Daratt: la grande sorpresa dell'anno viene dal Ciad…

daratt

Ciad. Dopo l’amnistia accordata a tutti i criminali di guerra, il giovane Atim viene incaricato dal nonno di farsi vendetta da solo, uccidendo l’assassino di suo padre.

Giunto nella capitala N’Djamena trova l’uomo che stava cercando: si chiama Abdallah Nassara e fa il panettiere. Atim pensa che il modo migliore per portare a termine il proprio compito sia quello di farsi assumere come garzone e cercare il momento giusto per vendicarsi…

Alla Mostra di Venezia 2006, dove il film fu presentato, riuscii a entrare alla proiezione ufficiale, a cui era presente anche il regista. La sala era semivuota: il pubblico, tra cui il sottoscritto, aveva forse scarse aspettative nei confronti del film, dovute probabilmente a qualche luogo comune di troppo sul cinema africano.

Ancora non sapevamo di trovarci davanti ad un film splendido, uno dei migliori dell’intera Mostra.

“Daratt” racconta una storia di vendetta e perdono con una forza che raramente si è vista sul grande schermo.

Il nonno di Atim sembra rappresentare l’Africa di ieri e di oggi: un mondo dove alla violenza si risponde solo con la violenza (nelle prime scene vediamo che la legalità è gestita da soldati capaci solo di soprusi), dove la sete di vendetta è assoluta, un mondo dove questa vendetta sembra senza fine, interminabile…

Atim rappresenta una luce nel buio, una speranza per un futuro migliore, dove si darà (si spera…) più importanza ai sentimenti umani e meno alle guerre civili e alle dispute fra diverse tribù dello stesso paese.

I due protagonisti, i “non-attori” Ali Barkai e Youssouf Djaoro, sono bravissimi e creano un crescendo di tensione che rimanda ad un altro grandissimo film: “Il figlio” dei fratelli Dardenne, dove i rapporti erano simili ma opposti.

La grandiosità del film sembra derivare, però, soprattutto dalla regia e dalla sceneggiatura di Mahamat-Saleh Haroun, qui al suo secondo lungometraggio di finzione (il primo si intitolava “Abouna”) dopo alcuni corti e documentari sull’Africa.

Haroun gira in maniera asciutta, secca, “sincera” realizzando un’opera che non vuole mostrare eccessivamente nè la bruttezza nè la bellezza dell’Africa (come fanno molti cineasti d’oggi), ma semplicemente l’Africa com’è realmente.

La sua sceneggiatura porta il film a diventare sempre più incisivo man mano che passano i minuti: da un inizio normalissimo, ad una parte centrale dove la tensione e l’attesa salgono sempre di più, fino ad arrivare ad un finale magnifico che difficilmente riusciremo a cancellarci dalla memoria.

Meritatissimo Gran Premio della Giuria a Venezia per uno dei più bei film della stagione.

Chimy

Voto Chimy: 3,5 / 4


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