Nelle sale un weekend per tutti i gusti, dalla commedia impegnata "I ragazzi stanno bene" al western d'animazione "Rango"

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Si chiude oggi il cerchio degli Oscar 2010. Dopo le uscite delle scorse settimane di «127 ore» di Danny Boyle e di «The Fighter» di David O.Russell, questo venerdì arriva nelle nostre sale «I ragazzi stanno bene» di Lisa Cholodenko, l’anello mancante (almeno per il pubblico italiano) che permette di completare il quadro dei dieci candidati al miglior film del premio cinematografico più importante dell’anno, assegnato poco meno di due settimane fa (come molti si ricorderanno, insieme ad altre tre statuette: miglior regia, attore protagonista e sceneggiatura originale) a «Il discorso del re» di Tom Hooper.
Seppur non sia stato preso in grandissima considerazione dai giurati dell’Academy (4 nomination ma nessun premio), «I ragazzi stanno bene» è una pellicola di alto livello che ha guadagnato diversi apprezzamenti nelle kermesse di tutto il mondo: dal Sundance al Festival di Roma, dove venne presentato fuori concorso, fino alla vittoria di due Golden Globe per il miglior film e per la migliore attrice protagonista (Annette Bening) nella categoria musical e commedia.
Se per il cinema indipendente americano aumenta ogni giorno il rischio di essere vittima di cliché e di strutture narrative sempre più standardizzate, «I ragazzi stanno bene» è una piacevole eccezione sin dalle primissime battute, nelle quali si va a delineare la composizione della famiglia protagonista: Annette Bening e Julianne Moore interpretano Nic e Jules, una felice coppia lesbica di mezza età con due figli adolescenti, Joni e Laser.
Appena Joni compie diciotto anni, il fratello minore la spinge a rivolgersi alla banca del seme per scoprire l’identità del loro padre naturale rimasto fino a quel momento anonimo.
Si mettono così sulle tracce di Paul, che gestisce un ristorante biologico alla periferia di Los Angeles, la cui entrata in scena rischierà di mandare in crisi l’armonia del nucleo familiare.
Al suo quarto lungometraggio (il precedente era «Cavedweller» del 2004), e con tanta televisione alle spalle, Lisa Cholodenko dimostra di aver raggiunto una piena maturità con questa commedia impegnata e di rara sensibilità.
Il motivo per cui «I ragazzi stanno bene» si distacca dai canoni tipici (e spesso macchiettisti) dei film di questo genere sta nel fatto che, a partire dal bellissimo titolo, l’attenzione non è riservata principalmente alla coppia lesbica, bensì ai loro figli: due semplici adolescenti che vivono il rapporto con i genitori con le stesse dinamiche, sia di scontro che di ricerca di protezione, presenti nelle famiglie più tradizionali.
La regista non cerca il facile consenso critico derivante dal trattare una tematica anticonvenzionale e complessa, ma si concentra sui suoi personaggi andando a scavare all’interno dell’inconscio di ognuno di essi, alla ricerca di sguardi rubati che raccontano molto più di tante parole.
Ad aiutarla un cast in stato di grazia dove, oltre alle bravissime Annette Bening e Julianne Moore, svettano Mark Ruffallo e Mia Wasikowska (celebre per aver interpretato Alice nell’ultima trasposizione del romanzo di Lewis Carroll, diretta da Tim Burton) che risultano perfettamente credibili, rispettivamente, nei panni di Paul e Joni.
 
Non c’è però soltanto «I ragazzi stanno bene» fra le uscite da evidenziare in questo ricco weekend: un altro titolo di pari (e forse persino maggior) spessore, seppur rivolto a un target di pubblico decisamente diverso, è «Rango» di Gore Verbinski.
Dopo l’enorme successo della trilogia dei «Pirati dei Caraibi» (il quarto episodio, diretto da Rob Marshall, uscirà a maggio) Verbinski realizza il suo primo film d’animazione e, anche grazie all’aiuto della Industrial Light and Magic di George Lucas per gli effetti speciali, centra perfettamente il colpo.
Immagini straordinarie (digitali ma senza 3d, come voluto dal regista), che spaziano dalla Monument Valley di john fordiana memoria alla modernità di Las Vegas, fanno da sfondo alle disavventure di Rango, un camaleonte domestico che sogna di diventare un grande eroe.
L’occasione gli si presenterà quando, dopo svariate peripezie, si ritroverà solo nel deserto al confine fra Stati Uniti e Messico: qui scoprirà la piccola cittadina di Polvere dove, facendo credere agli abitanti di essere un pistolero leggendario, verrà scelto come nuovo sceriffo.
Che «Rango» sia uno dei prodotti d’animazione più curiosi e originali degli ultimi anni lo si capisce fin dall’ottimo incipit, nel quale l’introverso camaleonte protagonista mostra tutta la sua solitudine improvvisando una grande avventura con alcuni resti di giocattoli, da un pesciolino meccanico al busto di una Barbie, che gli tengono compagnia nel piccolo acquario in cui è rinchiuso.
Man mano che passano i minuti il film riesce a portare avanti una riflessione sempre più forte sul cinema western (o, se preferite, su quello che ne rimane) toccando gli argomenti da sempre tipici del genere: dal mito della frontiera a quello dell’evoluzione tecnologica, che rimandano direttamente a uno dei titoli più importanti della storia della settima arte come «C’era una volta il west».
Il nome di Sergio Leone riecheggia continuamente, in particolare per la figura del cowboy senza nome (interpretato da Clint Eastwood nella cosiddetta “trilogia del dollaro”) che per il camaleonte Rango è lo “spirito del west”.
Gore Verbinski non si limita però a rappresentare il western e realizza diverse sequenze che spaziano dal genere horror (le talpe escono dal terreno come i morti viventi delle pellicole di George A. Romero) a quello bellico (il volo dei pipistrelli rimanda agli elicotteri di «Apocalypse Now»).
Le tantissime citazioni (vengono omaggiati anche «Paura e delirio a Las Vegas» di Terry Gilliam e «Chinatown» di Roman Polanski) contribuiscono a rendere questo film un vero e proprio gioiellino, davvero imperdibile per tutti gli amanti del cinema d’animazione (e non solo).
Chi riuscirà a recuperarlo in lingua originale potrà ascoltare, tra gli altri, le voci di Johnny Depp (che doppia il protagonista), Isla Fisher (Borlotta) e Bill Nighy (Jake Sonagli).
 
Molto meno originale e interessante di «Rango» e «I ragazzi stanno bene» è invece «Holy Water» di Tom Reeve.
Ambientato in un piccolo villaggio costiero irlandese, questo film ha per protagonisti quattro scapoli quarantenni che vogliono dare una svolta alla loro vita piatta e senza prospettive.
Per farlo decidono di rapinare un camion carico di viagra, che passa abitualmente nei pressi della loro cittadina, e rivendere successivamente il bottino sulla piazza di Amsterdam.
Il piano riesce perfettamente, ma alcuni imprevisti (la refurtiva vale molto più di quanto pensassero  e l’azienda produttrice decide di mandare una squadra investigativa per trovare i ladri e recuperare il bottino) li costringono a nascondere la merce nel pozzo della sorgente della città (chiamato dell’“acqua santa”, da cui il titolo della pellicola) che, venendo a contatto con l’acqua potabile, causerà intuibili conseguenze alla popolazione.
«Holy Water», che arriva nelle nostre sale a quasi due anni di distanza dalla sua presentazione al Notting Hill Film Festival, è una tipica commedia demenziale che rischia però di annoiare (causa una sceneggiatura tremendamente scontata fin dalle prime sequenze) più che di far divertire il pubblico.
Le atmosfere ricordano il bel «Svegliati Ned» di Kirk Jones, ma manca completamente quello humour nero (unito a una maggiore brillantezza narrativa) che fa la fortuna delle migliori commedie di origine britannica.
Infine la pessima interpretazione di Linda Hamilton(ex moglie di James Cameron e celebre attrice della saga di «Terminator»), col passare degli anni sempre più irriconoscibile e svogliata, contribuisce a rendere questa pellicola ancor più dimenticabile.

Chimy

Voto I ragazzi stanno bene: 3/4

Voto Rango: 3/4

Voto Holy Water: 1,5/4

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Oscar 2011: chi vincerà?

Domenica sera si conosceranno i vincitori della notte degli Oscar. Scriviamo allora qualche breve commento sui 10 film candidati al premio principale, quello per il miglior film. Una piccola nota a margine sulle scelte dell’Academy che quest’anno, a parte qualche eccezione, sono risultate davvero ben fatte.
 
 
In ordine alfabetico (seguendo la titolazione italiana):

 
 
 
 

127 ore di Danny Boyle
 
Chimy: dopo l’orrida vittoria di The Millionaire, quest’anno non dovremmo correre rischi di vedere premi importanti attribuiti a Danny Boyle. Come il suo precedente, 127 ore è un film retorico, ricattatorio, dove il desiderio del regista di essere il vero protagonista della pellicola è sempre più forte: ralenti inutili, velocizzazioni da videoclip, split screen ridicoli fanno di 127 ore uno dei film peggiori dell’anno e della carriera di Boyle. E questo secondo punto era particolarmente difficile da raggiungere.

 

Voto: 1,5/4

 
 
 

Il cigno nero di Darren Aronofsky
 
Chimy: fra i migliori film dello scorso concorso veneziano. Opera complessa, discussa e (in alcuni punti) forse discutibile. Ma il suo è un fascino unico: quello del cinema puro che mostra come superare la staticità di altre arti. Come aveva fatto Scarpette rosse.
Per chi scrive è il miglior film uscito nelle sale italiane negli ultimi mesi. E Aronofsky è un regista ormai (ma si sapeva già da tempo) straordinario.
 

Voto: 3/4

 

Para: Aronofsky torna a ribadire quanto l’ossessione sia il centro nevralgico del suo cinema. Dopo l’ossessione verso i numeri (Pi greco) e quella verso la droga (Requiem for a Dream), torna all’ossessione verso lo spettacolo di The Wrestler. Speculare al suo precedente film, con personaggi dai problemi familiari, entrambi alla ricerca della perfezione e dell’approvazione da parte del pubblico, e con un finale identico e contrario. Entrambi si gettano nel vuoto, uno in avanti, l’altra alle spalle. Il risultato è identico: la morte a favore della propria ossessione.
Macchina da prese sempre attaccata al personaggio, fotografia sporca, sprazzi di tensione ed allucinazione. Natalie Portman bravissima, almeno quanto chi l’ha diretta.

 

Voto: 3/4

 
 
 
 
 
 
Il discorso del re di Tom Hooper
 
 

Chimy: tutto molto ben fatto: attori in stato di grazia, sceneggiatura solida, regia funzionale e via dicendo. Un buon film al quale manca però qualche “sprazzo di cinema” alla Aronofsky per esempio. Le nomination sono tantissime, ma comunque sia la probabile vittoria non è immeritata.

 

Voto: 3/4

 
 

Para: non sempre attori in stato di grazia, scenografie perfette e regia laccata bastano a fare grande un film. E Il discorso del re infatti non è un grande film, ma un film perfettamente buono. Tutto è come dovrebbe e dove dovrebbe essere, ma la narrazione non prende fino in fondo. Positiva la scelta fotografica di opporre la luminosità e la felicità dello studio del logopedista alla cupezza delle situazioni pubbliche.
Il discorso del reè il classico buon film con tutte le carte in regola per spacciarsi come un capolavoro. Ma non lo è.

 

Voto: 3/4

 

The Fighter di David O’ Russell
 

Para: per motivi oscuri Mark Walhberg è sempre stato trattato come un cattivo attore. Ma non è vero. È bravo, quando vuole, e adesso è pure diventato un grande produttore. Dopo la serie Boardwalk Empire, ha prodotto e voluto fortemente questo The Fighter, un film decisamente sorprendente.
Non è un capolavoro, ma è sporco, ben girato e ben scritto, con una famiglia disfunzionale, un coprotagonista crackomane e un pugile buono dai sani principi. È anche un buon film sulla boxe, ma anche un buon film sul cinema e sulla manipolazione documentaristica.
Ha due finali: un happy end che stona ma rispecchia la storia da cui è tratto, e uno che potrebbe lasciare il giusto amaro in bocca. Perché niente, forse, si sistema davvero.

 

Voto: 3/4

 
 
 
 
Un gelido inverno di Debra Granik

Chimy: la grande sorpresa dello scorso anno. Un gelido inverno è ilritratto spietato e glaciale di un'America marginale e abbandonata a se stessa, dove non sembrano esserci più regole e dove vige unicamente la legge del più forte. Una fotografia fredda e distaccata trasmette ancor di più un senso d'inquietudine e smarrimento, all'interno di uno scenario visivo che ricorda quello di pellicole e romanzi post-apocalittici, come «La strada» di Cormac McCarthy, ma che invece è semplicemente la raffigurazione dell'America di oggi. Notevolissima l'interpretazione della giovane Jennifer Lawrence.
 

Voto: 3/4

Para: probabilmente l’altra grande sorpresa del concorso. Un gelido inverno è un film ambientato in Missouri ma fatto come quelle storie sul sud rurale e cattivo uscite dalla penna di McCarthy.
Il peregrinare di una ragazzina in mezzo a reietti e subumani, alla ricerca del padre, un cook di metanfetamine. Ambienti degradati, personaggi sgradevoli, fotografia documentaristica. Tiene fino all’ultimo istante, perché è scritto bene e girato altrettanto. Quando la protagonista chiede agli abitanti della zona dov’è suo padre, nessuno glielo sa dire ma tutti sembrano saperlo. Basta questo piccolo dettaglio per trascinarti fino al collo dentro il film.

 

Voto: 3/4

 

 
Il Grinta dei fratelli Coen
 

Chimy: ennesima riflessione (importante) sul western e la sua deriva contemporanea. Un remake utile (si passi il termine) che nasconde nel sottotesto molte tracce dell’universo tipico coeniano. Rispetto al suo predecessore con John Wayne, i Coen (che fanno meglio di Hathaway) restituiscono al personaggio un alone di miticità che mancava nella pellicola del 1969. Jeff Bridges da Oscar. Sì, ancora.

 

Voto: 3/4

 
 
 
Inception di Christopher Nolan
 

Chimy: uno dei film dello scorso anno. Opera grandiosa, che ti rimane dentro col passare del tempo. Come un’idea che non esce dalla mente. Da vedere e rivedere.

 

Voto: 3,5/4

 
 

Para: il primo tra i migliori film in lizza per l’Oscar, l’altro è Toy Story 3. Su Inception si è detto tutto, e basta ridire che è un grandissimo film.
Proprio per questo non vincerà la statuetta più ambita.

 

Voto: 3,5/4

 

 
I ragazzi stanno bene di Lisa Cholodenko
 

Para: I ragazzi stanno beneè quel film che ormai deve esserci agli Oscar perché porta il Kodak Theatre al Sundance. Certo, gli attori sono grandi e poco indie, ma lo è per come è scritto e per come è messo in scena.
Un film sentimentale agrodolce, virato sull’omosessualità femminile, e dove il terzo incomodo è il donatore dello sperma di entrambi i figli delle due protagoniste.
Annette Bening è superba, e potrebbe persino rubare la statuetta alla vincitrice annunciata Natalie Portman. Julianne Moore è sempre bravissima ma Mia Wachikowska funzionava meglio come Alice che come normale adolescente.
Dopo la crudezza di Un gelido inverno, I ragazzi stanno bene è l’altro film inconsueto che ravviva la lista dei candidati.
 

Voto: 3/4

 
 
 
The Social Network di David Fincher
 

Chimy: altro grande favorito insieme a Il discorso del re della notte degli Oscar. E anche in questo caso il premio principale non sarebbe demeritato. The Social Network è opera molto ben strutturata, pregna di riflessioni sul mondo di oggi e non solo sull’universo facebookiano che ne è protagonista.

 

Voto: 3/4

 
 

Para: Se i favoriti sono Il discorso del re e The Social Network, e a vincere debba essere per forza uno di questi, allora il film di Fincher meriterebbe il premio a mani basse. Purtroppo è difficile che strappi il premio come miglior film, ma potrebbe tranquillamente e meritatamente aggiudicarsi regia, montaggio e sceneggiatura.
The Social Networkè un film sull’oggi che riflette nella sua essenza tutte le logiche che hanno mosso la storia reale: velocità, competizione e avidità.
The Social Networkè un film contemporaneo ma sembra quasi più avanti. Ha fatto di una storia qualcosa che è ancora in corso, come Facebook, che è già storia.

 

Voto: 3/4

 
 
 
Toy Story 3 di Lee Unkrich
 

Chimy: come Inception uno dei film dello scorso anno. Come Inception non vincerà. Anche se sarebbe meraviglioso. Anche se una piccola speranza di una sorpresa di questo calibro me la tengo ancora nel cuore. Sarebbe un miracolo, proprio come il termine più appropriato per descrivere questa gigantesca opera d’arte.

 

Voto: 3,5/4

 
 

Para: l’altro grandissimo film che non vincerà. Però, forse, potrebbe. Miglior film a Toy Story 3 e miglior film d’animazione a L’illusionista sarebbe meraviglioso, una vera sorpresa. Qualcosa che resterebbe nella storia e ce la ricorderemmo tutta la vita, come il giocattolo preferito di quando eravamo bambini.

 

Voto: 3,5/4