Rango: cinema e spirito

Che abbiano scelto il rettile trasformista e mimetico per eccellenza come personaggio di un film che vuole fare di tutto per distinguersi è cosa ben interessante.
Rango, infatti, è un film d’animazione decisamente differente dal quelli a cui ci hanno abituati Pixar, Dreamworks, Blue Sky o Universal.
Rango è un western, che riprende il sapore dei film d’animazione di Don Bluth, giocando in continuazione sullo spirito delle cose.
Lo spirito della frontiera, prima di tutto, che fa dello scenario western il palcoscenico della libertà assoluta, del sogno americano di avere a disposizione spazi e mezzi per ricominciare o iniziare. Ma Rango, il camaleonte con la voce di Johnny Depp e la camicia di Raoul Duke, non è nella frontiera di fine Ottocento, ma nel deserto del Nevada dei nostri giorni.
E non certo casualmente, la frontiera viene usata, come già successo in buona parte del cinema western degli ultimi anni, per muovere attacchi e critiche al capitalismo,  e così in Rango  l’acqua è come fosse petrolio. Il genere che incarnava lo spirito del capitalismo e dell’individualismo è oggi teatro delle critiche verso lo stesso.
Ma in Rango traspira e trasuda lo spirito del cinema, della citazione, dell’omaggio, della tecnica. C’è talmente tanto respiro di cinema dal vero, in Rango, che il doppiaggio originale è stato fatto in teatri di posa, in presa diretta e con ogni doppiatore impegnato a recitare letteralmente la sua parte nel film.
Ma allo stesso tempo Rango è un film d’animazione, che fa della caricatura un uso sapiente, perché alle poche linee, quelle minimamente indispensabili a caratterizzare i personaggi, si aggiunge un livello di dettaglio nei particolari quasi maniacale. Lo spirito del disegno dentro la ricerca della precisione fotografica.
E una cosa risulta importante: quando nel film vengono usati inserti fotografici reali, è quando siamo nel sogno. La realtà fotografica per fare la finzione, nel rispetto della verosimiglianza e della veridicità del mezzo animato.
E insieme allo spirito del cinema, Rango si porta con sé lo spirito della narrazione e della finzione, cosicché i narratori annunciano la morte dell’eroe, il protagonista vuole fare l’attore e parla di recitazione, spettacolo e messa in scena, fino a quando non si accorge che le proprie fantasie possono rivelarsi veicolo di verità e onestà.
Rango, nonostante risenta di una parabola degli eventi che tarda a decollare, recupera tutto quando il gruppo di eroi parte alla ricerca dell’acqua scomparsa, e tocca la sua vetta nel viaggio, non fisico, del protagonista, momento in cui si sente respirare lo spirito del mito. Il mito del western, il mito del cinema, il mito dell’immagine e della finzione.

 

Para
Voto Para: 3/4

 

La recensione di Chimy la trovate nel post qui sotto!

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Nelle sale un weekend per tutti i gusti, dalla commedia impegnata "I ragazzi stanno bene" al western d'animazione "Rango"

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Si chiude oggi il cerchio degli Oscar 2010. Dopo le uscite delle scorse settimane di «127 ore» di Danny Boyle e di «The Fighter» di David O.Russell, questo venerdì arriva nelle nostre sale «I ragazzi stanno bene» di Lisa Cholodenko, l’anello mancante (almeno per il pubblico italiano) che permette di completare il quadro dei dieci candidati al miglior film del premio cinematografico più importante dell’anno, assegnato poco meno di due settimane fa (come molti si ricorderanno, insieme ad altre tre statuette: miglior regia, attore protagonista e sceneggiatura originale) a «Il discorso del re» di Tom Hooper.
Seppur non sia stato preso in grandissima considerazione dai giurati dell’Academy (4 nomination ma nessun premio), «I ragazzi stanno bene» è una pellicola di alto livello che ha guadagnato diversi apprezzamenti nelle kermesse di tutto il mondo: dal Sundance al Festival di Roma, dove venne presentato fuori concorso, fino alla vittoria di due Golden Globe per il miglior film e per la migliore attrice protagonista (Annette Bening) nella categoria musical e commedia.
Se per il cinema indipendente americano aumenta ogni giorno il rischio di essere vittima di cliché e di strutture narrative sempre più standardizzate, «I ragazzi stanno bene» è una piacevole eccezione sin dalle primissime battute, nelle quali si va a delineare la composizione della famiglia protagonista: Annette Bening e Julianne Moore interpretano Nic e Jules, una felice coppia lesbica di mezza età con due figli adolescenti, Joni e Laser.
Appena Joni compie diciotto anni, il fratello minore la spinge a rivolgersi alla banca del seme per scoprire l’identità del loro padre naturale rimasto fino a quel momento anonimo.
Si mettono così sulle tracce di Paul, che gestisce un ristorante biologico alla periferia di Los Angeles, la cui entrata in scena rischierà di mandare in crisi l’armonia del nucleo familiare.
Al suo quarto lungometraggio (il precedente era «Cavedweller» del 2004), e con tanta televisione alle spalle, Lisa Cholodenko dimostra di aver raggiunto una piena maturità con questa commedia impegnata e di rara sensibilità.
Il motivo per cui «I ragazzi stanno bene» si distacca dai canoni tipici (e spesso macchiettisti) dei film di questo genere sta nel fatto che, a partire dal bellissimo titolo, l’attenzione non è riservata principalmente alla coppia lesbica, bensì ai loro figli: due semplici adolescenti che vivono il rapporto con i genitori con le stesse dinamiche, sia di scontro che di ricerca di protezione, presenti nelle famiglie più tradizionali.
La regista non cerca il facile consenso critico derivante dal trattare una tematica anticonvenzionale e complessa, ma si concentra sui suoi personaggi andando a scavare all’interno dell’inconscio di ognuno di essi, alla ricerca di sguardi rubati che raccontano molto più di tante parole.
Ad aiutarla un cast in stato di grazia dove, oltre alle bravissime Annette Bening e Julianne Moore, svettano Mark Ruffallo e Mia Wasikowska (celebre per aver interpretato Alice nell’ultima trasposizione del romanzo di Lewis Carroll, diretta da Tim Burton) che risultano perfettamente credibili, rispettivamente, nei panni di Paul e Joni.
 
Non c’è però soltanto «I ragazzi stanno bene» fra le uscite da evidenziare in questo ricco weekend: un altro titolo di pari (e forse persino maggior) spessore, seppur rivolto a un target di pubblico decisamente diverso, è «Rango» di Gore Verbinski.
Dopo l’enorme successo della trilogia dei «Pirati dei Caraibi» (il quarto episodio, diretto da Rob Marshall, uscirà a maggio) Verbinski realizza il suo primo film d’animazione e, anche grazie all’aiuto della Industrial Light and Magic di George Lucas per gli effetti speciali, centra perfettamente il colpo.
Immagini straordinarie (digitali ma senza 3d, come voluto dal regista), che spaziano dalla Monument Valley di john fordiana memoria alla modernità di Las Vegas, fanno da sfondo alle disavventure di Rango, un camaleonte domestico che sogna di diventare un grande eroe.
L’occasione gli si presenterà quando, dopo svariate peripezie, si ritroverà solo nel deserto al confine fra Stati Uniti e Messico: qui scoprirà la piccola cittadina di Polvere dove, facendo credere agli abitanti di essere un pistolero leggendario, verrà scelto come nuovo sceriffo.
Che «Rango» sia uno dei prodotti d’animazione più curiosi e originali degli ultimi anni lo si capisce fin dall’ottimo incipit, nel quale l’introverso camaleonte protagonista mostra tutta la sua solitudine improvvisando una grande avventura con alcuni resti di giocattoli, da un pesciolino meccanico al busto di una Barbie, che gli tengono compagnia nel piccolo acquario in cui è rinchiuso.
Man mano che passano i minuti il film riesce a portare avanti una riflessione sempre più forte sul cinema western (o, se preferite, su quello che ne rimane) toccando gli argomenti da sempre tipici del genere: dal mito della frontiera a quello dell’evoluzione tecnologica, che rimandano direttamente a uno dei titoli più importanti della storia della settima arte come «C’era una volta il west».
Il nome di Sergio Leone riecheggia continuamente, in particolare per la figura del cowboy senza nome (interpretato da Clint Eastwood nella cosiddetta “trilogia del dollaro”) che per il camaleonte Rango è lo “spirito del west”.
Gore Verbinski non si limita però a rappresentare il western e realizza diverse sequenze che spaziano dal genere horror (le talpe escono dal terreno come i morti viventi delle pellicole di George A. Romero) a quello bellico (il volo dei pipistrelli rimanda agli elicotteri di «Apocalypse Now»).
Le tantissime citazioni (vengono omaggiati anche «Paura e delirio a Las Vegas» di Terry Gilliam e «Chinatown» di Roman Polanski) contribuiscono a rendere questo film un vero e proprio gioiellino, davvero imperdibile per tutti gli amanti del cinema d’animazione (e non solo).
Chi riuscirà a recuperarlo in lingua originale potrà ascoltare, tra gli altri, le voci di Johnny Depp (che doppia il protagonista), Isla Fisher (Borlotta) e Bill Nighy (Jake Sonagli).
 
Molto meno originale e interessante di «Rango» e «I ragazzi stanno bene» è invece «Holy Water» di Tom Reeve.
Ambientato in un piccolo villaggio costiero irlandese, questo film ha per protagonisti quattro scapoli quarantenni che vogliono dare una svolta alla loro vita piatta e senza prospettive.
Per farlo decidono di rapinare un camion carico di viagra, che passa abitualmente nei pressi della loro cittadina, e rivendere successivamente il bottino sulla piazza di Amsterdam.
Il piano riesce perfettamente, ma alcuni imprevisti (la refurtiva vale molto più di quanto pensassero  e l’azienda produttrice decide di mandare una squadra investigativa per trovare i ladri e recuperare il bottino) li costringono a nascondere la merce nel pozzo della sorgente della città (chiamato dell’“acqua santa”, da cui il titolo della pellicola) che, venendo a contatto con l’acqua potabile, causerà intuibili conseguenze alla popolazione.
«Holy Water», che arriva nelle nostre sale a quasi due anni di distanza dalla sua presentazione al Notting Hill Film Festival, è una tipica commedia demenziale che rischia però di annoiare (causa una sceneggiatura tremendamente scontata fin dalle prime sequenze) più che di far divertire il pubblico.
Le atmosfere ricordano il bel «Svegliati Ned» di Kirk Jones, ma manca completamente quello humour nero (unito a una maggiore brillantezza narrativa) che fa la fortuna delle migliori commedie di origine britannica.
Infine la pessima interpretazione di Linda Hamilton(ex moglie di James Cameron e celebre attrice della saga di «Terminator»), col passare degli anni sempre più irriconoscibile e svogliata, contribuisce a rendere questa pellicola ancor più dimenticabile.

Chimy

Voto I ragazzi stanno bene: 3/4

Voto Rango: 3/4

Voto Holy Water: 1,5/4

Pirati dei Caraibi-Ai confini del mondo: terzo capitolo della fortunata saga di Verbinski…

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Terzo e ultimo (chi ci crede davvero?) episodio della fortunata saga dei “Pirati dei carabi”.

Alla fine del secondo capitolo avevamo lasciato i nostri eroi, Will, Elizabeth e il redivivo capitan Barbossa, che stavano organizzando una missione per recuperare il capitan Jack Sparrow, finito “ai confini del mondo”.

Dopo l’incontro con Sao Feng, pirata di Singapore e new entry della serie (interpretato da Chow Yun Fat), la spedizione ha inizio: sembra che però nessuno abbia veramente a cuore la vita di Jack, ma che tutti vogliano fare il proprio interesse…

Verbinski realizza con “Pirati dei carabi-Ai confini del mondo” il film più ambizioso dei tre a causa di un intreccio estremo: nuovi personaggi, “altri” mondi, coalizione tra i pirati per sconfiggere le forze del male (o del bene?), ecc ecc…

La trama così complessa rende il film da una parte troppo confusionario, dall’altra gli dà un certo fascino differenziandolo molto dalla maggior parte dei film diretti principalmente ad un pubblico molto giovane, caratterizzati, invece, da storie abbastanza semplici.

I problemi di questo film, che lo rendono il meno riuscito della saga, sono comunque altri: innanzitutto è troppo lungo (così come, in parte, il secondo): 168 minuti, anche se la trama è come ho detto molto complessa, sono oggettivamente troppi e portano a numerosi cali di tensione; c’è troppa attenzione all’aspetto visivo (ben riuscito) e molto poca invece per i dialoghi, che, per quanto siano un aspetto minore all’interno del film, sono a tratti davvero brutti;  l’alto numero di personaggi (come in Spider-Man 3) invece di dare qualcosa in più, rispetto ai due precedenti, toglie spazio e fascino ai personaggi principali.

Diverse, comunque, le sequenze davvero notevoli, tra cui quella del “cambio di mondo”, il passaggio dal tramonto all’alba, scandito da un “raggio verde” sull’oceano.

Da ricordare inoltre il cameo di Keith Richards come padre di Jack Sparrow; un omaggio al cinema western con i contendenti del “duello” che si avvicinano gli uni agli altri sotto delle note che rimandano alle colonne sonore di Morricone per Sergio Leone; e dei divertenti siparietti tra i due capitani nemici, i sempre bravissimi Johnny Depp e Geoffrey Rush.

Chimy
Voto Chimy: 2,5 / 4