Lasciami entrare: questioni sull'etica cinematografica

Del cinema svedese

Purtroppo Lasciami entrare è diventato (assurdamente) un film-caso e questo ci obbliga a doverne parlare ampiamente, tralasciando purtroppo una possibile, interessante, riflessione sulle pessime condizioni generali del cinema svedese degli ultimi anni.
Un’estetica sempre più televisiva, sempre più incentrata al facile commercio, ha intaccato una cinematografia nazionale dalla storia gloriosa.
Sembra che da quando Ingmar Bergman abbia smesso di girare la Svezia abbia perso completamente il senso del cinema, rimanendo inserita in una sarabanda di carenza creativa davvero preoccupante.
Tendenza, che si può simboleggiare con un film uscito nelle sale italiane lo scorso anno come Racconti da Stoccolma, alla quale però non sfugge certamente anche la regia di Tomas Alfredson di Lasciami entrare.

Del genere, dei generi

Si è scritto che questo film unisce vari generi cinematografici. In realtà non li unisce affatto, li tiene ben separati e li sceglie a seconda delle situazioni cinematografico-narrative che vengono raccontate.
Se nella primissima parte è l’horror a farla da padrona, nella seconda si aprono strade che tendono al melò e al filone adolescenziale.
La mezz’ora iniziale del film è splendida. Alfredson presenta ottimamente i personaggi e il soggetto e riesce a ricercare, e ricreare, perfettamente il perturbante insito da sempre nel paesaggio innevato scandinavo, facendo sua (per poco) la lezione bergamaniana sulla rappresentazione dell’isola di Faro.
Gli enormi problemi del film iniziano quando Alfredson vira verso la "storiella d’amore" fra i due protagonisti arrivando ad occuparsi soltanto di quella.
La bestialità del cambiamento nel film però non sta certamente (e ci mancherebbe) nel passaggio di genere, ma nelle modalità di rappresentazione che vengono messe in scena.
Dalla complessa ricerca del perturbante tramite l’uso dell’immagine e del sonoro, unite all’ambiente rappresentato, Alfredson passa a forme filmiche e situazioni incentrate unicamente dal volersi far apprezzare da un pubblico più ampio, adolescenti chiamati in causa (molto) compresi.
Dal coraggio dell’inizio si passa ad un appiattimento artistico ben spiegabile dalla necessità, o dalla voglia, di rendere la pellicola appetibile su un ampio mercato. Cosa che è infatti è avvenuta.
Come The Orphanage, suo strettissimo parente, fa parte di un filone di pellicole, inizialmente horror (si intende il genere nel senso più puro del termine) che poi si adagiano su canoni commercialissimi, che possono portare alla morte del genere vero e proprio, allevati come una serpe in seno che dovremmo cercare di estirpare il prima possibile.
Un filone di registi che, andando al di là del discorso sui generi, smettono di occuparsi di cinema per pre-occuparsi del pubblico. Fatto inaccettabile.

Della figura del vampiro

E’ stato anche scritto che Lasciami entrare ridefinisce con nuova forza espressiva la figura del vampiro. Finalmente vediamo sullo schermo non dei voraci succhiatori di sangue, ma individui dotati di umani sentimenti che vivono con sofferenza la loro condizione di non-morti. Sacrilegio!!!!!
Questi concetti sono stati espressi, con forza (inutile dirlo) molto maggiore, già nel 1922 nel Nosferatu di Murnau (chiedo perdono ai famigliari del regista di Aurora per aver citato un simile genio in una recensione su Lasciami entrare) e sviluppati nel "remake" fatto da Herzog negli anni ’70, in cui la figura del vampiro era, in realtà, una tipica figura romantica Herzoghiana in cerca di un sogno (l’amore in quel caso) che non si potrà mai realizzare.
Alfredson non ri-esprime in alcun modo (o almeno non in maniera interessante) la tradizione della figura del vampiro e, anzi, inaccettabilmente ne va a deridere la storia stessa.
Il vampiro è una delle grandi presenze del cinema del ‘900; rabbrividisco nel leggere i complimenti alla caratterizzazione degli stessi fatta da Alfredson che bestemmia sulla (per fare un esempio) poesia lirica del finale di Murnau, in cui il vampiro innamorato si dimentica della sua natura e viene sorpreso dalla luce del giorno, mostrandoci una scena di autocombustione per la quale bisogna veramente sforzarsi nel voler trovare momento peggiore nel cinema degli ultimi anni. Forse a pensarci bene lo si può trovare in una scena con dei gatti diabolici fatti con un’orrenda computer grafica, presente sempre in Lasciami entrare.

Dell’etica cinematografica

Per i motivi sopra detti mi sento tranquillamente di dire, in breve conclusione, che se il cinema ha una sua etica estetica (e io penso che ce l’abbia), Lasciami entrare è un film immorale.

Chimy

Voto Chimy: 2/4

Voto Para: 2/4