Hugo Cabret: il segreto è nel meccanismo

La recensione di Chimy:

Un viaggio attraverso l’impossibile. Così si può (estremamente) sintetizzare Hugo Cabret, l’ultima opera (e già tra le più importanti della carriera) di Martin Scorsese.

Un viaggio che parte da Parigi, proprio come quello del cinema, iniziato al Grand Café des Capucines il 28 dicembre 1895, data convenzionale più che ufficiale, quando i fratelli Lumière fecero la loro prima proiezione pubblica.

Un viaggio che appare come il più personale e sentito da tanti(ssimi) anni a questa parte del regista newyorkese: eppure, chi l’avrebbe mai detto qualche mese fa vedendo un trailer retorico e ricattatorio, che pareva preannunciare una pellicola simil-fantasy per famiglie?

Per tutta la carriera a metà tra compromessi industriali e lavori sentiti, Scorsese approfitta dei 170 milioni di dollari di budget per fare qualcosa di realmente straordinario: tanto vale infatti dirlo subito, Hugo Cabret è forse il primo vero capolavoro dei secondi anni ‘ 10 della storia del cinema. Certamente contribuisce a tale eccitazione il trovarsi davanti agli occhi una tale meraviglia se non ci si poteva minimamente aspettare quello a cui si sarebbe andati incontro.

Proprio come per il giovane protagonista Hugo, ragazzino che, cercando di trovare la soluzione di un segreto paterno, arriverà a scoprire qualcosa di molto più importante. Per lui e per l’intera storia del cinema.

Adattando il romanzo omonimo di Brian Selznick, Scorsese ritrova così sé stesso: ci ricorda e ci fa (ri)scoprire al tempo stesso che è sempre lui il regista più cinefilo del panorama artistico mondiale e il più attento a far sì che il passato del grande schermo non venga dimenticato.

Forse addirittura l’unico, Scorsese, in grado di trattare la storia della sua passione, con tanta umana partecipazione e senza incappare in superflue facilonerie scolastiche: unico quantomeno tra i registi “commercialmente” più noti, visto che, esempio tra gli altri, da diversi anni il talentuosissimo canadese Guy Maddin realizza opere (spesso completamente mute e costruite con tecniche che rimandano a quelle dell’epoca) di enorme coscienza storica.

Curioso in questo senso che la sfida principale dei prossimi Oscar sia tra Hugo Cabret e The Artist, pellicola quest’ultima in grado di far abboccare facilmente per il suo furbesco involucro che, di fronte al (capo?)lavoro di Scorsese, appare soltanto una timida lezione di un supplente di storia del cinema.

Hugo Cabret non si limita infatti a essere uno dei più importanti omaggi che siano mai stati fatti a tale “materia”, ma riesce, attraverso modalità esaltanti, a far (ri?)scoprire al pubblico contemporaneo una delle figure simbolo del cinema delle origini – come sapete si parla di George Méliès – e dall’altro a catturarne l’essenza.

Scorsese tratta la materia come un pioniere, scrive una nuova pagina di storia del cinema con la stessa emotiva partecipazione di quella che metteva in scena proprio lo stesso Méliès.

Se gli anni, principalmente il primo lustro del ‘900, in cui lavorava il grande regista-prestigiatore francese sono oggi considerati quelli delle attrazioni mostrative (in opposizione alla successiva, griffithiana, integrazione narrativa) Hugo Cabret si può considerare la definitiva e ultima attrazione possibile.

Cinema spettacolare, nella sua riflessività, in grado di emozionare, commuovere e coinvolgere come raramente si è visto (da sempre) sul grande schermo.

Grande merito di questo è (anche) della stereoscopia, quasi mai così efficace, e non si può non sottolinearlo visto che questa modalità di visione ha contribuito alla creazioni dei due titoli degli ultimi anni più “futuristicamente” memorabili.

Il 3d migliore di sempre, come ha detto James Cameron (il regista dell’altro film di cui sopra), permette a Scorsese di trasformarsi in Méliès: l’autore di Taxi Drive (o di Hugo Cabret, ormai) inventa e crea come se prima di lui non ci fosse stato nulla (o quasi), ipotizzando l’opera d’arte che avrebbe fatto il suo mentore se fosse vissuto ai giorni nostri, in un viaggio che non ha più come ultima fermata la stazione de La Ciotat.

Infatti, proprio come temevano gli spettatori che per primi si trovarono ad ammirare la magia del cinema, ora il treno ha magicamente oltrepassato lo schermo e non potremo più non tenerne conto.

Chimy

Voto Chimy: 4/4

La recensione del Para:

Ci voleva Scorsese per dimostrare che l’unico modo per omaggiare il cinema passato è quello di utilizzare al massimo il cinema del presente.

E difatti non sono serviti a molto gli omaggi genialmente filologici di Guy Maddin o quello mediocre e ruffiano di Hazanavicius e del suo The Artist, che per motivi più di publicity che di merito è il rivale di Hugo Cabret ai prossimi Academy Awards.

Scorsese, da studioso e amante della storia del cinema, ha capito, dopo una vita spesa anche tra restauri e cineteche, che quello che conta, nel cinema, è la magia del sogno, del nuovo, dell’invenzione. E nel 2012 non è il riproporre a funzionare, ma il reinventare: scovare il meccanismo, dargli un’aggiustata e farlo rifunzionare.

Il segreto è sempre nel meccanismo”, diceva il papà del piccolo Hugo Cabret, un messaggio che ha spinto il protagonista del romanzo di Brian Selznick prima ad aggiustare un automa per poi conoscere il grande pioniere del cinema George Méliès, e sempre senza mai smettere di credere all’impossibile.

Un percorso, quello di Hugo, che è lo stesso di Méliès e, di riflesso, quello di Scorsese: quello di persone affascinate dalla costruzione di un sogno e che lo realizzano attraverso ingranaggi e meccanismi.

Se Hugo lo fa cercando pezzi di orologi e una chiave misteriosa, Méliès lo faceva con scenografie e tagli alla pellicola, mentre Scorsese non può che farlo con 170 milioni di dollari e l’uso della stereoscopia alla sua massima espressione. Ma senza dimenticare il fascino della bella narrazione.

A ognuno i suoi ingranaggi, l’importante è che il risultato sia quello di sempre: incantare e meravigliare. E vedere, in mezzo al tripudio dell’immagine contemporanea, stralci di pellicole del muto mantenere intatta la propria forza, non può che commuovere ogni amante del cinema Ma a commuovere ancora di più è quella che possiamo considerare la quadratura del cerchio: le ricostruzioni scenografiche di Méliès che rivivono in 3d. La forza del passato nella magia nel nuovo. O viceversa.

Para

Voto Para: 3,5/4