"Il vento fa il suo giro":…e prima o poi tutto ritorna…

Per fare il gorgonzola bisogna aggiungere al latte pastorizzato di vacca una piccola quantità di alcune spore, di una muffa selezionata, che consentono la formazione delle caratteristiche venature verdognole. Queste spore sono l’agente esterno, immesso dall’uomo nel latte, che contaminandolo lo rendono una prelibatezza gastronomica.
In “Il vento fa il suo giro” non si parla minimamente di gorgonzola, ma di formaggio di capra, prodotto da un pastore francese e dalla sua famiglia a Chersogno, un paesino delle montagne piemontesi dove si parla ancora l’occitano, un dialetto che è riconoscibilmente piemontese ma che ha alcune piccole influenze francesi.
Philippe è un ex insegnante francese, 40enne, produttore di formaggio di capra di qualità. Abbandona la sua abituale, e francese, zona di pascolo a causa dell’imminente costruzione di una centrale nucleare. Trova nella valle occitana piemontese, e nel paese di Chersogno, il luogo ideale per produrre il proprio formaggio, e dopo i problemi iniziali, grazie all’aiuto del sindaco e del vice sindaco del piccolo comune, gli unici che vedono nel francese la possibilità di prolungare la vita e le tradizioni del paese, si trasferisce a Chersogno con la bella moglie e i loro tre piccoli figli. Le capre diventano ben presto la scusa che gli abitanti adottano per esternare il loro eterno disappunto nel trasferimento di Philippe, e la falsa gentilezza mostrata svanisce disturbata dall’odore degli escrementi e dalla violazione di prati inutilizzati per il pascolo delle capre. Quando c’è fastidio, e disapprovazione, ogni cavillo, anche il più stupido, diventa un macigno inamovibile dietro cui nascondere le proprie profonde antipatie.
La pellicola, diretta da Giorgio Diritti, è quindi un raro esempio di un film collettivo, di uno spaccato sociale, realizzato con maestria: regia, recitazione (la maggior parte sono attori non professionisti), musiche, fotografia, ritmo, consentono al film di non mostrare difetti segnalabili.
Qualcuno, tra cui Truffaut, disse: <<Per trattare un tema universale bisogna raccontare il particolare>>. Giorgio Diritti racconta del più particolare possibile, nella maniera più particolareggiata possibile, di un tema di una universalità immensa: l’elemento estraneo (il francese) che irrompe in una comunità, il nuovo che si scontra con il vecchio, le diversità che si scontrano, le rivalità infondate, i pregiudizi immotivati. Le intenzioni di Philippe sono le più nobili ed oneste, ma non vincono la diffidenza e l’egoismo dei pochi (pochissimi) abitanti di Chersogno, da sempre vissuti in una comunità impermeabile, intoccabile, inviolabile.
La diversità è l’elemento fondante del film, la diversità che invade la normalità creando scompiglio. Il francese è però esattamente come le spore di muffa del gorgonzola: può trasformare semplice latte di vacca in qualcosa di nuovo, che forse emana un odore sgradevole, ma che nasconde un ottimo sapore. Bisogna sapere dosare le spore e, soprattutto, bisogna che i commensali vincano la diffidenza verso l’esteriorità (colore e “odore”) per addentrarsi nella degustazione delle qualità.
Insieme al concetto di diversità il film propone un’interessante riflessione sulle aspettative di vita dei singoli personaggi, ognuno mosso da una differente percezione del proprio tempo e della propria vita. Nelle scelte che ogni personaggio fa per gestire la propria vita si nasconde un senso di preoccupazione verso le scelte e le aspettative che gli altri chersognesi nutrono, perché la comunità vive anche di uniformità e di omogeneizzazione. Anche se la monotonia e la fissità a volte non fanno che peggiorare le cose, in quanto ad un certo punto il sistema, reputato solido ed immutabile, comincia a sgretolarsi, rendendo necessario il cambiamento.
“Il vento fa il suo giro” è in totale un bellissimo esempio di come il cinema italiano abbia ancora da dire, e infatti questo film ha avuto la stessa sorte degli altri film italiani meritevoli: è stato auto prodotto (ogni componente del cast ha messo una quota), ha visto una promozione e una distribuzione scandalose, mentre all’estero, in una sfilza di festival cinematografici minori, ha vinto numerosi premi. Il sistema cinematografico italiano dimostra, anche in questo caso, come faccia di tutto per allontanare la qualità.
Per fortuna però che di film come questi qualche solitario coraggioso li faccia ancora. E speriamo continui a farne.
Para
Voto Para: 3,5/4