Nelle sale con James Franco, Liam Neeson e i «Ladri di cadaveri» di John Landis

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Tempo di Oscar, finalmente. Mentre gli occhi dei cinefili (e non solo) di tutto il mondo sono puntati sul Kodak Theater di Los Angeles, dove domenica notte verranno consegnate le ambite statuette dell’Academy Award, nelle sale italiane arrivano questo weekend alcuni titoli molto attesi, anche se mediamente di qualità inferiore rispetto alle ottime uscite della scorsa settimana (da «Il cigno nero» di Darren Aronofsky a «Un gelido inverno» di Debra Granik).
Dato che siamo in clima di Oscar partiamo commentando «127 ore» di Danny Boyle, regista che ha già scritto il suo nome nell’albo d’oro del premio.
Dopo le 8 statuette (per chi scrive decisamente immeritate) ottenute due anni fa per «The Millionaire» (fra le quali quella per il miglior film e per la migliore regia), Boyle si cimenta questa volta con la storia vera di Aron Ralston, lo scalatore statunitense che nel maggio del 2003 rimase intrappolato all’interno di un canyon nel deserto dello Utah e fu costretto ad amputarsi da solo un braccio per potersi salvare.
Dopo quell’esperienza Ralston scrisse un libro intitolato «Between a Rock and a Hard Place», nel quale raccontò quei cinque giorni (da qui il titolo «127 ore») in cui rimase bloccato da un masso finito sul suo braccio.
Danny Boyle prende di peso quest’autobiografia, ma non si limita a tradurla in immagini:   fin dalle primissime sequenze infatti fa sentire la sua presenza registica, quasi sempre invasiva, e il suo desiderio di essere il vero protagonista del film.
Il suo stile pubblicitario, tipicamente da videoclip, si riconosce fin dai titoli di testa, sottolineati dalla presenza dello split screen: tecnica che verrà ripresa in diverse altre occasioni col passare dei minuti.
Alle immagini velocizzate delle prime battute fanno da contraltare alcuni ralenti, che rendono sempre più caricata una regia (che a tratti sfiora il kitsch per il suo essere di cattivo gusto) davvero poco sopportabile.
James Franco (che veste i panni di Aron Rolston), seppur sia ormai un ottimo attore sempre in crescita, ancora non è in grado di reggere da solo il peso di un film, soprattutto se si tratta di un’opera retorica e ricattatoria (si vedano i flashback delle sequenze finali) come questa.
Vista la stima che l’Academy nutre per Danny Boyle anche questo titolo ha ottenuto ben sei nomination agli Oscar: l’unica meritata è quella per il miglior attore protagonista a James Franco che, molto curiosamente, sarà anche il presentatore (in coppia con Anne Hathaway) della cerimonia di quest’anno. 
 
Non concorrerà invece agli Oscar, ma ha ottenuto il record d’incassi del box office americano nello scorso weekend (a quello italiano dovrà vedersela anche con «Manuale d’amore 3»), il thriller «Unknown» di Jaume Collet-Serra con protagonista Liam Neeson.
L’attore nordirlandese interpreta Martin Harris, un botanico americano che arriva a Berlino, accompagnato dalla moglie Liv, per partecipare a un importante convegno di biotecnologia.
Costretto a tornare in aeroporto per recuperare la sua valigetta, avrà un incidente (sul taxi che lo stava accompagnando) che lo farà entrare in uno stato d’incoscienza per alcuni giorni. Dimesso dall’ospedale in cui è stato ricoverato (senza avere alcun documento che provasse la sua identità), ancora in stato confusionale, scoprirà che la sua vita gli è stata rubata: la moglie Liv non lo riconosce più e un altro uomo si spaccia di essere Martin Harris. Nessuno sembra credergli e persino lui stesso inizia ad avere dei dubbi sulla sua reale identità.
Recentemente presentato al Festival di Berlino, «Unknown» (tratto da un romanzo di Didier van Cauwelaert) segue la classica struttura del suo genere di appartenenza.
Il bravo regista spagnolo Jaume Collet-Serra abbandona con grande disinvoltura gli stilemi dell’horror («Orphan» del 2009 è la sua pellicola precedente) per realizzare un thriller che fa del ritmo e dei colpi di scena (in questo caso possono dirsi davvero tali) i suoi punti di forza.
Nonostante alcuni vuoti di sceneggiatura e diverse svolte narrative poco credibili, «Unknown» riesce comunque a tenere gli spettatori incollati alle poltrone per le quasi due ore di durata: fatto che gli permette di collocarsi fra i thriller più riusciti arrivati nelle nostre sale negli ultimi anni.
A rendere questo titolo ancor più gradevole vi è un ottimo cast nel quale, oltre al protagonista Liam Neeson (in uno dei suoi ruoli più importanti dopo la tragica morte della moglie Natasha Richardson avvenuta nel marzo 2009), svettano alcuni interpreti di secondo piano come Sebastien Koch e il sempreverde Bruno Ganz.
 
Altrettanto piacevole, e ancor più divertente, è «Ladri di cadaveri» di John Landis, probabilmente il titolo più interessante della settimana.
Ambientato nell’Edimburgo d’inizio ‘800, questo film è ispirato (seppur con l’aggiunta di molta fantasia, come sottolinea il cartello introduttivo) alla vita di William Burke e William Hare: due truffatori che, per sbarcare il lunario, si misero a procurare al Dr. Knox, un celebre medico- anatomista noto per le sue lezioni di dissezione del corpo umano, dei cadaveri freschi.
Burke e Hare inizialmente vendono dei loro conoscenti morti per cause naturali, ma appena si rendono conto di quanti soldi frutti quella “professione” s’improvvisano loro stessi degli assassini seriali.
A più di dieci anni di distanza dai suoi ultimi lavori per il cinema (fra i quali il bistrattato seguito de «I Blues Brothers»), John Landis torna a dirigere una pellicola che appare perfetta per le sue corde fin dal soggetto di partenza: una commedia nera, composta da trovate macabre unite a  momenti esilaranti, in grado di fargli ritrovare quel tocco registico che pareva aver perso da tempo.
I suoi fan, che attendevano con ansia questo suo ritorno sul grande schermo dopo tanti lavori televisivi, difficilmente rimarranno delusi da «Ladri di cadaveri» seppur non sia al livello (ma non ci manca poi tanto) delle sue opere migliori.
Nonostante sia un film di spessore relativo, rappresenta una visione semplice e spensierata dove i momenti riusciti sono molteplici grazie anche all’ottima performance di Andy Serkis (molto meglio del suo partner Simon Pegg), finalmente degno protagonista in carne e ossa di un film, dopo la celebre interpretazione virtuale (realizzata con la performance capture) nei panni di Gollum per la trilogia de «Il signore degli anelli».
Da segnalare ci sono però anche due importanti (e inquietanti) cameo: quello del quasi novantenne Christopher Lee (nei panni di un vecchio in fin di vita) e quello dello scheletro del vero William Burke mostrato nei titoli di coda.

Chimy

Voto a 127 ore: 1,5/4

Voto a Unknown: 2,5/4

Voto a Ladri di cadaveri: 2,5/4

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Oscar 2011: chi vincerà?

Domenica sera si conosceranno i vincitori della notte degli Oscar. Scriviamo allora qualche breve commento sui 10 film candidati al premio principale, quello per il miglior film. Una piccola nota a margine sulle scelte dell’Academy che quest’anno, a parte qualche eccezione, sono risultate davvero ben fatte.
 
 
In ordine alfabetico (seguendo la titolazione italiana):

 
 
 
 

127 ore di Danny Boyle
 
Chimy: dopo l’orrida vittoria di The Millionaire, quest’anno non dovremmo correre rischi di vedere premi importanti attribuiti a Danny Boyle. Come il suo precedente, 127 ore è un film retorico, ricattatorio, dove il desiderio del regista di essere il vero protagonista della pellicola è sempre più forte: ralenti inutili, velocizzazioni da videoclip, split screen ridicoli fanno di 127 ore uno dei film peggiori dell’anno e della carriera di Boyle. E questo secondo punto era particolarmente difficile da raggiungere.

 

Voto: 1,5/4

 
 
 

Il cigno nero di Darren Aronofsky
 
Chimy: fra i migliori film dello scorso concorso veneziano. Opera complessa, discussa e (in alcuni punti) forse discutibile. Ma il suo è un fascino unico: quello del cinema puro che mostra come superare la staticità di altre arti. Come aveva fatto Scarpette rosse.
Per chi scrive è il miglior film uscito nelle sale italiane negli ultimi mesi. E Aronofsky è un regista ormai (ma si sapeva già da tempo) straordinario.
 

Voto: 3/4

 

Para: Aronofsky torna a ribadire quanto l’ossessione sia il centro nevralgico del suo cinema. Dopo l’ossessione verso i numeri (Pi greco) e quella verso la droga (Requiem for a Dream), torna all’ossessione verso lo spettacolo di The Wrestler. Speculare al suo precedente film, con personaggi dai problemi familiari, entrambi alla ricerca della perfezione e dell’approvazione da parte del pubblico, e con un finale identico e contrario. Entrambi si gettano nel vuoto, uno in avanti, l’altra alle spalle. Il risultato è identico: la morte a favore della propria ossessione.
Macchina da prese sempre attaccata al personaggio, fotografia sporca, sprazzi di tensione ed allucinazione. Natalie Portman bravissima, almeno quanto chi l’ha diretta.

 

Voto: 3/4

 
 
 
 
 
 
Il discorso del re di Tom Hooper
 
 

Chimy: tutto molto ben fatto: attori in stato di grazia, sceneggiatura solida, regia funzionale e via dicendo. Un buon film al quale manca però qualche “sprazzo di cinema” alla Aronofsky per esempio. Le nomination sono tantissime, ma comunque sia la probabile vittoria non è immeritata.

 

Voto: 3/4

 
 

Para: non sempre attori in stato di grazia, scenografie perfette e regia laccata bastano a fare grande un film. E Il discorso del re infatti non è un grande film, ma un film perfettamente buono. Tutto è come dovrebbe e dove dovrebbe essere, ma la narrazione non prende fino in fondo. Positiva la scelta fotografica di opporre la luminosità e la felicità dello studio del logopedista alla cupezza delle situazioni pubbliche.
Il discorso del reè il classico buon film con tutte le carte in regola per spacciarsi come un capolavoro. Ma non lo è.

 

Voto: 3/4

 

The Fighter di David O’ Russell
 

Para: per motivi oscuri Mark Walhberg è sempre stato trattato come un cattivo attore. Ma non è vero. È bravo, quando vuole, e adesso è pure diventato un grande produttore. Dopo la serie Boardwalk Empire, ha prodotto e voluto fortemente questo The Fighter, un film decisamente sorprendente.
Non è un capolavoro, ma è sporco, ben girato e ben scritto, con una famiglia disfunzionale, un coprotagonista crackomane e un pugile buono dai sani principi. È anche un buon film sulla boxe, ma anche un buon film sul cinema e sulla manipolazione documentaristica.
Ha due finali: un happy end che stona ma rispecchia la storia da cui è tratto, e uno che potrebbe lasciare il giusto amaro in bocca. Perché niente, forse, si sistema davvero.

 

Voto: 3/4

 
 
 
 
Un gelido inverno di Debra Granik

Chimy: la grande sorpresa dello scorso anno. Un gelido inverno è ilritratto spietato e glaciale di un'America marginale e abbandonata a se stessa, dove non sembrano esserci più regole e dove vige unicamente la legge del più forte. Una fotografia fredda e distaccata trasmette ancor di più un senso d'inquietudine e smarrimento, all'interno di uno scenario visivo che ricorda quello di pellicole e romanzi post-apocalittici, come «La strada» di Cormac McCarthy, ma che invece è semplicemente la raffigurazione dell'America di oggi. Notevolissima l'interpretazione della giovane Jennifer Lawrence.
 

Voto: 3/4

Para: probabilmente l’altra grande sorpresa del concorso. Un gelido inverno è un film ambientato in Missouri ma fatto come quelle storie sul sud rurale e cattivo uscite dalla penna di McCarthy.
Il peregrinare di una ragazzina in mezzo a reietti e subumani, alla ricerca del padre, un cook di metanfetamine. Ambienti degradati, personaggi sgradevoli, fotografia documentaristica. Tiene fino all’ultimo istante, perché è scritto bene e girato altrettanto. Quando la protagonista chiede agli abitanti della zona dov’è suo padre, nessuno glielo sa dire ma tutti sembrano saperlo. Basta questo piccolo dettaglio per trascinarti fino al collo dentro il film.

 

Voto: 3/4

 

 
Il Grinta dei fratelli Coen
 

Chimy: ennesima riflessione (importante) sul western e la sua deriva contemporanea. Un remake utile (si passi il termine) che nasconde nel sottotesto molte tracce dell’universo tipico coeniano. Rispetto al suo predecessore con John Wayne, i Coen (che fanno meglio di Hathaway) restituiscono al personaggio un alone di miticità che mancava nella pellicola del 1969. Jeff Bridges da Oscar. Sì, ancora.

 

Voto: 3/4

 
 
 
Inception di Christopher Nolan
 

Chimy: uno dei film dello scorso anno. Opera grandiosa, che ti rimane dentro col passare del tempo. Come un’idea che non esce dalla mente. Da vedere e rivedere.

 

Voto: 3,5/4

 
 

Para: il primo tra i migliori film in lizza per l’Oscar, l’altro è Toy Story 3. Su Inception si è detto tutto, e basta ridire che è un grandissimo film.
Proprio per questo non vincerà la statuetta più ambita.

 

Voto: 3,5/4

 

 
I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko
 

Para: I ragazzi stanno beneè quel film che ormai deve esserci agli Oscar perché porta il Kodak Theatre al Sundance. Certo, gli attori sono grandi e poco indie, ma lo è per come è scritto e per come è messo in scena.
Un film sentimentale agrodolce, virato sull’omosessualità femminile, e dove il terzo incomodo è il donatore dello sperma di entrambi i figli delle due protagoniste.
Annette Bening è superba, e potrebbe persino rubare la statuetta alla vincitrice annunciata Natalie Portman. Julianne Moore è sempre bravissima ma Mia Wachikowska funzionava meglio come Alice che come normale adolescente.
Dopo la crudezza di Un gelido inverno, I ragazzi stanno bene è l’altro film inconsueto che ravviva la lista dei candidati.
 

Voto: 3/4

 
 
 
The Social Network di David Fincher
 

Chimy: altro grande favorito insieme a Il discorso del re della notte degli Oscar. E anche in questo caso il premio principale non sarebbe demeritato. The Social Network è opera molto ben strutturata, pregna di riflessioni sul mondo di oggi e non solo sull’universo facebookiano che ne è protagonista.

 

Voto: 3/4

 
 

Para: Se i favoriti sono Il discorso del re e The Social Network, e a vincere debba essere per forza uno di questi, allora il film di Fincher meriterebbe il premio a mani basse. Purtroppo è difficile che strappi il premio come miglior film, ma potrebbe tranquillamente e meritatamente aggiudicarsi regia, montaggio e sceneggiatura.
The Social Networkè un film sull’oggi che riflette nella sua essenza tutte le logiche che hanno mosso la storia reale: velocità, competizione e avidità.
The Social Networkè un film contemporaneo ma sembra quasi più avanti. Ha fatto di una storia qualcosa che è ancora in corso, come Facebook, che è già storia.

 

Voto: 3/4

 
 
 
Toy Story 3 di Lee Unkrich
 

Chimy: come Inception uno dei film dello scorso anno. Come Inception non vincerà. Anche se sarebbe meraviglioso. Anche se una piccola speranza di una sorpresa di questo calibro me la tengo ancora nel cuore. Sarebbe un miracolo, proprio come il termine più appropriato per descrivere questa gigantesca opera d’arte.

 

Voto: 3,5/4

 
 

Para: l’altro grandissimo film che non vincerà. Però, forse, potrebbe. Miglior film a Toy Story 3 e miglior film d’animazione a L’illusionista sarebbe meraviglioso, una vera sorpresa. Qualcosa che resterebbe nella storia e ce la ricorderemmo tutta la vita, come il giocattolo preferito di quando eravamo bambini.

 

Voto: 3,5/4

 
 

Tutto pronto per la notte degli Oscar 2008

Domani sera si conosceranno i vincitori della notte degli Oscar. Scrivo allora qualche breve commento sui 5 film candidati al premio principale, quello per il miglior film, che andrà probabilmente ad un’opera assolutamente immeritevole, ma ormai con gli Oscar non c’è più da stupirsi di nulla.

In ordine alfabetico:

Il curioso caso di Benjamin Button di David Fincher: L’ultimo film del grandissimo regista di Seven è, almeno in parte, una grossa delusione. Purtroppo dopo che si va a conoscere il soggetto del film ci si trova davanti un’opera che non fa riflessioni ulteriori sul passare del tempo rispetto a quanto si possa immaginare conoscendo minimamente la storia. Certamente però nella vita di Benjamin Button c’è un fascino particolare, la messa in scena di Fincher pur essendo ai minimi storici è comunque funzionale a quanto si va a narrare. Sarebbe stato più adatto però, visto il grande materiale di partenza, costruire anche una possibile riflessione sugli Stati Uniti di oggi e sul mondo in cui stiamo vivendo senza soffermarsi quasi unicamente sulla vita, come detto comunque affascinante, del singolo individuo e sull’importanza decisiva che il destino svolge nell’esistenza di ognuno di noi. Con il dolore nel cuore devo dare, per la prima volta, ad un regista che amo da impazzire un voto inferiore a quello del "buon film": Fincher che ha fatto gli anni ’90 cinematografici, non ha (ri)fatto anche il primo decennio del nuovo millennio. In settimana ne riparleremo.

Voto: 2,5/4

Frost/Nixon di Ron Howard: Una bomba ad orologeria con ingranaggi perfetti in tutte le sue parti.
Regia, sceneggiatura e interpretazioni solidissime ci accompagnano in un’opera puglistica in cui il cinema mette K.O. le basi da cui il film deriva.

Voto: 3/4

Milk di Gus Van Sant: Stupefacente compromesso fra giuste retoriche classiche e avanguardismi vanSantiani del nuovo millennio. Degnamente candidato.

Voto: 3/4

The Millionaire di Danny Boyle: Film zuccheroso e superficiale. Talmente mal fatto e furbo da essere il grande favorito alla vittoria finale. Falsamente ingenuo, The Millionaire è un prodotto calcolato e costruito per farsi piacere. Non irrita perché è un filmetto davvero da poco. Più che per la notte degli Oscar è adatto per delle tranquille domeniche pomeriggio per famiglie non troppo esigenti.

Voto: 2/4

The Reader di Stephen Daldry: Ultimo uscito e forse ultimo in tutti i sensi nella cinquina. The Reader è un film poco sincero, calcolatissimo e altamente inconcludente. Si sfiora a tratti l’imbarazzo per eccessi del trucco (fatti per compiacere l’academy) e per brutture varie (vedi Lena Olin che interpreta sua figlia da adulta… chi ha visto il film capirà). Kate Winslet cerca di salvarlo, è brava ma non al suo meglio. Passo indietro preoccupantissimo per Daldry dopo l’ottimo The Hours.

Voto: 2/4

Chimy