Tra effetti speciali e 3d di ultima generazione, «Transformers 3» arriva nelle sale e si prepara a sbancare il botteghino

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

La guerra cinematografica per la conquista del box office estivo entra ufficialmente nel vivo. Dopo «Cars 2», uscito lo scorso weekend con ottimi risultati, e in attesa di «Harry Potter e i doni della morte-Parte II» che riempirà i cinema di tutto il mondo dal 13 luglio, questa settimana arriva nelle nostre sale un altro titolo pronto a sbancare i botteghini: «Transformers 3» di Michael Bay.
In questo terzo capitolo di una delle saghe più fortunate del nuovo millennio (i primi due film hanno incassato oltre 800 milioni di dollari solo sul mercato americano), le vicende dei Transformers si legano nientepopodimeno che allo sbarco sulla Luna del 1969: qui gli astronauti statunitensi trovarono i resti di un enorme robot alieno, la cui scoperta rimase segreta per oltre quarant’anni.
Al termine di questo affascinante incipit, il film torna a seguire la struttura narrativa dei due capitoli precedenti con il giovane protagonista Sam Witwicky (interpretato da un sempre mediocre Shia LaBeouf) nuovamente pronto ad aiutare gli Autobot nell’eterna lotta contro i Decepticon.
Nonostante una sceneggiatura spesso inesistente, che si trascina stancamente per i suoi lunghi 157 minuti di durata, «Transformers 3» ha però in uno straordinario apparato visivo il suo grande punto di forza.
Michael Bay trascina il pubblico in una pura esperienza sensoriale, composta da riprese lunghe alternate a un montaggio serrato, dove la dinamicità dell’azione e il senso di vertigine che si vuole trasmettere può essere sentito dagli spettatori direttamente sul proprio corpo.
Per gli amanti della stereoscopia, e non solo, «Transformers 3» ha la miglior resa 3d del periodo post-«Avatar» e, caso più unico che raro, vale davvero il (sovra)prezzo del biglietto.
 
Su un altro piano, sia per pretese che per pubblico di riferimento, è «Cedar Rapids», commedia americana a basso budget diretta da Miguel Arteta e interpretata da Ed Helms, che torna sui nostri schermi dopo il grande successo di «Una notte da leoni 2».
L’attore veste i panni di Tim Lippe, un ingenuo agente assicurativo che non è mai uscito dalla sua cittadina natale nel Wisconsin. Quando si troverà costretto, per salvare la compagnia per cui lavora, ad andare a un convegno a Cedar Rapids, in Iowa, conoscerà un gruppo di persone molto diverse dai suoi concittadini.
Come si evince dalla trama, l’originalità non è il punto di forza di quest’opera e sorprende la scelta di distribuirla nel nostro paese. Poco credibile e privo di mordente, «Cedar Rapids» rischia davvero di lasciare ben poco agli spettatori al termine della visione.
                                                                                         
Fra le uscite di questa settimana va anche segnalato «Giallo/Argento», l’ultima fatica di Dario Argento che trova finalmente una distribuzione cinematografica, a due anni dalla sua presentazione al
Cannes Film Market.
Il regista romano sceglie una storia che rimanda ai suoi esordi degli anni ’70 ma la mano è decisamente diversa, a partire dal titolo piuttosto grossolano. «Giallo/Argento» si rifà a una messa in scena di stampo televisivo, con sprazzi di violenza gratuita e interpretazioni attoriali di scarso spessore, mal sostenute da una sceneggiatura spesso scontata, che  rischia involontariamente di rendere l’opera dell’ormai ex “maestro del brivido”un film  più comico che inquietante.

Chimy

Voto Transformers 3: 2,5/4

Voto Cedar Rapids: 1,5/4

Voto Giallo/Argento: 1/4

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"La Terza Madre": Mater Lacrimarum? No, Mater Mer……

Prima domanda: Dario Argento si è per caso rivisto “Suspiria” e “Inferno” prima di pensare a questo immane “La Terza Madre”?
Risposta: no, dato che la madre più malvagia è diventata Mater Lacrimarum.
Seconda domanda: Dario Argento si rende conto che sua figlia non è capace di recitare e nemmeno di doppiarsi?
Risposta: no, ma è sua figlia e non vuole che faccia i capricci e gli pesti i piedi.
Terza domanda: Dario Argento si è reso conto che la forza di “Suspiria”, e in parte di “Inferno”, era la lodevole messa in scena di scenografie ed illuminazione, condite da una musica d’effetto?
Risposta: no, dato che qui non c’è niente di tutto questo. Ma proprio niente.
“La Terza Madre” è un film che è un continuo sovrapporsi di difetti e bassezze, ogni tanto intervallate da qualche buona scena splatter e da un paio di momenti di spavento. Ma non bastano per perdonare tutte le altre scelte, sia di sceneggiatura che di regia, totalmente orribili. Soprattutto è impossibile perdonare la presenza di Asia Argento, capace di rovinare qualsiasi scena o sequenza in cui appare, e dato che è la protagonista assoluta del film fatevi voi i vostri conti. Inespressività che a volte sfocia nel ridicolo e un doppiaggio pietoso che a volte sembra pure fuori sincrono, sono la principale fonte di irritazione durante la visione della pellicola.
Nel film viene narrata la lotta di Sarah Mandy, dotata di leggeri poteri paranormali in quanto figlia di una strega bianca uccisa da Mater Sospiriorum a Friburgo (in “Suspiria”, comunque, non c’è niente che riguardi l’accaduto), contro Mater Lacrimarum, che si risveglia a causa del ritrovamento in un cimitero della tunica e dei talismani che nascondono il suo potere. La dimora della madre è una casa abbandonata con un passaggio segreto che porta alle catacombe romane, luogo dove esercita i suoi poteri, che sono quelli di indurre tutti alla pazzia e all’omicidio. Tra i personaggi si aggiunge un esorcista, un’altra strega bianca, un ispettore di polizia, un alchimista e altre macchiette del genere più o meno horror esoterico.
Il finale è qualcosa di quanto mai imbarazzante, e gli ultimi cinque secondi del film sono un vero e proprio insulto che può portarvi a due reazioni: o vi irritate a dismisura, oppure accettate tutto il film come una commedia di serie z in cui siete stati insultati per tutta la visione e dunque dovreste sentirvi degli emeriti stupidi. Esatto, entrambe le reazioni non sono positive.
Gli effetti speciali poi sono pessimi, e pessima è l’idea di usare l’effetto “fantasmino in trasparenza” per realizzare, appunto, il fantasma della madre della protagonista.
Potrei continuare ad elencare difetti ancora per molto, ve lo assicuro, ma sarebbe un’inutile perdita di tempo. E non vi consiglio nemmeno di evitare il film, andate anzi a vederlo giusto per rendervi conto di come si possa chiudere una trilogia partita in quarta trent’anni fa e finita oggi col motore scassato, le gomme scoppiate, i vetri infranti e la carrozzeria accartocciata.
Para
Voto Para: 1,5/4

"Inferno": la seconda madre, Mater Tenebrarum.

Tra le tre madri Mater Tenebrarum è la più giovane e crudele, e il suo unico desiderio è uccidere, meglio se violentemente, molto violentemente.
Inferno” si basa esclusivamente sulle otto uccisioni volute dalla madre, senza articolare nessun impianto narrativo, se non una blanda linea guida. La pellicola sembra infatti soltanto il pretesto per spiegare agli spettatori la storia delle tre madri e delle loro tre dimore, progettate dall’architetto Varelli. Spiegazione che si risolve nei primi cinque minuti di film.
I restanti 95 minuti sono solo il lento (molto lento) susseguirsi di omicidi più o meno originali.
Nel voler ribadire il concetto secondo il quale le tre madri operano solo ed esclusivamente per fare del male, Dario Argento sembra prendersi la libertà di realizzare un film con una sceneggiatura vuota ed inconsistente, utile (ma neanche tanto) solo ad incollare questi famosi otto efferati omicidi.
Manca poi la pregevole attenzione alle scenografie di “Suspiria”, elemento presente in isolate occasioni, cioè nelle uniche scene valide del film, come ad esempio la scena che si svolge nei sotterranei all’inizio del film.
La storia, se vogliamo proprio sforzarci a cercarla, ruota inizialmente attorno a Rose, per poi spostarsi al fratello Mark, che la raggiunge da Roma a New York dopo aver ricevuto una misteriosa lettera. A New York è infatti situata la dimora della seconda madre, in cui risiede anche il dottor Varelli.
In totale il film si risolve con poche scene degne almeno del precedente episodio della trilogia, con molte scene imbarazzanti, e con un finale che definire soddisfacente sarebbe blasfemo.
Buona la regia, anche se al servizio del nulla, e ottime le musiche del grande Keith Emerson, che da sole valgono la visione del film.
“Inferno”, datato 1980, segna un passo nel declino di Dario Argento, che dopo i sospiri ci regala le tenebre, ma tenebre vuote, in cui qualche sospiro avrebbe di sicuro giovato. Perchè le tenebre, se non nascondono qualcuno o qualcosa, sono sicuramente meno paurose.
Para
Voto Para: 2/4

Voto Chimy: 2/4

"Suspiria": la prima madre, Mater Sospiriorum.

C’è nulla di più inquietante di un sospiro nella notte? Un sospiro che senti provenire da lontano, ma che sai essere vicino. Un sospiro che si fa musica, con una melodia sospirata che nasconde un raro potere ipnotico, scandita dal colpo di una grancassa, via via più frequente. Una musica che è l’ingrediente segreto di una ricetta portentosa, fatta di scenografie espressioniste, di un’illuminazione curata con la maniacale sapienza di un cromo terapista (o cromo terrorista) e di una regia che dosa con arguzia il vedo e il non vedo.
Suzy Banner è un’aspirante ballerina che sceglie di approfondire i suoi studi nella prestigiosa scuola di ballo di Friburgo. Ma la notte del suo arrivo una tempesta l’accoglie, e non c’è la quiete prima, perché non c’è mai quiete per chi è ospite della Mater Suspiriorum, la prima delle tre madri.
Dario Argento realizza una perla di stile, che non farà paura, ma che regala allo spettatore la “giusta” atmosfera, quell’atmosfera che dovrebbe sovrastare in ogni film horror. Per fare questo il regista sembra ispirarsi al cinema espressionista tedesco. La figura umana perde così il suo carattere di supremazia, e l’incisività espressiva è affidata ad ogni elemento della messa in scena. Scenografie che recitano, fondendosi con i movimenti degli attori. Non solo, quindi, una scenografia “vivente”, ma anche l’attore elemento scenografico. La scenografia, formata dunque da ogni codice espressivo,  è così concepita per esprimere lo stesso stato spirituale che guida la mentalità del personaggio attore. Nella composizione eccezionalmente curata di molte inquadrature di “Suspiria” (così come di molte inquadrature del cinema espressionista) troviamo quindi set dal grande impatto visivo, illuminati con soluzioni che operano da “evidenziatore emotivo”, diventando parte fondamentale della costruzione dell’atmosfera.
Ma c’è un grande e rilevante elemento che completa il confezionamento di un’atmosfera: la musica. I “Goblins” compongono, in collaborazione con il regista, una colonna sonora concreta, che diventa indispensabile, non mero accompagnamento, ma oggetto di attesa da parte dello spettatore.
Ed è proprio quando l’atmosfera è ricreata alla perfezione che ci troviamo ad assistere a scene di assoluto valore, una su tutte quella in cui Daniel, il pianista non vedente, viene ucciso. Insieme a lui, in mezzo alla grande piazza, aspettiamo che succeda qualcosa, che qualcuno dall’alto, da destra, o da sinistra, lo colpisca. Ma il male, si sa, colpisce sempre dove non te lo aspetti.
La visione di "Suspiria" si fa così una continua attesa, in cui aspettiamo che il buzuki (mandolino greco) dei “Goblins” cominci ad incalzare, che quella voce sospirata cominci a canticchiare, che la grancassa cominci ad ipnotizzare, potendoci così far godere dell’atmosfera che cerchiamo, e vogliamo, per tutta la visione. Ma questi momenti sono, purtroppo, molti meno di quelli che vorremmo.
Para
Voto Para: 3/4

Voto Chimy: 3/4