Inception: un grande film-sogno

La recensione del Chimy è qui, su Il Sole 24 Ore online
 

Che cos’è il cinema se non osservare, registrare e razionalizzare?
E cos’è il sogno se non la riproduzione, (ir)razionale, di quanto già osservato e memorizzato?
Inception è, quindi, un film sul sogno-cinema.
Ma facciamo un passo indietro. Il sogno, da quando è apparso nel cinema, è sempre stato territorio surreale, irrazionale, falso, folle, spaventoso, tutti aggettivi che per convenzione associamo alla parola onirico.
Cosa c’è di onirico in Inception, film quasi totalmente ambientato nel mondo dei sogni? La risposta è tutto e niente.
In Inception il sogno è realtà, è territorio plasmabile, e in quanto tale, plasmato per ricreare la realtà.
Cobb è il più abile ladro di informazioni, il maggiore esperto di furto nei sogni. Ma la narrazione di Inception si innesca quando, dopo dieci minuti, a Cobb viene chiesto di innestare, e non rubare, un’informazione nella mente dell’ereditiero di un impero finanziario.
Per rubare, ed innestare, è necessario che il sognatore creda che il sogno sia la realtà, rendendo necessaria la presenza di ambienti e situazioni il più possibile apparentemente reali. Per questo serve un architetto che crei gli spazi, e un manipolatore che faccia girare le cose per il verso giusto. Ma per compiere l’innesto serve anche un falsario e un chimico.
Maestranze che concorrono a ricreare una realtà parallela e virtuale,  a ricreare una finzione.
Se il cinema, come è stato detto, ha che da spartire con l’attività cerebrale e, di riflesso, con il sogno, allora cos’è Inception se non un film intrinsecamente e profondamente (proprio perché estremamente implicito) metacinematografico?
Espandiamo la riflessione: nel sogno, e in Inception, ciò che accade al corpo del sognatore si riversa sullo spazio onirico. Quando si guarda un film, è lo spettatore ad agire su di esso, recependolo in un certo modo.
Il film è sullo schermo o è dentro di noi? E noi guardiamo un film o guardiamo noi stessi riflessi nello schermo?
Il film, si è già detto, è un sogno, ma un sogno razionalizzato, oggettivo (nella forma ma non nella percezione) e “realistico” (appare più reale il film che il sogno, nonostante entrambi non esistano veramente, soltanto che il secondo può essere riprodotto e copiato). Quando guardiamo un film agiamo come parte attiva, ci immedesimiamo, proviamo empatia per i personaggi e le situazioni in cui si trovano, riflettiamo su quanto visto, se abbiamo capito o meno ogni problematica narrativa. Guardare un film è come sognare, e il sogno più è vicino, più tocca le nostre menti, e più la nostra reazione e il nostro ricordo si fanno forti, così come quando si guarda un film.
Il cinema, quindi, è un sogno, e Nolan sembra averlo capito. Inception nasce in un momento durante il quale il regista era alle prese con Memento, cioè un film che lavora sulla distruzione della linearità e della costante narrativa canonica, per ridiscutere in qualche modo l’abitudinaria fruizione cinematografica. Ma forse era Memento, nella sua frammentarietà, ad essere più vicino al sogno, ecco perché Inception non è un film sui sogni, ma un film sul cinema, e Nolan prende e seziona il cinema fin nella sua più profonda essenza.
Certamente senza dimenticare che, prima di tutto, il cinema è narrazione, e pescando un po’ da Paprika, di Satoshi Kon, un po’ da Matrix, e senza tralasciare quella grande costante del cinema quale è l’amore, Nolan realizza con Inception un’opera metacinematografica che viaggia su ogni livello, parlandoci del cinema facendoci credere che si stia parlando di sogni. Semplicemente perché sono la stessa cosa.
 

 

Para
Voto Para: 3,5/4

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