"Lars e una ragazza tutta sua": leggera, piacevole, intelligente, questa sì che è una commedia!

Lars ha un problema: soffre, forse, del dilemma del porcospino, ha cioè problemi a rapportarsi con le persone e non sopporta il contatto fisico. La sua è una vita solitaria per scelta, ma intorno a se ha solo persone che in un modo o nell’altro gli vogliono bene, e fanno di tutto per non lasciare che si isoli troppo. Lars trova però il modo di essere felice: si innamora, infatti, di una minuziosa riproduzione in lattice di una donna, Bianca. Nella sua testa Bianca è reale, ma agli occhi di tutti è solo un pezzo di gomma. Per non ferire i sentimenti di Lars, che appare per una volta felice, parenti e amici fingeranno che Bianca sia una donna in carne ed ossa, aspettando che lo stato di illusione mentale temporaneo in cui vive Lars svanisca.
Il pregio, che definirei immenso, di “Lars e una ragazza tutta sua” è la sua leggerezza sana e intelligente. Un po’ quella sensazione che si ha dopo aver mangiato del sushi, si è sazi ma ci si sente leggeri. “Lars e una ragazza tutta sua” è semplice, leggero e delicato come il sushi.
Nel film c’è poi una riflessione sulla necessità di relazionarsi di cui l’uomo ha in fondo bisogno. Lars vuole restare solo, vuole evitare il contatto fisico con gli altri, ma nel suo profondo ne ha invece un tremendo bisogno. Per arrivare a soddisfare questa sua nascosta necessità ha bisogno di una mediazione: l’apparente realisticità di Bianca è l’anello mancante tra di lui e le altre persone. E’ infatti anche grazie a Bianca che Lars consolida i suoi rapporti con il fratello, con la cognata, con gli amici, con la psicologa e con la collega di lavoro che è innamorata di lui.
La plasticità di Bianca è per Lars utile a capire la plasticità apparente dell’uomo, e la plasticità di Bianca serve a rendere a Lars meno doloroso il contatto fisico con gli altri. La plastica diventa il tramite tra Lars e la realtà.
Dopo questa riflessione, azzardata forse, se ne possono aprire delle altre, ancor più azzardate:
1)Il confine tra “vero” e “finto”, oggi, non esiste quasi più. Se Internet è culla di emozioni espresse in codice binario, la plastica può prendere vita e sostituire la plasticità delle persone reali.
2)Una bambola è meglio di una donna. (Sia chiaro che non la penso così)
La realtà è che nel film cercare una riflessione è un po’ come cercare un ago in un pagliaio. Se c’è lo si può anche trovare, ma bisogna impegnarsi, forse inutilmente. Perché questa pellicola ha un solo scopo, intrattenere con decoro. Il film è, infatti, nella sua leggerezza e nella sua delicatezza, un’opera originale, adatta a tutti (tranne a chi si aspetta una commedia demenziale) e che si avvale dell’interpretazione davvero ottima di Ryan Gosling. L’interpretazione dell’attore statunitense è stupefacente, Gosling ha la capacità di portare ogni spettatore dalla sua parte, facendoci credere che il suo disturbo mentale sia in fondo “sano”, accettabile e sostenibile.
Una nota di merito anche al regista, Craig Gillespie, al suo primo lungometraggio, che riesce a tratteggiare la piccola comunità con abilità, sospendendola in un paesaggio perennemente innevato, un luogo avvolto da una fanciullesca ed innocente (come Lars) luce bianca. Volendo si può anche applaudire la sceneggiatrice, Nancy Olivier, scrittrice di molti episodi della serie televisiva “Six Feet Under”, che ha realizzato una storia originale e adatta al grande schermo.
Un film dunque consigliatissimo, soprattutto se volete passare un’ora e tre quarti piacevole, leggera, ma senza la minima stupidità.
Para
Voto Para: 3/4

COMMENTO DI CHIMY

Sicuramente piacevole e intelligente "Lars e una ragazza tutta sua" è un film che forse avrebbe avuto più senso vedere in periodo pre-natalizio piuttosto che nell’immediato post.
Il villaggio in cui abita Lars sembra un luogo surreale e fuori da ogni tempo (sicuramente dal nostro) in cui tutti si impegnano a fondo per aiutare Lars a sentirsi a suo agio con la sua ragazza Bianca; questo buonismo della comunità da una parte è in linea con l’atmosfera favolistica della pellicola, dall’altra però riempie il film di un "eccesso di miele" di cui probabilmente non aveva bisogno.
Oltre la superficie nevosa effettivamente si possono trovare riflessioni particolarmente profonde degne delle celebri commedie classiche: la scelta di Lars che ricade su una bambola (fatta come la ragazza dei suoi sogni) piuttosto che sulla collega innamorata (carina ma imperfetta) è molto più incisiva di quanto si potrebbe pensare.
Ryan Gosling è un attore di alto livello e lo dimostra anche in questo film. Sicuramente uno dei migliori della sua generazione, Gosling ruba la scena a chiunque si trova davanti: dalla bellissima Bianca, alla cognata preoccupata, alla fredda psichiatra.
Un film per riflettere e per rilassarsi, magari fra il sesso esplicito di Ang Lee e la violenza di Rob Zombie.


Voto Chimy: 2,5/4

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Irina Palm: cosa arrivereste a fare per aiutare una persona cara?

Quanto in là sareste disposti a spingervi per aiutare una persona cara?

Questa domanda potrebbe essere la base della riflessione fatta dal regista (e sceneggiatore) Sam Garbarski con “Irina Palm”, presentato con successo allo scorso festival di Berlino.

Il film è ambientato a Londra. Maggie, vedova di circa sessant’anni, ha un disperato bisogno di soldi per poter curare il proprio nipotino colpito da una grave malattia.

Soltanto un’operazione in Australia può salvarlo, ma i suoi genitori non dispongono del denaro necessario per il viaggio.

Maggie si mette allora a cercare un lavoro ma, vista la sua età, ci sono poche offerte.

Decide allora di proporsi per un locale in cerca di hostess, ma il lavoro non è quello che ingenuamente crede…

“Irina Palm” è un film con una dote rara: grazie ad un’intelligente ironia riesce a trattare una tematica davvero profonda e drammatica.

Maggie, infatti, nonostante lo sconvolgimento iniziale per il lavoro che dovrà andare a fare (masturbare i clienti di un locale porno), si rende conto che quella è l’unica possibilità che ha per contribuire alla salvezza di suo nipote.

La vergogna e il disgusto riescono, pian piano, a lasciare spazio alla necessità di aiutare una persona amata (che rischia di morire) per la quale bisognerebbe avere la forza di fare qualsiasi cosa.

Maggie diventerà talmente brava da essere considerata la “numero uno” (di tutta Londra) nel suo “campo”: i clienti faranno la fila sempre più numerosi per “Irina Palm” (il nome che le dà il gestore del locale).

E’ interessante anche questa sotto-riflessione del regista, che sembra suggerire come ciascuno di noi sia onorato nel diventare “uno dei migliori” in qualcosa (qualsiasi essa sia).

Maggie sembra (quasi) arrivare a perdere il contatto con la realtà: qual’è la sua vera identità? La tranquilla signora inglese di mezza età o la celebre Irina Palm, star della zona hard londinese?

Marianne Faithfull, bravissima, riesce ad interpretare splendidamente le “due parti”, dimostrandosi assolutamente credibile in entrambe.

Notevolissima anche l’interpretazione dell’attore di culto (almeno per me) Miki Manojlovic, nella parte del gestore del locale. Meno stravagante e bizzarro rispetto ai film di Kusturica, Manojlovic ci regala un personaggio struggente che, nonostante il lavoro che fa, non può che risultarci degno di affetto e comprensione.

Un film commovente, crudo e (forse) crudele; ma anche un film "natalizio" (nel senso più positivo del termine) per la bontà umana che ci viene mostrata e per la profondità di contenuti in cui è immerso dall’inizio alla fine.

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4

"Luci d'Inverno": il silenzio di Dio, le parole dell'uomo.

Anime smarrite, avventori distratti e devoti credenti sviluppano nei confronti della casa del Signore un rapporto personale, ma sempre simile. La chiesa (l’edificio) è un pilastro, materiale e/o spirituale, di ogni comunità. Per molti è poi il luogo dove poter trovare il conforto umano di chi ha consacrato la propria vita alla fede, di chi può mostrare come e perché credere in un Dio che è al di fuori di ogni nostra percezione. La ricchezza umana che un sacerdote acquisisce è per molti un punto di riferimento indissolubile, perché è l’unico tramite fisico che l’uomo ha a disposizione per consolidare la propria fede verso l’immateriale.
In “Luci d’Inverno” Tomas è un pastore protestante (a cui è dunque “concesso” avere un rapporto di coppia) che ha perso la fede, ha perso dunque la possibilità di aiutare con sincerità chi crede nella sua figura. Non vuole più ostinarsi a credere nel silenzio, nel silenzio di un Dio che chiede ad ogni anima di credere nella propria intangibilità. L’amore è la prova dell’esistenza di Dio, ma la perdita del suo unico vero amore, sua moglie, è per Tomas la scomparsa di Dio, anzi, la prova della sua inesistenza.
Tomas però deve continuare la sua missione, deve continuare a dare Messa e deve continuare ad ascoltare e consolare i fedeli della sua comunità. Può essere considerato un falso, un bugiardo, ma è semplicemente un uomo.
Nella parte iniziale del film cinque persone, ma che sono sei, dato che una di loro è incinta, si inginocchiano attorno ad un settimo, il sacerdote, per partecipare al rito di comunione. Sono immobili, statuari, in attesa di ricevere il corpo ed il sangue di Cristo. Nella vita cercano Dio in una fisicità che non gli appartiene, apparendo più tristi e rassegnati di quanto fossero le sei figure scure de “Il Settimo Sigillo”, mentre danzano in fila dietro alla morte.
Tra questi sei “comunicandi” (traduzione del titolo originale della pellicola), si trova un padre di famiglia aspirante suicida, sua moglie incinta, un giovane uomo devoto alla ritualità della fede, un’anziana signora che ripone in Dio un’intensa e timorosa fede, e Marta, una donna atea innamorata del pastore. Ognuno di loro ripone in Tomas un’aspettativa altissima, certi che sia l’uomo adatto a rassicurare, se non risolvere, i propri dubbi. Il pastore però si sente definitivamente rassegnato, e non riuscirà ad impedire la morte del suicida, non riuscirà a dare alla moglie il conforto che le spetterebbe, e rifiuta bruscamente l’amore di Marta, anche dopo aver letto una sua lunga lettera di profonda confessione, che Bergman ci propone con un intenso primo piano dell’attrice mentre rivolgendosi agli spettatori recita ciò che il suo personaggio ha scritto.
La pellicola, quindi, si nutre e riversa intensità emotiva e concettuale con una forza rara, che acquista ancor più valore se rapportata al senso di mancanza che il personaggio di Tomas trasferisce. Ogni sua parola è vuota, perché fatta di silenzio, parola che si nutre del silenzio di Dio non per renderlo sostanza, ma per sottolinearne la vuota essenza.
“Luci d’Inverno” è un’opera semplice, imperfetta, ma è anche un capolavoro, perché nella sua imperfetta semplicità nasconde una complessità infinita, come il silenzio.

Para
Voto Para: 4/4

"Inferno": la seconda madre, Mater Tenebrarum.

Tra le tre madri Mater Tenebrarum è la più giovane e crudele, e il suo unico desiderio è uccidere, meglio se violentemente, molto violentemente.
Inferno” si basa esclusivamente sulle otto uccisioni volute dalla madre, senza articolare nessun impianto narrativo, se non una blanda linea guida. La pellicola sembra infatti soltanto il pretesto per spiegare agli spettatori la storia delle tre madri e delle loro tre dimore, progettate dall’architetto Varelli. Spiegazione che si risolve nei primi cinque minuti di film.
I restanti 95 minuti sono solo il lento (molto lento) susseguirsi di omicidi più o meno originali.
Nel voler ribadire il concetto secondo il quale le tre madri operano solo ed esclusivamente per fare del male, Dario Argento sembra prendersi la libertà di realizzare un film con una sceneggiatura vuota ed inconsistente, utile (ma neanche tanto) solo ad incollare questi famosi otto efferati omicidi.
Manca poi la pregevole attenzione alle scenografie di “Suspiria”, elemento presente in isolate occasioni, cioè nelle uniche scene valide del film, come ad esempio la scena che si svolge nei sotterranei all’inizio del film.
La storia, se vogliamo proprio sforzarci a cercarla, ruota inizialmente attorno a Rose, per poi spostarsi al fratello Mark, che la raggiunge da Roma a New York dopo aver ricevuto una misteriosa lettera. A New York è infatti situata la dimora della seconda madre, in cui risiede anche il dottor Varelli.
In totale il film si risolve con poche scene degne almeno del precedente episodio della trilogia, con molte scene imbarazzanti, e con un finale che definire soddisfacente sarebbe blasfemo.
Buona la regia, anche se al servizio del nulla, e ottime le musiche del grande Keith Emerson, che da sole valgono la visione del film.
“Inferno”, datato 1980, segna un passo nel declino di Dario Argento, che dopo i sospiri ci regala le tenebre, ma tenebre vuote, in cui qualche sospiro avrebbe di sicuro giovato. Perchè le tenebre, se non nascondono qualcuno o qualcosa, sono sicuramente meno paurose.
Para
Voto Para: 2/4

Voto Chimy: 2/4

In questo mondo libero… : bravissimo Ken Loach, incisivo e pessimista

inquestomondoliberoDavvero molto bravo Ken Loach che, per questa sua ultima opera, riesce a rinnovarsi con un tema di stretta attualità, rimanendo comunque fedelissimo al suo cinema.
Dopo il successo del bel "Il vento che accarezza l’erba", basato sulla lotta irlandese per l’indipendenza, il regista torna a parlare dei problemi della "working class" in Inghilterra; tema che gli è sempre stato molto a cuore.
La trama di "In questo mondo libero…" (titolo fortemente ironico) ruota interamente attorno al personaggio di Angie.
Quest’ultima dopo essersi licenziata da un’azienda troppo maschilista, decide di mettersi in proprio: insieme all’amica Rose, Angie apre un’agenzia di lavoro interinale e reclutamento di manodopera di lavoratori (per la maggior parte) extra-comunitari.
Il confronto con la realtà dell’immigrazione clandestina e il bisogno di guadagni per cercare una vita migliore per sè e per suo figlio, metteranno in crisi i suoi iniziali ideali.
Loach, con quest’opera, fa un duro atto d’accusa verso il Regno Unito (e in generale verso tutti i paesi occidentali) che finge di avere le migliori intenzioni per aiutare gli extra-comunitari in cerca di lavoro, per poi sfruttarli più che si può.
(SPOILER- Chi non vuole sapere troppo della trama non legga questa parte) Proprio così si comporta il personaggio di Angie che convince gli immigrati clandestini (così come noi spettatori) di avere buone intenzioni nei loro confronti, ma in realtà si rivelerà, anche lei, uno "squalo" bugiardo che cercherà di approfittarsi di loro in ogni modo. (FINE SPOILER)
Ed è proprio questo l’elemento di maggiore interesse del film: quello di Angie è un personaggio per il quale il pubblico proverà un insieme di sentimenti contrastanti che vanno dall’ammirazione all’odio. E’ un personaggio che sembra non rendersi conto del male che sta facendo, perchè è riuscito ad inserirsi in un mondo (libero?) che gira esattamente in questo modo.
In questo sta il grande pessimismo di Loach, nel mostrare come gli ideali vengano meno quando, rifiutandoli, si può raggiungere un facile guadagno. Anche se questo può costare dolore e disperazione.
Ottima la protagonista semi-esordiente Kierston Wareing, nel difficilissimo ruolo di Angie, e ottima è anche la sceneggiatura del fidato Paul Laverty, giustamente premiata a Venezia.
Un film necessario, da non perdere, che si basa su contenuti che fanno realmente riflettere.
Così dovrebbero essere tutte le opere d’impegno civile, ma purtroppo nel cinema di oggi sono sempre meno quelle che riescono a criticare con forza il loro obiettivo.
Tranne che nel cinema di Ken Loach che colpisce sempre a fondo…

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4

Io non sono qui: sfuggente e psichedelico il miglior film della Mostra 2007

io non sono qui"Heaven knows that the answer, she’s don’t call in no-one, she’s the way, a sailing beautiful, she’s mine, for the one, and I loss a heavy tension, by temptation less it runs, but she don’t allah me, but I’m not there, I’m gone…".

Queste sono le parole del ritornello di "I’m Not There", splendida canzone di Bob Dylan del 1956, che dà il titolo al film.
Ed è proprio la colonna sonora (e non poteva essere altrimenti) uno degli elementi più importanti di questa straordinaria opera: la scelta del regista non è caduta sui pezzi più conosciuti di Bob Dylan, ma su quelli che meglio riescono a descrivere la sua vita unica e movimentata.
Il bravissimo Todd Haynes, con questo film, ha cercato di cogliere e far capire al pubblico (riuscendoci pienamente) quale sia la vera anima di Bob Dylan, o meglio le sue diverse anime.
Per questo l’autore di "Lontano dal paradiso" decide di far interpretare "il protagonista" a sei attori diversi, con diversi nomi che prendono spunto da sei personaggi realmente esistiti, tutti entrati nello spirito di Dylan, anche se ciascuno per una piccola parte della sua vita.
Dal menestrello girovago Woody Guthrie al poeta Arthur Rimbaud, dall’impegnato Jack Rollins all’insoddisfatto Jude, dall’attore di scarso successo Robbie al cowboy Billy (dal film di Peckinpah a cui Dylan prese parte).
Tutti quanti sembrano essere accomunati dal non sentirsi a casa in nessuna parte del mondo, dal non essere in nessun posto, neppure in quello in cui si trovano.
L’unico luogo che sembra avere un senso (o forse è quello che ne ha meno?) è la città di Enigma, dalla quale scappa il piccolo Woody in cerca di fortuna e alla quale ritorna il vecchio Billy alla fine dei suoi vagabondaggi.
Il momento più difficile e intenso della vita del magico menestrello è quello interpretato da Cate Blanchett, per la quale ogni premio e ogni parola sono superflui.
Il momento della festa in cui è sdraiata sul divano, l’incontro con il poeta beat Allen Ginsberg e (soprattutto) l’intenso sguardo in macchina sono attimi commoventi e già indimenticabili che la fanno entrare di diritto nella storia del cinema.
Una menzione doverosa per tutti gli altri bravissimi attori che sembrano scomparire di fronte a Cate (ma non è così): lo strepitoso Marcus Carl Franklin (altra ottima scelta di Haynes), il perfetto Ben Whishaw, i molto bravi Christian Bale ed Heath Ledger e, infine, un immenso Richard Gere che, ritrovatosi nel bel mezzo di una sorta di circo felliniano, vive uno dei momenti più alti della sua carriera.
Il regista li dirige al meglio e, contemporaneamente, riesce a realizzare una splendida opera d’arte dal punto di vista visivo (brividi lungo tutto il corpo durante "la sequenza della balena", per fare un es.).
Haynes costruisce, in questo modo, un’opera frammentaria e psichedelica nella sua messa in scena: sei diversi stili di regia, uno per ogni differente registro narrativo.
"Io non sono qui", uno dei film più belli dell’anno, ci parla davvero di tante cose.
E’ un film sul passare del tempo, lo spazio ha poca importanza. E’ un film sul divenire di uno dei più grandi geni del ‘900.
E’ un’opera sfuggente e indefinibile: non è un mockumentary (come qualcuno ha osato dire), non è un film sulla musica e nemmeno un film biografico. E’ semplicemente altissimo cinema.
Perchè? La risposta, questa volta non sta soffiando nel vento, soltanto il paradiso (forse) la conosce.

"Heaven knows that the answer…(…)…. but I’m not there, I’m gone…"

Chimy

Voto Chimy: 3,5 / 4

La Jetée: un mediometraggio del 1963 che ha ispirato Terry Gilliam

La_Jetee1_plakatVista la penuria estiva di titoli di spessore nei nostri cinema, ho pensato di andare un pò indietro nel tempo recensendo un interessante film del 1963 di Chris Marker: “La Jetée”.
Chris Marker è un regista francese poco conosciuto al pubblico italiano (fino a qualche tempo fa neanch’io ne sapevo niente) che andrebbe però riscoperto.
Approfitto della recensione per consigliarvi di comprare il cofanetto del regista, da poco uscito in Italia, in cui sono contenuti, oltre a “La Jetée”, due suoi lungometraggi: “Sans soleil” e “Level Five”. 
Mediometraggio di mezz’ora, “La Jetée” è uno dei primi lavori di finzione del regista che s’era cimentato in precedenza nel genere documentario.
Il film inizia mostrandoci la piattaforma di un aeroporto; un uomo muore e questo evento sembra associarsi allo scoppio della terza guerra mondiale. I sopravvissuti di questa apocallisse nucleare vivono sottoterra e inviano emissari nel passato e nel futuro per meglio capire il drammatico presente in cui vivono.
Uno di questi uomini, viaggiando nel passato, scopre il significato di un’immagine che lo ossessionava da tanto tempo: una donna, a cui lui va incontro, in un aeroporto.
Senza rivelarvi di più della trama, se a qualcuno ha ricordato “L’esercito delle 12 scimmie” di Terry Gilliam  ci avete azzecato in pieno.
Il film del 1995 prende, infatti, spunto proprio da questo “La Jetée”.
La distanza tra l’opera di Marker e quella di Gilliam è, però, enorme; e il confronto tra i due nulla toglie al bellissimo film del regista di “Tideland”, che si collega soltanto parzialmente al soggetto del film francese.
I grandi motivi d’interesse de “La Jetée” sono, in particolare, due: il significato del ricordo e la sua originale messa in scena.
L’immagine del passato che ossessiona il protagonista è un’immagine della sua infanzia; un’immagine che resiste al tempo, che supera l’orrore della catastrofe nucleare, che non viene piegata dagli esperimenti degli scienziati sul custode di tale immagine.
L’originalità de “La Jetée” è data da come Chris Marker ci racconta questa storia.
Come in un fotoromanzo, questo film non ha immagini in movimento, ma fotografie fisse e ferme (a parte qualche zoom all’inizio e durante il viaggio nel futuro) con una voce off che ci racconta ciò che stiamo vedendo.
L’idea di Marker di utilizzare soltanto questo tipo immagini (è l’ennesima volta che uso questa parola nella recensione, ma nel caso di quest’opera è assolutamente necessario) dà, al film, un alone di fascinazione e mistero quasi palpabili; dimostrando così come le teorie di Barthes sul perturbante, presente secondo lui più nelle fotografie che nel cinema, possano essere corrette.
Un film da riscoprire per vedere qualcosa di diverso dal solito in questo periodo estivo contrassegnato da forte povertà cinematografica.

Chimy
Voto Chimy: 3 / 4


COMMENTO DEL PARA

“La Jetée” è un film bellissimo, semplicemente. Chris Marker è riuscito a confezionare una piccola perla che per stile, originalità ed atmosfera mi ha davvero folgorato.
Realizzare un film soltanto con scatti fotografici fissi è stata da parte del regista un’idea assolutamente perfetta.
Un film che parla di un’ossessione in un mondo oppresso, dove tutto è spezzato, frammentato. Una scena, impressa nella mente del protagonista fin da quando è bambino, è inizio e fine nello stesso istante. Un’immagine che nell’infanzia è l’inizio di un’ossessione, e che 30 anni dopo ne diventa la fine.
La condizione di oppressione e claustrofobia di cui il film è impregnato ci si para dinnanzi nella sua immutabile fissità. Nell’immutabile fissità che contraddistingue un’ossessione ricorrente e che contraddistingue anche molti dei nostri ricordi, ricordi che sempre più spesso ci appaiono in fotografie.
Tutto ciò che il viaggiatore temporale vive nel film rimane nella sua memoria spezzato, senza continuità. Ogni singola azione diventa frammentata. Il cinema, che è movimento, torna all’origine, regredisce nella fissità da cui è nato. Il cinema, staticità che diventa movimento, qui è ribaltato, perché è il movimento a diventare statico.
Così come quando in un’esplosione nucleare le ombre delle persone coinvolte si fissano su pareti e pavimenti, così il regista ferma sullo schermo i suoi fotogrammi, che rimangono immutabili come lo è l’ossessione nella mente del protagonista.
“La Jetée” non è un fotoromanzo, “La Jetée” è cinema nella sua pura essenza. Perché il cinema è fotografia, fotografia che ha cominciato a muoversi e che ogni tanto vuole riposare.
Para
Voto Para: 3,5/4

“Lupin III & Il Castello di Cagliostro”: uscito in Giappone nel 1979 arriva nelle nostre sale con 28 anni di ritardo.

lupin_cagliostroHayao Miyazaki è una (e badate bene, UNA) delle figure più importanti del cinema d’animazione giapponese (e non solo). Diventato famoso qui da noi (30 anni in ritardo) dopo aver vinto l’Orso d’Oro a Berlino nel 2002 con “La Città Incantata” e grazie alla meritatissima assegnazione del Leone d’Oro alla carriera alla 62° Mostra del Cinema di Venezia.
Lupin III & Il Castello di Cagliostro” è il suo primo lungometraggio,  film in cui riesce nella prova in cui molti falliscono, cioè nello sviluppare un film intorno al personaggio di una serie animata senza cadere nell’infame trappola di realizzare un noioso episodio allungato. Miyazaki, già regista (ma non ideatore, visto che Lupin è figlio del grande Monkey Punch) dei primi 15 episodi della prima serie del ladro gentiluomo (quella con la giacca verde, datata 1971), confeziona un film dove le tipiche atmosfere degli episodi vengono trasportate egregiamente. Il regista ha chiaramente avuto in più l’opportunità di sviluppare maggiormente la trama e di architettare un bilanciatissimo alternarsi di scene statiche e scene d’azione, il tutto intervallato dalle tanto geniali quanto assurde trovate comiche tipiche del caro Arsenio Lupin III.
Questa volta il ladro dalla giacca verde, francese d’origini, ma giapponese d’adozione, vuole scovare il tesoro del castello di Cagliostro, residenza di un conte responsabile di quasi tutta la contraffazione di denaro del mondo. Ovviamente non mancheranno Jigen, Gemon, Fujiko e il caro ispettor Zenigata.
Nonostante sia evidente il divario tra i successivi lungometraggi (senza andare tanto lontano l’affascinante “Nausicaa della Valle del Vento” è del 1984, cinque anni dopo “Il Castello di Cagliostro”) Miyazaki mostra senza problemi il suo indubbio talento. Le scene d’azione, al 99% fughe e inseguimenti, sottolineano l’incredibile capacità del regista di “muovere” la macchina da presa a tutta velocità. Capacità questa che si evince dall’indiscusso dono di realizzare scene di volo stupende, purtroppo quasi assenti in questo film, nonostante tale abilità fosse già ben evidente nella bellissima serie animata “Conan il Ragazzo del Futuro”, realizzata l’anno precedente.
Miyazaki, che del film è anche soggettista e sceneggiatore insieme ad Haruya Yamazaki (lo sceneggiatore di “Gigi La Trottola”), inserisce nel suo primo lungometraggio le tematiche a lui più care: la bellezza e l’importanza della natura e del passato, che sono il vero e unico patrimonio dell’uomo.
E come in ogni avventura Lupin rimarrà a bocca asciutta, perché il vero tesoro non è mai cosa solo per sé, ma per tutta l’umanità. Così di nuovo via, sulla sua 500 gialla, inseguito da Zenigata, dall’Interpol e dal cuore di chi in un modo o nell’altro ama (o apprezza) il ladro gentiluomo.

Para
Voto Para: 3/4

"Masters Of Horror – Imprint": amore e libertà all'inferno non esistono.

imprintIn "Imprint", l’episodio di Takashi Miike, un americano va su di un’isola alla ricerca della sua amata, una prostituta. Qui incontra una sua collega che gli rivela la morte della donna. Altro non aggiungo, perchè uno dei motivi che rende questa semplice storia particolare ed affascinante è proprio nello sviluppo della trama: menzogne che pian piano lasciano spazio alla verità in un sistema narrativo che ricorda per certi versi, ma solo per alcuni, “Rashomon” di Kurosawa.
La fotografia poi è pregevole. I colori accesi (rosso in primis) sono accesissimi, mentre i colori scuri, sono scurissimi. L’ambiente del bordello, caratterizzato da colori sgargianti, soprattutto per quanto riguarda tutte le prostitute (tranne la protagonista), è fiancheggiato da ombre e da particolari oscuri, nel vero senso della parola. Inoltre nei flashback presenti, i colori scelti e la loro tonalità generalmente tenue (tranne che per alcuni particolari), infondono un’atmosfera surreale all’ambiente.
La storia potrebbe cadere nel banale, con una trovata che inizialmente potrà sembrare molto peggiore di quanto in realtà sia. Ovviamente non posso rivelarla, ma sono sicuro che, come me, direte: <<che stupidata>>. Trovandovi, e trovandomi, cinque minuti dopo a rivalutare con piena approvazione la scelta.
Di horror sostanzialmente c’è poco (dipende poi cosa si intende per horror), visto che paura e tensione non esistono. Ci sono scene di tortura magistrali, scene in cui la “violenza” è mostrata con assoluta schiettezza, grazie ad una regia che non cerca assolutamente di nascondere nulla. La tortura deve far male, allo spettatore così come a chi la riceve.
Ci sono poi i feti morti, scelta questa che ha causato il bando di tale episodio dalla messa in onda su Showtime. Questo particolare, che ha tanto scandalizzato i gestori del canale statunitense, è probabilmente (anzi, sicuramente) frutto di una scelta autoriale che si inserisce perfettamente, ma in posizione diametralmente opposta, ai temi di rinascita e maternità che Miike ha affrontato in tre precedenti suoi film (“Visitor Q”, “Gozu” e “Izo”). I feti morti sono un elemento onnipresente nel film, e sono perfettamente funzionali alla rappresentazione di un quadro che mostra una realtà segnata dal dolore fin dalla nascita. Non c’è rinascita proprio perché non c’è nascita. La protagonista è cresciuta in un contorno di morte e la malvagità è cresciuta dentro di lei ed insieme a lei.
L’americano, interpretato da Billy Drago, dopo l’immersione in un luogo dove menzogna e malvagità viaggiano a braccetto, troverà solo in quel simbolo di “vita morta” la verità e la redenzione che cercava e che ambiva.
Un Miike che non delude, un Miike che lascia il segno. Un segno che è l’impronta di una mano tanto nostra quanto altrui.

Para
Voto Para: 3/4

"Lady Snowblood": la vendetta lega Amore ed Odio.

lady snowbloodQuesto “Lady Snowblood” è senza dubbio un capolavoro della cinematografia, non solo nipponica. Dietro all’opera di Toshiya Fujita c’è un lavoro di incredibile compostezza stilistica e narrativa. La sceneggiatura è stata scritta da Kazuo Koike, un vero e proprio produttore di capolavori, visto che i più attenti ed esperti possono tranquillamente collegare il suo nome a “Crying Freeman”, uno dei manga più belli ed affascinanti degli anni ’80. Uno dei punti forti del film è dunque la storia e la sua costruzione narrativa. Sayo, chiusa in una prigione, muore nel dare alla luce Yuki (significa neve), durante una tempesta di neve rossa. La bambina avrà il compito di vendicare la morte del padre e l’umiliazione della madre, stuprata dagli assassini del marito, dei truffatori senza scrupoli. Viene per questo addestrata da un vecchio samurai severissimo che la educa ossessionandola all’idea di dover vendicare i propri genitori. Una volta cresciuta vagherà per il Giappone alla ricerca degli assassini, con la sua bella lista di morte. Il film è diviso in capitoli, ognuno riguardante uno dei quattro criminali, e la storia, fatta di flashback e spiegazioni è intrecciata davvero alla perfezione. Alcuni flashback utili a spiegare alcuni avvenimenti appaiono sotto forma di disegni, alcuni più dettagliati ed altri in stile manga. Inoltre, abbiamo anche alcuni bei combattimenti in sfondi innevati e le canzoni portanti del film sono cantate dalla stessa meravigliosa quanto bravissima attrice protagonista, Meiko Kaji.
Ok, se ora qualcuno di voi leggendo quanto detto sopra ha esclamato: <<Kill Bill!>>, c’ha azzeccato, visto che lo stesso buon Tarantino ha affermato senza problemi di aver preso "Lady Snowblood" a modello. E vi dico di più, la canzone di “Kill Bill”, “Flower Of Carnage”, è la stessa del film di Fujita. Capiamoci però, Tarantino è un piccolo genietto e dunque il suo film è costruito in modo che tali “spunti” non risultino un punto a suo sfavore, in quanto sono semplici quanto lodevoli omaggi ad un film che l’ha sicuramente folgorato.
Tornando a "Lady Snowblood" due parole vanno spese sulla grande regia di Fujita: nessun calo di ritmo, inquadrature e movimenti di macchina azzeccati in ogni situazione (alcuni elementi di regia coincidono anche in “Kill Bill”), fanno di questo film un’opera di assoluto valore, consigliata a tutti. Consigliata sia agli amanti del cinema giapponese, sia a chi ha amato “Kill Bill”, o anche a chi l’ha odiato, visto che la visione di questo capolavoro potrebbe essere usata a sostegno di questa tesi.

Para
Voto Para: 4/4