Coraline e la porta magica: un ponte fra il cinema di ieri e quello di domani


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C’è una curiosità interessantissima alla base del celebre libro di Neil Gaiman da cui è tratto questo magnifico film: il nome della protagonista doveva essere il comune Caroline e non Coraline, nato da un errore di battitura sulla tastiera che Gaiman non ha poi voluto modificare. In questo senso, a causa del cambiamento nel nome, fin dalla sua origine letteraria il personaggio è una figura “altra”, una sorta di doppio, rispetto a quello che doveva essere in origine.

Questa curiosità apre fantasticamente a riflettere sul contenuto stesso dell’opera, la cui narrazione si snocciola attraverso un passaggio fra due mondi paralleli. Henry Selick, già regista dell’immenso Tim Burton’s Nightmare Before Christmas, dall’autore di Burbank non ha attinto unicamente per quanto riguarda l’uso dell’animazione in stop-motion e l’immaginario gotico-favolistico, ma anche per la rappresentazione di mondi diversi/opposti. Come nel capolavoro La sposa cadavere, il “mondo dei vivi” è un universo spento, annoiato, contraddistinto da colori freddi e monocorde, mentre l’altro mondo, quello dei “morti”, è variopinto, allegro, gioioso; opposto alla banalità dell’esistenza umana dell’epoca contemporanea.

Seppure ci siano questi riferimenti al cinema del suo caro amico Tim Burton, la grandezza di Coraline e la porta magica è merito assoluto di Henry Selick che forse proprio grazie a questo film è da iniziare a considerare un grande regista. Selick rende perfettamente il mistero e la fascinazione presenti nell’opera da cui è tratto, trasportando questa a diventare un perfetto esempio di opera cinematografica. La memorabile tecnica d’animazione (di cui si parlerà fra poco), non toglie spazio a una narrazione che funziona perfettamente dall’inizio alla fine, con personaggi splendidamente tratteggiati e con una storia che gioca spesso su un perfetto ribaltamento di prospettive. Basta pensare a quanti film ci hanno mostrato delle “fughe dalla realtà” a lieto fine, l’approdo in mondi diversi ha (quasi) sempre portato a esiti positivi, soprattutto quando a “sognare” di cadere in questi universi erano dei bambini. Ma Coraline segue dei topolini, non un coniglio bianco, e quando attraversa il tunnel oltre la porta magica non si ritrova nel paese delle meraviglie, ma in quello degli orrori. Impossibile e impensabile parlare di questo film senza ragionare anche sulla tecnica d’animazione che unisce la stop motion al 3d stereoscopico.

Nel corso di questa stagione cinematografica (da settembre in poi), le opere migliori uscite sul grande schermo sono tutte d’animazione: Wall-E di Andrew Stanton/Pixar, Ponyo sulla scogliera di Hayao Miyazaki e ora Coraline e la porta magica che, visivamente, è forse ancor più impressionante dei due (grandi) film precedenti. Sette anni di lavorazione, il cui risultato ha pienamente soddisfatto le attese. La stop motion raggiunge livelli straordinari, ma è soprattutto il 3d a colpire gli occhi degli spettatori con risultati che, dopo aver visto Mostri contro alieni (indietro nettamente anche su questo), si pensava si potessero raggiungere fra diverso tempo.

Momenti di cinema straordinario quando Coraline cade nella tela dell’altra madre; quando salendo su una mantide tagliaerba vediamo il giardino dall’alto; o ancora un magnifico movimento di macchina che dalla pioggia esterna ci trasporta al viso di Coraline che guarda fuori dalla finestra di casa mentre le gocce cadono sul vetro. Henry Selick ha realizzato così una meraviglia che unisce la più antica tecnica d’animazione a quella più moderna, facendo diventare Coraline e la porta magica un’opera memorabile, metafora di un ponte che unisce il cinema del passato al cinema del futuro.


Chimy

 

Voto Chimy: 3,5/4

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