"Hitman": un videogico bellissimo, un film bruttissimo.

Perché, e ripeto perché, realizzare un film tratto da un videogioco senza utilizzare i pregi e gli spunti che ben quattro episodi videoludici hanno offerto negli anni?
E chi lo sa?
“Hitman” è un videogioco del genere stealth, in cui si impersona un sicario di una misteriosa organizzazione. “47” è il codice numerico di Tobias Ripier, l’assassino del videogame, dalla testa rasata e con un codice a barre sulla nuca. Obiettivo di ogni missione è uccidere un bersaglio indicato dall’organizzazione, e il modo più stimolante e appagante è farlo cercando di essere invisibile (stealth, appunto). Corde di pianoforte (per strangolare), siringhe avvelenate, due Silverball silenziate e travestimenti vari sono solo alcuni dei topos del gameplay.
Hitman”, su celluloide, mantiene solo punti di contatto superficiali, e quindi marginali: testa rasata, codice a barre, abbigliamento del protagonista, alcuni armamenti (non c’è la corda di pianoforte!), e la camminata di “47” (per qualche oscuro motivo nel film non ha nome, solo numero), identica alla controparte virtuale. Il resto è un’accozzaglia di situazioni tipiche dell’action movie, più altre discutibili trovate, che insieme sfornano un pessimo minestrone riscaldato 47 volte. C’è l’ispettore buono che vuole arrestare questo sicario fantasma; la bella (sì, è molto bella) donna che quasi lo seduce (in fondo è un assassino spietato, non può mica perdere tempo), e di cui si innamora; sparatorie; duelli con doppia wakizashi (una katana leggermente più corta) a dir poco imbarazzanti; unità speciali del KGB che per qualche oscuro motivo indossano un’uniforme/armatura identica a quella dei Kerberos di “Jin-Roh” (bellissimo lungometraggio animato scritto da Mamoru Oshii e diretto da Hiroyuki Okiura); battute senza senso (<<Ha dei sosia! Come Saddam Hussein!>>), e chi più ne ha più ne metta, ce n’è per tutti.
Come se non bastasse la recitazione è mediocre, la regia non offre nulla di speciale, la sceneggiatura è pietosa (tutto è confuso e senza spiegazioni logiche) e ci sono addirittura due adolescenti vestiti male che davanti al computer giocano indovinate un po’ a quale videogame.
Perché, e ripeto perché, scomodare uno dei personaggi più affascinanti di uno dei più bei videogiochi degli ultimi anni per realizzare un’oscenità del genere?
E chi lo sa?
Para
Voto Para: 1,5/4

"Le ferie di Licu": Film? Documentario? A chi importa, questo è un BELLISSIMO film ITALIANO.

Licu è un immigrato bengalese che vive a Roma. Lavora 13 ore al giorno, ha due occupazioni, ferie e malattie non gli vengono pagate, ma ha un contratto indeterminato, una casa che subaffitta ad 8 persone per potere pagare il canone e una gran voglia di essere “romano”. Un giorno riceve una lettera dalla propria famiglia che gli rivela la ragazza che sarà destinato a sposare. Licu chiede così due mesi di ferie che il datore Mario gli nega, concedendogli solo un mese. Torna in Bangladesh con valige piene di regali pronto a sposare la bella e sconosciuta Fancy, con cui farà ritorno in Italia. A Roma Fancy e Licu inizieranno a conoscersi davvero, e la gelosia del marito porterà Fancy a restare segregata in casa, sempre sola.
Le ferie di Licu” è un bellissimo film, a metà strada tra un documentario e un film di finzione. Tutto quello che ci viene mostrato è ripresa fedele della realtà, realtà che il regista Vittorio Moroni ha osservato per ben 2 anni ed 8 mesi. Del documentario mancano però le tipiche interviste e il narratore onnisciente, due aspetti che avrebbero compromesso l’ottimo ritmo del film, e che avrebbero causato una distorsione nell’atteggiamento critico del regista, che si muove invece soltanto nel territorio emotivo. Non ci sono pregiudizi culturali, ma solo emozioni: l’imbarazzo di Licu e Fancy quando si incontrano, la segregazione di Fancy in casa, la sua voglia di integrarsi, di imparare l’italiano. Nei 93 minuti che riassumono 2 anni e 8 mesi  molto poco rimane dei primi due anni, in quanto tutto si concentra sui mesi in cui Licu scopre di doversi sposare, evento inaspettato che ha spinto il regista a continuare il film in quella direzione, abbandonando l’idea di partenza di fare un film che raccontasse solo la vita di un bengalese a Roma.
Il regista mostra un’abilità sorprendente nel catturare la vita di alcune persone in maniera diretta, senza mediazioni. Non c’è virtuosismo tecnico, ovviamente, e non c’è nemmeno freddo distacco. I quasi tre anni di convivenza hanno portato il regista ad acquisire una sensibilità stupefacente, riuscendo a trasportare su pellicola i sentimenti che vivevano realmente i personaggi. Inquadrature pulite, ed inserti extradiegetici (ma sempre relativi all’ambiente inquadrato) carichi di simbolismo, contribuiscono a portare il film su registri poetici inaspettati. Un caloroso plauso al regista, che è riuscito a riprendere una realtà con la stessa semplicità e la stessa poesia con cui Ousmane Sembene in “Mooladè” riprese la sua gente, o  come anche Mahamat-Saleh Haroun in “Daratt”.
Presente alla proiezione il regista ha spiegato al pubblico moltissimi aspetti che hanno interessato la produzione del film, a partire dal malsano sistema di distribuzione italiano. Auto prodotto ed auto distribuito, regista e collaboratori hanno dovuto trovare il modo di convincere le sale a proiettare il proprio film, vendendo addirittura i biglietti in anticipo. In convegni e presentazioni varie hanno venduto a 5 euro un coupon con cui ritirare il biglietto alle casse, e dopo aver venduto circa mille coupon in otto città sono tornati dai gestori delle sale che rifiutarono loro la proiezione garantendo mille spettatori già pagati. Dopo questo primo faticoso step il film è rimasto in quelle otto città per varie settimane, complice anche un ottimo riscontro dalla critica. Dimostrazione questa che il buon cinema ha i suoi spettatori, anche se i gestori delle sale pensano il contrario.
Consigliata infine la visione in un cineforum di paese, dato che il regista si sta girando l’Italia con il suo vecchio camper per essere presente in tutti i cineforum o cineclub dove proiettano il suo film. Se capita dalle vostre parti non pensateci due volte, vi assicuro che non ve ne pentirete.
"Le ferie di Licu" è dunque un film portato avanti con determinazione da chi sa di aver fatto una buona cosa, da chi sa, senza presunzione, di aver fatto un bellissimo film.

Para
Voto Para: 3,5/4

Espiazione: discreta trasposizione del romanzo di McEwan da parte di Joe Wright…

espiazioneDavvero niente male però… sa di occasione (in parte) mancata. Così si possono riassumere le sensazioni al termine della visione di "Espiazione": film, di Joe Wright, che parte decisamente bene ma poi, man mano che passano i minuti, giunge qualche problema di troppo.
La vicenda è ambientata nell’Inghilterra degli anni ’30: la tredicenne Briony, dotata di forte immaginazione, fraintende la relazione sentimentale tra la sorella Cecilia e Robbie, il figlio della governante.
Questa, volontaria, alterazione della verità porterà ad estreme conseguenze per la vita dei due amanti che saranno costretti a lasciarsi.
Briony crescendo si accorge del grave errore che ha commesso e, ormai anziana, decide di "espiare" la propria colpa scrivendo un romanzo in cui racconta come sono andate realmente le cose.
La prima parte del film è quasi perfetta. Joe Wright riesce a ricreare con ottimo stile l’ambiente borghese della campagna inglese pre-seconda guerra mondiale.
Grazie alla riproposizione di alcune sequenze da differenti punti di vista, il regista riesce a sviluppare molto bene (e a trasmetterci) la visuale soggettiva della piccola Briony e il suo modo di vedere le cose, opposta  alla reale oggettività degli eventi mostrati.
Mentre si sviluppa quest’interessante riflessione (anche) sul mondo dell’adolescenza, il rumore di una macchina da scrivere accompagna costantemente le immagini, avvicinandoci così alla soluzione finale e alla struttura narrativa del romanzo di Ian McEwan.
Inoltre davvero molto brave, in questo inizio, sono anche le due attrici: perfetta Keyra Knightley, sorprendente Saoirse Ronan nella parte di Briony.
Poi arriva la guerra e insieme a lei arrivano anche i problemi per il film.
Questa seconda parte fa perdere ad "Espiazione" fascino e spessore, facendolo diventare un classico melodrammone come se ne vedono davvero troppi.
Le scene di guerra sono troppe e troppo lunghe e fanno rimpiangere decisamente le belle atmosfere create ad inizio film.
Wright sembra incartarsi sempre di più e tira fuori un (ultracitato e lunghissimo) pianosequenza, sicuramente ben fatto, ma anche poco funzionale alla scena che viene mostrata.
Vanessa Redgrave (Briony da vecchia) è una grandissima signora dello schermo, ma arriva forse troppo tardi e non riesce a togliere l’amarezza di un’occasione mancata: poteva essere davvero un ottima opera e invece resta un film discreto (o poco più…).

Chimy

Voto Chimy: 2,5 / 4

"E Johnny Prese Il Fucile": finchè vivo un pezzo di carne ha ancora un'anima.

JOHNNY PRESE IL FUCILEVi proponiamo la recensione di un film non molto famoso, anzi, quasi sconosciuto, che merita almeno un po’ di attenzione. “E Johnny Prese Il Fucile”, film del 1971, è l’esordio alla regia (a 65 anni) di Dalton Trumbo, uno dei più accreditati sceneggiatori di Hollywood. Questo film è tratto da un suo romanzo del 1939 e il regista ha voluto come consulente per la stesura di alcune parti della sceneggiatura niente meno che Luis Bunuel.
Durante la Prima Guerra Mondiale, Joe si trova in un trincea a pochi passi dall’esplosione di una bomba. Il risultato? Joe perde entrambe le gambe, entrambe le braccia e perdendo praticamente la parte frontale del volto diventa muto, cieco, nonché sordo. Rimasto miracolosamente in vita i dottori e gli scienziati cercano di studiarlo per testare i nuovi mezzi medici atti a mantenere i pazienti in vita: flebo, tubi respiratori, ecc. Ciò che credono gli scienziati è che Joe sia un pezzo di carne in stato vegetativo, quando invece la sua attività celebrale è ancora perfettamente funzionante.
Il film si sviluppa su due piani che si alternano: uno, in bianco e nero, riguarda il presente e la “vita” ospedaliera di Joe;  l’altro, a colori, i suoi sogni e i suoi ricordi. Nel primo nucleo narrativo è la voce fuori campo di Joe a parlarci, mentre cerca di capire cosa gli succede intorno. Ed è qui che Trumbo sviluppa una forte critica alla guerra, alla scienza medica che a volte si mostra disumana e all’incomunicabilità tra paziente e medici.
Sul piano dei ricordi scopriamo invece il passato di Joe,la sua infanzia, i timori della sua amata prima della partenza al fronte, i momenti in guerra prima dell’esplosione. Inoltre il regista inserisce nei dialoghi alcune riflessioni politiche. Nei suoi sogni invece, che a volte si mescolano ai ricordi, Trumbo crea un contesto surreale, inserendo una serie di simbolismi soprattutto religiosi.
Il film si presenta però nettamente migliore nella parte concreta, riuscendo a trasmettere efficacemente l’angoscia e la condizione terribile del protagonista, anche se a volte la pressante voce fuori campo risulta piuttosto “invadente”. Sul secondo piano narrativo a volte il ritmo cala leggermente,  andando a minare il film nella sua complessità. Questo accade principalmente nei ricordi del passato di Joe, mentre i sogni sono lodevoli sia per ideazione che per realizzazione. Sono comunque difetti minimi in un’opera dal forte impatto e dalla forte originalità.
Un buon film dunque, che concretizza l’impegno e il talento di un uomo dalla vita non certo priva di problemi professionali. Iscritto al partito comunista Trumbo è stato infatti incarcerato durante la presidenza McCarthy e costretto a firmare le sue sceneggiature con pseudonimi per non incorrere nel sequestro del film. Per Trumbo “E Johnny Prese Il Fucile” è stato il progetto a lui più sentito, fin da quando il suo libro fu ritirato dal mercato poco dopo la sua uscita. I temi progressisti e anti bellici erano scomodi pochi giorni prima dell’entrata degli USA nel secondo conflitto mondiale.
Un’opera consigliata, piena di coraggio e passione, passione per il cinema e passione per la vita.

Para
Voto Para: 3/4

"Fearless": Huo Yuanjia sarebbe contento dell'uso del digitale nei film di arti marziali?

fearlessFearless” narra la storia di Huo Yuanjia, ovviamente e ampiamente romanzata. Quest’uomo è importante per essere stato il primo ad esportare nel mondo la sua palestra di Wushu (questo termine sta ad indicare “arte marziale”, non è uno stile preciso, ma un termine ampio e liberamente utilizzabile). La famiglia di Huo Yuanjia era esperta nello stile Mi Zhong Quan (stile del labirinto), ma il metodo di insegnamento era quello di trasmettere anche alcune movenze di alcuni altri stili di combattimento cinesi.
Il regista del film, Ronny Yu, noto solo per “Freddy Vs Jason”, ha affidato l’interpretazione del grande maestro Yuanjia a Jet Li, che si dimostra visibilmente a proprio agio nella parte di una figura di sicura importanza per la sua formazione atletica.
Il grande pregio di questo film è quello di rispettare in linea di massima le dinamiche stilistiche e narrative dei vecchi gunfu pian (film cinesi di arti marziali), senza però cadere in quelle trovate registiche che stonerebbero troppo in una produzione moderna. Da appassionato di questo genere ho apprezzato i pochi e sobri zoom in verso i visi degli attori, tecnica che nei film del passato veniva abusata a dismisura. Proprio restando su tale particolare (che io apprezzo ancora oggi rivedendo quelle vecchie produzioni) è indubbio che in un film del 2007, soprattutto per un pubblico a digiuno, avrebbe provocato uno “storci naso” generale.
A livello narrativo siamo di fronte alla maturazione spirituale di un uomo che passa dall’ostentazione più palese della propria superiorità tecnica al forte senso etico e morale che lo portano sulla via del rispetto della vita e dell’avversario. In più si aggiunge un forte spirito patriottico cinese nelle fasi iniziali e finali del film, dove il protagonista combatte contro un pugile, un esperto di lancia occidentale, uno schermidore e nel gran finale, ovviamente, un lottatore giapponese, andando a sottolineare l’eterna rivalità tra i due popoli.
Nota dolente del film, ma è soltanto un vezzo da purista e appassionato, è l’uso degli effetti speciali nei combattimenti. Non sono mai serviti nelle vecchie produzioni, in certi casi non servono nemmeno ora (Tony Ja su tutti) ed è dunque legittimo chiedersi perché. La risposta è semplice, allo spettatore occasionale del giorno d’oggi la cosa piace, perché rende più spettacolare e più sovraumano il combattimento. Ma ce n’è davvero bisogno? No, ovviamente. Sono sicuro che anche senza nemmeno un briciolo di digitale Jet Li avrebbe fatto comunque la sua porca figura.
Per il resto la realizzazione tecnica è di buoni livelli, buone scenografie e una fotografia molto buona.
In totale un film che cerca di accontentare tutti, che a volte strizza l’occhio allo spettatore ma che si lascia guardare piacevolmente e soprattutto pacificamente, perché la violenza genera violenza, e il vero nemico è solo il nostro lato oscuro.

Para
Voto Para: 3/4

"Grindhouse-Death Proof": un quarto di B-Movie e tre quarti di Tarantino juice.

death proofTralasciando tutta l’esaltazione e il divertimento che ho provato nel vedere “A Prova Di Morte”, partirò con lo spiegarvi il titolo del film. A prova di morte è la macchina corazzata del “cattivo” di questo gioiello di puro condensato Tarantiniano. Ma è a prova di morte solo per chi siede al posto conducente, cioè l’incredibile Stuntman Mike, interpretato da un grande Kurt Russell.
Molto probabilmente tutti sanno già cosa si intende per progetto “Grindhouse” (e chi non lo sa vada a leggersi un nostro vecchio post che spiega tutto alla perfezione) e quindi tutti sanno che questo film è un omaggio ai film di “serie b” che Tarantino tanto ama. Questo particolare è da tenere a mente perché ogni difetto e ogni banalità presente nel film diventa quasi in automatico un pregio. Uno di questi falsi difetti è il bianco e nero improvviso che occupa un buon 10 minuti di film. Fattaccio che sicuramente colpiva le bettole che proiettavano i “filmacci” di cui sopra e che viene usato in maniera eccelsa. Sostanzialmente il bianco e nero prende i primi minuti di una nuova ambientazione, di cui ci sono sconosciuti dettagli e colori. Nel momento in cui tutto riprende colore c’è un vero e proprio spiazzo visivo che colpisce molto. Io sinceramente mi immaginavo tutto di tinte diverse.
Parlando di vicenda vi dico che si parla di un maniaco che va in giro ad ammazzare delle belle ragazze con la sua auto da stunt “a prova di morte”, appunto. Una storia blanda, direte voi. Certo, vi rispondo io. Ma conditela con tutto quello che vi aspettereste dal buon Quentin: dialoghi incredibili, tante autocitazioni messe apposta per far impazzire i fan (sono impazzito), qualche riferimento ad altri film o serie (dare del cieco a qualcuno chiamandolo Zatoichi è geniale), particolare attenzione a cocktails o bevande alcoliche e tutte quelle continue chicche che nel bene o nel male spiazzano sempre lo spettatore.
Tra le tante attrici che con la loro presenza e i loro dialoghi allucinati danno sostanza al film vi rammendo Rosario Dawson, Vanessa Ferlito (imperdibile la sua lap dance) e Zoe Bell, la controfigura di Uma Thurman.
Alla fine c’è da dire però una cosa, questo film vale molto ma molto di più per chi ama e conosce il regista. Questo Tarantino l’ha anche capito e ci macina sopra, ma come dargli torto. Se (come me) siete amanti del genietto, allora aggiungete pure mezzo punto in più al voto. Era da tempo che due ore di film non volavano via così piacevolmente veloci.
Ultime due cose: se esiste davvero un film dal titolo “Zozza Mary Pazzo Gary” e lo conoscete vi prego di farmelo sapere al più presto; tra le canzoni della bellissima colonna sonora c’è anche il tema principale di "Italia a mano armata", un vecchio polizziottesco italiano del 1976.

Para
Voto Para: 3/4

(BREVISSIMO) COMMENTO DI CHIMY

Confermo il commento del caro Para… in particolare l’aggettivo "imperdibile" per la lap dance di Vanessa Ferlito…:)
Tarantino è riuscito a fare un buon omaggio non ad un singolo film, o ad un singolo filone, ma ad un intero modo di fare cinema.
Sequenze esaltanti, in particolare, sono i "finti" errori di regia: salti di pellicola, sovrapposizioni e ripetizioni sonore, bianco e nero… soprattutto nella prima parte (a mio parere migliore della seconda).
Volevo segnalare in particolare uno di questi errori: uno zoom che vuole inquadrare più da vicino Jungle Julia, ma il cameraman "sbaglia" e schiaccia per un mezzo secondo lo zoom indietro invece dello zoom avanti… Da sballo cinefilo…

Voto Chimy: 3 / 4