Recensioni del weekend: Ozon si conferma con Potiche e Cupellini stupisce con Una vita tranquilla

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

È raro trovare un weekend cinematografico da ricordare soprattutto per alcune superlative interpretazioni. Sempre più spesso infatti parliamo di cinema commentando la regia e la sceneggiatura, ma trascurando il fondamentale ruolo degli attori.
Le uscite di questo ricco venerdì, invece, non possono che far apprezzare al pubblico (in particolare) le performance dei loro protagonisti.
Fra questi svetta certamente Catherine Deneuve per «Potiche» di François Ozon, il film più atteso e (probabilmente) più importante della settimana.
L’attrice francese interpreta Suzanne, donna borghese tutta casa e famiglia, sottomessa al marito Robert Pujol, un ricco industriale disprezzato dai suoi operai per l’atteggiamento dispotico, che la considera soltanto una “bella statuina” (questo è il significato del titolo «Potiche», che testualmente in francese rappresenta un vaso o un oggetto d’arredamento privo di grande valore) incapace di avere una propria opinione.
A seguito di uno sciopero e del relativo sequestro del marito (che decide poi di prendersi una vacanza lontano da casa per rimettersi in sesto), Suzanne si ritrova a dirigere la fabbrica di famiglia e, con grande sorpresa di tutti, si dimostrerà una donna capace e determinata, in grado di migliorare i bilanci dell’azienda e di dare risposte concrete alle rivendicazioni operaie e sindacali.
Dopo il drammatico «Il rifugio», uscito nelle nostre sale soltanto un paio di mesi fa, Ozon cambia registro realizzando un’intelligente commedia, dove i tanti momenti divertenti sono esaltati da tematiche di grande spessore.
Il film è ambientato nella Francia del nord del 1977, in un momento storico segnato dalle lotte di classe e dal desiderio femminile di ricoprire incarichi sempre più importanti nel mondo del lavoro.
Come ha dichiarato lo stesso regista, era da molto tempo che sognava di realizzare una pellicola sul ruolo delle donne nella società e nell’universo professionale: l’occasione si è presentata quando ha scoperto la pièce teatrale omonima di Pierre Barillet e Jean-Pierre Grédy, che ha voluto immediatamente adattare per il grande schermo.
Al fianco di una straordinaria Catherine Deneuve, che riesce a rappresentare con grande spessore tutte le “fasi” attraversate dal suo complesso personaggio (dalla “bella statuina” alla donna manager), torna a recitare Gérard Depardieu (anche lui in ottima forma) sei anni dopo «I tempi che cambiano» di André Téchiné e, soprattutto, a trent’anni di distanza dall’indimenticabile «L’ultimo metrò» di François Truffaut.
Tutto il cast di «Potiche» è notevolissimo, ma negli occhi degli spettatori (soprattutto se amanti del cinema francese) rimarrà soprattutto impressa la sequenza in cui Depardieu e la Deneuve ballano romanticamente in discoteca, come due giovani che si sono appena scoperti innamorati l’uno dell’altra.
 
Sicuramente meno rilevante è invece un’altra pellicola francese in uscita questa settimana: «L’immortale» di Richard Berry.
Ispirato a fatti reali e tratto dal romanzo omonimo di Franz-Olivier Gisbert, il film racconta la storia di Charles Matteï, ex gangster marsigliese che ha deciso da tempo di cambiare vita per dedicarsi interamente alla sua famiglia.
Un giorno però subisce un attentato dal quale esce miracolosamente vivo, nonostante sia stato colpito da ventidue pallottole: una volta guarito, dopo aver lasciato l’ospedale, si metterà sulle tracce dei suoi attentatori.
Come si evince già dalla trama, «L’immortale» è un classico film di vendetta, incentrato su un personaggio che cerca inutilmente di uscire dal mondo della malavita, privo di qualsiasi originalità narrativa.
Richard Berry, più famoso in Francia come attore che come regista, sembra particolarmente a disagio nel girare le sequenze più dinamiche e concitate; al contrario i momenti meglio riusciti sono quelli più statici e riflessivi che riescono a salvare almeno in parte questa pellicola.
Discreto il cast di contorno, nel quale (oltre allo stesso Berry) è presente Kad Merad, reso famoso (anche in Italia) dal suo ruolo da protagonista in «Giù al nord», che ne «L’immortale» veste i panni di un padrino della malavita.
Abbastanza deludente è invece Jean Reno, nella parte del protagonista Charles Matteï. Da diversi anni l’attore di «Léon» sembra in una fase involutiva, che ha toccato i suoi punti più bassi nella nuova saga de «La pantera rosa», e appare ormai incapace di ritrovare la mimica e la presenza scenica che l’aveva reso grande a metà anni ’90.
 
Tutt’altro giudizio merita invece Toni Servillo che si conferma a pieni voti il più grande attore italiano in circolazione con «Una vita tranquilla» di Claudio Cupellini.
In questo film (presentato negli scorsi giorni all’interno del concorso del Festival di Roma) Servillo veste i panni di Rosario Russo, napoletano che vive da dodici anni in Germania, dove gestisce un albergo-ristorante insieme alla sua famiglia.
Rosario non è però quello che sembra e che tutti credono: ha alle spalle un passato violento nella camorra, dal quale credeva di essere scappato per sempre, ma che tornerà a bussare alla sua porta.
Se il soggetto (scritto da Filippo Gravino e vincitore del Premio Solinas nel 2003) sembra ricordare diversi altri film, primo fra tutti «A History of Violence» di David Cronenberg, le declinazioni narrative che la storia prende sono invece interessanti e sorprendenti.
Opera sospesa e affascinante, «Una vita tranquilla» riesce a sviluppare una profonda e originale riflessione sull’universo mafioso, ma anche sui legami e i rapporti umani declinati dal regista con grande sensibilità.
Una regia sicura ed efficace, con lunghe e complesse riprese fra i corridoi dell’albergo, accompagna il personaggio di Toni Servillo nel tentativo di equilibrare il suo passato con la sua nuova famiglia e con il desiderio di avere “una vita tranquilla”.
Le musiche del sempre bravissimo Teho Teardo (abituale compositore di Paolo Sorrentino) danno un valore aggiunto a una pellicola di pregevole fattura, che cala soltanto (e solo in parte) nelle sequenze conclusive per alcuni snodi della trama a tratti inverosimili.
Dopo l’esordio leggero di «Lezioni di cioccolato», Claudio Cupellini si è così cimentato con successo e coraggio nel cinema di genere, realizzando con questa sua seconda opera uno dei migliori prodotti nostrani usciti nelle sale negli ultimi mesi, che lo porta a diventare una delle nuove promesse su cui puntare per il futuro del nostro cinema.

Chimy

Voto a Potiche: 3/4

Voto a L'immortale: 2/4

Voto a Una vita tranquilla: 3/4

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Il rifugio: Ozon torna a trattare l'elaborazione del lutto


La recensione di Chimy la potete leggere qui su IlSole24Ore

Torino Film Festival 2009 primo resoconto

Ottima edizione quella 2009 del Torino Film Festival, che ha già regalato un ampio numero di pellicole interessantissime; anche se vista la quantità enorme di film è davvero difficile stare dietro a tutto.

In questo primo resoconto i film più attesi presentati a Torino, mentre nel secondo (che metteremo domenica pomeriggio) si parlerà degli altri lavori meritevoli d’interesse:

Nowhere Boy di Sam Taylor Wood

Film d’apertura del TFF incentrato sull’adolescenza di John Lennon e diretto da un’esordiente, "Nowhere Boy" è un lavoro discreto e, forse, superiore a quanto ci si poteva aspettare.
Se nelle parti narrative più tradizionali si rischia a volte di sfiorare il patetico, molto riuscite sono le sequenze onirico-sperimentali dei sogni e dei ricordi del giovane Lennon, dove la regista dimostra di essere stata un’ottima artista visuale negli anni ’90.
Buono il cast, in cui svetta una grande Kristin Scott Thomas nella parte della zia del protagonista.

Voto: 2,5/4

Le refuge di François Ozon

Ottimo lavoro di Ozon che torna a trattare una delle tematiche che più ha sviluppato nel corso della sua carriera: l’elaborazione del lutto. Se in "Sotto la sabbia" a perdere il marito c’era Charlotte Rampling, ora in "Le refuge" c’è un’altrettanto brava Isabelle Carré.
Il film si apre con Mousse e Louis, giovane coppia parigina, che conducono una vita segnata dalla dipendenza dalle droghe.
Una mattina, entrambi privi di sensi, vengono ricoverati in ospedale: Louis muore per overdose, mentre Mousse riesce a sopravvivere e scopre allo stesso tempo di essere incinta.
In quel momento la ragazza capirà che il suo uomo continuerà a vivere con lei. Nel suo grembo materno.
Film toccante ed elegante.

Voto: 3/4


Police, Adjective di Corneliu Porumboiu

Secondo film del regista di "A est di Bucarest", "Police, Adjective" mostra nei primi 10-15 minuti quale sarà l’interessa essenza narrativa del film: un poliziotto che si rifiuta di obbedire agli ordini dei suoi superiori che vogliono vederlo arrestare un giovane ragazzo, che si pensa essere uno spacciatore.
Il resto del film è un’estenuante ripetizione di questo concetto, sviluppato tramite delle riprese lunghe che non riescono a portare a niente, a parte la noia.

Voto: 1,5/4

Fantastic Mr.Fox di Wes Anderson

Riuscitissimo incontro fra Wes Anderson e l’animazione (in stop motion), "Fantastic Mr.Fox" è un’opera intelligente e divertentissima.
Si sente in ogni scena la presenza del regista de "I Tenenbaum" a tirare i fili (fatto straordinario se si pensa al passaggio dal "live action" all’animazione), e volpi, tassi e opossum hanno le caratteristiche e le psicologie dei personaggi dei precedenti suoi film.
Davvero un peccato che in Italia (sembra) arriverà soltanto in aprile.

Voto: 3/4

Kinatay di Brillante Mendoza

Film premiato all’ultimo Festival di Cannes con il premio alla migliore regia. Attendiamo motivazioni…
"Kinatay"
racconta ventiquattr’ore nella vita di Peping, studente di vent’anni che vediamo (durante il giorno) sposarsi con una ragazza ancor più giovane di lui che gli ha però già dato un figlio, ma che per guadagnare dei soldi facili per la sua nuova famiglia va ad accettare un lavoro (durante la notte) ben pagato, senza sapere quello a cui andrà incontro.
La regia di Mendoza è ripetitiva e totalmente autocompiaciuta.
Nemmeno le scene di violenza estrema della seconda parte riusciranno a ravvivare uno spettatore che faticherà enormemente a rimanere concentrato dopo un interminabile viaggio in automobile, mentre Peping e altri uomini stanno trasportando una prostituta appena rapita presso una casa isolata.
Qui verrà prima torturata, poi uccisa e, infine, tagliata a pezzetti: tutto questo mentre la regia di Mendoza prosegue il suo lentissimo corso.
Peccato perché per il tema (e la sua importanza social) poteva diventare davvero un film importante, rovinato proprio da quella regia che Cannes ha voluto premiare.

Voto: 2/4

Tetro di Francis Ford Coppola

In assoluto il miglior film del festival, è (dopo "Un’altra giovinezza, rispetto alla quale è ancor più riuscito) una nuova opera personalissima, sperimentale e coraggiosa del grande Francis Ford Coppola che, arrivato a settant’anni, continua a portare il cinema verso il futuro.
Profondo nel tratteggiare i rapporti famigliari dei protagonisti, in cui spicca un immenso Vincent Gallo nella parte di Tetro, il film è anche una riflessione cinematografica sulla luce, sul colore e (prestateci attenzione quando lo vedrete) sul sonoro.
Da venerdì sarà in sala e quindi è giusto non aggiungere altro.
Per chi l’ha visto a Torino c’è stata la soddisfazione di poter andare a vedere "Tetro" e non "Segreti di famiglia", titolo che avrà nelle nostre sale.

Voto: 3/4


Chimy

Angel: Ozon continua a giocare con i generi… questa volta tocca al melodramma

François Ozon (classe 1967), dopo aver realizzato lo splendido "Il tempo che resta" (forse il suo film migliore), torna a giocare con i generi del cinema classico: questa volta tocca al melodramma.
Angel è una giovane ragazza che vive nella parte povera di Londra e ha una grande passione per la scrittura.
Un giorno un importante editore (Sam Neill) la chiama perchè deciso a pubblicare un suo romanzo; da quel momento la sua grigia vita si vestirà di colori sgargianti.
Le opere di Angel non prendono spunto dalla triste realtà, ma dal desiderio di una vita da favola. Il suo sogno si realizzerà grazie all’enorme successo dei suoi romanzi: avrà l’uomo che ama, avrà la casa che sognava da bambina (non a caso chiamata Paradise) e vestiti magnifici.
Con l’arrivo della guerra, però, finirà un’epoca: il sogno della belle epoque si dissolverà e, insieme ad esso, il sogno di Angel.
"Angel" è un film che fa nascere sentimenti contradditori nello spettatore durante la visione: è commovente nella sua freddezza, toccante nella sua distanza e magnificamente raffinato nel suo cattivo gusto.
E’ un’opera con la quale Ozon omaggia (non solo il melodramma) una "maniera" di fare cinema di una cinquantina di anni fa, epoca che sembra ormai lontanissima dal punto di vista cinematografico.
Il personaggio protagonista, Angel, sembra calzare perfettamente alle eroine dei cosiddetti woman’s film, genere anni ’40 e ’50, in cui il punto di vista spettatoriale era completamente femminile (a differenza che nel cinema anni ’30 che, storicamente parlando, considerava il personaggio maschile il soggetto e quello femminile l’oggetto). Certo che Romola Garai non è Bette Davis o Joan Crawford, però, tramite ironia ed eccessi fa rivivere (bene) quel tipo di personaggi che avevano una valenza ben più profonda dal punto di vista sociale.
Ozon dirige con classe e si conferma uno dei più importanti registi sotto i 40 anni (è del novembre 1967) del panorama europeo (e forse mondiale).
Rispetta gli stilemi del melodramma (la ragazza povera che riesce a realizzare i suoi sogni di gloria, l’incontro con l’uomo che ama, la guerra che li divide e, infine, la morte) e modalità stilistiche del passato, in particolare la retroproiezione: magnifiche le sequenze con Angel e l’editore in carrozza, oppure quelle del viaggio di nozze, mentre dietro i personaggi si muove un paesaggio (visibilmente e volutamente) sconnesso all’azione.
Attenzione però: non pensiamo che Ozon abbia semplicemente voluto giocare prendendo in giro il melodramma classico; al contrario omaggia questo genere, che ha dichiarato di amare moltissimo, attraverso l’ironia. Non ha l’ambizione (o l’arroganza) di ricreare i generi del cinema classico, semplicemente vuole riproporli in un’epoca in cui sembrano essere scomparsi, o aver preso strade molto diverse rispetto a quelle che avevano in passato.
Nel triste finale del film Sam Neill dice che le storie (melò) di Angel passano facilmente di moda… purtroppo è vero, ma l’importante è che quando ci sono riescano a trasmettere sincere emozioni e sentimenti profondi (anche se contradditori).
E in questo Ozon ci riesce in pieno…

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4