"Halloween: The Beginning": un film non bello, non bellissimo, non mediocre: un film importante

"Halloween: The Beginning" è un’opera che si stacca dal film da cui prende spunto (il capolavoro di Carpenter del 1978) in modi unici all’interno del panorama cinematografico contemporaneo.
L’ultima fatica di Rob Zombie si divide in due blocchi ben distinti: il prequel (la prima parte con l’infanzia di Michael Myers e la sua "crescita" all’ospedale psichiatrico) e il remake (la seconda, con il ritorno di Michael alla cittadina che gli aveva dato i natali).
In realtà, se lo guardiamo con attenzione, si nota che questo film non è nè un rifacimento nè un antefatto. E’ qualcosa di più…
Zombie fa un’operazione che si può definire una sorta di "intetestualità autoriale postmoderna".
La base carpenteria rimane presente (la provincia americana, la paura ancestrale per l’uomo nero) e viene omaggiata; ma nonostante questo Zombie riesce a staccarsene, non tanto per semplici aggiunte o differenze, ma per l’inserimento autoriale della sua poetica e del suo stile sopra le fondamenta carpenteriane.
Come nei due film precedenti del regista, il male è interno alla famiglia, anche l’essere puro (il bambino), prima vittima degli altri, verrà contagiato dalla corrotta società degli adulti diventando lui stesso un carnefice (come dimostra il finale, diametralmente opposto a quello dell’opera originale).
Ed è proprio la società un altro degli elementi principali del cinema di Zombie.
Il Male non nasce in Michael unicamente per dei traumi familiari che ha vissuto: la famiglia non è altro che una fetta della grossa torta in cui viviamo.
L’assenza di una consapevolezza del proprio "io" (simboleggiata dalle tante maschere di Michael) è il simbolo dell’"omogenea" società contemporanea. Questo (forse) è l’orrore più grande che Zombie ci racconta, più del sangue e dei brutali assassinii.
Una sorella (quasi) mai conosciuta è, per Michael, l’unica persona per cui vale la pena vivere (e morire) perchè l’unica che l’aveva conosciuto per quello che era veramente. Forse la sola per la quale si toglierebbe la maschera…
"Halloween: The Beginning" si può definire un carosello di orrori (per le tante facce, del genere, che si vedono passare nel corso della visione), simbolo di una "postmoderna autorialità" di cui Rob Zombie fa certamente parte.
Un’opera che non deve "piacere", perchè non è semplicemente quella che vediamo sul grande schermo, ma un’opera che invece dev’essere analizzata perchè ragiona profondamente sulle basi dei meccanismi intertestuali che stanno alla base del linguaggio cinematografico.
Importante. Forse importantissimo…


Chimy

Voto Chimy: 3 / 4


COMMENTO DEL PARA (a "supporto" delle parole di Chimy):


Remake significa rifacimento.
Ci sono remake belli (pochi) e remake brutti (molti).
Poi ci sono delle bestie strane, che ci vengono spacciate per remake, ma che non sono rifacimenti, ma rivisitazioni, direi.
Rob Zombie non rifà "Halloween", ma lo rivisita. E lo fa bene.
Il Micheal Myers di Zombie è nato da un perverso rapporto sessuale tra Rob Zombie e il cinema di Carpenter, che ha dato alla luce un essere che mantiene i geni originali ma che si muove in un universo duplice.
L’amplesso cinematografico ha partorito una rivisitazione supportata da un pedagogico prequel che nella sua apparente banalità nasconde quelle verità che assumono una notevole importanza  appunto perché considerate banali. La banalità, come l’imprevedibilità, fanno parte della vita, ma soprattutto della società, che si muove su binari spezzati, con regole fisse ma non fissabili.
In fondo ognuno può fare ciò che vuole.
Denny Trejo dice (a grandi linee) a Micheal: «nella tua testa puoi andare dove vuoi e fare ciò che vuoi». Non solo nella tua testa Micheal, ma dappertutto, ti direi io. Puoi fare tutto ciò che vuoi ma prima o poi ne pagherai le conseguenze. Il sistema di azione/punizione è valido per tutti e ovunque. Micheal punisce chi ha “agito” su di lui, così come altri lo puniranno per aver infranto le regole del quieto vivere.
Da chi cerchi la redenzione, avrai la punizione, da chi cerchi la punizione potresti avere la redenzione.
La maschera serve a nascondere la propria verità mentre si agisce in modo “altro”. La maschera non è per Michael solo un mezzo per nascondersi differenziandosi, ma per supportare le azioni che forse (non) appartengono alla sua vera essenza.
Che il film abbia dei piccoli problemi è anche palese: la parte dell’inseguimento tra Michael e la sorella poteva essere accorciata, e la macchina da presa è tremolante e sempre appiccicata al volto dei personaggi. Quest’ultimo particolare potrebbe però essere anche un pregio. Zombie scruta negli sguardi folli, terrorizzati, angosciati, forse troppo spesso, ma lo fa per cercare di penetrare la maschera che in fondo tutti portano senza indossarla fisicamente. Da questo punto di vista Michael Myers è il più sincero, sa che la sua maschera non è diversa da quella di tutti gli altri, e quindi se la disegna come più gli piace.
A mio avviso questo film può essere denigrato solo per come appare, ma non per quello che è. Se non vi piace la poetica di Rob Zombie (a me “La casa del diavolo” non mi aveva entusiasmato) è soggettivo, ma non si può negare al regista di aver compiuto un’impresa monumentale: sedurre sessualmente John Carpenter, fecondando il cinema del maestro con il suo, e questo è sufficiente a dare valore al film.
Provate voi a fare di meglio.


Voto Para: 3/4