Gomorra: un film che non si guarda, si abita…

Gomorra” non è soltanto un’assonanza fonetica con camorra. Gomorra, insieme a Sodoma, venne rasa al suolo da Dio in quanto città di perdizione e depravazione. Napoli è Gomorra, la città della camorra, e non verrà rasa al suolo da Dio, ci penseranno direttamente i napoletani a radersela al suolo.

La criminalità organizzata è un substrato culturale indissolubile, inevitabile, auspicabile, desiderabile. E’ un riflesso del mondo e della società e come tale è riflesso da ciò che il mondo e la società producono. Industria, pubblica sicurezza, politica, droga, edilizia sono sotto e dentro i meccanismi criminosi. E i meccanismi criminosi sono oggetto di produzione e riflessione: letteratura, storia, cinema. Il crimine organizzato non è soltanto organizzato, ma si organizza dentro ogni cosa ed ogni uomo.

Marco e Ciro idolatrano Tony Montana, ma è obiettivamente possibile farlo, nel loro caso: anche se esagerano vivono in una realtà dove non è impossibile riuscirci. Soprattutto loro sono già dentro un film (o un libro).

Tonì osserva gli spacciatori di Scampia, luogo in cui vive, con curiosità: il guadagno è alto, il lavoro è poco.

Don Rino è un porta soldi per le famiglie che appoggiano il clan per cui lavora.

Roberto è l’apprendista aiutante di Franco (Toni Servillo for president), attivo nel campo dello smaltimento di rifiuti tossici, un professionista nell’avvelenare la terra, in questo caso campana.

Don Pasquale è un sarto abile nella falsificazione, che cede nell’insegnare (dietro lauto compenso) la propria arte ai cinesi.

“Gamorra” è un sentiero attraverso le vite di questi personaggi, pedine minuscole nel grande sistema criminoso. Nessun boss, niente intrighi d’alto rango. Il solo ingresso in scena dei pezzi più grossi è, paradossalmente, per eliminare i più deboli, i due aspiranti Tony Montana, addirittura gli unici due volutamente fuori dal gioco delle famiglie, ma dentro al gioco del crimine.

“Gamorra” non si guarda, si abita. Garrone invita lo spettatore a diventare napoletano, lo fa diventare abitante di quei luoghi e di quel tempo. Musica solo on the air, riprese a mano, posizione della macchina da presa e movimenti non tradiscono mai l’umanità dell’occhio che osserva l’azione. Solo in una sequenza ciò non accade: don Rino, il porta soldi, esce da un appartamento, unico sopravvissuto ad una strage, e la macchina da presa lo segue, ma comincia a muoversi lentamente verso l’alto, osservandolo camminare tra i cadaveri, per poi lasciarlo fuggire, in lontananza. In questo movimento di macchina c’è la chiara volontà del regista ad allontanare lo spettatore per un attimo dalla terra bruciata e pregna di sangue. C’è la volontà di staccarsi da quella violenza, dal risultato di una guerra. Si muove verso l’alto, per dichiararsi al di fuori, anzi al di sopra, di quello che è successo. Per il resto “Gomorra” assorbe lo spettatore con una presa ed un efficacia rarissima, non c’è momento, a parte quello sopracitato, in cui il flusso estranei lo spettatore, anzi, ogni momento che passa l’inserimento è quasi irreversibile. E a ben vedere, anche in quella sequenza, il movimento di macchina, nonostante esca dalla fisicità umana, segue la volontà inconscia dello spettatore.

“Gamorra” è arrivare ad essere tesi, nel timore di sentire partire un colpo di pistola, consci del fatto che il bersaglio può essere chiunque.

E’ una domanda, quella che Garrone vuole farci con “Gomorra”: voi, cosa decidete, uscite dal gioco o ci restate? E se ci restate, è perché lo volete o perché siete obbligati? Non c’è molta scelta, in fondo, ma siamo tutti abitanti di Gomorra, e bisognerebbe darsi una risposta.


Para

Voto Para: 3,5/4

L’ingresso nel labirinto…

 

Gomorra è un film di soggetti.

Soggetti che si aggirano senza scampo in un labirinto in cui non si riesce a trovare l’uscita.

Lo sguardo del regista li segue nella loro quotidianeità come se cercasse un modo per aiutarli. Ma nemmeno lui può fare niente…

Pian piano che ci ritroviamo sempre più immersi nella visione, ci rendiamo conto che quello sguardo è anche il nostro: uno sguardo che cambia angolazione, punto di vista, spazio e tempo… ma che si ritrova sempre a guardare le stesse situazioni in ogni direzione in cui è rivolto.

Come in un incubo da cui non ci si riesce a svegliare, i soggetti del film non riescono a sfuggire al male, alla criminalità, alla corruzione… ma forse, ormai, non ci tentano neanche più perchè hanno capito che scappare dal labirinto di Gomorra è impossibile.

 

 

Il centro del labirinto: l’audiovisione

 

 

Matteo Garrone riesce a dominare con efficacia spaventosa la materia audiovisiva che si ritova davanti, arrivando a regalarci una lezione registica che porta certamente Gomorra sul podio italiano del nuovo millennio.

 

Video: Non potevano essere altro che le soggettive (false o vere che siano) le modalità linguistiche con le quali Garrone ci porta al centro di questo labirinto inestricabile.

Ma il regista romano non si ferma a queste.

Gomorra è girato con piani-sequenza da brividi (in ogni senso), in cui spesso partendo dalla luce della (in)certezza si va a finire nelle tenebre dell’orrore.

Una coralità altmaniana di figure perdute viene rappresentata con un rigore visivo simil-dardenniano. La macchina non lascia mai soli i suoi soggetti, li sostituisce con altri per poi tornare dai precedenti, ma le situazioni non sono cambiate.

Le composizioni delle inquadrature non sono mai aperte, ma sembrano racchiudere ancora di più uno spazio che si fa sempre più claustrofobico.

Una piscina sulla terrazza del soggetto-palazzo, una sposa costretta a farsi seguire dal suo corteo in un corridoio strettissimo.

L’oltre spazio Sokuroviano qui non esiste. L’esterno non resta più fuori campo, diventa uno spazio addirittura extra-diegetico, poichè inesistente per i soggetti della narrazione.

Rimane solo lo sguardo ad isolarsi dall’ambiente. Uno sguardo plongée che segue un uomo “neutrale” costretto a camminare fra cadaveri abbandonati, o uno sguardo contre-plongée che mostra come sia troppo alto il muro da scalare per poter uscire dal labirinto.

 

Audio: Non vi è quasi mai della musica da buca in Gomorra. La colonna sonora è composta da grida, spari e da canzoni ascoltate dai soggetti.

I suoni che sentiamo fuori campo creano delle immagini agghiaccianti tanto quelle che abbiamo davanti agli occhi.

In questo senso, diventa magistrale una sequenza in cui vediamo alcuni ragazzi ballare con in sottofondo una celebre canzone commerciale. Sembra per qualche secondo di essere tornati alla “realtà”: un ragazzo prova a far ballare con lui una ragazza, che annoiata lo rifiuta.  Purtroppo non è così, non siamo ancora fuori. Dopo alcuni secondi, si sentono degli spari e vediamo a terra un ragazzo morto.

Gli spari si vanno a sovrapporre con la canzone alla radio, che orgogliosa non smette di suonare nonostante il tragico avvenimento.

Quella musica, che ci dava qualche attimo di allegria e speranza, ha reso (al contrario) questa sequenza ancor più agghiacciante e terribile.

 

 

Fuga dal labirinto…

 

 

Forse l’ultima speranza per evadere dal labirinto Gomorra ce la danno Marco e Ciro.

I due decidono di lavorare da soli, di non stare sotto nessuno, di fare la “Guerra” agli altri.

Potrebbe essere questo un modo di fuggire dal sistema?  Staccarsene e fare così di testa propria? Purtroppo no, non c’è via di uscita.

Marco e Ciro escono dal labirinto, ma nel modo sbagliato: morendo.

Ora non valgono neanche quanto quei rifiuti tossici, dai quali il personaggio di un allucinante Toni Servillo (straordinario, perfettamente inserito nella recitazione realistica dei ragazzi della strada, quasi da farci dimenticare il “divo” che è) guadagna, e fa guadagnare, molto denaro.

Il film finisce con delle didascalie che non riescono minimamente a toccarci, dopo che abbiamo visto e vissuto un orrore così grande.

Si accendono le luci. Ora finalmente, almeno noi, siamo usciti dal labirinto Gomorra.  

Oppure no?

 

Chimy

Voto Chimy: 3,5/4

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