Alice nelle città: sinfonia di viaggio su strada europea…

Mentre un aereo si alza verso il cielo, un uomo (sdraiato in spiaggia) fotografa l’oceano immergendosi nella sua solitudine.

L’uomo è Philip, un giornalista tedesco inviato negli Stati Uniti per fare un reportage sulla vita di quel paese che da tempo sognava di vedere.

Con la sua macchina fotografica, il protagonista è alla ricerca di immagini pure e naturali in un mondo dove tutto sembra essere stato contaminato dalla pubblicità (sintomatica in questo senso la distruzione della televisione da parte dell’uomo).

Anticipando di circa dieci anni il dialogo fra Wenders e Herzog in “Tokyo-Ga”, ci viene mostrato come nella società dei consumi sia quasi impossibile trovare “immagini” ancora immerse nel proprio ancestrale candore. Per questo Philip decide di tornare in Germania, deluso dalla terra dei suoi sogni passati.

Alice nelle città” è il quarto lungometraggio di Wim Wenders, e sicuramente uno dei più belli (se non il migliore in assoluto).

Molte delle tematiche successive del regista sono presenti in questo film del 1974: in particolare la solitudine, la difficoltà di comunicazione e il viaggio come deriva esistenziale.

All’aeroporto di New York, Philip conosce Liza, una sua connazionale madre di Alice (di nove anni), che gli chiede aiuto per sbrigare le pratiche della partenza.

Il giorno seguente, dopo una notte passata insieme, Liza lascia a Philip un biglietto dove gli chiede di portare sua figlia ad Amsterdam, dove lei li raggiungerà nel giro di qualche giorno.

Nella capitale olandese, Philip, stufo di aspettare, decide di portare Alice da sua nonna in Germania, anche se la bambina non si ricorda precisamente dove questa abita.

Inizia così un lungo viaggio per cercare una casa che non sanno dove si trova.

Il ritorno di Philip in Germania sarà, grazie ad Alice, un viaggio alla scoperta di sè stesso, del suo passato e di quello che è diventato.

Inizialmente irritato dalla presenza della bambina, Philip durante il tragitto si legherà totalmente a lei, tanto che il suo unico scopo sarà quello di riportarla a casa.

La piccola Alice che, essendo una bambina, è una presenza pura all’interno della società corrotta degli adulti, fa recuperare a Philip uno sguardo infantile con il quale guardare il mondo che lo circonda.

Man mano che il viaggio prosegue (in treno, macchina, traghetto o aereo che sia), Philip si affeziona sempre di più alla ragazzina con la quale nasce una sincera amicizia.

Il tempo passa e i due sembrano quasi dimenticarsi dello scopo del loro peregrinare: la meta diviene il viaggio stesso, dove si arriva non ha più importanza.

Alice riesce così a dare un senso alla vita di Philip… togliendolo del tutto: ora l’uomo non è più interessato a lavorare o fare soldi, ma soltanto a vivere.

Nel finale la polizia, informata da Philip, riesce a trovare la nonna e la madre di Alice a Monaco di Baviera.

L’uomo allora accompagna Alice alla stazione, stanno per salutarsi, ma all’ultimo momento decide di salire anche lui sul treno: forse per paura di tornare ad essere solo, o forse per il desiderio di prolungare quel magnifico sogno. Il sogno di un viaggio senza scopo e senza fine.

Chimy

Voto Chimy: 3,5 / 4

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