La Jetée: un mediometraggio del 1963 che ha ispirato Terry Gilliam

La_Jetee1_plakatVista la penuria estiva di titoli di spessore nei nostri cinema, ho pensato di andare un pò indietro nel tempo recensendo un interessante film del 1963 di Chris Marker: “La Jetée”.
Chris Marker è un regista francese poco conosciuto al pubblico italiano (fino a qualche tempo fa neanch’io ne sapevo niente) che andrebbe però riscoperto.
Approfitto della recensione per consigliarvi di comprare il cofanetto del regista, da poco uscito in Italia, in cui sono contenuti, oltre a “La Jetée”, due suoi lungometraggi: “Sans soleil” e “Level Five”. 
Mediometraggio di mezz’ora, “La Jetée” è uno dei primi lavori di finzione del regista che s’era cimentato in precedenza nel genere documentario.
Il film inizia mostrandoci la piattaforma di un aeroporto; un uomo muore e questo evento sembra associarsi allo scoppio della terza guerra mondiale. I sopravvissuti di questa apocallisse nucleare vivono sottoterra e inviano emissari nel passato e nel futuro per meglio capire il drammatico presente in cui vivono.
Uno di questi uomini, viaggiando nel passato, scopre il significato di un’immagine che lo ossessionava da tanto tempo: una donna, a cui lui va incontro, in un aeroporto.
Senza rivelarvi di più della trama, se a qualcuno ha ricordato “L’esercito delle 12 scimmie” di Terry Gilliam  ci avete azzecato in pieno.
Il film del 1995 prende, infatti, spunto proprio da questo “La Jetée”.
La distanza tra l’opera di Marker e quella di Gilliam è, però, enorme; e il confronto tra i due nulla toglie al bellissimo film del regista di “Tideland”, che si collega soltanto parzialmente al soggetto del film francese.
I grandi motivi d’interesse de “La Jetée” sono, in particolare, due: il significato del ricordo e la sua originale messa in scena.
L’immagine del passato che ossessiona il protagonista è un’immagine della sua infanzia; un’immagine che resiste al tempo, che supera l’orrore della catastrofe nucleare, che non viene piegata dagli esperimenti degli scienziati sul custode di tale immagine.
L’originalità de “La Jetée” è data da come Chris Marker ci racconta questa storia.
Come in un fotoromanzo, questo film non ha immagini in movimento, ma fotografie fisse e ferme (a parte qualche zoom all’inizio e durante il viaggio nel futuro) con una voce off che ci racconta ciò che stiamo vedendo.
L’idea di Marker di utilizzare soltanto questo tipo immagini (è l’ennesima volta che uso questa parola nella recensione, ma nel caso di quest’opera è assolutamente necessario) dà, al film, un alone di fascinazione e mistero quasi palpabili; dimostrando così come le teorie di Barthes sul perturbante, presente secondo lui più nelle fotografie che nel cinema, possano essere corrette.
Un film da riscoprire per vedere qualcosa di diverso dal solito in questo periodo estivo contrassegnato da forte povertà cinematografica.

Chimy
Voto Chimy: 3 / 4


COMMENTO DEL PARA

“La Jetée” è un film bellissimo, semplicemente. Chris Marker è riuscito a confezionare una piccola perla che per stile, originalità ed atmosfera mi ha davvero folgorato.
Realizzare un film soltanto con scatti fotografici fissi è stata da parte del regista un’idea assolutamente perfetta.
Un film che parla di un’ossessione in un mondo oppresso, dove tutto è spezzato, frammentato. Una scena, impressa nella mente del protagonista fin da quando è bambino, è inizio e fine nello stesso istante. Un’immagine che nell’infanzia è l’inizio di un’ossessione, e che 30 anni dopo ne diventa la fine.
La condizione di oppressione e claustrofobia di cui il film è impregnato ci si para dinnanzi nella sua immutabile fissità. Nell’immutabile fissità che contraddistingue un’ossessione ricorrente e che contraddistingue anche molti dei nostri ricordi, ricordi che sempre più spesso ci appaiono in fotografie.
Tutto ciò che il viaggiatore temporale vive nel film rimane nella sua memoria spezzato, senza continuità. Ogni singola azione diventa frammentata. Il cinema, che è movimento, torna all’origine, regredisce nella fissità da cui è nato. Il cinema, staticità che diventa movimento, qui è ribaltato, perché è il movimento a diventare statico.
Così come quando in un’esplosione nucleare le ombre delle persone coinvolte si fissano su pareti e pavimenti, così il regista ferma sullo schermo i suoi fotogrammi, che rimangono immutabili come lo è l’ossessione nella mente del protagonista.
“La Jetée” non è un fotoromanzo, “La Jetée” è cinema nella sua pura essenza. Perché il cinema è fotografia, fotografia che ha cominciato a muoversi e che ogni tanto vuole riposare.
Para
Voto Para: 3,5/4
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