicola, un suo Spirit, che finisce con il diventare, ovviamente, materiale simile a quello di Sin City. Infatti, delle avventure settimanali  in sette pagine che hanno accompagnato alcuni quotidiani statunitensi dal 1940 al 1952, resta, forse, poco. La rilettura e la riproduzione Milleriana sono da un certo punto di vista positive, perché lo stile Milleriano (e dicendo stile Milleriano si parla sia di fumetti che di cinema, dato l’effetto fotocopia a cui lo stesso Miller anela) ben si addice al nostro tempo. Il problema, però, non è a livello di scelta generale, ma di scelte particolari, che rendono The Spirit un film senza coerenza, anche e soprattutto a livello visivo.

Se infatti la cura maniacale della fotografia, di luci e di visual effects, sorprende, sorprende anche quanto non ci sia amalgama ed un giusto dosaggio tra le parti che compongono il tutto. Le sequenze più comics, quelle con colori in contrasto, con le figure umane quasi a silhouettes, che si avvicinano all’animazione, appaiono in maniera brusca, sporadicamente, non sono parte coerente, ma piuttosto scelte occasionali che non riescono a caricarsi di quel significato forte a cui forse puntava Miller. Così come il particolare delle scarpe di Spirit, in bianco acceso, che spesso appare come unico particolare colorato in rotoscope del quadro, disturba proprio in quanto unico neo.

Le sequenze dell’ “angelo della morte”, poi, oltre che essere un altro elemento differente da tutto, sempre a livello visivo, introducono un altro problema del film, quello narrativo. Questi inserti, infatti, sono abbozzati, sporadici, slegati, pensieri del protagonista che però appaiono fuori luogo, senza utilità narrativa. Se l’impianto narrativo generale del film può sorprendere per le meccaniche da fumetto (e ci mancherebbe, visto il nome), il film cade proprio su alcuni passaggi. Tratto caratteristico del film è infatti un cospicuo uso di inserti e gag grottesche, bizzarre, di forte contrasto, ma proprio alcune di queste scelte, purtroppo, spezzano bruscamente, distruggendo momentaneamente ciò che si era creato a livello di atmosfera. Il gioco a volte funziona, ma non sempre.

Anche per quanto riguarda la recitazione si può fare il medesimo discorso di tutto il film. I personaggi sono giustamente caratterizzati da stereotipi molto forti, e recitati dagli attori altrettanto meccanicamente. Questo significa da una parte avere momenti in linea con il carattere comics del film, dall’altro di non raggiungere un livello sufficiente nei momenti di maggior pathos.

Miller, in sostanza, con The Spirit si è divertito a giocare su ogni fronte. Ha citato sé stesso (i suoi fumetti), Eisner e Disney (i guanti di Octopus sono quelli di Topolino) e ha portato sullo schermo un personaggio, quello di Spirit, cercando, senza riuscirci pienamente, di proporre allo spettatore un compromesso: mediare tra il proprio fumetto e quello di Eisner, e tra il fumetto degli anni ’40 e il cinema del nuovo millennio. Forse, la linea più forte che unisce i due Spirit è solo quella piacevole ed innocente misoginia che li accompagna.

 

Para

Voto Para: 2/4

Il cosmo sul comò: Aldo, Giovanni e Giacomo tra lo zen e lo smog.

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Aldo, Giovanni e Giacomo sono stati, e lo sono ancora, dei grandissimi comici, soprattutto, a livello televisivo e teatrale.

Il loro rapporto con la settima arte è però comunque interessante. Senza aver mai realizzato film indimenticabili sono riusciti a creare anche al cinema un proprio percorso personale, lontani dalle tipiche convenzioni del cinema commerciale italiano, fatto di una comicità intelligente e surreale al tempo stesso.

Il termine che forse meglio si adatta alla loro filmografia è la discontinuità.

Fra il godibile Tre uomini e una gamba e l’interessantissimo Chiedimi se sono felice (forse la loro vetta cinematografica) c’è stato il passo falso di Così è la vita; poi, fra il particolare La leggenda di Al, John e Jack e la trasposizione dello spettacolo teatrale Anplagghed al cinema abbiamo trovato il pessimo Tu la conosci Claudia?.

Il cosmo sul comò vive a pieno questa discontinuità del trio nel campo cinematografico.

Il film è, per chi non lo sapesse, a episodi; incorniciati da un inizio e una fine (più parti centrali) comuni ambientate nell’estremo oriente.

Forse proprio questa con Giovanni-Maestro Tsu Nam e Giacomo e Aldo-suoi discepoli la parte in assoluto meno riuscita del film: ti fa iniziare la visione con le massime preoccupazioni e ti fa cadere (nel finale), almeno in parte, alcune buone sensazioni maturate nel corso del film.

Il secondo episodio alza ben poco l’umore del pubblico: Milano Beach che racconta grossolanamente la partenza dei tre e delle rispettive famiglie per il mare. Scontato e noiosetto.

Successivamente c’è il discreto L’autobus del peccato, riuscito almeno in parte, episodio che verte attorno alla vita di una parrocchia.

Arrivati ormai oltre la metà del film si sente così il rischio di una sonora schifezza da prendere e buttare nel dimenticatoio; ma in realtà non sarà proprio così.

Gli ultimi due episodi infatti sono decisamente riusciti. Falsi prigionieri è forse il più divertente: personaggi ritratti nei quadri prendono vita e discutono tra loro.

Decisamente soprendente è stato però l’ultimo episodio, Temperatura basale, che oltre a far divertire riesce anche a regalare una piccola riflessione sull’ipocrisia della società italiana e sulle sensazioni differenti che il passaggio del tempo provoca in ognuno di noi.

Nel complesso quindi un film poco amalgato fra gli episodi e, come detto, certamente discontinuo ma che, almeno in parte, si può apprezzare; così come sono da apprezzare (nel corso della loro carriera cinematografica) Aldo, Giovanni e Giacomo che qui e da sempre continuano a regalarci una comicità che continua a divertire (e incassare) senza scendere a patti con gli aspetti più beceri che il cinema italiano d’incasso porta avanti ormai da anni.

 

Chimy

Voto Chimy: 2/4

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Il cosmo sul comò, purtroppo, è un film che non funziona pienamente.

Per Aldo Giovanni e Giacomo deve essere divenuto piuttosto difficile continuare a far ridere il pubblico in maniera originale dopo venti anni di attività comica e umoristica. L’impegno c’è, si vede, e proprio solo per questo che il film non è totalmente deprecabile, ma non può nemmeno essere promosso. Ad un impegno nel cercare e lanciare le battute, e ad ideare vicende e situazioni inedite per il trio, viene accompagnata una recitazione in molte occasioni sottotono (da parte di tutto il cast) e una regia non sempre brillante. Marcello Cesena (il Jean Claude di Sensualità a corte, uno dei contenuti di Mai dire Grande Fratello), propone una regia altalenante, dove ad una sufficiente padronanza del mezzo si affiancano alcuni guizzi suggestivi, come gru, dolly e riprese aeree, ma anche inquadrature ravvicinate (primi piani e dettagli) che irrompono all’interno di alcune sequenze in maniere del tutto casuale e fastidiosa.

La struttura ad episodi è poi un chiaro segnale di come la vena creativa in ambito cinematografico sia scemata, spingendo il trio a realizzare una sceneggiatura che li riporta al proprio habitat naturale, il teatro. Gli episodi, infatti, consentono di amministrare la creatività più facilmente e costringono alla sintesi, ovviando, in qualche modo, il rischio altissimo di ogni lungometraggio comico di stancare lo spettatore dilatando a dismisura la narrazione. Purtroppo, però, su quattro episodi due sono pessimi, Milano Beach e Falsi prigionieri, mentre L’autobus del peccato e Temperatura basale sono senza dubbio i migliori. Sulla cornice, invece, non si può che stendere un velo pietoso.

Il cosmo sul comò, quindi, nonostante non sia un prodotto vincente, non all’altezza dei fasti (a livello di comicità) raggiunti dal trio, sia al cinema che in teatro e in televisione, resta comunque un film che intrattiene in maniera decorosa, cosa che a Natale, in Italia, è ogni anno più difficile.

 

Para

Voto Para: 2/4

 

"Denti": la vagina dentata fa meno male di quanto ci si aspettasse.

Purtroppo Denti è un film fatto per essere guardato sapendo già che la protagonista è munita di una vagina dentata. Questo comporta una serie di atteggiamenti che variano dallo scherno verso lo schermo, alla delusione fino all’apprezzamento.

Denti, infatti, è disseminato di piccoli riferimenti ambigui al sesso, alle vagine, ai peni: scritte sulle magliette, cartelloni pubblicitari, cavità nei tronchi degli alberi e altre numerose trovate di questo genere. Il problema, però, è che tutto questo è inutile e fastidioso.

Il fatto che Dawn abbia una vagina dentata (tra l’altro con denti simili a quelli degli squali) lo sappiamo bene, così come sappiamo che, scherzo del destino (o “fine” risvolto psicologico pedagogico psicoanalitico ecc ecc), Dawn è un’attivista cattolica che lotta contro la prematura perdita della verginità e contro la mercificazione del sesso. Questa ambiguità tra esterno (la santarellina) e l’interno (della sua vagina) viene sradicata quando Dawn scopre (assumendo psicofarmaci, come se la distruzione della sua immagine precedente debba essere fatta su tutti i livelli) che può mozzare peni a suo piacimento. A quel punto il film, che fino ad allora era l’accettabile messa in scena di un problema visto con occhio piuttosto serio, prende una piega da slasher femminista contro lo stupro e le ingiustizie dei maschilisti, rappresentati su tutti dal fratellastro di Dawn, un ragazzo violento, sessista e disinteressato ai rapporti con genitori, amici e famiglia.

Inoltre, fin dal primo fotogramma, per tutta la pellicola, dietro la casa di Dawn, in lontananza, fanno da spauracchio due enormi ciminiere di una centrale nucleare, come a dire: «Guardate, è questa la causa della deformazione della sua vagina!». Un po’ come i pesci con tre occhi de I Simpsons.

La regia di Mitchell Lichtenstein, inoltre, regala solo alcune piacevoli inquadrature e un paio di sequenze soddisfacenti, e a parte le trovate discutibili di cui sopra, che potrebbero anche piacere a qualcuno, scivola via senza altri particolari pregi.

Quello che però salva il film da una stroncatura totale è una prima parte tutto sommato sufficiente, e quello che il film ha saputo dare prima e dopo la visione: l’irresistibile bisogno di parlare di quel film su di una ragazza con la vagina dentata.

 


Para
Voto Para: 2 / 4

Speed Racer: il ritorno dei fratelli Wachowski dopo i

“Superauto Mach 5” è il titolo italiano di “Mach Go Go Go”, negli Stati Uniti “Speed Racer”. Questa serie animata giapponese, datata 1967, è stato uno dei primi anime, insieme ad “Astroboy”, ad essere esportato nel mondo. Se in Italia è arrivato in ritardassimo, cioè negli anni ‘80, in Usa era già da anni un cult per tutti i bambini americani. Prototipo di ogni produzione televisiva animata dedicata alle auto da corsa, è probabilmente stato il cult anche dei due piccoli fratellini Wachowski.

Speed (Emile Hirsh), che di cognome fa Racer, è un pilota talentuoso che ha come modello di vita suo fratello, Rex Racer, morto, forse, in un incidente durante una gara. Guida la sua Mach 5, costruita da suo padre Pops Racer (John Goodman), con il costante tifo della sua amica/fidanzata Trixie (Cristina Ricci in una misé vintage arrapante) e del fratellino (sempre insieme alla scimmia domestica). Nemico/amico di competizione è Racer X (Mattehw Fox, che dovrebbe essere lasciato sempre su di un’isola). Obiettivo principale di Speed è di eliminare il marcio dal mondo della competizione automobilistica, nel quale multinazionali interessate al ritorno economico truccano e pilotano le gare.

Speed Racer” è un film per bambini tra gli 8 e i 13 anni, esattamente come il target a cui era indirizzato il prodotto originale giapponese. “Speed Racer” è il pessimo risultato di un’operazione interessante: la manipolazione e la trasformazione di un anime giapponese degli anni ‘60 in un film Disney degli anni 2000. Non che ci sia di mezzo la Disney, ma è chiaro che il punto di riferimento nella realizzazione della sceneggiatura, nela caratterizzazione dei personaggi e delle vicende, è il classico film Disney. La volontà dei fratelli Wachowski è stata, probabilmente, quella di riproporre un proprio amore d’infanzia ad un pubblico nuovo che non potrebbe apprezzarne la versione originale. Prendono un prodotto semplice, banale, ma allora di assoluto effetto, e lo rendono un assortimento di caramelle per bambini. Nel film c’è molto più di quello che offriva la serie animata originale, e c’è tutto quello che potrebbe piacere ad un bambino pre-adolescente: personaggi semplici e stilizzati, ninja, influenze da video game, comicità infantile, azione, un loro coetaneo (che ha una scimmia come amico e che fa il simpatico), wrestling e corse in auto (con auto realizzate esattamente come i famosi modellini Mini 4wd della Tamiya, “stilose” ed aggressive proprio come piacciono ai bambini). Proprio le corse in auto sono, però, le uniche parti del film a piacere anche ad un adulto e, soprattutto, le uniche parti del film veramente meritevoli. L’attenzione al ritmo, all’impianto visivo, alla costruzione di movimenti spettacolari, l’uso di movimenti di macchina e di inquadrature interessanti (tra cui una splendida, ma nascosta, falsa soggettiva), rendono chiara l’abilità dei Wachowski a dirigere un certo tipo di cinema. Il resto, invece, è il frutto di una sceneggiatura banalissima, con dialoghi infantili e, oltretutto, con una recitazione pessima da parte di tutto il cast (Emile Hirsh compreso). La regia, dove non ci sono auto che volteggiano, roteano, saltano e si scontrano, è piatta e inconsistente, e in alcuni punti dove dialoghi, storia, recitazione e regia si trovano tutti insieme al minimo valore ci si addormenta pure.

Se i Wachoski hanno voluto realizzare un film solo per bambini ci sono riusciti e magari piacerà loro anche tanto, ma se avevano l’intenzione di fare un film per tutti allora hanno miseramente fallito.

“Speed Racer” è un un film troppo sbilanciato, in cui è palese l’incapacità (si spera solo in questa occasione) dei Wachowski a prestare attenzione a tutte le componenti, narrative e stilistiche, che formano un film, non soltanto alle parti in cui danno sfogo alla loro originalità e voglia di sperimentazione (soprattutto visiva).

"Speed Racer”, quindi, non è un film stilizzato ma, piuttosto, un film scarabocchiato.

Para

Voto Para: 2/4

I fratelli Wachowski dopo il folgorante "Matrix" (1999), hanno sempre deluso le alte aspettative che c’erano sui loro film.
"Matrix Reloaded" e "Matrix Revolution" erano due film poco riusciti, il cui difetto maggiore era un’assoluta mancanza di equilibrio registico fra quelle parti che invece avevano trattato con sapienza nel film che ha dato il via alla serie.
La stessa mancanza di equilibrio si va a riscontrare (forse anche maggiormente) in questo "Speed Racer", in cui le varie fasi filologiche dell’operazione compiuta (come ha sottolineato anche il Para)  sembrano scontrarsi l’una con l’altra, invece che armonizzarsi a vicenda.
Le innovazioni visive collidono con una sceneggiatura banalissima (con frasi che provocano spesso imbarazzo) e stupida; le, quasi tutte abbastanza riuscite, sequenze dinamiche di corsa (non troppe) si scontrano invece con quelle statiche, assurde ed inguardabili.
Anche a livello contenutistico fa male il suo lavoro. E’ vero che è fatto per un target di bassimissima età (almeno si spera) e quindi bisogna fare contenti i piccoli spettatori, e fargli vedere che la povera e buona famiglia debba sconfiggere i cattivoni potenti. Però si esagera, arrivando a paragonare le multinazionali al diavolo (?) in persona.
Troppo lungo e inefficace, "Speed Racer" porta a farsi rivalutare in piccola parte per la bella sfida finale (chi vincerà?) nel circuito più importante. Maluccio anche gli attori, il protagonista in particolare
Quando finalmente si è contenti di aver assistito ad una sequenza ben fatta (questa descritta sopra), subito dopo si cade nell’abisso di uno dei post-finali più ridicoli che si siano visti negli ultimi tempi.
Senza svelare troppo, si va a "sistemare" l’unico concetto non commerciale che si era "azzardato" in precedenza. Non si fa.
La fine dei Wachowski?

Chimy

Voto Chimy: 1,5/4

"Inferno": la seconda madre, Mater Tenebrarum.

Tra le tre madri Mater Tenebrarum è la più giovane e crudele, e il suo unico desiderio è uccidere, meglio se violentemente, molto violentemente.
Inferno” si basa esclusivamente sulle otto uccisioni volute dalla madre, senza articolare nessun impianto narrativo, se non una blanda linea guida. La pellicola sembra infatti soltanto il pretesto per spiegare agli spettatori la storia delle tre madri e delle loro tre dimore, progettate dall’architetto Varelli. Spiegazione che si risolve nei primi cinque minuti di film.
I restanti 95 minuti sono solo il lento (molto lento) susseguirsi di omicidi più o meno originali.
Nel voler ribadire il concetto secondo il quale le tre madri operano solo ed esclusivamente per fare del male, Dario Argento sembra prendersi la libertà di realizzare un film con una sceneggiatura vuota ed inconsistente, utile (ma neanche tanto) solo ad incollare questi famosi otto efferati omicidi.
Manca poi la pregevole attenzione alle scenografie di “Suspiria”, elemento presente in isolate occasioni, cioè nelle uniche scene valide del film, come ad esempio la scena che si svolge nei sotterranei all’inizio del film.
La storia, se vogliamo proprio sforzarci a cercarla, ruota inizialmente attorno a Rose, per poi spostarsi al fratello Mark, che la raggiunge da Roma a New York dopo aver ricevuto una misteriosa lettera. A New York è infatti situata la dimora della seconda madre, in cui risiede anche il dottor Varelli.
In totale il film si risolve con poche scene degne almeno del precedente episodio della trilogia, con molte scene imbarazzanti, e con un finale che definire soddisfacente sarebbe blasfemo.
Buona la regia, anche se al servizio del nulla, e ottime le musiche del grande Keith Emerson, che da sole valgono la visione del film.
“Inferno”, datato 1980, segna un passo nel declino di Dario Argento, che dopo i sospiri ci regala le tenebre, ma tenebre vuote, in cui qualche sospiro avrebbe di sicuro giovato. Perchè le tenebre, se non nascondono qualcuno o qualcosa, sono sicuramente meno paurose.
Para
Voto Para: 2/4

Voto Chimy: 2/4