Mostra di Venezia-giorni 4 e 5: cose buone e giuste (finalmente…)

Finalmente due giornate molto buone in laguna…


Colpisce fortissimo il film di Ken Loach, “It’s a Free World”, probabilmente il film migliore visto fin’ora (anche se Ang Lee non è molto lontano).
Il regista inglese torna a parlare della “working class” del suo paese, dopo il successo de “Il vento che accarezza l’erba” basato sulla lotta irlandese per l’indipendenza.
Il tema principale del film è la difficoltà di trovare lavoro in Inghilterra, soprattutto per chi non ha un passaporto regolare; Angie cercherà di aiutare queste persone aprendo un’agenzia di lavoro interinale.
Loach accusa la sua nazione (e tutti i paesi occidentali) di partire con le migliori intenzioni verso gli extra-comunitari, per poi sfruttarli più che si può.
A differenza dei protagonisti tipici del regista, Angie (interpretata dalla bravissima esordiente Juliet Ellis, in lizza per la Coppa Volpi) è un personaggio molto negativo, che convince gli immigrati clandestini (e anche noi spettatori…) di avere ottime intenzioni, per poi rivelarsi uno “squalo” bugiardo come tutti gli altri.
Questo è un film che riesce a criticare con forza il suo obiettivo. Questo è l’impegno civile che bisogna apprezzare, con contenuti che fanno realmente riflettere…

 

Sorprendente (per essere un’opera prima italiana) è anche “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli, film della Settimana della Critica.
Un noir di provincia che parla di un omicidio in una (apparentemente) tranquilla cittadina friulana.
Il film è ben girato da Molaioli, che riesce a ricreare un’atmosfera semplice e familiare dove si annidano, però, i segreti più inconfessabili.
A risolvere il caso è chiamato un commissario interpretato da un eccellente Toni Servillo (uno dei migliori attori italiani viventi), che illumina la scena ad ogni sua apparizione
Un personaggio scorbutico e solitario che sembra rimandare al Titta Di Girolamo de “Le conseguenze dell’amore. E proprio da Sorrentino sembra prendere (in parte) spunto Molaioli per la sua regia, ma i riferimenti del film sono diversi da “La promessa” (quindi Durrenmatt) di Sean Penn ai gialli classici (Simenon..).
Se, comunque, i risultati sono buoni , come in questo caso, ben vengano celebri punti di riferimento ai quali il regista si aggrappa.
Incomprensibilmente non inserito nel concorso principale. Sarebbe stato tra i migliori film visti fino a oggi
.

Interessante anche un altro esordio, quello di Rodrigo Plà con "La Zona", presentato tra le Giornate degli Autori.
Il film parla di un quartiere residenziale (la zona del titolo), dove vivono le persone più benestanti di Città del Messico, circondato da aree, invece, molto povere.
Ci sarà un duro scontro tra le due parti (tra ricchi e poveri) quando tre poveri ladruncoli si introducono nella "Zona" e ci scappa il morto. I  borghesi cercheranno allora di farsi giustizia da sè.
Decisamente ben girato per essere un’opera prima, il film affascina soprattutto per il confronto tra due mondi così vicini eppure così lontani.
Tutto sà un pò di già visto, ma comunque ci fa ben sperare per il futuro di questo regista…

Non è un esordiente, ma il suo lavoro è all’altezza dei tempi d’oro: sto parlando di Claude Chabrol con "La fille coupée en deux" (purtroppo Fuori concorso).
Il regista della Nouvelle Vague racconta un triangolo amoroso dei nostri tempi: una giovane ragazza (Ludivine Sagnier) s’innamora di uno scrittore di mezza età sposato e perverso. Dato che questi non si decide a lasciare la moglie per lei, la protagonista sposa, quasi per ripicca, un giovane milionario (Benoit Magimel) che le fà una corte spietata da diverso tempo.
Chabrol dirige con maestria e con splendida eleganza un’opera torbida, sporca e perversa.
L’amore e la morte s’incrociano, così come la gelosia e la vendetta.
In concorso avrebbe potuto dar fastidio a tutti, anche grazie all’interpretazione dell’eccellente (e gigione) Benoit Maginel.

Saluti, a domani (speriamo con altri buoni film)

Chimy

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