Un'altra giovinezza: tra metempsicosi e protolinguaggio, il ritorno (d'autore) di Francis Ford Coppola

Tic-tac, tic-tac…le lancette di un orologio si muovono sempre più velocemente… bagliori di luce: la vita… un teschio: la morte.
L’incipit del film, potrebbe essere utilizzato per riassumere l’intera opera.
Fin da queste prime immagini Francis Ford Coppola, che torna a dirigere un film 10 anni dopo  "L’uomo della pioggia", ci fa capire su cosa si baserà questo suo ultimo lavoro: una riflessione sul tempo.
"Un’altra giovinezza", tratto da un romanzo di Mircea Eliade, ruota attorno alla straordinaria vita di Dominic Matel, anziano docente universitario ossessionato dall’origine del linguaggio umano.
Il ricordo dell’amata Laura, morta giovane, che Dominic non è mai riuscito a superare e l’insoddisfazione per una vita passata che considera inutile, lo portano a voler suicidarsi in una fredda mattina di Pasqua. Il cielo, però, ha altri progetti per lui.
Mentre cammina per strada, ormai pronto a morire, viene colpito da un fulmine che, invece di ucciderlo, lo fa ringiovanire.
Le sue cellule si rigenerano portandolo a dimostrare 30 anni meno di quelli che ha in realtà. Dominic si ritrova così ad avere un corpo giovane senza esserlo in realtà (il titolo originale "Youth Without Youth" spiega bene questo concetto).
"Un’altra giovinezza" è un film che farà discutere: è un’opera ambiziosa (non una novità in casa Coppola), molto complessa, difficile da seguire e da interpretare, è sicuramente pretestuosa ma, allo stesso tempo, molto molto affascinante.
La prima, splendida, parte del film ruota attorno alla (ri)scoperta di sè stesso da parte di Dominic: quel fulmine l’ha cambiato profondamente,sia nel fisico che nell’anima. Dopo quell’evento ha un "doppio" che continua a perseguitarlo fino a quando, novello Dorian Grey, decide di ucciderlo distruggendo la sua immagine allo specchio.
La seconda parte (tra le due c’è una divisione netta) ha, invece, diversi cali sia a livello tecnico che narrativo. Incontra una ragazza, Veronica, incarnazione della sua amata Laura, di cui si innamora (ricambiato) perdutamente. Veronica, però, ha una particolarità: da quando l’ha incontrato viene posseduta (ogni notte) da spiriti del passato che parlano lingue antichissime. Si apre così la possibilità per Dominic di realizzare il suo sogno: scrivere un libro su l’origine della lingua.
Man mano che questo processo di metempsicosi ancestrale prosegue, il corpo di Veronica diventa sempre più vecchio e Dominic, allora, capendo di essere la causa di tutto questo decide di abbandonarla per sempre.
Ciò che più colpisce durante la visione di questo film è la forza visiva che hanno numerose scene: ad es. il dialogo tra Dominic, sdraiato sul letto, e il suo doppio ripreso allo specchio.
Coppola parla dell’origine della lingua umana e, allo stesso tempo, giunge al protolinguaggio del cinema: immagini rovesciate, dissolvenze, visioni stroboscopiche, giochi di specchi.
Un film girato magnificamente che dal punto di vista tecnico è davvero ineccepibile; bravi anche gli attori da Tim Roth (in un ruolo decisamente difficile) a Bruno Ganz.
A livello contenutistico, certo, la complessità è (a tratti) eccessiva, però c’è anche dietro una maestosa riflessione filosofica, che inserisce Nietszche (moltissimo) e Freud (meno) da una parte, varie filosofie orientali dall’altra.
Certo ci si poteva aspettare un capolavoro dal ritorno, dopo un decennio, di uno dei più grandi registi della storia del cinema: "Un’altra giovinezza" è (semplicemente?) un buonissimo film per il quale però, almeno personalmente, non provo assolutamente delusione ma soltanto ammirazione verso un immenso regista che ha ancora voglia di rischiare e che ci ha regalato, ancora una volta, un’opera molto coraggiosa, originale….e soprattutto personale.
E’ un pò come se anche lui fosse tornato indietro di 40 anni: con "Un’altra giovinezza" non ha guardato in faccia nessuno nè gli studios, nè gli esiti commerciali, nè fare per forza contenti i fan che attendevano a lungo il suo ritorno. Coppola potrebbe aver detto che questo è davvero il cinema che ama fare con le sue ossessioni e le sue (alte) riflessioni. Questo è Francis Ford Coppola prendere o lasciare…
Io prendo.

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4

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"Il Destino Nel Nome": recensione lampo per esprimere in un lampo la lampante mediocrità di questo film.

"Il Destino Nel Nome" è un film difficilmente giudicabile, non perché sia complesso, importante o particolarmente bello o particolarmente brutto, ma perché nasconde un’ambiguità. Da un lato è un film che sa di già visto, di già detto, dove non ci sono proposte realmente interessanti, e nemmeno realmente deludenti. Dall’altro è un film che Mira Nair dirige anonimamente, con inquadrature né particolarmente belle, né particolarmente brutte, ma con un ritmo sicuramente soddisfacente, in grado di rendere le due ore abbondanti tutto sommato piacevoli e mai pesanti.
La pellicola parla principalmente di Gogol, figlio di due indiani residenti a New York. Il film però inizia trattando brevemente l’incontro dei genitori, accompagnando poi Gogol fino ai 30 anni toccando le tappe principali della sua crescita. Gli eventi che toccano il ragazzo sono piuttosto scontati e contribuiscono a dare al film quella sensazione di già visto. Però capiamoci, non è una minestra riscaldata più volte, ma semplicemente il pane del giorno prima, non so se mi spiego.
Per quanto riguarda il titolo del film mi sarei aspettato molta più attenzione a questo assunto, tenendo presente che molte culture, tra cui quella indiana, danno molta importanza al nome, che viene addirittura dato dai nonni solo dopo attente decisioni e valutazioni tra il bambino e il significato del nome stesso.
In totale: può un film essere “niente di che” a livello narrativo e contenutistico,  senza però annoiare lo spettatore?
La risposta è sì, e questo film ne è la prova. Un film dunque assolutamente mediocre, risultato del preciso bilanciamento tra il suo pregio e il suo difetto.
Para
Para: 2,5/4

Angel: Ozon continua a giocare con i generi… questa volta tocca al melodramma

François Ozon (classe 1967), dopo aver realizzato lo splendido "Il tempo che resta" (forse il suo film migliore), torna a giocare con i generi del cinema classico: questa volta tocca al melodramma.
Angel è una giovane ragazza che vive nella parte povera di Londra e ha una grande passione per la scrittura.
Un giorno un importante editore (Sam Neill) la chiama perchè deciso a pubblicare un suo romanzo; da quel momento la sua grigia vita si vestirà di colori sgargianti.
Le opere di Angel non prendono spunto dalla triste realtà, ma dal desiderio di una vita da favola. Il suo sogno si realizzerà grazie all’enorme successo dei suoi romanzi: avrà l’uomo che ama, avrà la casa che sognava da bambina (non a caso chiamata Paradise) e vestiti magnifici.
Con l’arrivo della guerra, però, finirà un’epoca: il sogno della belle epoque si dissolverà e, insieme ad esso, il sogno di Angel.
"Angel" è un film che fa nascere sentimenti contradditori nello spettatore durante la visione: è commovente nella sua freddezza, toccante nella sua distanza e magnificamente raffinato nel suo cattivo gusto.
E’ un’opera con la quale Ozon omaggia (non solo il melodramma) una "maniera" di fare cinema di una cinquantina di anni fa, epoca che sembra ormai lontanissima dal punto di vista cinematografico.
Il personaggio protagonista, Angel, sembra calzare perfettamente alle eroine dei cosiddetti woman’s film, genere anni ’40 e ’50, in cui il punto di vista spettatoriale era completamente femminile (a differenza che nel cinema anni ’30 che, storicamente parlando, considerava il personaggio maschile il soggetto e quello femminile l’oggetto). Certo che Romola Garai non è Bette Davis o Joan Crawford, però, tramite ironia ed eccessi fa rivivere (bene) quel tipo di personaggi che avevano una valenza ben più profonda dal punto di vista sociale.
Ozon dirige con classe e si conferma uno dei più importanti registi sotto i 40 anni (è del novembre 1967) del panorama europeo (e forse mondiale).
Rispetta gli stilemi del melodramma (la ragazza povera che riesce a realizzare i suoi sogni di gloria, l’incontro con l’uomo che ama, la guerra che li divide e, infine, la morte) e modalità stilistiche del passato, in particolare la retroproiezione: magnifiche le sequenze con Angel e l’editore in carrozza, oppure quelle del viaggio di nozze, mentre dietro i personaggi si muove un paesaggio (visibilmente e volutamente) sconnesso all’azione.
Attenzione però: non pensiamo che Ozon abbia semplicemente voluto giocare prendendo in giro il melodramma classico; al contrario omaggia questo genere, che ha dichiarato di amare moltissimo, attraverso l’ironia. Non ha l’ambizione (o l’arroganza) di ricreare i generi del cinema classico, semplicemente vuole riproporli in un’epoca in cui sembrano essere scomparsi, o aver preso strade molto diverse rispetto a quelle che avevano in passato.
Nel triste finale del film Sam Neill dice che le storie (melò) di Angel passano facilmente di moda… purtroppo è vero, ma l’importante è che quando ci sono riescano a trasmettere sincere emozioni e sentimenti profondi (anche se contradditori).
E in questo Ozon ci riesce in pieno…

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4


California Dreamin': primo e ultimo film di Christian Nemescu…

A volte il destino è davvero crudele… Christian Nemescu nasce a Bucarest il 31 marzo 1979. Fin da ragazzo ha il sogno di diventare un regista cinematografico, per questo si iscrive all’Accademia di cinema e teatro di Bucarest, dove si laurea nel 2003.
Dopo aver realizzato alcuni cortometraggi, trova prestigio con un film di 45 minuti, "Marilena de la P7", che vince un importante premio al Milano Film Festival.
Sull’onda di questo successo riesce ad essere finanziato per dirigere il suo primo lungometraggio, "California Dreamin’", che finisce di girare nel luglio del 2006.
Il 24 agosto dello stesso anno, però (mentre il film è in fase di post-produzione), Nemescu lascia questo mondo in un incidente automobilistico in cui perde la vita anche il suo direttore del suono (erano a bordo di un taxi a Bucarest).
Nel maggio 2007, il Festival di Cannes decide di presentare "California Dreamin’" nella sezione "Un certain regard". Il film vince il premio della sua categoria ed è in assoluto una delle opere più applaudite di tutto il Festival.
Vedendo questa suo lavoro (al MIFF del 2007) il dolore e il rammarico per la sua prematura scomparsa sono ancora più forti, perchè Nemescu poteva diventare davvero un grande regista e, insieme a Mungiu, uno dei capisaldi del nuovo cinema rumeno.
Venendo al film…"California Dreamin’" (ambientato nel 1999) parla di un treno, pieno di soldati americani, che sta oltrepassando la Romania per raggiungere una base Nato ai confini con la Serbia.
Un capostazione di un piccolo paesino decide di non far passare il treno, perchè privo dei documenti necessari per la circolazione; a nulla serve l’intervento del governo rumeno che cerca di convincerlo a lasciarlo passare.
Costretti a questa sosta forzata, i soldati americani rimarranno per diversi giorni in questa cittadina, interagendo (con particolari risvolti) con i cittadini locali…
Il primo elemento di spessore che mi sembra giusto evidenziare è proprio lo stile di Nemescu: il film dura 2h30m eppure la regia non ha alcun calo per tutta la lunga durata.
Grazie ad una macchina da presa a mano e ad un montaggio molto curato, Nemescu ci fa entrare con forza nella cultura della provincia rumena, con le proprie tradizioni e le proprie grottesche figure, ricordando in diversi momenti il primo Kusturica.
La psicologia dei tanti personaggi è molto ben tratteggiata con da una parte gli americani, inizialmente restii ma anche curiosi di conoscere gli abitanti del villaggio, e dall’altra i rumeni, esaltati per le novità che sono arrivate nel loro paese natale, che credevano dimenticato da Dio.
Le difficoltà di comunicazione e il piacere di conoscere una cultura diversa dalla propria sono alla base di quest’ottima opera corale: sia se ad incontrarsi e a discutere sono il capo dei soldati e il capostazione, sia se sono i giovani ragazzi che vivono un amore che sanno destinato presto a finire.
Nemescu segue in particolare le vicende di due di questi: un timido soldato americano e una ragazza del luogo, la brava e bellissima Maria Dinulescu, figlia proprio di quel capostazione che  impedisce il passaggio agli americani. Inizialmente i due, per problemi di comprensione, non riescono a lasciarsi andare, a differenza di quello che succede agli altri giovani, ma ben presto la passione trionferà ugualmente, dimostrando così come non siano necessarie le parole per far nascere dei sentimenti.
Diverse magnifiche sequenze (tra cui uno struggente e drammatico finale con una lotta tra gli stessi abitanti del villaggio rumeno), ma una mi ha colpito in particolare: il risveglio stralunato e incredulo (sempre dei due protagonisti), dopo una notte d’amore, in un prato dove stanno pascolando delle mucche.
Il titolo "California Dreamin’", oltre che per la celebre canzone dei Mamas and Papas che fa da colonna sonora alle vicende, sta per il sogno che avevano i rumeni ai tempi di Ceausescu: l’arrivo degli americani che venissero a liberarli dalla dittatura. Purtroppo quel sogno non si è mai realizzato…
In attesa (speriamo) di un’uscita nelle sale italiane, onore a Christian Nemescu per questa sua ottima prima e ultima opera.
Quant’è crudele, a volte, il destino…

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4


"Cronaca di Un Amore": è del 1950 l'esordio di Antonioni.

cronaca di un amoreCronaca di Un Amore” è il primo lungometraggio del nostro caro Michelangelo Antonioni, ed è indubbiamente uno dei migliori esordi della storia del cinema.
Paola Moron è la giovane moglie di Enrico Fontana, un ricco imprenditore milanese che assume un detective privato per avere informazioni sul passato oscuro della consorte.
Uno dei motivi per cui Paola mantiene riservatezza sulla sua gioventù è il voler nascondere l’omicidio commesso insieme al suo unico amore Guido. Le domande del detective destano però sospetto in una vecchia amica di Paola, che avvisa quest’ultima. Paola, credendo che sia in corso un’investigazione di polizia riguardante l’omicidio, contatta ed incontra Guido, dopo parecchi anni. L’amore tra i due è ancora forte, e i loro incontri si faranno più frequenti.
Per mezzo delle inchieste del detective, e degli incontri segreti tra Paola e Guido, anche noi scopriamo pian piano il loro passato gelosamente nascosto. Ben nascosto grazie anche alla Seconda Guerra Mondiale, che ha permesso una sorta di tabula rasa generale, a causa di molta documentazione andata perduta: registri di scuola, anagrafici, ecc. Ciò che è venuto prima del conflitto può essere insabbiato, tutto può e deve ricominciare daccapo. Come nel molto successivo “Professione Reporter”, anche Paola cerca in qualche modo di cambiare identità, senza però riuscirci. I ricordi d’amore, e i ricordi d’orrore, non possono essere cancellati nemmeno dalla più grande delle guerre.
Uno dei temi forti di questo film è dunque il passato che ritorna. Un passato che si pensava sepolto ritorna a sconvolgere la vita dei personaggi. L’amore adulterino e dirompente che aveva spinto i due innamorati ad eliminare in passato la ragazza di Guido, li spingerà a cercare di eliminare Enrico Fontana. Proprio la tragedia tenuta nascosta per anni rivivrà come un incubo ricorrente ed inevitabile.
Quello che però muove verso tale direzione è una casualità quasi schematica. Il sospetto di Enrico verso la moglie permette l’entrata in scena dell’investigatore, e il sospetto di Paola verso l’investigatore permette l’entrata in scena di Guido. E quando la donna scopre che non è un’indagine di polizia quella sul suo conto, ma una mera questione di gelosia, l’orrore dell’omicidio impunito di giovane età si ripresenta necessario. I due amanti che si sono macchiati una volta, possono rifarlo.
Spinta finale verso tale decisione è il loro rendersi conto di come l’omicidio può essere provocato da un evento casuale. Un cane che taglia la strada al ricco borghese mentre è al volante di una veloce Maserati, facendolo leggermente sbandare, ma senza conseguenze, diventa da propulsore verso la definitiva decisione dei due. Il piano è quello di attraversare all’improvviso la carreggiata dove Enrico si troverà a guidare, facendolo cadere in un naviglio.
Ma così come ci si può servire del fato, usandolo come maschera, così il caso si serve delle sue pedine, portando Enrico alla morte senza l’intromissione dei due amanti. Nonostante il volere di Paola e Guido si sia compiuto, la consapevolezza della superiorità del destino beffardo li porta alla definitiva separazione. Il fato li ha privati di un gesto che era diventato tappa fondamentale e ricorrente della loro relazione.
Con questo film Antonioni si presenta in un panorama cinematografico post neorealista, ed introduce lo spettatore al personalissimo cinema del grande regista ferrarese. Già da questa prima prova notiamo con piacere l’ampio uso, rapportato a quegl’anni, del piano sequenza. Da menzione è la splendida scena del ponte, scena in cui la macchina da presa segue Paola e Guido sottolineando, grazie a precisi movimenti, lo stato d’animo dei due, il tutto in un piano sequenza che finisce con la stessa inquadratura da cui è iniziato.
Da menzione anche la grande prova attoriale di Lucia Bosè (Paola) e Massimo Girotti (Guido).
Un Michelangelo Antonioni che si affaccia nel cinema di finzione con una forza incredibile, una forza che lo ha tenuto in questo mondo per quasi 60 anni.
Para
Voto Para: 3,5/4

Blow-up: nella Swinging London anni '60, Antonioni gira il suo capolavoro metafisico

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Un giovane fotografo di moda scopre accidentalmente un omicidio mentre sta fotografando una coppia in un parco londinese; ma forse è tutto frutto della sua immaginazione.  Oppure no?

Così si potrebbe riassumere “Blow-up”, capolavoro sull’essere e il non essere, girato da Michelangelo Antonioni nel 1966.

Dopo la “trilogia sulla donna” (“L’avventura”, “La notte” e “L’eclisse”) e dopo l’incontro tra il regista e il colore in “Deserto rosso”, Antonioni firma un contratto con la Mgm per girare tre film in lingua inglese: il primo sarà proprio “Blow-up”, gli altri due saranno “Zabriskie Point”nel 1970 e “Professione reporter” nel 1976.

“Blow-up”, che ha fatto vincere al regista una Palma d’oro al Festival di Cannes e un Nastro d’argento come miglior film straniero, stupisce ancora oggi, a 40 anni dalla sua uscita, per le sue tematiche e per i suoi risvolti metafisici.

Il primo elemento da evidenziare è la “Swinging London” anni ’60, meravigliosamente mostrata da Antonioni, che incornicia il film dall’inizio alla fine.

La musica degli Yardbirds, il mondo della moda, i vestiti e le pettinature tipiche di quegli anni ci proiettano nell’universo della capitale inglese di quel periodo.

Antonioni ci mostra tutti gli aspetti più caratterizzanti di quello spazio e di quel tempo: le prime manifestazioni per la pace, i festini a base di droga, le bellissime donne che vanno dalla modella Veruschka alla futura diva Jane Birkin.

Questo mondo viene attraversato e ritratto dal fotografo Thomas, interpretato da un ottimo David Hemmings (dieci anni prima di “Profondo rosso”), assoluto protagonista del film.

Ed è proprio la fotografia il secondo elemento forte che salta subito all’occhio in “Blow-up”.

Thomas prima, in un momento di enorme foga, ritrae con la sua macchina Veruschka arrivando persino a mimare un rapporto sessuale in una delle più celebri sequenze del film; poi, nel silenzio del parco, ritrae una coppia che gioca in un prato, prima di scoprire che quella pace potrebbe nascondere un segreto inconfessabile.

“Blow-up” è, però, anche un film di Antonioni. E lo è pienamente.

I silenzi e le passeggiate solitarie del protagonista ci rimandano all’isola de “L’avventura” e alla solitudine di “Deserto rosso”. Oltre a questo è ben presente il tema dell’alienazione dell’uomo verso una società che non riesce a capirlo e che non capisce; Thomas si sente solo e ogni relazione umana sembra impossibile.

David Hemmings è molto più simile alla Monica Vitti de “L’eclisse” di quanto può sembrare a prima vista: al concerto lotta per un pezzo di chitarra che, una volta guadagnato, viene gettato via; mentre parla con Vanessa Redgrave mostra la sua difficoltà nei rapporti con la compagna Sarah Miles in un celebre monologo: “Io e lei siamo sposati…anzi no, abbiamo solo bambini. No, non è vero, non abbiamo neanche dei bambini… però con lei si sta bene…anzi no, si sta male”.

Infine, fondamentale è il tema della metafisica e del rapporto tra realtà e finzione, vero punto cardine del film.

Man mano che, per meglio capire, ingrandisce le fotografie del parco (blow-up, in questo caso, vuol dire proprio ingrandire le fotografie), meno riesce a soddisfare la propria curiosità. Più guarda da vicino e meno riesce a “vedere” ciò che ha davanti.

Antonioni sembra voler riflettere sull’alienazione che può nascere dalla fotografia, e, quindi, anche dal cinema, suo medium discendente.

Nella sequenza (registicamente) paradisiaca, in cui Thomas è solo in casa e sta contemplando le immagini, noi stessi (come lui) cerchiamo così ossessivamente qualcosa da riuscire addirittura a vederlo, anche se in realtà non c’è nulla.

Quella pistola e quel cadavere che il protagonista riesce a/si immagina di vedere non sono altro che una proiezione della nostra stessa volontà inconscia che cerca di soddisfare la  sempre più impellente curiosità di trovare qualcosa di strano in quelle immagini che, in realtà, non hanno nulla da nascondere.

Questa riflessione diventa ancora più profonda in uno dei più grandi finali della storia del cinema: la fantasia e l’immaginazione sono più forti della verità e riescono a superarla anche quando sembrano ormai sconfitti.

Antonioni, forse, vuole suggerirci che la sfida realismo-finzione finisce a vantaggio della prima solo nella vita di tutti i giorni, mentre nel cinema è la finzione a vincere e così rimarrà per sempre.

Ma, in fondo, potrebbe anche essere il contrario.  Potrebbe essere la vita stessa un sogno e viverla sarebbe come giocare una partita a tennis senza racchette e senza palle.

Chimy

Voto Chimy: 4 / 4

Breath: in anteprima la recensione del nuovo, splendido, Kim Ki-Duk…

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Vi proponiamo in anteprima la recensione di “Breath”, ultima opera di Kim Ki-Duk: regista coreano che considero tra i più grandi cineasti viventi. Questo film, se ce ne fosse bisogno, conferma totalmente la mia convinzione.

“Breath”, presentato con grande successo di critica all’ultimo Festival di Cannes, parla di una giovane madre, Yeon, in crisi coniugale, che decide di far riscoprire il piacere di vivere ad un detenuto, condannato a morte, che ha tentato di suicidarsi. Inizia ad incontrarlo costantemente nel parlatorio della prigione fino ad innamorarsene. Quando il marito scoprirà la relazione tra i due, cercherà di recuperare il rapporto con Yeon.

Come nel precedente film del regista “Time”, uno dei temi fondamentali di “Breath” è la difficoltà nel relazionarsi con le persone che si amano: i sentimenti umani, nel mondo di oggi, sono estremamente complessi e conducono i personaggi alla solitudine. Kim lo esprime con forza sia nella prigione dove Jang (il protagonista) ha una relazione con un suo compagno di cella che sembra dettata, però, soltanto dalla disperazione e dal bisogno d’affetto in attesa della morte, sia nel mondo esterno dove Yeon e il marito, che la tradisce, non sono più in grado di volersi bene e di riuscire a comunicare.

“Breath” è un film in cui Kim Ki-Duk si rinnova decisamente, rimanendo, però, fedele agli elementi che hanno caratterizzato la sua filmografia precedente.

L’ambientazione della galera, vera protagonista del film, rimanda all’indimenticabile “Ferro 3”; il collegamento maggiore si ha, però, con quell’immenso capolavoro che risponde al nome di “Primavera, estate, autunno, inverno e…ancora primavera”.

Yeon, ogni volta che va a trovare Jang, ricrea (grazie alla tappezzeria che appende ai muri, grazie ai suoi vestiti e grazie alle canzoni che canta) il passare delle stagioni; riesce a far entrare il cambiamento temporale in un luogo, come il braccio della morte, dove tutti i giorni sono uguali, dove non c’è differenza se fuori c’è il sole o c’è la neve, dove non conta in che stagione siamo.

Yeon, inizialmente, ricrea la primavera, poi l’estate, poi l’autunno; l’inverno non lo realizzerà, perchè il braccio della morte rappresenta già l’ultima stagione della vita di un uomo.

La prigione viene descritta da Kim come un mondo statico; un universo dove anche solo un’immagine del mondo esterno, una fotografia o un’incisione sul muro, può rappresentare una fuga da quella triste realtà ed un ritorno alla vita; un mondo dove anche un capello, strappato dalla testa della persona amata, può significare la presenza di chi ci vuole bene accanto a noi.

Un film poetico, malinconico, struggente che trova il suo apice nell’atto d’amore tra i due protagonisti: scena in cui, senza rivelarvi cosa avviene, il respiro può trasformarsi nel soffocamento, il suo contrario; così la vita rischia di trasformarsi in morte.

Kim Ki-Duk dirige in maniera magnifica, ha una mano dolcissima, quasi più pittorica che cinematografica; in “Breath”, inoltre, si concede uno splendido cameo come direttore del carcere: guardando, nella sua postazione, le immagini di sicurezza della prigione, sembra anche controllare le inquadrature del film e se i suoi attori stanno lavorando bene.

Il personaggio di Kim, man mano che gli incontri tra i due aumenteranno, gli concederà sempre più libertà; fino a ritrovare nel finale un equilibrio che rimanda alla figura del cerchio e della spirale, così come in “Primavera,estate,autunno,inverno e…ancora primavera”.

Straordinarie le musiche, così come la recitazione: molto bravo Chen Chang che, rimandando a molti personaggi del cinema di Kim Ki-Duk, non dice una parola per tutto il film; la grande conferma è, però, Ji-a Park, attrice immensa, già vista in “The Coast Guard”, altro magnifico film del regista coreano.

“Breath” è stato girato e montato in dieci giorni con un budget molto ridotto, dimostrando così che l’arte non è una questione nè di soldi, nè di tempo; e “Breath” è arte allo stato puro; arte che trascende il cinema e che tocca le corde più profonde dell’animo umano.

Un’opera che rimarrà a lungo nella memoria, impressa come l’impronta di un bacio su un vetro appannato da un soffio.


Chimy

Voto Chimy: 3,5 / 4


"Masters of Horror-Cigarette Burns": il maestro Carpenter torna ad esplorare territori metacinematografici…

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“Il film è magia. Nelle mani sbagliate può diventare un’arma”. Così inizia “Cigarette Burns”, l’episodio della serie “Masters of Horror”, diretto dal maestro del genere John Carpenter.

Fin da questo incipit capiamo che il vero protagonista della storia sarà proprio il cinema.

Non è la prima volta che Carpenter esplora territori metacinematografici: pensiamo allo splendido “Il seme della follia”, opera molto vicina a “Cigarette Burns” per alcune tematiche comuni: al centro dei due film c’è infatti un’estenuante ricerca che porterà i protagonisti nei meandri di un orrore inimmaginabile. Altro elemento comune è la presenza (nei film) di un film maledetto: se, però, ne “Il seme della follia” era lo stesso film che noi spettatori stavamo guardando; in “Cigarette Burns” diventa l’oggetto stesso della ricerca del protagonista Kirby (interpretato da Norman Reedus).

La trama del film si basa proprio sulla ricerca da parte di Kirby de “La fin absolue du mond”, pellicola maledetta e introvabile, per commissione di un ricco collezionista ossessionato dall’opera (Udo Kier). Man mano che si avvicina sempre più alla pellicola, Kirby ha delle visioni e ne sembra sempre più ossessionato: inizia a credere che le leggende che circondano la pellicola siano vere: si narra, infatti, che “La fin absolue du mond” venne mostrata un’unica volta al festival di Sitges nel 1981 dove, si dice, abbia scatenato nel pubblico in sala un’inaspettata e cruentissima follia omicida. Da quella volta non venne mai più proiettata; ne sopravvisse però un’unica copia che Kirby riuscirà a trovare e scoprire così quale mistero nasconde.

John Carpenter ha realizzato un film per cinefili: soltanto chi ama profondamente il cinema (in particolare quello con risvolti soprannaturali) può realmente apprezzare “Cigarette Burns”.

La ricerca di Kirby è la stessa che abbiamo noi spettatori fin dai primi minuti: il desiderio di portare ai nostri occhi quel film segreto e maledetto intitolato “La fin absolue du mond”: un’opera che ci viene presentata come un qualcosa che nessuno ha mai realizzato, un film straordinario diverso da tutti gli altri mai fatti, un film che cambierà la vita di chi lo guarda.

Con queste premesse credo che chiunque ama il cinema profondamente, non possa che desiderare di vedere quest’opera.

Da notare, inoltre, l’enigmatico personaggio dell’angelo con le ali tagliate, uscito direttamente da quella pellicola maledetta. Sembra quasi voler dimostrare che dopo aver visto “La fin absolue du mond” non ci sarà più nessuno a proteggerci: al nostro angelo custode hanno tagliato le ali, elemento corporeo che lo differenzia da un normale essere umano; può anche però suggerirci che, dopo aver visto quel film, nessuno riuscirà a sfuggire alla crudeltà della violenza, neanche la creatura più pura di tutte.

Un film per cinefili, fatto da un cinefilo: Carpenter, per tutta la durata di “Cigarette Burns” omaggia la storia del cinema horror: dal manifesto di “Nosferatu” alla proiezione di “Profondo rosso”, alla citazione a “L’abominevole Dr.Phibes” con il mitico Vincent Price.

Un film che dimostra come Carpenter abbia ancora molto da dire nel mondo del cinema;  un film che non fa che crescere l’attesa (ormai spasmodica) per "Psychopath", il futuro progetto del maestro, ormai annunciato da tempo.

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4

Daratt: la grande sorpresa dell'anno viene dal Ciad…

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Ciad. Dopo l’amnistia accordata a tutti i criminali di guerra, il giovane Atim viene incaricato dal nonno di farsi vendetta da solo, uccidendo l’assassino di suo padre.

Giunto nella capitala N’Djamena trova l’uomo che stava cercando: si chiama Abdallah Nassara e fa il panettiere. Atim pensa che il modo migliore per portare a termine il proprio compito sia quello di farsi assumere come garzone e cercare il momento giusto per vendicarsi…

Alla Mostra di Venezia 2006, dove il film fu presentato, riuscii a entrare alla proiezione ufficiale, a cui era presente anche il regista. La sala era semivuota: il pubblico, tra cui il sottoscritto, aveva forse scarse aspettative nei confronti del film, dovute probabilmente a qualche luogo comune di troppo sul cinema africano.

Ancora non sapevamo di trovarci davanti ad un film splendido, uno dei migliori dell’intera Mostra.

“Daratt” racconta una storia di vendetta e perdono con una forza che raramente si è vista sul grande schermo.

Il nonno di Atim sembra rappresentare l’Africa di ieri e di oggi: un mondo dove alla violenza si risponde solo con la violenza (nelle prime scene vediamo che la legalità è gestita da soldati capaci solo di soprusi), dove la sete di vendetta è assoluta, un mondo dove questa vendetta sembra senza fine, interminabile…

Atim rappresenta una luce nel buio, una speranza per un futuro migliore, dove si darà (si spera…) più importanza ai sentimenti umani e meno alle guerre civili e alle dispute fra diverse tribù dello stesso paese.

I due protagonisti, i “non-attori” Ali Barkai e Youssouf Djaoro, sono bravissimi e creano un crescendo di tensione che rimanda ad un altro grandissimo film: “Il figlio” dei fratelli Dardenne, dove i rapporti erano simili ma opposti.

La grandiosità del film sembra derivare, però, soprattutto dalla regia e dalla sceneggiatura di Mahamat-Saleh Haroun, qui al suo secondo lungometraggio di finzione (il primo si intitolava “Abouna”) dopo alcuni corti e documentari sull’Africa.

Haroun gira in maniera asciutta, secca, “sincera” realizzando un’opera che non vuole mostrare eccessivamente nè la bruttezza nè la bellezza dell’Africa (come fanno molti cineasti d’oggi), ma semplicemente l’Africa com’è realmente.

La sua sceneggiatura porta il film a diventare sempre più incisivo man mano che passano i minuti: da un inizio normalissimo, ad una parte centrale dove la tensione e l’attesa salgono sempre di più, fino ad arrivare ad un finale magnifico che difficilmente riusciremo a cancellarci dalla memoria.

Meritatissimo Gran Premio della Giuria a Venezia per uno dei più bei film della stagione.

Chimy

Voto Chimy: 3,5 / 4


Breakfast on Pluto: manca di sensibilità il nuovo film di Neil Jordan…

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Breakfast on Pluto” è un film di Neil Jordan del 2005, uscito, però, soltanto da poche settimane nelle sale italiane (la lunga attesa è stata purtoppo alquanto vana).

Il film parla della vita di Patrick “Gattina” Brady, ragazzo omosessuale con forti tendenze al travestitismo, che cresce nella violenta Irlanda degli anni ’70.
Stufo di un mondo che non riesce a capirlo, Patrick parte per Londra per incontrare la madre che non ha mai conosciuto; al termine di questo viaggio troverà invece un padre che riesce finalmente a confessargli il bene che gli vuole.

Jordan prende spunto da un romanzo di Pat McCabe per trattare nuovamente il  travestitismo, tema alla base del suo celebre “La moglie del soldato”.
Rispetto al film del 1992, “Breakfast on Pluto” manca, però, di quella sensibilità necessaria all’argomento, barcamenandosi tra due lati diversi: quello drammatico (il terrorismo, l’IRA, l’odio tra Irlanda e Regno Unito…) e quello grottesco (gli uccellini che parlano, il mondo onirico di Patrick…), senza scegliere una strada precisa da seguire.
Sembra che il regista voglia dividere il film, al 50%, tra queste due modalità narrative, non riuscendo così a svilupparne perfettamente nessuna delle due.
Ci sono anche dei momenti riusciti, ma subito dopo questi, mentre si potrebbe pensare che il film riesca ad alzarsi, si riabbassa prontamente.
Così come la regia, anche la recitazione di, quasi, tutto il cast è deludente: i grandi interpreti del cinema irlandese degli anni ’90, da Liam Neeson a Brendan Gleeson, a Stephen Rea (attore prediletto da Jordan) sembrano molto svogliati, privi della determinazione che aveva contraddistinto molte loro interpretazioni precedenti.
Dicevo “quasi” tutto il cast è deludente… sì, perchè Cillian Murphy è assolutamente straordinario, nella parte di “Gattina”, confermandosi uno dei migliori attori giovani del cinema europeo. Peccato che il suo personaggio è stato scritto in modo troppo superficiale e macchiettistico.

Neil Jordan è un bravo artigiano, che nella sua carriera ha fatto diversi buoni film (oltre a “La moglie del soldato”, pensiamo a “Mona Lisa” o “Michael Collins”) ma ha avuto anche diversi scivoloni (ad esempio con “Intervista col vampiro). Purtroppo “Breakfast on Pluto” appartiene alla seconda categoria.

Chimy
Voto Chimy: 2 / 4