Motel Woodstock: la presa di coscienza dell'evento


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È la seconda volta, consecutiva, che la distribuzione italiana rovina il senso di un film di Ang Lee. Il precedente Lussuria toglieva al titolo originale (Lust, Caution!) quel geniale riferimento/presa in giro alla censura cinese che avrebbe presto cercato in ogni modo di fermare un’opera “tanto scandalosa”; ora abbiamo un titolo insipido come Motel Woodstock al posto dell’originale Taking Woodstock, tratto dal libro di Elliott Tiber e Tom Monte, i cui significati si possono comprendere soltanto a visione ultimata. Quella presa di Woodstock che è esattamente quello che Ang Lee vuole raccontare: il suo ultimo film non ci mostra infatti praticamente mai il celebre concerto, nè i cantanti che hanno preso parte all’evento; il regista taiwanese si concentra invece su come Woodstock è stato possibile, su quello che è avvenuto prima del concerto e su come è stato preso quel terreno da un giovane, Elliott Tiber (interpretato da un sorprendente Demetri Martin che, seppur con poche espressioni, rende molto bene la sorpresa di un ragazzo che ha contribuito a realizzare senza rendersene conto un evento memorabile), e da un ristretto gruppo di persone che l’ha aiutato nel suo intento. Meno perfetto formalmente dei precedenti film di Ang Lee, Motel Woodstock parte col freno a mano tirato, ma col passare dei minuti riesce a diventare un’opera interessante e piacevole da seguire; soprattutto quando arriva a raccontare (anche) la presa di consapevolezza del protagonista del mondo che lo circonda, che va ben oltre le mura del Motel dei suoi genitori. I personaggi di Liev Schreiber e Imelda Staunton contribuiscono poi alla creazione di un’opera divertente e delicata, dove a diverse sequenze “innocue” si alternano anche alcuni momenti estremamente emozionanti. Primo fra tutti la conclusione di un "trip da acido" del protagonista, dove la folla dei presenti si trasforma in un oceano vero e proprio: un momento in cui lo stesso Elliott prende finalmente coscienza che il centro stesso dell’universo, per tre giorni del 1969, si trovava proprio davanti ai suoi occhi. A Woodstock.

Chimy

Voto Chimy: 2,5/4

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Lussuria: Valore e Potere nel cinema contemporaneo…

Nella storia della critica per giudicare un’opera si è spesso distinto fra  Valore e Potere.
All’interno del primo gruppo rientra(va)no la forma, il contenuto e lo stile dell’opera; all’interno del secondo le emozioni che la stessa suscita negli spettatori.
Per il suo Valore, "Lussuria" di Ang Lee è un film perfetto, impeccabile, maestosamente realizzato.
Il regista taiwanese riesce a ricostruire perfettamente l’ambientazione della Shanghai anni ’40 nella quale il film è ambientato.
Le scenografie, i costumi (sì ci sono anche questi in un film), la colonna sonora sono deliziosi.
Perfette sono anche le interpretazioni: bravissima l’esordiente Tang Wei (che avrebbe meritato ex-aequo il Premio Mastroianni a Venezia), ottima Joan Chen (l’indimenticata Josey di "Twin Peaks"), su Tony Leung ho ormai esaurito gli aggettivi: uno dei migliori attori (non solo asiatici) del cinema contemporaneo, qui nel ruolo più torbido della sua carriera.
Rodrigo Prieto ci regala una "fotografia" affascinante e diversi meriti ha anche la sceneggiatura così come (naturalmente) la regia di Ang Lee che si destreggia bene, per tutta la lunga durata del film, tra una prima parte casta e trattenuta e una seconda focosa, erotica e passionale.
Il problema del film è forse quello di non riuscire a coinvolgere troppo (il Potere di cui si parlava in precedenza).
"Lussuria" rimane un pò troppo distante dagli spettatori, privo di quell’empatia che caratterizzava molto cinema classico al quale questo film si rifà. Questo a causa (forse) proprio dell’eccessiva cura con la quale è stato fatto.
Comunque un’opera coraggiosa che unisce diversi generi del cinema classico: si può definire una sorta di Melò Noir (in piccola parte) con atmosfere da Spy story.  Probabilmente non meritava il Leone d’oro che gli è stato dato. Ma questo non è certo un elemento per criticarlo.

p.s. una menzione speciale al geniale titolo "Lust, Caution" con il quale Ang Lee "giocava" con i sicuri problemi che il film avrebbe avuto con la censura (in patria e non solo), anticipando nel titolo il bollo censorio: "Attenzione, lussuria".
Era uno dei più intelligenti titoli degli ultimi anni, purtroppo la stupida distribuzione italiana non ne ha capito il significato.

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4

Mostra di Venezia-giorno 2: ancora una giornata di stallo (anche se c'è stato il primo buon film in concorso)…

Non si può certo dire che sia stata una partenza esaltante quella della Mostra 2007, ma andiamo con ordine:

Il miglior film visto fin’ora è il bel "Lust, Caution" di Ang Lee, presentato in concorso.
Un’opera che rimanda al cinema del passato, alle classiche storie di spionaggio degli anni ’40 e ’50.
Il regista taiwanese ambienta (proprio nei ’40) la storia a Shanghai e realizza un film molto curato e decisamente ben diretto.
"Lust, Caution" tiene sulle spine gli spettatori per tutta la sua durata (156 m.) senza cali di ritmo e di tensione.
Lee riesce a fare questo anche grazie a delle ottime interpretazioni: Tony Leung è grandissimo nel ruolo più torbido della sua carriera, altrettanto brava è l’esordiente Tang Wei. Da citare, inoltre, la presenza nel film di Joan Chen (l’indimenticabile Josey di Twin Peaks).
Se avete sentito parlare di "scandalo" avete sentito bene: le scene di sesso sono diverse e molto esplicite, a forte rischio censura.

Sicuramente inferiore è "Sleuth", il film di Kenneth Branagh, anch’esso in concorso.
Quest’opera è il remake di "Gli inospettabili" di Mankiewicz e, purtroppo, il confronto con il film originale non regge assolutamente.
Rispetto al grande classico da cui prende spunto, "Sleuth" perde in fascino ed eleganza a causa di diversi motivi: uno dei quali è sicuramente la durata troppo breve (90m contro i 140 circa dell’originale).
Molta buona, comunque, l’interpretazione di Michael Caine che riesce a portare il film alla sufficienza.

Interessante, ma non molto di più è, invece, il film "Redacted" di De Palma, sempre in concorso.
Il celebre regista americano realizza una buona opera dal punto di vista formale, molto meno per i contenuti.
Girato come un documentario fatto con una macchina digitale da un soldato americano in Iraq, De Palma ci mostra la guerra nella maniera in cui siamo abituati a vederla oggi con i più moderni mezzi di comunicazione, quali ad es. i filmati dei soldati su internet.
Dal punto di vista contenutistico, però, non riesce ad incidere più di tanto: una volta saputa la trama (stupro di una ragazza e uccisione dei parenti da parte di due soldati americani, fatto realmente accaduto) il film procede nel modo più atteso possibile con soldati molto stereotipati.
Sembra un’opera troppo facile,  perchè non basta parlare di un  tema toccante e interessante per poter colpire e commuovere.
Inoltre un finale pieno di retorica lo relega senz’altro ad un livello mediocre, nonostante l’innovativo e riuscito stile di ripresa.

L’opera più inutile, per il momento, tra i film in concorso sembra essere "Michael Clayton" di Tony Gilroy.
Intendiamoci, non è un brutto film solo che tutto sà di già visto.
Il personaggio principale, interpretato da George Clooney, rimane sulla scia di Erin Brockovich e degli altri avvocati dal cuore d’oro che difendono giuste cause contro multinazionali colpevoli di reati.
Molto bravo Tom Wilkinson, più di Clooney.
Nel complesso un’opera senza infamia e senza lode…

Per fortuna che c’è stato Ang Lee, anche se nei prossimi giorni vogliamo molto di più….

Chimy