Spogliarellisti contro la crisi: nelle sale arriva la banda di «Magic Mike» firmata da Soderbergh

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

 

Ha annunciato che allo scoccare dei suoi cinquant’anni, il 14 gennaio 2013, si ritirerà dal mondo del cinema, ma nell’attesa gira un film dietro l’altro: stiamo parlando di Steven Soderbergh, regista americano che negli ultimi quattro anni ha realizzato ben nove pellicole e altre due sono in post-produzione. La sua ultima fatica, «Magic Mike», esordisce questo weekend nelle sale italiane dopo aver superato i 110 milioni di dollari ai botteghini americani, a fronte di un budget di poco superiore ai 7: un successo nato da un’idea di Channing Tatum, attore protagonista del film, ma anche produttore e autore di un soggetto ispirato alle sue precedenti esperienze di stripper in Florida.

Operaio di giorno e spogliarellista di notte, Mike è un trentenne della provincia americana che cerca così di affrontare la crisi economica, senza rinunciare al suo sogno di sempre: portare il suo spettacolo in un ricco club di Miami. A dare una svolta alla sua vita sarà l’incontro con Adam, un ragazzo di soli diciannove anni a cui farà da mentore, insegnandogli a stare sul palcoscenico e a guadagnare soldi facili.

Insieme all’esordio «Sesso, bugie e videotape», Palma d’Oro a Cannes nel 1989, e al sottovalutato «Bubble» del 2006, «Magic Mike» è il titolo più riuscito, toccante e significativo dell’intera carriera di Steven Soderbergh, segnata più da bassi che da alti.

In apparenza una commedia leggera, «Magic Mike» è invece una rappresentazione a tinte drammatiche e quasi funeree di una società alla deriva, simbolizzata da una fotografia (curata dallo stesso Soderbergh) dai toni freddi e distaccati.

In mezzo a tanti spogliarelli, ciò che viene davvero messo a nudo è la dura e intima situazione di un gruppo di uomini (e di donne, di fronte a loro) legati all’illusione di poter ancora vivere una realtà dove il sogno americano non sia svanito per sempre.

Decisamente meno suggestivo è «I bambini di Cold Rock», esordio hollywoodiano del francese Pascal Laugier dopo il successo di «Martyrs» con protagonista Jessica Biel.

L’attrice interpreta Julia Denning, un’infermiera che vive in un’isolata città mineraria dove si nascondono inquietanti segreti: nel corso degli anni sono scomparsi tredici bambini, rapiti, si dice nel villaggio, da una misteriosa entità che dopo averli catturati svanisce nel nulla. Julia, da sempre scettica sull’argomento, inizierà a credere alla leggenda dopo che anche il suo David sparirà nel bel mezzo di una notte come tante.

Il regista, come per la sua sopravvalutata pellicola precedente, dimostra un buon talento visivo che si perde però in una struttura narrativa macchinosa e troppo cervellotica. Nel tentativo di sorprendere a tutti i costi, «I bambini di Cold Rock» con il passare dei minuti finisce per uniformarsi alla produzione media del cinema horror a stelle e strisce.

In conclusione, da segnalare anche l’uscita di «Woody», documentario diretto da Robert B. Weide, totalmente incentrato sulla vita di Woody Allen.

Trasmesso in origine sul canale PBS in due parti di oltre 190 minuti complessivi, è stato ridotto a 113 per rendere la durata più consona alla proiezione sul grande schermo.

Partendo dall’infanzia del protagonista, il film percorre tutta la sua carriera: dai primi lavori televisivi ai massimi successi cinematografici. Più un biopic che un documentario, «Woody» alterna materiale di repertorio, spezzoni della filmografia in primis, a interviste vecchie e nuove fatte ad Allen e ai suoi amici e collaboratori.

Un lavoro rigoroso, ma eccessivamente piatto nella sua struttura tradizionale e privo di grandi guizzi stilistici: piacerà ai fan, molto meno a chi non ha un marcato interesse per l’opera del regista newyorkese.

 

Chimy

Voto Magic Mike: 3/4

Voto I bambini di Cold Rock: 2/4

Voto Woody: 2,5/4

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Nelle sale Gianni Amelio commuove con «Il primo uomo», mentre Woody Allen continua a deludere

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Il cinema italiano sembra aver (finalmente) rialzato la testa: dopo gli ottimi livelli qualitativi raggiunti da «Romanzo di una strage» di Marco Tullio Giordana e «Diaz» di Daniele Vicari usciti nelle scorse settimane, anche questo venerdì è attesa nelle sale una pellicola di pregevolissima fattura diretta da uno degli autori di punta della nostra cinematografia. Si tratta de «Il primo uomo», ultima fatica di Gianni Amelio, presentata lo scorso settembre al Festival di Toronto dove ha ottenuto il Premio della critica internazionale. Tratto dall’omonimo romanzo, autobiografico e incompiuto, di Albert Camus, «Il primo uomo» ha per protagonista Jean Cormery, scrittore di successo che, verso la fine degli anni ’50, torna nella sua patria d’origine, l’Algeria, dopo aver vissuto per lungo tempo in Francia. Tra le pieghe di un paese devastato da attentati e pervaso dal desiderio di liberazione, Cormery cercherà di ripercorrere le vicende di un’infanzia dolorosa, segnata dalla povertà e dalla morte del padre durante la prima guerra mondiale.

Girato in lingua francese e figlio di una coproduzione tra vari paesi, «Il primo uomo» è una toccante riflessione sulla necessità di ricercare nel proprio passato i germi di ciò che siamo diventati nel presente. Perfettamente alternata tra i due piani temporali, la vicenda umana del protagonista (interpretato da un eccellente Jacques Gamblin) riesce a coinvolgere ed emozionare lo spettatore senza mai scadere nella retorica. Grazie a una regia sinuosa e sempre attenta ai dettagli, Amelio si conferma, a cinque anni di distanza da «La stella che non c’è», uno dei migliori autori europei in grado di coniugare un’estetica impeccabile a un forte impegno civile. Tra i tanti momenti da ricordare, un lungo piano-sequenza in cui il piccolo protagonista cammina verso il mare e un delicato omaggio a «Bonjour Tristesse», pellicola di Otto Preminger del 1958 con protagonista Jean Seberg.

 

Regista che invece delude, ormai senza possibilità d’appello, è Woody Allen, il cui ultimo lavoro «To Rome With Love» rappresenta uno dei punti più bassi della sua quarantennale carriera. Dopo aver ambientato alcune delle sue ultime pellicole a Londra, Barcellona e Parigi, Allen sceglie la capitale italiana come sfondo a un film corale dove un gruppo di personaggi incrocia i propri destini, all’interno di un copione ispirato (molto liberamente) al «Decamerone» di Boccaccio. Se già negli ultimi anni si è spesso parlato di un inesorabile declino del regista di «Manhattan», «To Rome With Love» conferma pienamente questa tesi, ponendosi tra i fanalini di coda del cinema americano “d’autore” del nuovo millennio. Registicamente piatta e inconsistente, la pellicola si trascina senza guizzi per tutta la sua durata, priva di qualsiasi idea cinematograficamente adeguata o di un appiglio narrativo a cui aggrapparsi. Mentre per «Midnight in Paris» alcuni hanno parlato di un “cinepanettone per intellettuali”, in questo caso anche una tale definizione appare troppo positiva rispetto al reale valore della pellicola.

 

Lavoro altrettanto insoddisfacente è «Una spia non basta», action comedy diretta da McG con protagonisti Chris Pine e Tom Hardy. I due attori interpretano due agenti della CIA, affermate spie professioniste e amici per la pelle fin dall’infanzia. Il loro legame, lavorativo e affettivo, rischierà però di spezzarsi quando scoprono di essersi innamorati della stessa ragazza, Lauren interpretata da Reese Witherspoon. Commedia superficiale e poco divertente, «Una spia non basta» cerca, senza riuscirci, di coprire le falle di una sceneggiatura spesso scontata con effetti speciali continui e battute ammiccanti. Se Reese Witherspoon conferma tutti i suoi limiti, recitativi e non, sorprende che il solitamente oculato Tom Hardy abbia scelto di lavorare in un progetto così grossolano. Più a suo agio nei ruoli drammatici, riuscirà presto a riscattarsi (siamo pronti a scommetterlo) con il ruolo di Bane, storico nemico di Batman, nell’attesissimo «Il cavaliere oscuro-Il ritorno» di Christopher Nolan, in uscita a fine agosto nelle sale italiane.

 

Chimy

Voto Il primo uomo: 3/4

Voto To Rome With Love: 1,5/4

Voto Una spia non basta: 1,5/4

Marco Tullio Giordana porta sul grande schermo la strage di Piazza Fontana, tra ricerca della verità e forte partecipazione emotiva

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Il 12 dicembre 1969 dovrebbe essere una data impossibile da dimenticare. Eppure, a poco più di quarant’anni dall’attentato di Piazza Fontana, in cui persero la vita diciassette persone e da cui scaturì una sequela di fatti e morti oscure, la memoria appare confusa, annebbiata, soprattutto per le giovani generazioni. Per questo motivo, ma non solo, Marco Tullio Giordana, autore tra i più impegnati della nostra cinematografia attuale, ha deciso di realizzare «Romanzo di una strage», la pellicola più attesa tra le nuove uscite del weekend, incentrata sulle presunte verità nascoste dietro a quel tragico evento. Insieme agli esperti Sandro Petraglia e Stefano Rulli, Giordana costruisce un’ottima sceneggiatura, scandita da una coerente divisione in capitoli, in cui si alternano personaggi e situazioni legate da un unico filo conduttore.

Dopo il passo falso di «Sangue pazzo», Giordana, con la sua tipica messa in scena semplice ma efficace, è riuscito a tornare ai fasti de «I cento passi» coinvolgendo emotivamente il pubblico senza ricorrere a bassi mezzi retorici. Alcuni gli criticheranno di non aver preso una posizione decisa su alcuni episodi, la morte di Pinelli in primis, ma a volte un rumore fuori campo può (di)mostrare più di qualsiasi immagine.

Nonostante alcuni momenti in cui il ritmo tende a calare, «Romanzo di una strage», grazie anche a un cast in buona forma, risulta un film importante, in grado di scuotere e far riflettere sulla storia del nostro paese di ieri e di oggi. Al di là delle facili polemiche che farà immancabilmente scaturire.

 

Tra le nuove uscite c’è anche da segnalare «I colori della passione», progetto curioso e altrettanto coraggioso diretto dal polacco Lech Majewski. Artista a tutto tondo, Majewski ci propone in questo caso un viaggio all’interno de «La salita al calvario», quadro dipinto da Peter Bruegel il vecchio nel 1564, in cui la Passione di Cristo è ambientata nelle fiandre del XVI secolo, oppresse dall’occupazione spagnola. Pellicola più contemplativa che narrativa, «I colori della passione» è un’operazione affascinante e meticolosa, in cui ogni singolo fotogramma ricorda, per posizione dei personaggi e scelte di luce, le tele dei maestri fiamminghi. Seppur mai fine a se stesso, il gioco del regista rischia di risultare col passare dei minuti troppo ostico anche per gli spettatori più volenterosi, considerando inoltre la quasi totale assenza di comunicazione verbale tra i tanti personaggi in scena: Bruegel, interpretato da un inusuale Rutger Hauer, li guida e li controlla, ma i dialoghi sono totalmente ridotti all’osso.

 

Lavoro molto meno suggestivo e particolare, è invece quello di Anne Fontaine, autrice de «Il mio migliore incubo!» con protagonista Isabelle Huppert. L’attrice francese interpreta Agathe, direttrice snob e sarcastica di una fondazione d’arte contemporanea, residente con il marito editore François e il figlio Adrien in un appartamento di 200 metri quadrati nel centro di Parigi. La sua vita cambierà dopo l’incontro con Patrick, zoticone padre di un amico di Adrien, che vive nel retro di un furgone e sperpera nell’alcol i pochi soldi che riesce a guadagnare. Classica vicenda di mondi opposti che iniziano pian piano ad attrarsi, «Il mio migliore incubo!» è l’ultimo esempio di un filone di commedie transalpine su argomenti simili, basti pensare a «Giù al nord» di Dany Boon o a «Quasi amici» della coppia Nakache-Toledano, in grado di ottenere anche da noi ottimi risultati ai botteghini. In questo caso però la trama risulta piatta e scontata, priva di quell’audace ironia che aveva fatto la fortuna dei titoli menzionati sopra. Certamente non valorizzata da una regia scolastica, Isabelle Huppert è decisamente sotto i suoi livelli abituali, ma ci auguriamo di ritrovarla al meglio in «Amour», la nuova fatica di Michael Haneke prevista tra i titoli più attesi del prossimo Festival di Cannes.

 

Chimy

Voto Romanzo di una strage: 3/4

Voto I colori della passione: 2,5/4

Voto Il mio migliore incubo!: 1,5/4

Dalla toccante Deannie Yip alla glamour Charlize Theron, nelle sale un weekend tutto al femminile

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Nella settimana in cui ricorre la festa della donna, la distribuzione italiana non si fa sfuggire l’occasione di proporre nelle sale diversi film con protagoniste femminili: tra questi svetta «A Simple Life», dramma hongkonghese diretto dalla regista Ann Hui, presentato in concorso alla scorsa Mostra di Venezia. Ispirato alla vita del produttore e sceneggiatore della pellicola Yan-lam Lee, «A Simple Life» racconta il rapporto tra l’anziana domestica Ah Tao e il suo ultimo “padrone” Roger, che ha cresciuto sin da quando era bambino. Quando la donna, a causa di un infarto, si troverà costretta ad andare in una casa di riposo, Roger dimostrerà verso di lei un attaccamento straordinario pari a quello che ha un figlio per la propria madre.

Toni nostalgici accompagnano questa pellicola che, pur raccontando il lento spegnersi di una vita come tante, non risulta mai banale o ricattatoria: insieme alla protagonista è come se si affievolisse la memoria delle vecchie generazioni e, insieme a essa, un modo di vivere e di relazionarsi che non pare appartenere più alla cultura di Hong Kong.

La regia di Ann Hui, tra i pochi cineasti della new wave asiatica degli anni ’80 che lavora ancora con frequenza, è delicata e mai appariscente, proprio come il rapporto, complice ma silenzioso, che si è instaurato tra i due personaggi nel corso degli anni. Grazie anche alle toccanti interpretazioni di Deannie Yip, premiata con la Coppa Volpi come migliore attrice a Venezia, e di Andy Lau, attore di culto del cinema d’azione dell’estremo oriente, «A Simple Life» risulta una delle opere più sinceramente commoventi e “umane”, nel senso più pieno del termine, viste negli ultimi tempi sul grande schermo.

Decisamente meno melodrammatico, ma altrettanto significativo, è «Young Adult» di Jason Reitman con Charlize Theron. L’attrice interpreta Mavis Gray, ghost writer di una collana di libri per ragazzi, incapace di sviluppare relazioni mature e con gravi problemi di alcolismo. Quando le arriva, via posta elettronica, l’invito per il battesimo del figlio del suo ex fidanzato del liceo, decide di dare un nuovo scopo alla sua vita: riprendersi quell’uomo che l’aveva conosciuta nel fiore degli  anni.

Dopo il fortunato «Juno», Jason Reitman torna, in collaborazione con la sceneggiatrice Diablo Cody, a ritrarre personaggi femminili incapaci di prendersi le proprie responsabilità: se nel film del 2007 si raccontava di un’adolescente alle prese con la gravidanza, in questo caso la protagonista è un’adulta mai realmente cresciuta.

In perfetto equilibro tra dramma e commedia, «Young Adult» riesce a mettere in scena, con estrema semplicità e  altrettanto spessore, il terrore che può cogliere l’individuo quando la vita non somiglia al romanzo che ha sempre sognato e l’happy end pare non arrivare mai. Charlize Theron, in ottima forma, ha un solo limite: tanto glamour da non riuscire a imbruttirsi per interpretare al meglio il suo personaggio nelle sequenze che l’avrebbero richiesto.

Tra le nuove uscite di questo ricco weekend vi è anche un titolo da segnalare negativamente: si tratta di «The Double», thriller di spionaggio, tutto al maschile, con protagonisti Richard Gere e Topher Grace.

Diretto dall’esordiente Michael Brandt, fino a oggi sceneggiatore di pellicole di buon successo, «The Double» è la classica storia di un ex agente della Cia in pensione, Paul Shepherdson, richiamato in servizio a seguito di un omicidio in apparenza irrisolvibile: il crimine rimanda infatti al modus operandi di Cassio, un killer sovietico che lo stesso Shepherdson aveva dichiarato di aver ucciso qualche tempo prima.

Canonico nel soggetto e scolastico nella resa, «The Double» è l’ennesimo action movie a stelle e strisce di cui non si sentiva il bisogno: Richard Gere, inutilmente in cerca di riscatto dopo diversi flop recenti, cerca di barcamenarsi faticosamente tra scontati colpi di scena e spiegazioni petulanti. Inoltre non si può che definire curiosa e grossolana la scelta di svelare al pubblico l’identità dell’assassino nella primissima parte del film: una soluzione narrativa che si sarebbe potuto permettere un certo Alfred Hitchcock, non certamente l’inesperto Michael Brandt.

 

Chimy

Voto A Simple Life: 3/4

Voto Young Adult: 3/4

Voto The Double: 1,5/4

Nelle sale Glenn Close commuove con «Albert Nobbs» mentre riparte (in 3d) la saga di Star Wars

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Sul grande schermo si guarda sempre più nostalgicamente al passato. Dopo lo straordinario «Hugo Cabret», uscito la scorsa settimana, con il quale Martin Scorsese omaggiava George Méliès ricreando la magia del cinema delle origini, in questo weekend è il turno di «Albert Nobbs», un vero e proprio melodramma d’altri tempi in cui le vite dei protagonisti ricordano la tragica ineluttabilità del destino dei personaggi di tante pellicole del cinema muto.

Tratto da un racconto di George Moore, il film, ambientato nell’Irlanda ottocentesca, ruota attorno a una donna, Albert Nobbs, che decide di fingersi uomo per poter lavorare come maggiordomo in un albergo di Dublino. La sua quotidianità procede regolarmente fino all’incontro con un’altra donna, che si è trovata costretta a fare la sua stessa scelta.
Il poco conosciuto regista colombiano Rodrigo García riesce a ottenere buoni risultati grazie a un’efficace messa in scena, perfettamente scandita da un preciso lavoro di montaggio, e a un’ottima direzione di attori davvero in stato di grazia: dall’esperto Brendan Gleeson alla giovane Mia Wasikowska.

Seppur l’intero cast funzioni da manuale, non si può che rimanere entusiasti della straordinaria performance di Glenn Close, nei panni della protagonista, che fin dal primo sguardo riesce a trasmettere la profonda solitudine del suo personaggio. Meriterebbe il premio Oscar come miglior attrice, anche se la grande favorita per i bookmaker rimane Meryl Streep per «The Iron Lady».

Altro film di matrice colombiana, che arriva questo venerdì nelle nostre sale, è «La verità nascosta» di Andrés Baiz: al centro di questa curiosa storia vi è il giovane direttore d’orchestra Adrián, da poco abbandonato dalla sua fidanzata Belén, scomparsa senza lasciare tracce. Mentre lui si consola con il successo professionale e con un’altra ragazza, il mistero sulla sparizione di Belén si fa sempre più fitto.

Seppur il soggetto sia indubbiamente interessante, l’impianto narrativo del film diventa ingenuo e poco credibile col passare dei minuti. Le crudeli dinamiche relazionali tra i tre protagonisti potrebbero risultare realistiche, ma la sensazione che l’intera pellicola sia stata del tutto costruita a tavolino è sempre dietro l’angolo. Tra le note negative, anche la pessima interpretazione dell’impalpabile attore Quim Gutiérrez.

Se per questi due film non sono previsti grandissimi incassi ai botteghini, sarà davvero interessante vedere gli esiti al box office di «Star Wars ep. I-La minaccia fantasma», che torna nelle nostre sale, a tredici anni di distanza dalla sua prima uscita, in una nuova versione rimasterizzata in 3d.

Per chi conosce il regista George Lucas, non sorprende che abbia deciso di riproporre sul grande schermo la sua saga in sei parti, iniziata nel 1977, approfittando della recente rivoluzione stereoscopica.

«La minaccia fantasma» non è certo tra gli episodi migliori, soprattutto a causa di eccessive lungaggini nelle battaglie e nella ridondante parte iniziale, ma serve a definire quello che avverrà nei due capitoli immediatamente successivi. Il 3d ne accresce comunque la spettacolarità, in particolare nella sequenza della corsa degli sgusci, ma staremo a vedere se potrà bastare a convincere anche le generazioni più giovani.

In conclusione, da segnalare l’uscita della commedia italiana «Com’è bello far l’amore» di Fausto Brizzi, anch’essa in 3d (seppur quasi mai pervenuto): considerando i gusti più recenti del pubblico nostrano, appare l’unico titolo in grado di scalzare «Benvenuti al Nord» dalla vetta del box office.

 

Chimy

Voto Albert Nobbs: 3/4

Voto La verità nascosta: 2/4

Voto Star Wars ep.I – La minaccia fantasma: 2,5/4

 

Da The Artist a Mosse vincenti, un weekend per veri cinefili

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La quiete prima della tempesta: in attesa dei botti cinematografici della prossima settimana, quando usciranno i titoli più accreditati per la conquista del box office natalizio, questo venerdì fanno il loro ingresso in sala diversi film d'autore molto attesi dagli spettatori più cinefili, anche se difficilmente in grado di ottenere grandi risultati ai botteghini.

Tra questi «The Artist», quarto lungometraggio del regista francese Michel Hazanavicius presentato con successo all'ultimo Festival di Cannes.

Ambientato a Hollywood nel 1927, data cardine per l'avvento del cinema sonoro, «The Artist» ha per protagonista George Valentin, divo del cinema muto che l'arrivo del parlato farà scivolare nell'oblio.

Ispirandosi a diversi attori che hanno realmente fatto la fine del suo personaggio (da Douglas Fairbanks, al quale Valentin sembra rimandare esplicitamente, a Buster Keaton), Hazanavicius racconta una delle pagine più importanti della storia del cinema, attraverso una messa in scena tutt'altro che convenzionale: «The Artist» è infatti un'opera (quasi) completamente muta, accompagnata da cartelli e scelte linguistiche tipiche delle pellicole del periodo che racconta. In epoca di 3d e cinema digitale quest'operazione non può che risultare coraggiosa, emozionante e facilmente apprezzabile: eppure, nonostante a prima vista appaia sinceramente coinvolgente, col passare dei minuti sorge qualche dubbio sul reale spessore di un progetto che, come si evince dalla sequenza finale, rischia di risultare un po' troppo artefatto.

Ottima la prova di Jean Dujardin, meritatamente premiato a Cannes con la Palma per il miglior attore.

Prodotto ben poco nostalgico è invece «Enter the Void», l'ultima fatica di Gaspar Noé, che, primo caso per il mercato italiano, sarà disponibile in contemporanea anche sulla piattaforma on-line Own Air, dove si potrà scaricare a prezzi inferiori rispetto a quelli della sala.

Dopo il controverso «Irréversible» del 2002, il regista francese punta di nuovo a scandalizzare il pubblico raccontando gli ultimi minuti della vita di Oscar, giovane spacciatore americano che, dopo essere stato ucciso dalla polizia, continuerà a seguire la vita di sua sorella Linda, fluttuando sui cieli di Tokyo in attesa che la sua anima possa trovare un nuovo corpo dove reincarnarsi.

Seppur l'aspetto formale, costituito da molteplici riprese in soggettiva, possa inizialmente risultare affascinante, ben presto ci si rende conto che «Enter the Void» non è altro che un mero esercizio di stile, gratuitamente provocatorio e vacuamente fine a se stesso. Oltre 150 minuti di durata per una visione estenuante che tocca il suo abisso d'inaccettabilità in una parte finale capace di superare i limiti della morale. Cinematografica e non.

Se lo sperimentalismo non fa per voi, il consiglio è «Mosse vincenti», uno dei titoli più intensi visti al recente Torino Film Festival.

Diretto da Thomas McCarthy, il film ha per protagonista Mike, mediocre avvocato del New Jersey e allenatore a tempo perso della squadra di wrestling del liceo, che, per sopperire alle sempre più impellenti difficoltà economiche, riesce a ottenere l'assegno mensile per l'affidamento di un suo anziano cliente. Il suo piano rischierà però di svanire con l'improvvisa comparsa del giovane nipote di quest'ultimo.

A metà tra il dramma sportivo e la commedia amara, «Mosse vincenti» sviluppa una profonda riflessione sulla crisi contemporanea, sia in campo economico che in quello affettivo, grazie alla perfetta coerenza narrativa e stilistica di un regista che è anche un ottimo direttore d'attori. Seppur tutto il cast risulti efficace, va sottolineata l'ennesima prova importante di Paul Giamatti, da anni tra gli interpreti più solidi dell'intero cinema americano.

 

Chimy

Voto The Artist: 2,5/4

Voto Enter the Void: 1,5/4

Voto Mosse vincenti: 3/4

Nelle sale il piccolo miracolo di Aki Kaurismäki sfida le grandi produzioni a stelle e strisce

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Cinema europeo d'autore o blockbuster hollywoodiani? Questo è il dilemma del pubblico italiano per l'ultimo weekend di novembre, che vede tra le nuove uscite due categorie di pellicole ben diverse tra loro.
Nel primo gruppo troviamo l'ultima fatica del finlandese Aki Kaurismäki, «Miracolo a Le Havre», sicuramente il titolo "di maggiore qualità" tra gli arrivi in sala.

Presentato con successo all'ultimo Festival di Cannes, il film ha per protagonista il lustrascarpe Marcel Marx, ex scrittore e bohémien parigino, trasferitosi da qualche tempo nella città portuale di Le Havre. La sua vita, piatta e ripetitiva, verrà sconvolta da due eventi simultanei: la scoperta della grave malattia della moglie Arletty e l'incontro con Idrissa, un ragazzino immigrato clandestinamente dall'Africa, che Marcel cercherà in tutti i modi di aiutare e proteggere.
Dopo l'insipido «Le luci della sera» (2006), Kaurismäki punta a colpire e commuovere un pubblico più ampio con una storia semplice ma dalla portata universale.

Attraverso una messa in scena estremamente ordinata nella sua staticità, «Miracolo a Le Havre» riesce a sviluppare una buona riflessione sulla crisi morale (più che su quella economica) europea in merito alla questione irrisolta dei profughi: il messaggio del regista, favolistico con toni alla Frank Capra, si distacca da quello della stragrande maggioranza delle pellicole contemporanee, solitamente pessimiste nel trattare tali argomenti.
All'interno di un cast efficace, da segnalare un curioso cameo di Jean-Pierre Léaud, l'attore feticcio del cinema di François Truffaut, nei panni di un informatore.

Per chi amasse i blockbuster il titolo di maggior richiamo del weekend è invece «Real Steel» di Shawn Levy con protagonista Hugh Jackman.
Tratto da un racconto breve di Richard Matheson, «Real Steel» parla di un futuro prossimo dove la boxe è combattuta unicamente da robot manovrati da esseri umani: tra questi vi è Charlie Kenton, un ex-pugile caduto in disgrazia, che ritroverà il desiderio di combattere attraverso il talento di un suo discepolo metallico.
Seppur questo curioso soggetto dia al film una ventata d'originalità iniziale, il gioco si spegne presto facendo diventare questa pellicola, onesta ma troppo spesso retorica, sempre più scontata col passare dei minuti.

Gli orfani della serie televisiva «Lost» potranno apprezzare la presenza di Evangeline Lilly, attrice ormai pronta a percorrere una carriera di successo anche sul grande schermo.
Di matrice hollywoodiana è anche «Tower Heist», la nuova commedia di Brett Ratner dopo il successo ottenuto con la trilogia di «Rush Hour».
In questo caso la vicenda, ambientata ai giorni nostri, vede protagonisti un gruppo di addetti alla manutenzione di un grattacielo di lusso, defraudati delle loro future pensioni da un ricco magnate di Wall Street. Per vendicarsi cercheranno di rendergli pan per focaccia.

Come di consueto, Ratner si limita a mettere piattamente in scena il lavoro dei tanti sceneggiatori che hanno scritto il suo film. I possibili riferimenti all'attuale crisi economica sono poco approfonditi e quel che ne rimane è una commediola superficiale e poco divertente.
Negative anche le performance dei protagonisti: dagli svogliati Ben Stiller ed Eddy Murphy a uno scialbo Casey Affleck, solitamente ben più oculato nelle sue scelte professionali.

 

Chimy

Voto Miracolo a Le Havre: 3/4

Voto Real Steel: 2/4

Voto Tower Heist: 1,5/4

 

Un weekend all’insegna dell'ottimo cinema con la fantascienza di «Melancholia» e il dramma familiare di «Una separazione»

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L’apocalisse secondo Lars von Trier e una drammatica separazione nell’Iran contemporaneo: questo weekend arrivano nelle nostre sale due pellicole particolarmente suggestive, pronte a far parlare a lungo di sé.
Tra queste la più attesa è «Melancholia», l’ultima fatica del danese Lars von Trier, presentata allo scorso Festival di Cannes, dove la protagonista Kirsten Dunst ha ottenuto il premio per la miglior attrice mentre il regista veniva bandito dalla kermesse per le sue dichiarazioni filonaziste.
Il caso mediatico che ne è scaturito ha in parte distolto l’attenzione dal film, che avrebbe meritato una pubblicità di tutt’altro livello. Il titolo «Melancholia» si riferisce sia al nome di un gigantesco pianeta, destinato a scontrarsi con la Terra arrivando a distruggerla, sia allo stato d’animo della giovane Justine, afflitta da una profonda depressione che nemmeno il matrimonio ha saputo guarire.
Dopo il discusso, e ancor più discutibile, «Antichrist» del 2009, von Trier ritrova la verve di un tempo realizzando un’opera d’indubbio fascino, sempre coerente e perfino personale, partendo dalla rappresentazione della malattia di cui da anni è vittima anche lo stesso regista.
Nonostante perda un po’ di smalto col passare dei minuti, a causa di eccessive ridondanze narrative, «Melancholia» è uno dei ritratti più sinceri e angoscianti al tempo stesso dell’Apocalisse, che molto raramente è stata dipinta sul grande schermo con immagini tanto seducenti.
Oltre a Kirsten Dunst è d’obbligo segnalare l’ottima performance dell’intero cast, che conta tra gli interpreti di contorno anche Charlotte Rampling, John Hurt e Stellan Skarsgård.
 
Titolo altrettanto importante è «Una separazione», film diretto dall’iraniano Asghar Farhadi premiato con l’Orso d’oro all’ultimo Festival di Berlino.
Al centro di una trama dalla complessa semplicità vi sono Nader e Simin, marito e moglie che, dopo aver ottenuto il visto per lasciare l’Iran, sembrano aver perso il desiderio di stare insieme: Nader si rifiuta di andarsene dal paese per non abbandonare il padre afflitto da Alzheimer e Simin intende chiedere divorzio per partire ugualmente insieme alla figlia Termeh.
Da questa introduzione si apre un’inattesa spirale di eventi che fanno di questa pellicola, a metà tra il giallo alla Hitchcock e il cinema di denuncia sociale, una delle visioni cinematografiche più coinvolgenti degli ultimi tempi.
Infatti, fino e oltre uno struggente finale, gli spettatori si troveranno indecisi a giudicare e scegliere da che parte stare, sommersi dai diversi punti di vista dei personaggi che, nella loro conflittualità, hanno in comune una disperazione personale facilmente assimilabile alla condizione in cui verte oggi il popolo iraniano (e non solo).
 
Per chi invece cerca una visione più leggera, ecco «Un poliziotto da happy hour», diretto dall’esordiente John Michael McDonagh, con Brendan Gleeson.
L’attore interpreta Jerry Boyle, sergente di provincia irlandese dai modi poco ortodossi, che si troverà fiancheggiato da un agente dell’FBI per debellare un traffico internazionale di droga.
A metà tra il thriller comico e il western contemporaneo, dove alla Monument Valley si sostituisce l’altrettanto selvaggio parco del Connemara, «Un poliziotto da happy hour» è un curioso viaggio nella cultura gaelica, seppur con diversi cliché e svolte narrative poco originali.
Se la regia è piuttosto monotona, a rendere il film divertente ci pensa Gleeson che, tratteggiando un personaggio spesso irresistibile, riesce a ottenere quello spazio che troppo raramente, in una carriera quasi unicamente segnata da ruoli secondari, gli era stato concesso in precedenza.

Chimy

Voto Melancholia: 3/4

Voto Una separazione: 3/4

Voto Un poliziotto da happy hour: 2/4

Una nuova Jane Eyre arriva al cinema, a braccetto con il sorprendente «Tomboy» e con l’ultima fatica del maestro Ermanno Olm

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Per la serie “i grandi classici non tramontano mai”: questo venerdì arriva nelle sale italiane una nuova versione di «Jane Eyre», diretta dall’americano Cary Fukunaga con protagonisti due degli attori più in voga del momento, Mia Wasikowska e Michael Fassbender.
Quest’ultima trasposizione del romanzo di Charlotte Brontë si apre con un incipit estremamente suggestivo, scandito soltanto dai suoni della natura, che fa nascere speranze fin troppo elevate sul proseguimento della pellicola.
Successivamente infatti la narrazione, seppur intervallata da costanti salti temporali, segue fedelmente il testo di riferimento: a volte in maniera fin troppo scolastica, ma sempre alla ricerca di un possibile approfondimento che lo distingua dalle precedenti versioni cinematografiche, tra le quali svetta quella di Robert Stevenson del 1944 con Orson Welles e Joan Fontaine.
Grazie a una particolare cura per l’aspetto luministico delle immagini, la regia di Fukunaga, nonostante tenda a calare alla distanza, riesce a trasmettere un certo fascino per una storia che, almeno in apparenza, non pareva necessitare di un’ennesima trasposizione.
Si conferma attrice da tenere in grande considerazione per il futuro Mia Wasikowska, che sarà sui nostri schermi in questo weekend anche nel melodrammatico «L’amore che resta» di Gus Van Sant.
 
Altro nome femminile da segnarsi sul taccuino delle grandi promesse è quello della francese Céline Sciamma, regista del toccante «Tomboy».
Vincitore di premi importanti in diverse kermesse di tutto il mondo, il film racconta la storia di Laure, ragazzina di soli 10 anni, che, appena trasferitasi con la sua famiglia in un nuovo quartiere, decide di presentarsi ai suoi nuovi amichetti come se fosse un maschio di nome Michael. A metà tra il gioco e il desiderio di fuggire in un’altra realtà, il suo “inganno” le sfuggirà presto di mano generando conseguenze inaspettate.
Alla sua seconda opera, la prima era «Naissance des pieuvres» del 2007, Céline Sciamma dimostra un’invidiabile maturità registica mettendo in scena una potentissima riflessione sulla ricerca dell’identità sessuale in età pre-adolescenziale.
Il suo stile delicato, unito a una sceneggiatura sempre coerente nella sua complessità, rendono «Tomboy» non solo uno dei migliori titoli degli ultimi anni del cosiddetto “filone Queer”, ma anche una delle più significative sorprese del 2011. Da non perdere.
 
Non è una sorpresa ma un grande maestro del nostro cinema, Ermanno Olmi, che torna al lungometraggio di finzione con «Il villaggio di cartone».
Presentato fuori concorso all’ultima Mostra di Venezia, il film è incentrato attorno a un anziano prete, interpretato da un intenso Michael Lonsdale, la cui chiesa viene dismessa e svuotata di tutti gli arredi sacri, semplicemente perché non serve più. In preda allo sconforto, il parroco troverà nuova linfa vitale quando un gruppo d’immigrati clandestini cercherà rifugio nell’edificio in cui ha detto messa per tanti anni.
Nonostante il suo tocco registico sia meno leggero di un tempo, Olmi, superata la soglia degli 80 anni, ha ancora voglia di stupire e scandalizzare con una storia raccontata con grande rigore formale, libera da quella retorica ricattatoria di cui sono pregne altre recenti pellicole nostrane sull’argomento immigrazione.
Totalmente ambientata all’interno della chiesa del protagonista, e della relativa canonica, la pellicola, seppur a tratti didascalica, è un coraggioso esempio di come si possa ancora rappresentare sul grande schermo, con la speranza di veicolare un messaggio in grado di smuovere gli animi, quel grande villaggio di cartone che altro non è che l’Italia di oggi.

Chimy

Voto Jane Eyre: 2,5/4

Voto Tomboy: 3/4

Voto Il villaggio di cartone: 2,5/4

Tra commedie e thriller all’americana, la vera perla del weekend è «Offside» del dissidente iraniano Jafar Panahi

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Sei anni di carcere, con il divieto di realizzare film e di lasciare l’Iran per i prossimi venti: questa la condanna che il regime di Teheran ha inflitto a Jafar Panahi lo scorso 20 dicembre.
Il regista, vincitore del Leone d’Oro alla Mostra di Venezia del 2000 per il film «Il cerchio», era stato arrestato il 2 marzo 2010 con l’accusa di aver ripreso (senza permesso) alcune scene delle manifestazioni contro il governo di Ahmadinejād,del quale Panahi è da diversi anni uno degli oppositori più rilevanti.
Il mondo del cinema da quel momento si è costantemente mosso in difesa dell’autore (oggi in libertà dietro cauzione, in attesa del processo d’appello), attraverso messaggi mediatici (dalle campagne su facebook alle lacrime di Juliette Binoche, durante lo scorso Festival di Cannes, alla notizia che Panahi aveva iniziato lo sciopero della fame) e iniziative di vario tipo: ultima quella del Festival di Berlino che, nonostante il regista non potesse presentarsi in Germania, l’ha nominato fra i giurati della manifestazione.
Anche l’Italia (o, meglio, la casa di distribuzione Bolero Film) ha deciso di contribuire alla causa (e alla diffusione della poetica di Panahi) facendo arrivare nelle nostre sale «Offside», l’ultima pellicola dell’autore iraniano, a cinque anni di distanza dalla sua trionfale presentazione al Festival di Berlino, dove il regista vinse l’Orso d’Argento.
Al centro del film vi è, naturalmente, una feroce critica contro l’arretratezza del sistema dello stato mediorientale. Siamo a Teheran, nel giorno della partita decisiva per la qualificazione dell’Iran ai mondiali di calcio di Germania 2006, e gli spettatori si avviano verso lo stadio: tra questi c’è anche una ragazza, vestita da uomo, che cerca di mimetizzarsi fra la folla per nascondere il suo sesso, dato che le donne iraniane non sono ammesse alle partite di calcio per ragioni di buoncostume. Riesce a raggiungere i cancelli, ma si fa prendere dal panico e viene scoperta: le guardie la porteranno allora in una sorta di recinto, situato all’ultimo anello dello stadio, dove troverà altre ragazze che hanno tentato la sua stessa sorte e sono in attesa di essere prelevate dalla polizia.
Oltre a essere una pellicola di grande impegno politico, che racconta una delle battaglie per i propri diritti che le donne iraniane devono combattere giorno per giorno, «Offside» è anche un film estremamente piacevole, privo di quell’eccessiva lentezza (spesso fine a se stessa) che aveva contraddistinto il precedente lavoro di Panahi, «Oro rosso» del 2003.
Il regista dimostra in «Offside» tutto il suo talento cinematografico, realizzando una storia girata (quasi) in tempo reale che unisce modalità documentaristiche alle teorie di Cesare Zavattini su come la macchina da presa debba pedinare i personaggi.
La storica partita di calcio non si vede praticamente mai, si rimane sempre “offside” (termine che indica il fuorigioco) ad ascoltare le conversazioni fra le ragazze e i militari, tese a rivelare la situazione sociale e i rapporti uomo-donna nell’Iran contemporaneo.
Soltanto nella conclusione ci sarà spazio per la speranza di un futuro migliore: la nazionale di calcio, vincendo la partita, permette una riconciliazione comunitaria che solo lo sport, al giorno d’oggi, sembra poter realizzare. Nei festeggiamenti finali diventa infatti evidente la messa in scena del sogno di un Iran nuovo e diverso, per il quale Panahi ha sempre combattuto usando come arma la sua macchina da presa.
 
Gli altri titoli in uscita in questo secondo venerdì di aprile sono decisamente meno impegnati  (salvo «Ju Tarramutu» di Paolo Pisanelli, uscito mercoledì a due anni di distanza dal terremoto dell’Aquila), a partire dall’atteso «Lo stravagante mondo di Greenberg» di Noah Baumbach.
Il protagonista, interpretato da Ben Stiller e citato già nel titolo, è Roger Greenberg, un single sulla quarantina appena dimesso da un ospedale psichiatrico, che torna a Los Angeles (dopo aver vissuto molti anni a New York) per non lasciare incustodita la villa di suo fratello, partito con la famiglia per una vacanza in Vietnam.
Nella metropoli californiana cercherà di riallacciare i contatti con diverse figure del suo passato (dal vecchio amico Ivan all’ex-fidanzata Beth), ma il suo interesse si sposterà presto verso una nuova conoscenza: Florence, la giovane assistente personale di suo fratello.
Dopo il notevole «Il calamaro e la balena» del 2005, il regista Noah Baumbach sembra essersi decisamente perso realizzando, dopo il pessimo «Il matrimonio di mia sorella» del 2007, un altro prodotto ben poco originale, privo (a parte in rare sequenze) di quegli sprazzi registici che aveva mostrato nella sua pellicola più nota.
A differenza delle belle sceneggiature che scrive per le regie Wes Anderson (da «Le avventure acquatiche di Steve Zissou» a «Fantastic Mr.Fox»), ne «Lo stravagante mondo di Greenberg» la scrittura di Baumbach è piatta, priva di svolte narrative, tesa a raccontare unicamente il classico “vuoto esistenziale”  dei personaggi che mette in scena: un argomento sempre più abusato da un certo tipo di cinema indipendente americano che, come lo stesso regista, sembra aver perso quella creatività che aveva in passato.
A rendere ancor meno riuscita questa pellicola c’è un Ben Stiller decisamente sottotono, che si limita a ricreare tutti i cliché espressivi per interpretare un ex paziente di una clinica psichiatrica. Decisamente meglio di lui il cast di contorno: dal sottovalutato Rhys Ifans all’intensa Greta Gerwig, che (nei panni di Florence) si dimostra una delle nuove attrici del cinema a stelle e strisce da tenere in grande considerazione.
 
Secondo atteso film americano fra le uscite di questo weekend è «The Next Three Days», diretto da Paul Haggis con protagonista Russell Crowe.
L’attore neozelandese interpreta John Brennan, un docente di Pittsburgh che vede la moglie arrestata per un omicidio di cui si proclama innocente.
Dopo tre anni di inutili battaglie legali, con un figlio piccolo da crescere, John penserà a un piano perfetto per far evadere la moglie dal carcere e tornare a vivere liberamente insieme a lei. 
Remake del francese «Pour elle» di Fred Cavayé (film del 2008 con Vincent Lindon e Diane Kruger, mai uscito nelle sale italiane), «The Next Three Days» è un tipico thriller americano contemporaneo, con i classici pregi (pochi) e difetti (molti) del caso.
Le svolte narrative risultano poco credibili a partire dalla metamorfosi del protagonista, da timido insegnante a giustiziere senza scrupoli, fino a una delirante mezz’ora finale in cui non c’è spazio per alcuna veridicità.
Dopo i sopravvalutati «Crash» del 2004 e «Nella valle di Elah» del 2007, Paul Haggis si conferma regista di scarso spessore, nettamente in difficoltà a far empatizzare il pubblico con le sue storie (persino in un film a tratti, comunque, coinvolgente come questo) senza ricorrere a effetti stilistici pacchiani e a scelte musicali decisamente retoriche.
Proprio come Noah Baumbach, anche lui ha fatto di meglio quando si è limitato a scrivere sceneggiature per altri registi: in particolare per Clint Eastwood con «Million Dollar Baby» e «Flags of Our Fathers».
Una conclusiva nota di merito va però agli attori: da un bravo Russell Crowe, in una delle performance più convincenti della sua filmografia recente, a un sempre efficace Liam Neeson, che regala un riuscito cameo nei panni di un esperto di evasioni. 

Chimy

Voto Offside: 3/4

Voto Lo stravagante mondo di Greenberg: 2/4

Voto The Next Three Days: 2/4