FEFF 2008: Giorno 6 (Horror Day)

Adesso basta!

E’ il terzo anno che veniamo a Udine per il FEFF e in tutte le edizioni abbiamo assistito a delle giornate cinematografiche che sono semplicemente da cancellare dalla memoria: gli horror day!
In ogni edizione questa giornata è sempre la più inutile e disprezzata.
Il genere horror, e lo diciamo con le lacrime al cuore dato che siamo due amanti del genere, è in un periodo di crisi assoluta in tutte le cinematografie del mondo, tanto da farci quasi preoccupare per una sua possibile e vicina morte.
L’area dell’estremo oriente ha avuto una grande fortuna nel genere all’inizio del nuovo millennio, grazie soprattutto al cosiddetto J-Horror giapponese, che ci ha regalato alcuni anni fa delle belle soddisfazioni.
Quel filone è ormai morto e defunto da anni, ormai rimangono soltanto degli stanchi remake visti negli ultimi tempi anche in Italia.
La crisi del genere nel Far East ha portato ad una tendenza davvero stupida e preoccupante. I registi dell’area orientale invece di cercare di ricreare un sottogenere differente o di cercare di arrivare ad una sottrazione necessaria dalle convenzioni dei primi anni 2000, stanno ignorantemente estremizzando quelle basi stilistiche che gli avevano dato lustro in precedenza.
L’inquietudine che nasceva in un film come "The Grudge" di Takashi Shimizu, nel quale il regista non dava attimi di pausa agli spettatori, oggi la si cerca di raggiungere dimenticando interamente che una delle basi fondanti del genere horror è la forza narrativo-drammaturgico della trama. Oggi si vedono film in cui semplicemente si cerca, senza riuscirci, di spaventare gli spettatori con grida di spavento, effetti sonori estremi, persone truccate di bianco che spuntano da ogni angolo, tralasciando completamente di realizzare una storia cinematografica degna di tale nome.
Takashi Miike con film come "Ichi the Killer" (del 2001) o "Audition" (1999) ha portato all’estremo la violenza corporea e la ferocia delle torture. Nel suo cinema, però, gli squarci, i tagli, l’enorme violenza nasceva sempre dalle importanti fondamenta psicologiche presenti nelle menti dei protagonisti, che si collegava prepotentemente con lo "stress" dato dal mondo in cui viviamo nell’età contemporanea.
Oggi si fanno film in cui semplicemente vi sono persone che vengono squartate senza senso, solo per far vedere carne e sangue a stupidi assatanati spettatorini a cui interessa soltanto questa pseudo-pornografia.
Questo discorso serve soltanto a mostrare come oggi il genere horror del Far East non ha più molto senso di essere visto in una giornata ad esso dedicata; o meglio, potrebbe essere interessante vedere opere, come quella di Nakata di cui si parlerà sotto, nel quale non vi è un horror puro, di spavento o violenza, che oggi non ha più senso vedere in un festival, ma horror di maggiore intelligenza e concetto, che si mescolano ad altri genere o che riescono ad inquietare proprio perchè mostrano l’HORROR della realtà in cui viviamo.
Per questo, cari amici del FEFF, basta con questo inutile horror day, nel quale la gente sta in albergo a dormire e anche i critici più importanti presenti preferiscono stare fuori (anche) sotto la pioggia piuttosto che in sala, dove le risate di scherno sono maggiori delle grida di paura.

KAIDAN di Hideo Nakata

Chimy: "Kaidan" è certamente, in partenza, il progetto più interessante e affascinante del FEFF 2008 e, in assoluto, uno dei stimolanti dell’anno.
Nakata si basa sulla tradizione giapponese delle storie di fantasmi, e ambienta il suo film di spiriti in costume nell’800.
Nella prima parte Nakata mostra l’antica società giapponese, con perfetta ambientazione, trucco e costumi, avvicinandosi anche alle atmosfere dei film di Mizoguchi. Nella seconda invece l’"horror" prende il sopravvento, con il fantasma di una donna che vuole uccidere tutte le amanti del marito.
Il film, pur posizionandosi tra i migliori del festival dietro a "The Assembly", non è perfetto. Nakata sembra un pò frenato, sia nel melodramma (prima parte) che nell’horror (seconda). E’ attento a non esagerare e a cercare un equilibrio fra i due tempi che trova con un pò di difficoltà.
C’è da dire che però girare un film del genere è davvero molto difficile e quindi non possiamo che apprezzare ancora una volta il lavoro del regista di "Dark Water" e "The Ring".
Questo è certamente il miglior film che abbiamo visto all’horror day in tre anni. Motivo? Non è del filone "horror puro orientale" che non ha più tempo di esistere, ma fa dell’altro: unisce generi diversi, e ambientazioni tipiche del cinema giapponese anni ’50 con ossessioni autoriali attuali (es. la paura dell’acqua).

Para: In sostanza sottoscrivo tutto, se non fosse per il fatto che questo film lascia davvero l’amaro in bocca: non ha particolari pregi nè in un campo e nemmeno nell’altro. E’ però un tentativo di variazione, e per questo speriamo in prossimi esperimenti.

THE SCREEN AT KAMCHANOD di Songsak Mongkolthong

Chimy: Film delle 14.15, è un’opera di una stupidità imbarazzante.
Cerca di far paura senza una trama (leggere sopra), ma non vi riesce mai.
Purtroppo facevano talmente baccano coi personaggi che continuavano a gridare che non si poteva nemmeno dormire. Alle ore 14.45 ormai privi di speranza siamo usciti (per la prima volta nella nostra vita in un festival) dalla sala, seguiti a ruota da celebri addetti ai lavori, e a quell’ora è finito anche il nostro horror day. La pazienza ha un limite… di perdere tempo non ne abbiamo più voglia.

Para: Non aggiungo altro.

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FEFF 2008: Giorno 1

L di Hideo Nakata

Chimy: Il festival si è aperto ieri sera con "L", il sequel/spinoff dei due "Death Note" visti proprio a Udine lo scorso anno.
Questo film è palesemente un lavoro di natura prettamente commerciale per Hideo Nakata, che attendiamo invece mercoledì con "Kaidan", opera che sarà sicuramente più autoriale e personale.
L era il personaggio più interessante di "Death Note", ma, in questo nuovo film, lontano dal "libro della morte" anche il suo fascino viene meno.
Partenza pessima ma non c’è da farne un dramma…

Para: Se "Death Note" è uno dei manga più particolari e affascinanti degli ultimi anni, non si può dire la stessa cosa dei tre film che ne sono stati tratti. "L", nonostante la firma autorevole di Nakata, non tradisce la linea dei precedenti film: sbancare il botteghino, puntando soprattutto alla fascia di età a cui si rivolge lo stesso fumetto: adolescenti e pre adolescenti. L’approfondimento sul personaggio cult L, cioè l’obiettivo del film, è oscurato da una improbabile e fuori luogo traccia narrativa in cui una losca organizzazione di pochi uomini vuole infettare il mondo con una micidiale arma battereologica. Oltre al soggetto, già di per sè deludente, anche la regia di Nakata non offre particolari degni di nota.
Speriamo bene con "Kaidan".

QUICKIE EXPRESS di  Dimas  Djayadiningrat


Chimy: Primo film indonesiano della storia del festival, "Quickie Express" parla di tre particolari personaggi che vogliono diventare degli improbabili gigolo.
Se nella prima parte l’addestramento alla professione è decisamente divertente e piacevole, nella seconda il film si assesta su canoni molto più banalotti, rappresentando la storia d’amore tra uno dei tre e una dolce ragazza figlia di una sua precedente cliente, con inevitabile (e imbarazzante) cena di famiglia.
Indonesia non bocciata del tutto, ma certamente rimandata.

Para: "Quickie Express" è una piacevole sorpresa, che fa sperare bene nella comicità indonesiana. Il demenziale è ben dosato e la volgarità, nonostante la professione dei protagonisti, non è mai troppo sfacciata. Il problema, purtroppo, è la durata del film: due ore sono obiettivamente troppe per un film del genere, che dopo la brillante prima parte si perde nei sentimenti del protagonista e si allunga di 40 minuti di troppo.

A COLLEGE WOMAN’S CONFESSION di Shin Sang-ok

Para: Il leggendario regista coreano Shin Sang Ok, imprigionato dal tanto rigido quanto basso e bruttino dittatore nord coreano Kim Song Il, prima dei lavori forzati (dirigere film di propaganda) negli anni ’50 ha realizzato alcuni film che il FEFF ripropone in un’interessante retrospettiva. Il primo film proposto è "A College Woman’s Confession", che come suggerisce il titolo è il dipinto di un periodo particolarmente delicato per So young, la protagonista. Nonostante la delicatezza e la posatezza della regia il ritmo narrativo è decisamente lento, fattore che mi ha regalato un po’ troppi momenti di noia. Le premesse per grandi film ci sono tutte, quindi spero vivamente nei prossimi.

Chimy: Sorprendente film con il quale si inaugura la retrospettiva di uno dei padri del cinema coreano.
"A College Woman’s Confession" mostra la grande sensibilità che ha avuto questo regista nel descrivere la psicologia femminile in Corea negli anni ’50.
Una giovane ragazza è costretta, momentaneamente, ad abbandonare gli studi e a lavorare per potersi mantenere; l’incontro con i datori di lavoro però sarà più traumatico del previsto: si accorgerà molto presto che per fare strada è necessario fare dei "lavori extra" ai propri capi.
Opera allo stesso tempo forte e delicata, "A College Woman’s Confession" non ci può che fare ben sperare per i prossimi film della retrospettiva.

CASKET FOR RENT di Neal Tan

Para: Il primo film Filippino della tua vita non si scorda mai. Quest’opera è un esempio negli intenti, ma non nella regia. Il regista, in patria considerato un regista coraggioso, ritrae la vita di uno strettissimo vicolo dei bassifondi, in cui gli abitanti devono lottare con le difficoltà economiche e i disagi che comporta vivere in un ghetto. Tra i personaggi un becchino, che affitta bare ai più poveri, sua moglie truccatrice (di vivi e morti), una madre sola con due figli (uno spacciatore e un prostituto gay), una prostituta e il suo protettore, e una studentessa che nasconde la sua professione di prostituta. A fare da commento alle varie vicende particolare si trova un senzatetto, l’unico che sembra aver capito come "vivere" in una realtà del genere. La forza del film di ritrarre a fondo un ambiente così degradato, ma che non va nascosto, è minata da alcuni momenti girati come una telenovelas, e da una scelta musicale piuttosto fastidiosa.
"A Casket for Rent": promosso negli intenti ma non nella forma.

Chimy: Una forma non perfetta ma sulla quale personalmente penso si possa soprassedere, proprio per l’incisività con la quale viene messa in scena la dura realtà filippina di oggi.
"Casket for Rent" è la prima sorpresa del Festival proprio perchè ci trasporta direttamente in un altro mondo, seppur del tempo presente, così lontano dal nostro.
Certamente per ora è l’opera migliore del concorso, vedremo se lo sarà ancora a lungo…