Cloverfield: un mostro grosso, un film grandissimo.

Un film “epocale”. Controllo sul vocabolario il significato del termine: «che caratterizza un’epoca»…  sì, allora è l’aggettivo giusto.
Tralasciando, almeno per il momento, possibili interpretazioni sul significato del mostro (anche perchè credo che non farei altro che ripetere i concetti espressi da alespiet, la cui straordinaria riflessione mi sta convincendo sempre di più) o del titolo (i trifogli sopravvivono nell’immaginario post-atomico?), con questa sottospecie di analisi/recensione (assolutamente indegna visto l’importanza del film di cui si parla) cercherò di mostrare perchè Cloverfield è un’opera che caratterizza i tempi in cui viviamo su ben tre livelli diversi di ragionamento (per questo è unica rispetto ad altri film tirati erroneamente in ballo in questi giorni).
Epocale quindi. Almeno fino a possibile (solo e soltanto) romeriana prova contraria… 

 

Forma

Come ormai è noto, il film è ripreso in soggettiva da una cinepresa digitale che, insaziabile e traballante, diventa una sorta di protesi del corpo di colui che sta filmando e, allo stesso tempo, che sta fuggendo.
E’ straordinario notare come Matt Reeves non “sfrutti” mai questa modalità registica per utilizzare trucchi beceri per spaventare il pubblico.
La visione spesso si interrompe, con stacchi che rimandano ad un passato idilliaco il cui ricordo si sta cancellando, ma quando riprende non ci troviamo mai in una situazione differente da quella precedente, non ci troviamo davanti il mostro (o i suoi piccoli) che ci urla in faccia per farci sobbalzare dopo qualche attimo di quiete: quando la creatura viene mostrata, la vediamo avvicinarsi da lontano o, quantomeno, ci aspettiamo tranquillamente di vederla. La base linguistica di Cloverfield è troppo forte, non ha bisogno davvero, a differenza di Rec, di ricorrere a questi trucchetti per angosciare.
La cinepresa digitale diviene il simbolo dell’oggi filmico-amatoriale, tutti se la possono permettere e la maggior parte di questi la usa proprio alla maniera in cui viene ripresa la festa iniziale: anche se tutto sembra banale, riprendiamo comunque! In attesa che qualcosa d’interessante avvenga.
La tecnica (chiamiamola) da “Real TV” viene, intelligentemente, fatta scontrare dalla presenza dell’elemento finzionale-cinematografico per eccellenza: il grande mostro che devasta la grande città. Lo “scontro” è però, ancora una volta, coerente con i tempi in cui viviamo: la società delle immagini, in cui quello che ci viene presentato e mostrato come reale, si rivela spesso “finto” al 100%.
Allo stesso modo risulta assolutamente coerente, in relazione ai tempi odierni, che i giovani protagonisti non stacchino mai la cinepresa per scappare più facilmente o aiutare (e aiutarsi) gli amici in difficoltà (nonostante la “trama” centrale sia proprio il tentativo di salvare una persona cara).
Nella nostra epoca, prima si pensa a riprendere la violenza (o la morte) e poi, forse, si pensa a fermarla.
Colui che sta filmando registra, addirittura, il momento in cui viene lui stesso ucciso: probabilmente sarà morto felice perchè è riuscito a riprendere la fine della sua vita, che potrà essere vista a breve su YouTube.

 

Contenuto

Cloverfield può essere letto come la fine della società delle immagini: molto giustamente.
Dato che questo l’hanno sottolineato in molti, vorrei provare a collegarlo (per i contenuti) ad un altro “tema” dell’epoca contemporanea: l’immaginario post 11 settembre, al quale Cloverfield si rifà esplicitamente.

La “banale” e, quasi, stucchevole festa iniziale è in realtà un momento fondamentale – per tutta la sua durata (circa 20 minuti) – per il discorso che Matt Reeves e JJ Abrams vogliono compiere con questo film.

La “festa” diventa il simbolo della quotidianeità: una serata (quasi) qualunque che viene interrotta dal terrore puro: una minaccia che viene a turbare l’ordine, ancora una volta, quotidiano.

Cloverfield
mostra come, anche dopo l’11 settembre, non si è mai pronti all’arrivo inaspettato della paura, del male e, in conseguenza e soprattutto, della morte.

Dopo quello che è avvenuto quel fatidico giorno del 2001 mostrare catastrofi o minacce, al cinema, sembra sostanzialmente inutile. Nulla che potremmo vedere sul grande schermo potrà (forse) sconvolgerci più di quello che abbiamo visto sul piccolo schermo quel giorno.

Gli autori del film hanno capito questo concetto splendidamente e, così, la loro riflessione (come avveniva nel The Host di Bong) si sposta dalla tragedia collettiva (il rimando al giorno fatidico) a quella privata.

Cloverfield
ci mostra degli esseri umani che fanno i conti con i loro problemi personali: amori infranti, partenze, scelte di vita e quant’altro.

La scelta della cinepresa digitale a mano, e delle conseguenze stilistiche che ne derivano, porta a focalizzare l’attenzione su queste persone, sulla loro vita e anche sulla loro morte.

La possibile apocalisse, così come il mostro, non sono il centro narrativo della vicenda, tanto che non ha senso chiedersi quale sia l’origine dell’orrenda creatura, il centro sono le umane individualità in fuga da questi eventi.

Spesso si ripete che, al giorno d’oggi, ci rendiamo conto di una tragedia soltanto se ci colpisce direttamente: questo concetto, così tristemente contemporaneo, potrebbe essere proprio l’idea stessa del film. Vedere le immagini di palazzi in fiamme, al cinema, ormai non ci colpisce più; ora è necessario, per spaventare, far vivere agli spettatori quei momenti. Magari attraverso una cinepresa traballante, alterego degli occhi di uno spettatore, ormai partecipe della fuga del mezzo cinematografico.

 

Immedesimazione

Mai come oggi, causa la “banalità” in cui viviamo, c’è la voglia di sfuggire dalla realtà tramite strade diverse: viaggi, sogni, videogiochi ecc ecc.
Anche il cinema può farlo, e Cloverfield lo dimostra magnificamente facendo “entrare” lo spettatore all’interno del film che sta guardando.
Grazie ai procedimenti registici che ho cercato di spiegare nei precedenti due paragrafi, il film ci prende e ci catapulta direttamente nel “viaggio” dei quattro protagonisti: una fuga alimentata dalla nostra voglia insana di vedere, e insieme di vivere, sempre di più l’evento mostrato.

Cloverfield sembra quasi ricreare l’emozione ancestrale del cinema delle origini, quando (secondo la leggenda) gli spettatori scappavano per l’arrivo di un treno in corsa dei Lumière. In questo senso decisamente molto interessante è il parallelismo anche con The Big Swallow, opera incommensurabile del 1901, in cui un uomo stufo di essere ripreso si mangiava il cameraman insiema alla macchina da presa; lo stesso gesto che sembra fare il mostro nell’inquietante pre-finale del film.
Come sottolineato, magnificamente, da Kekkoz nella sua bellissima recensione, Cloverfield si rifà ad un intrattenimento circense, un divertimento muscolare e tangibile.
Come quasi mai nel cinema degli ultimi decenni, Cloverfield sconvolge, scombussola, angoscia giungendo fino ad una perversa eccitazione, data dal fatto che ti fa “vivere” il film come se ci fossi dentro.
Durante la visione si ha come l’impressione che non sei tu a guardare il film, ma è lui a guardare te. E lo stesso avviene con il mostro che sembra rincorrerci durante la nostra fuga, fino a quando non riesce a trovarci e ad ucciderci.
L’”attacco” alla cinepresa diventa un attacco allo spettatore che si è spinto troppo in là, per la foga di voler vedere (e di voler mostrare).
Le immagini rimarranno per sempre, ma il prezzo della contropartita è davvero molto alto perchè il mostro ci ha ucciso. I titoli di coda non servono più. Siamo tutti morti.



Chimy

Voto Chimy: 3,5/4

 

          

Evitando inutili ripetizioni, sottoscrivendo ogni singola parola espressa dal buon Chimy, con cui concordo assolutamente, e condividendo l’invito a leggervi quanto detto da un Alespiet mai così in forma, vorrei soffermarmi su alcuni particolari (ebbene sì, la mania da paragrafo titolato mi ha assalito).

 
Il corpo come steadycam dell’occhio

Ci muoviamo, vediamo, registriamo fotogrammi sparsi in sequenze a volte ordinate dentro la nostra materia grigia. Il nostro occhio è una cinepresa e il nostro corpo è la steadycam che ne stabilizza la ripresa.

Tra il nostro occhio e il mondo inscenato in Cloverfield è situata la steadycam di Hud (Reeves), che è il suo occhio.

La ripresa del film non è una vera ripresa amatoriale, ma bensì la soggettiva di Hud, è il suo occhio, che è come il nostro. Nessuna ripresa amatoriale può restare per 80 minuti ferma ad altezza d’occhio. Questa sottigliezza è inutile, come ogni altra pignoleria imputabile al film. Non è per la trascurabilità delle imperfezioni che va giudicato il film, ma per la portata della sua perfezione di sintesi tra realtà e linguaggio cinematografico.

 

 

Ossessioni

L’ossessione è riprendere, registrare, documentare.

Perché?

Per avere l’esclusiva su qualcosa, essere i primi, gli unici, i più bravi. L’ossessione di visibilità e di ri-visibilità è imperante e raggelante.

Cloverfield è l’ossessione della ripresa che si concentra sull’ossessione dei riprendenti.

Hud è il “migliore” e il più tenace tra gli ossessionati, così tanto da riprendere lo schermo di cellulari e televisori.

La critica mossa da Cloverfield sulla realtà della nostra società affamata di video è proposta per mezzo di un oggetto (la videocamera) che rappresenta ciò che viene criticato. E’ criticare usando l’oggetto della tua critica. E’ la mirabile capacità di riflettere attraverso il linguaggio con cui ti esprimi e non con le immagini, o le parole, che esprimi.

 

 

Post cinema delle attrazioni

Come detto da Chimy, Cloverfield richiama il cinema delle origini. Ma se cento anni fa la paura era che la realtà del cinema invadesse materialmente la realtà degli spettatori, oggi questa paura può essere ricreata soltanto per via inversa. La paura è che sia la realtà dello spettatore ad invadere la (brutale) realtà del cinema. Cloverfield è l’incarnazione diametralmente opposta del cinema delle attrazioni perché si nutre di un processo infallibile investendolo di (post) modernità.

 

 

Video attrazioni (extra) cinematografiche

Il cinema delle attrazioni non è mai scomparso dallo sterminato scaffale dell’offerta cinematografica (qualcuno ha detto porno?), anzi, si moltiplica a dismisura.

YouTube rappresenta la più grande raccolta di frammenti la cui unica finalità è attrarre e farsi mostrare. E’ una piattaforma di contenuti video aperta a tutti che schiavizza gli utenti spingendoli ad invaderla di filmati.

Tutti possono e vogliono lasciare la propria traccia su YouTube.

 

 

Libertà

La statua della libertà viene decapitata. La libertà viene decapitata. Ma la nostra libertà è stata già decapitata da tempo.

L’occhio meccanico ci registra, i nostri occhi meccanici accessori registrano sempre, e nel film registrano anche la testa della statua. Sono mezzi di documentazione feroci frutto della nuova e unica libertà che ci rimane: spiare, registrare, documentare, rendere pubblico il privato. Filmando e fotografando la testa della statua l’uomo cerca di assaporare la libertà di filmare stuprando il simbolo (falso ed ipocrita) della tanto professata libertà statunitense.

Hud filma i filmanti. Stupra gli stupratori.

 

 

Il massimamente falso dentro il massimamente falso = il massimamente vero

Quello che ci viene mostrato in Cloverfield è falso, finto, impossibile ed irreale. E’ tra le più false e fantasiose storie mai narrate.

Cloverfield ci viene mostrato attraverso il mezzo cinematografico, per mezzo della ricostruzione cinematografica. Il cinema, di per sé, è finzione. Anche se ciò che viene filmato è reale, il cinema rimane finzione. Per Welles il cinema è suprema menzogna messa in scena rispettando il realismo ontologico del cinema.

Reeves mette in scena il fantastico rispettando il realismo ontologico della ripresa amatoriale, e rispettando, nello stesso tempo, il realismo ontologico del cinema.

Questo trasmette una immedesimazione inimmaginabile in altri modi, perché ci riporta alla mente la realtà filmata da gente comune.

Cloverfield è realistico non perché propone la realtà ma perché propone la trasposizione filmica più vicina alla realtà.

Il grado di perfezione imitativa raggiunto è indubbio, e da premiare con mille applausi è il maniacale lavoro di scrittura e di regia, dimostrazioni della bravura di chi ha saputo studiare e ricreare quello che nessuno studia.

 

Cloverfield è epocale.

Cloverfield ingloba  e uccide lo spettatore.

Sì, siamo (siete?) tutti morti.

 

 

Para

Voto Para: 3,5/4