Una nuova Jane Eyre arriva al cinema, a braccetto con il sorprendente «Tomboy» e con l’ultima fatica del maestro Ermanno Olm

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Per la serie “i grandi classici non tramontano mai”: questo venerdì arriva nelle sale italiane una nuova versione di «Jane Eyre», diretta dall’americano Cary Fukunaga con protagonisti due degli attori più in voga del momento, Mia Wasikowska e Michael Fassbender.
Quest’ultima trasposizione del romanzo di Charlotte Brontë si apre con un incipit estremamente suggestivo, scandito soltanto dai suoni della natura, che fa nascere speranze fin troppo elevate sul proseguimento della pellicola.
Successivamente infatti la narrazione, seppur intervallata da costanti salti temporali, segue fedelmente il testo di riferimento: a volte in maniera fin troppo scolastica, ma sempre alla ricerca di un possibile approfondimento che lo distingua dalle precedenti versioni cinematografiche, tra le quali svetta quella di Robert Stevenson del 1944 con Orson Welles e Joan Fontaine.
Grazie a una particolare cura per l’aspetto luministico delle immagini, la regia di Fukunaga, nonostante tenda a calare alla distanza, riesce a trasmettere un certo fascino per una storia che, almeno in apparenza, non pareva necessitare di un’ennesima trasposizione.
Si conferma attrice da tenere in grande considerazione per il futuro Mia Wasikowska, che sarà sui nostri schermi in questo weekend anche nel melodrammatico «L’amore che resta» di Gus Van Sant.
 
Altro nome femminile da segnarsi sul taccuino delle grandi promesse è quello della francese Céline Sciamma, regista del toccante «Tomboy».
Vincitore di premi importanti in diverse kermesse di tutto il mondo, il film racconta la storia di Laure, ragazzina di soli 10 anni, che, appena trasferitasi con la sua famiglia in un nuovo quartiere, decide di presentarsi ai suoi nuovi amichetti come se fosse un maschio di nome Michael. A metà tra il gioco e il desiderio di fuggire in un’altra realtà, il suo “inganno” le sfuggirà presto di mano generando conseguenze inaspettate.
Alla sua seconda opera, la prima era «Naissance des pieuvres» del 2007, Céline Sciamma dimostra un’invidiabile maturità registica mettendo in scena una potentissima riflessione sulla ricerca dell’identità sessuale in età pre-adolescenziale.
Il suo stile delicato, unito a una sceneggiatura sempre coerente nella sua complessità, rendono «Tomboy» non solo uno dei migliori titoli degli ultimi anni del cosiddetto “filone Queer”, ma anche una delle più significative sorprese del 2011. Da non perdere.
 
Non è una sorpresa ma un grande maestro del nostro cinema, Ermanno Olmi, che torna al lungometraggio di finzione con «Il villaggio di cartone».
Presentato fuori concorso all’ultima Mostra di Venezia, il film è incentrato attorno a un anziano prete, interpretato da un intenso Michael Lonsdale, la cui chiesa viene dismessa e svuotata di tutti gli arredi sacri, semplicemente perché non serve più. In preda allo sconforto, il parroco troverà nuova linfa vitale quando un gruppo d’immigrati clandestini cercherà rifugio nell’edificio in cui ha detto messa per tanti anni.
Nonostante il suo tocco registico sia meno leggero di un tempo, Olmi, superata la soglia degli 80 anni, ha ancora voglia di stupire e scandalizzare con una storia raccontata con grande rigore formale, libera da quella retorica ricattatoria di cui sono pregne altre recenti pellicole nostrane sull’argomento immigrazione.
Totalmente ambientata all’interno della chiesa del protagonista, e della relativa canonica, la pellicola, seppur a tratti didascalica, è un coraggioso esempio di come si possa ancora rappresentare sul grande schermo, con la speranza di veicolare un messaggio in grado di smuovere gli animi, quel grande villaggio di cartone che altro non è che l’Italia di oggi.

Chimy

Voto Jane Eyre: 2,5/4

Voto Tomboy: 3/4

Voto Il villaggio di cartone: 2,5/4

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