La terra degli uomini rossi: la speranza è l'ultima a morire.

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Iniziando a parlare de La terra degli uomini rossi sarebbe forse giusto discutere ancora una volta circa l’orrore (!) che ci regala costantemente la nostra distribuzione italiana che, in questo caso, ha deciso di doppiare (oltre ai fazenderos) addirittura gli indios, reali protagonisti del film, con un accento che (a quanto dicono) ricorda le prese in giro a Scamarcio e compagnia bella.

Sarebbe altrettanto utile parlare ampiamente della biografia del bravissimo regista Marco Bechis, ormai presentato a tutti gli effetti come italiano, ma che in realtà (pur avendo il padre italiano) è nato in Cile nel 1957 e, soprattutto, ha vissuto in Argentina fino a quando (nel 1977) è stato espulso dal paese per, usando un eufemismo, non essere allineato con le idee del regime e da quel momento è stato costretto ad emigrare e a lavorare in Italia. Non per niente tutti i suoi film precedenti (i notevolissimi Garage Olimpo e Figli-Hijos fino all’esordio Alambrado) erano opere sull’Argentina e sulle sue contraddizioni.

Sarebbe utile parlare di queste cose, ma toglierebbero spazio all’importante ultima opera del regista che merita particolari riflessioni.

Nel 2003 Marco Bechis fa un viaggio sulla cordillera delle Ande, spingendosi poi ad incontrare le comunità indigene del Perù e dell’Amazzonia. Tornato poi in Italia scrisse la sceneggiatura del suo film: la storia vera di Helena Valero, una donna sequestrata dagli indigeni per 30 anni, una sorta di Tarzan al femminile.

Bechis iniziò allora ad interessarsi ampiamente alle tribù che ancora oggi vivono in America Latina. Rimase colpito soprattutto da un fenomeno che riguardava i guaranì-kaiowà del Mato Grosso impegnati ancora oggi nella lotta per la rioccupazione delle terre: moltissimi giovani di queste tribù venivano trovati morti per suicidio.

Da quel momento iniziò un nuovo film, la storia di Helena Valero non era più primaria nei pensieri di Marco Bechis. Iniziò la lavorazione, del nuovo progetto, nel 2006, priva di una sceneggiatura vera e propria, con protagonisti gli indios di queste tribù basandosi su una delle modalità più importanti del fare arte: l’improvvisazione.

Dalle note di regia Bechis rivela particolari magnifici circa il lavoro fatto con gli indigeni, a dimostrazione del suo enorme talento cinematografico: «In una sala di proiezione improvvisata mostrai due sequenze di film dove i dialoghi quasi non ci sono (Uccelli di Hitchcock; C’era una volta il West di Sergio Leone). Proiettai le scene in tre diversi modi: la sequenza tale quale all’originale, la stessa sequenza interrotta da due secondi di schermo muto nero ad ogni taglio d’inquadratura, ed una terza versione della stessa scena senza alcun suono. Ho mostrato quindi che cosa succedeva ad ogni taglio, come ogni scena era composta da tanti pezzi, che ognuno di quei pezzi erano le inquadrature che stavamo per girare. L’interruzione di due secondi di nero, rendeva chiaro il concetto di scena e di inquadratura e soprattutto faceva vedere chiaramente l’attacco, e quindi incominciavano ad intuire che cosa era il “montaggio”. Ma la cosa che più mi premeva era un’altra, erano i silenzi. In una sequenza senza dialoghi di C’era una volta il West ho spiegato l’importanza di quei silenzi, ho fatto capire che spesso quei silenzi valgono più di cento parole. Li ho messi in guardia, spiegando che gli attori protagonisti del film erano loro ma che gli attori secondari (Claudio Santamaria, Matheus Natchingale, Chiara Caselli, Leonardo Medeiros) erano professionisti che ben sapevano usare quei silenzi in una scena, che ben sapevano prendersi i loro tempi prima di rispondere. Di fronte alle immagini di Leone e Hitckcock, con un click hanno capito al volo

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».

Questa grande conoscenza delle basi della regia cinematografica si va a ritrovare perfettamente nel film.

La terra degli uomini rossi è un’opera priva di sequenze che rimangono davvero impresse nella memoria (attenzione, in questo caso, non è un difetto). Questo perché Bechis decide (saggiamente) di allontanarsi da ogni forma di retorica, di folklorismo, di tentativo di commuovere il pubblico.

La sua regia è secca, incisiva, risultato di una forte denuncia morale e politica circa un argomento così poco trattato: le condizioni degli indios al giorno d’oggi, l’assenza di una prospettiva migliore di vita per i giovani che provoca gli atti estremi dei suicidi.

Ricorda un po’ in questo senso il (bello e sottovalutato) film di Johnny Depp Il coraggioso, che trattava della vita attuale degli indiani d’America.

Distantissimo quindi dai tanti (troppi?) film che parlano degli indios al momento dell’arrivo dei bianchi nel loro paese, La terra degli uomini rossi è un elegia per un popolo che ha perso la propria identità, soppiantata da un dolore di cui non si riesce a far parola.

Della cultura che tentano di riprendersi, riprendendo la loro terra, rimangono soltanto gli spiriti (il male, che toglie ogni speranza e porta ai suicidi) non più gli uomini che li combattono.

La regia di Bechis riesce però a farsi anche poetica quando il protagonista, predestinato a diventare sciamano, cerca di ritrovare le capacità magiche dei suoi antenati: la facoltà di parlare agli elementi, alla foresta.

La terra degli uomini rossi è però anche un film di speranza, come dimostra il finale del film.

Il ragazzo protagonista riesce a “sconfiggere il male”, riesce a bloccare quel ciclo di suicidi che sembra interminabile.

Un’unica (ultima) luce a conclusione di questo toccante canto funebre che parla di un popolo che non è ancora morto; nonostante soltanto in pochi se ne siano accorti.

 

Chimy

Voto Chimy: 3/4

 

Voto Para: 3/4

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Mostra di Venezia 2008: terzo resoconto

Plastic City di Yu Lik-Wai

Para: mafia cinese a San Paolo in Brasile, con uno dei protagonisti giapponese (Joe Odaghiri). Quando parlano brasiliano, o cinese, gli attori doppiano loro stessi andando visibilmente fuori sincorno. Al di la di questo il film ha qualcosa di buono, ma troppo di brutto: intermezzi stile video clip, un duello con katana sopra un pilone di cemento armato, intermezzi di paesaggi con colori saturi, e una deriva finale onirica nella giungla con corto circuito spazio temporale. Troppa carne al fuoco messa in scena male.

Ponyo on a Cliff by the Sea di Hayao Miyazaki

Chimy: Meraviglia delle meraviglie. Uno dei migliori film in assoluto di Miyazaki… serve altro?
Il maestro giapponese (che conferma di essere il più grande regista presente a Venezia) racconta una dolcissima favola dove la piccola pesciolina rossa Ponyo vuole diventare un essere umano.
Sembra difficile dirlo, ma ad una prima visione "Ponyo on a Cliff by the Sea" è l’opera meglio disegnata fra quelle di Miyazaki. Sfondi pastello, disegni perfetti, colori magnifici, fanno sì che ogni singola immagine del film sia degna di essere mostrata nei migliori musei d’arte pittorica al mondo.
Il film migliore del concorso, della mostra in assoluto. Sarà difficile (impossibile?) vedere altre opere di tale livello.

Para: semplicemente: Miyazaki dimostra nuovamente di essere l’unico a scrivere fiabe come fossero poesie.

Il papà di Giovanna di Pupi Avati

Chimy: Il concorso si tiene alto anche con il bel film di Pupi Avati. Il regista realizza una delle sue opere più interessanti degli ultimi anni.
La regia è buona (nella sua semplicità) e costante per tutto il film; il regista tiene perfettamente a bada la sua opera per tutta la sua durata.
Ottimi i rapporti fra i personaggi, fra i quali spicca il delicatissimo rapporto fra Giovanna e suo padre (come vuole il titolo).
Fra le interpretazioni svetta un Silvio Orlando degno di Coppa Volpi.

Para: un film che nasconde molti pregi ma che è realizzato in maniera banale. Ai bravi Orlando e Rohrwarcher, e al loro rapporto padre figlia ben delineato, si affianca, infatti, una regia semplicissima, quasi da fiction, e un Ezio Greggio poliziotto fascista inguardabile.

Vegas: Based on a True Story

Para: un film interessante. Girato in digitale, in cui viene mostrata l’ossessione di un padre verso la possibilità che nel proprio giardino siano stati seppelliti un milione di dollari. La sua follia contagierà il figlio adolescente (il cui attore è decisamente Gus Van Santiniano) e con più fatica la moglie. Un film in cui viene sottolineato come a Las Vegas l’uomo sia ossessionato dal denaro e dal fare il colpo della propria vita. I due coniugi, ex dipendenti dal gioco d’azzardo, ricadono nel vortice. Quello che fa del film un’opera particolare è la regia e la fotografia. Molto semplice ed efficace e realizzata con mezzi modesti.

L’autre di Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic

Chimy: Il concorso prosegue il suo slancio con questo interessantissimo film francese.
"L’autre" è il primo film del festival girato in digitale con cognizione del mezzo utilizzato. I due registi ricercano una forma molto interessante per l’uso delle luci, per movimenti di macchina e per scelte dei piani.
Nella sua semplicità, è interessante anche la storia dove una donna, gelosa perchè il suo amante si è innamorato di un’altra, inizia a cercare ossessivamente la sua rivale, senza capire che forse il suo vero nemico è quello che si trova davanti quando si guarda allo specchio.
Speriamo fortemente in una distribuzione.

Para: un film davvero notevole, con regia e fotografia di altissimo livello. Studiato nei dettagli è un’ottima messa in scena della vita di una donna che cerca nel mondo qualcuno su cui indagare, quando dovrebbe indagare maggiormente su sé stessa. A tratti Lynchiano, resta comunque un film da vedere.

La terra degli uomini rossi di Marco Bechis

Chimy: Non che ci fossero dubbi visto il nome del regista, ma "La terra degli uomini rossi" è un signor film; secondo solo a Miyazaki nel concorso.
Bechis racconta con forza e incisività la vita degli indios ai giorni nostri. Una tematica poco conosciuta che si accompagna ad immagini poetiche e ad una regia sempre convincente.
Il regista racconta anche un ritorno alla propria terra degli indios, una ricerca per ritrovare le proprie tradizioni, le proprie culture. Per loro sembra non esserci speranza di un futuro migliore, privo dell’oppressione dei bianchi.
Mi fermo perchè, vista l’imminente uscita in sala, ne riparleremo meglio con una normale recensione.
Se Bechis fosse davvero italiano, come piace far credere in questo periodo, sarebbe uno dei nostri registi migliori.

Para: Bechis realizza un film di denuncia sociale di assoluta forza.La condizione odierna degli Indios, a metà tra la civilizzazione e la ghettizzazione è un argomento che è giusto trattare. Bechis realizza un film ben girato e soprattutto ben recitato. Gli attori Indios non professionisti hanno contribuito enormemente alla riuscita del film, recitando con naturalezza. Un’opera che merita tutto il successo e la distribuzione che possono esserle date.

Nuit de chien di Werner Schroeter

Chimy: Idea interessante, ma sviluppata malissimo. Realtà apocalittica dove si scontrano i due capi delle opposte posizioni politiche.
Realtà apocalittica? Sì, ma per farlo capire il regista gira semplicemente di notte e mette nelle strade dei secchi con zampilli di fuoco sopra. Insomma…
A tratti grottesco ma forse lo è involontariamente.

A erva do rato di Julio Bressane

Chimy: Bressane visti i successi dei suoi ultimi film si è forse un pò montato la testa. Film lentissimo e ultra-autoriale. Da tralasciare.

Teza di Haile Gerima

Chimy: Ci aspettavamo molto, abbiamo avuto abbastanza poco.
Il film parte benissimo con una regia virtuosa e toccante. Dopo 20 minuti Gerima smette di girare e il film diventa un semplice documentario su un ragazzo etiope che va a vivere in Germania e poi torna in Etiopia dove la situazione è molto complessa. Opera autobiografica che, pur essendo (per temi, origine, convenzioni) pronta anche a vincere il festival, convince solo in parte. Purtroppo.