The Orphanage: i mali dell'horror contemporaneo

Non so da quanti anni fosse che un film di genere horror non concorresse alle nomination per il miglior film agli EFA, i celebrati oscar europei.
E’ successo quest’anno (le nomine sono di pochi giorni fa) in cui l’applauditissimo The Orphanage è andato ad accomodarsi nella lista più importante dei premi europei accanto a Gomorra, Il divo, La classe e a due film non ancora visti nelle sale italiane, cioè gli attesissimi Happy-Go-Lucky e Waltz with Bashir.
The Orphanage è l’esordio dietro la mdp di Juan Antonio Bayona, giovane spagnolo appoggiato dalla produzione e dalla presentazione del più celebre Guillermo Del Toro.
Si sente lo zampino del regista de Il labirinto del fauno, per questo film che era stato presentato con successo a Cannes nel 2007 e che soltanto noi in Italia (esce venerdì) non avevamo ancora visto, ma più per il soggetto iniziale che per lo stile o per la resa.
Fondamentali per avviare una riflessione sull’opera sono i bellissimi titoli di testa del film: una mano strappa parti della tappezzeria dei muri per mostrare, dietro ad essi, i nomi del cast e della troupe del film. Bellissimi, è vero. Ma questi titoli di testa sono direttamente (ed esplicitamente) presi in prestito da quelli fatti da quel genio di Saul Bass per un certo Otto Preminger per un film come Bunny Lake è scomparsa, opera la cui importanza è difficilmente misurabile nella storia del cinema di genere, e non solo.
L’omaggio-citazione-prestito-furto (scegliete quello che preferite) è assolutamente coerente con la partenza della pellicola, che si sviluppa principalmente sulla scomparsa di un bambino.
Questi titoli di testa sono però estremamente esemplificativi in quanto The Orphanage compie continuamente queste scelte di rimando ad altre pellicole, che sono sì coerenti e ben inserite, ma che ci mostrano anche le scarse idee degli autori del film che non riescono davvero a regalarci niente di nuovo. E questo anche se si fa un confronto soltanto con opere uscite negli ultimi anni.
Ben confezionato, The Orphanage è un film che rischia poco; si appoggia ad alcuni momenti di tensione (in parte) riuscita, ad un’ottima interpretazione della protagonista, ad una buona fotografia, ma sembra costantemente costruito col freno a mano tirato; privo di una valenza significante degna di nota per il genere di cui fa parte e privo di una forza di significato per raccontare il mondo di oggi, o, volendo, quello di ieri.
Questo scarso coraggio della pellicola lo fa scivolare pian piano in un finale che, seppur anch’esso  ben "costruito" (termine non usato a caso), è ben poco convincente ed inquietante, come invece (forse) vorrebbe in realtà essere.
In anni in cui il genere horror è sempre più in difficoltà la buona notizia, legata a questo film, sono i riconoscimenti che ha preso e la nomination agli EFA un’opera del filone; la brutta notizia è che questo è tutt’altro che un film da applaudire e per il quale esultare.
Chi ama il genere non può accontentarsi di questa pellicola facile e poco coraggiosa; torniamo piuttosto in sala a (ri)vederci The Mist, quello sì un gioiello da premiare e del quale si dovrebbe continuare a parlare a lungo.

Chimy

Voto Chimy: 2/4

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