"Masters Of Horror – Imprint": amore e libertà all'inferno non esistono.

imprintIn "Imprint", l’episodio di Takashi Miike, un americano va su di un’isola alla ricerca della sua amata, una prostituta. Qui incontra una sua collega che gli rivela la morte della donna. Altro non aggiungo, perchè uno dei motivi che rende questa semplice storia particolare ed affascinante è proprio nello sviluppo della trama: menzogne che pian piano lasciano spazio alla verità in un sistema narrativo che ricorda per certi versi, ma solo per alcuni, “Rashomon” di Kurosawa.
La fotografia poi è pregevole. I colori accesi (rosso in primis) sono accesissimi, mentre i colori scuri, sono scurissimi. L’ambiente del bordello, caratterizzato da colori sgargianti, soprattutto per quanto riguarda tutte le prostitute (tranne la protagonista), è fiancheggiato da ombre e da particolari oscuri, nel vero senso della parola. Inoltre nei flashback presenti, i colori scelti e la loro tonalità generalmente tenue (tranne che per alcuni particolari), infondono un’atmosfera surreale all’ambiente.
La storia potrebbe cadere nel banale, con una trovata che inizialmente potrà sembrare molto peggiore di quanto in realtà sia. Ovviamente non posso rivelarla, ma sono sicuro che, come me, direte: <<che stupidata>>. Trovandovi, e trovandomi, cinque minuti dopo a rivalutare con piena approvazione la scelta.
Di horror sostanzialmente c’è poco (dipende poi cosa si intende per horror), visto che paura e tensione non esistono. Ci sono scene di tortura magistrali, scene in cui la “violenza” è mostrata con assoluta schiettezza, grazie ad una regia che non cerca assolutamente di nascondere nulla. La tortura deve far male, allo spettatore così come a chi la riceve.
Ci sono poi i feti morti, scelta questa che ha causato il bando di tale episodio dalla messa in onda su Showtime. Questo particolare, che ha tanto scandalizzato i gestori del canale statunitense, è probabilmente (anzi, sicuramente) frutto di una scelta autoriale che si inserisce perfettamente, ma in posizione diametralmente opposta, ai temi di rinascita e maternità che Miike ha affrontato in tre precedenti suoi film (“Visitor Q”, “Gozu” e “Izo”). I feti morti sono un elemento onnipresente nel film, e sono perfettamente funzionali alla rappresentazione di un quadro che mostra una realtà segnata dal dolore fin dalla nascita. Non c’è rinascita proprio perché non c’è nascita. La protagonista è cresciuta in un contorno di morte e la malvagità è cresciuta dentro di lei ed insieme a lei.
L’americano, interpretato da Billy Drago, dopo l’immersione in un luogo dove menzogna e malvagità viaggiano a braccetto, troverà solo in quel simbolo di “vita morta” la verità e la redenzione che cercava e che ambiva.
Un Miike che non delude, un Miike che lascia il segno. Un segno che è l’impronta di una mano tanto nostra quanto altrui.

Para
Voto Para: 3/4