"Paranoid Park": mamma mia guarda come mi diverto a skatare con Gus Van Sant!

Paranoid Park è uno skatepark. Punto. Negli skatepark ci vanno gli skater a girare sullo skateboard. Punto.
Uno di questi skater è Alex, che va a Paranoid Park è non gira sullo skateboard, quindi non è uno skater, ma solo un adolescente freddo, apatico, distaccato e con problemi personali e familiari. Nella sua “allegra e spensierata” vita riesce addirittura ad uccidere un vigilante ferroviario: colpendolo con il suo skateboard, e macchiandosi inspiegabilmente di sangue felpa e maglietta, l’uomo perde l’equilibrio, cade sulle rotaie e un treno lo trancia a metà. Come se non bastasse l’uomo, il cui busto dista circa un metro dalle sue gambe, che rimangono collegate da un filo di budella, striscia verso Alex per chiedere aiuto. Plausibile e possibile nella realtà, vero? E soprattutto in linea con la delicatezza che mantiene buona parte del film, vero? La risposta è no. Questa scena è imbarazzante e da sola basta a far vedere con il binocolo il titolo di capolavoro a “Paranoid Park”.
A ribaltare questa scena che è manifesto di “difetto” c’è però un intelligentissimo sistema narrativo ad incastro e ripetizione, già visto in qualche modo in “Elephant”, e alcune sequenze davvero ottime.
La ripetizione e l’incastro narrativo è un buon sistema per dare allo spettatore la possibilità di ricostruire personalmente i fatti proposti, e per ripetere da un diverso punto di osservazione, ma non “di vista”, un fatto. Proporlo in ordine temporale apparentemente casuale toglie linearità e da dunque allo spettatore una visione leggermente meno passiva, e dunque una fruizione per qualche verso più intelligente.
Alcune sequenze restano poi girate egregiamente, dandoci la prova che, in fondo, Gus Van Sant ci sappia fare. Le due belle riprese fisse durante il primo amplesso di Alex (che poi voglio dire, ha 16 anni, chi a 16 anni la prima volta è messo così? Ma sorvoliamo), e durante la conversazione col padre sono valide almeno quanto alcuni piani sequenza realizzati seguendo il camminare lento e insicuro di Alex.
Due grandi pregi questi, che bilanciano anche un altro difetto, però più piccolo: le riprese in super 8. Che la ripresa in super 8 dia il senso “amatoriale” è scontato, e anche che le consuete riprese amatoriali su skate siano sempre fatte in super 8, ma inserirle con più o meno casualità in troppe situazioni, con la musichetta dolce e in ralenty, a mio avviso appaiono ben più finte di quanto vogliano invece sembrare vere.
Gus Van Sant ha poi l’arroganza di credere di osservare senza giudicare ma, a differenza di “Elephant”, dove ciò è obiettivo, in “Paranoid Pak” non fa altro che girare intorno, guidando lo spettatore verso la sua interpretazione, compie dei tricks, come gli skater a Paranoid Park, che vogliono far apparire una tavola di legno e uno skatepark mezzi e luoghi per esprimere la propria anima. La matita viaggia sul foglio, le rotelle viaggiano sul cemento “paranoico”, Gus Van Sant muove la sua mdp, e in tutti e tre i casi sono necessari dei “trucchi” per far apparire tutto meglio di quanto sia. Spruzzi creativi nella scrittura; ollie, kickflip e manual sullo skate; intensità cinematografica sulla pellicola. Gus Van Sant prende un pezzo di legno e cerca di fare l’autore, girando intorno ai suoi già riconosciuti pregi, rovinandoli di tanto in tanto.
Però il film tutto sommato funziona, ma rimane più irritante notare come il regista manchi il trick cadendo, che appagante quando invece fa il suo lavoro con la classe dell’artista. Tocca i vertici in entrambi i casi, e dato che rimane più spesso in piedi sulla tavola, piuttosto che a terra con le ginocchia sbucciate, possiamo dire che “Paranoid Park” è sì un buon film, ma nulla più.
Para
Voto Para: 3/4

COMMENTO DI CHIMY

Dopo alcune divergenze su "La promessa dell’assassino", questa volta sono d’accordo con il giudizio complessivo espresso dal buon Para.
Gus Van Sant fa, con "Paranoid Park", una profonda riflessione sull’età che da sempre più gli interessa: l’adolescenza.
Il senso di colpa di Alex (dopo l’omicidio) è ben rappresentato dall’attore (esordiente) Gabe Nevins che riesce a trasmetterci l’apatia presente nel suo personaggio.
Il mondo del protagonista sembra fermarsi dopo il fattaccio: non sembra ascoltare più nessuno, niente sembra più sconvolgerlo, neppure le più forti emozioni (molto bella la sequenza dell’apatico "primo" rapporto sessuale) riescono ad oltrepassare la barriera di un senso di colpa che neanche l’acqua riesce a purificare (altro momento molto riuscito: la doccia).
Nonostante questa profondità di contenuti, anche a mio parere "Paranoid Park" ha dei problemi nella forma.
Tra quelli sottolineati da Para sono d’accordo, in particolare,  sulla scena dell’ "uomo tranciato in due": brutta, fuori dalle corde di Van Sant e non in linea con "la delicatezza che mantiene buona parte del film" (citazione dalla rece del compare).
Vorrei sottolineare però un altro "errore" che, personalmente, ho trovato imperdonabile: prima che Alex bruci la lettera con la quale ci confessa quello che ha fatto, durante una conversazione una sua amica gli dice: "L’importante è scriverla la lettera (…) poi puoi farne quello che vuoi (…) puoi anche bruciarla"; anticipando così l’azione toccante di Alex, che diviene per questo telefonata e priva di quel maggiore fascino che poteva avere (per molti potrebbe essere una quisquilia, per me non lo è).
Soprattutto per i contenuti è un buon film, ma andiamoci piano a parlare di capolavoro.
Così come dovrebbe andarci più piano Van Sant che, nella sua sempreverde modestia, definisce il personaggio di Alex come un "Dostoevskij sullo skateboard".

Voto Chimy: 3 / 4
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Nella valle di Elah: un altro Oscar per Haggis?

INIZIO: Un patriota americano, Hank Deerfield, vede una bandiera degli Stati Uniti appesa al contrario e la raddrizza.

PLOT: Il figlio di quest’uomo, tornato dall’Iraq da una settimana, è misteriosamente scomparso. Il padre allora va sulle sue tracce, scopre che il figlio è morto ed il suo cadavere è stato fatto brutalmente a pezzi. Grazie all’aiuto dell’ispettore Emily Sanders inizia ad indagare su come sia avvenuta la morte del figlio. Quello che scopre fa vacillare le sue convinzioni ed il suo patriottismo.

FINE: L’ex-patriota tira giù la bandiera, che aveva raddrizzato all’inizio, e la rimette sù capovolta.

 

Questo potrebbe essere (più o meno) il bel soggetto del nuovo film di Paul Haggis, intitolato “Nella valle di Elah”.

L’idea di base è davvero molto interessante e dovrebbe dare forma ad un ottimo lavoro.

Purtroppo non è così….

Per fare un buon film ci vuole, oltre all’idea, una sceneggiatura che mantenga le premesse del soggetto e, soprattutto, un regista che sappia fare bene il suo lavoro: quello che Paul Haggis (ancora) non è.

Dopo il notevole inizio, in cui si gettano le basi della trama, il film inizia già ad essere stanco di sè stesso dopo un quarto d’ora.

La parte centrale (lunga circa 80 minuti) è noiosissima e ridondante: diverse sequenze sembrano venir prolungate inutilmente soltanto per portare il film alla durata di due ore.

Ciò che, però, colpisce negativamente (più della noia) in questa lunga parte, è il patetismo (nel significato più negativo del termine) di alcune scene del film.

Hank racconta al figlio di Emily quello che è avvenuto “nella valle di Elah” nei tempi antichi: la sfida tra il piccolo Davide (naturalmente il bambino si chiama David) e il gigante Goliah, conclusa con la vittoria del primo. Oltre ad essere una metafora di una facilità quasi squallida (all’interno dell’economia del film), vediamo che all’inizio il piccolo David non è interessato, poi magicamente Emily racconta che si è “identificato” con il personaggio biblico, che ha voluto comprare una fionda e che ogni sera (come vediamo anche in un momento orrendo nel finale) vuole farsi raccontare quella storia.

Prima di parlare degli ultimi cinque minuti del film, devo sottolineare ancora una sequenza che si distingue per mancanza di stile: Hank che insegue in macchina un messicano che si crede essere stato coinvolto nella morte di suo figlio. E’ difficile girare un inseguimento peggio di come fa Paul Haggis: ogni singola inquadratura (e gesto) sà di falso e (malamente) costruito.

Arrivo finalmente al finale: Haggis, per la sua regia, ha la capacità di distruggere i suoi film grazie alle pessime (retoriche, buoniste, commerciali) conclusioni che propone.

“Crash” è un buon film per un’ora e mezza, gli ultimi trenta minuti (dove quelli che prima si odiavano si vogliono tutti bene e dove la sua critica sociale precedente crolla completamente) lo fanno diventare mediocre.  “Nella valle di Elah” è un film discreto (per le intenzioni, non per la messa in scena), ma il modo in cui Haggis gira il finale (ultimi cinque minuti) lo fa diventare (per lunghi tratti) davvero irritante.

Tutto (nel finale) è fatto per far arrivare allo spettatore una lacrima facile con espedienti stilistici falsi e retorici.

Hank va a chiedere scusa al messicano che inseguiva, Emily racconta la storia di Davide a David, il figlio di Hank (quand’era in Iraq) ha mandato una foto a suo padre, Hank issa la bandiera al contrario.

A dirlo così sembra tutto a posto, ciò che è invece intollerabile è il modo in cui Haggis mostra queste azioni: un’enfasi innaturale sui gesti, sugli sguardi, sui sentimenti; musiche (per un pubblico abituato a filmetti della domenica) toccanti, tra cui un’insopportabile e commercialissima canzone finale (mi ricorda qualche film che ha vinto l’Oscar un paio di anni fa…mah chissà qual’era…) mentre Hank fa l’unico gesto per cui il film è stato scritto.

Tommy Lee Jones (nella parte di Hank), con un’interpretazione profonda e struggente, è bravissimo (uno dei meriti del film, oltre all’idea di base), Charlize Theron (Emily) invece non lo è per niente: poco ispirata e poco credibile.

Talmente retorico, furbo, facile e "piacione" che potrebbe far vincere ad Haggis un altro Oscar per il miglior film.

Chimy

Voto Chimy: 2 / 4

Il nascondiglio: il ritorno (di classe) di Avati al genere thriller-horror…

Una giovane vedova italiana, appena uscita da una casa di cura, decide di farsi una nuova vita aprendo un ristorante in una cittadina dello Iowa.
Scoprirà, però, in breve tempo che la casa che ha affittato, per farci un ristorante italiano, è stata teatro di efferati omicidi.
Pupi Avati, con "Il nascondiglio", ritorna ad un genere in cui non lavorava da più di vent’anni ("Zeder", 1983).
Il suo è un ritorno davvero di classe.
Grazie alla sua regia Avati riesce a ricreare atmosfere che sembravano assopite da tempo: il terrore si basa su rumori misteriosi, movimenti dei mobili, voci inquietanti…. sembra aver tirato fuori (da non so quale cassetto) le vere basi del genere thriller-horror, che (purtroppo) siamo sempre meno abituati a vedere.
Torna così a girare in uno dei suoi luoghi preferiti: il Midwest americano, ma questa volta la musica jazz non c’entra; si rifà ad una reale storia di omicidi avvenuta realmente nella cittadina di Davenport (dove il film è ambientato) circa 50 anni fa.
Laura Morante, la protagonista, forse è leggermente fuori parte, però riesce comunque a tirare fuori tutto il suo grande talento per un film che si appoggia in diverse sequenze sulle sue spalle.
Il suo personaggio è pieno di fobie e paure: non sa se i rumori che sente esistano realmente o siano solo frutto della sua immaginazione. Cerca sostegno in alcuni abitanti della cittadina che inizialmente le ispirano fiducia, ma forse nessuno vuole aiutarla realmente, tutti sono spaventati da possibili indagini che potrebbero riportare alla luce un segreto assopito da tempo.
Sì, come ho già commentato ad alcune recensioni, ci sono alcuni difetti (soprattutto nella sceneggiatura) nel corso della narrazione, però mi sento di soprassedere proprio per i grossi meriti che ha quest’opera.
Era davvero tanto tempo, inoltre, che non vedevamo sul grande schermo una "casa" di tale fascino: la "Snakes Hall", la grande abitazione che il personaggio di Laura Morante affitta a basso prezzo, può diventare davvero un luogo di culto come lo era (e lo è ancora) quella "casa dalle finestre che ridono" che dava il titolo ad uno dei più riusciti film di Avati.
In definitiva viene davvero da rammaricarsi per questo (troppo) lungo allontanamento del regista dal genre.
Se, come hanno sottolineato già in molti, Avati si  dedicasse maggiormente a questa sua passione per il genere gotico, sarebbe tutto il cinema italiano a guadagnarci. Il regista bolognese ha davvero una forza e un coraggio (come dimostra anche il finale de "Il nascondiglio") che in pochissimi, oggi, hanno in Italia.

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4

p.s. da domani Torino Film Festival!!! metteremo le nostre impressioni sui film visti a metà e alla fine della rassegna torinese…

Persona: Liv Ullmann e Bibi Andersson a confronto nel (a nostro parere) più grande film di Bergman

Fate silenzio, inizia il film.

Due luci si accendono, una pellicola scorre in un piccolo proiettore: in rapida successione si sovrappongono un pene (ricordate cosa diceva Tyler Durden?) e disegni animati; un ragno e un agnello sacrificale; immagini slapstick e chiodi che si piantano nelle mani di (?) Cristo.

Forse è la dimostrazione che, a più di 40 anni di distanza, le teorie Ejzensteniane sulla messa in pratica del montaggio delle attrazioni sono ancora valide, o forse Bergman ha voluto mostrare frammenti di contenuto che hanno caratterizzato la sua filmografia precedente: il sesso, la religione, il sacrificio, la passione per gli albori del cinema (come racconta nella sua autobiografia: “La lanterna magica”), il ragno-rappresentazione di Dio in “Come in uno specchio” e, per ultima, la neve che rimanda a “Luci d’inverno” e alla sua Svezia che non ha mai voluto lasciare.

In seguito vediamo in una stanza-limbo alcuni corpi (morti?), un bambino si alza dal letto, accarezza un enorme schermo che riproduce il volto di una donna. Questo volto inizia a sfocarsi, ne compare un altro (di un’altra donna) e lui continua ad accarezzarlo.

Questo straordinario incipit, uno dei migliori di sempre, rimane profondamente enigmatico per il momento. Sicuramente, però, Bergman vuole suggerirci già dalle primissime immagini che stiamo assistendo ad una finzione, un film che avrà probabilmente risvolti metacinematografici e, forse, che quei corpi (compreso il bambino) sono personaggi che non hanno trovato spazio all’interno della storia.

Dopo i titoli di testa inizia la narrazione vera e propria: l’infermiera Alma (Bibi Andersson) riceve l’incarico di accudire l’attrice Elisabeth (Liv Ullmann) che, mentre recitava L’Elettra, smise improvvisamente di parlare. Da quel momento si è chiusa in un mutismo assoluto: Alma cercherà di scoprirne le ragioni e farle tornare la parola.

Inizialmente però, più di Alma, è la dottoressa che sembra comprendere il suo silenzio: capisce che il fine di quell’estremo gesto è la volontà di smettere di sembrare e iniziare ad essere. Senza parlare si evita di mentire, si perdono quelle maschere che hanno accompagnato Elisabeth per tutta la vita.

Come in Beckett le parole sono futili, il silenzio è l’unica verità possibile.

Ma così Bergman sembra aprire ad un paradosso: stare in silenzio non è che un’ulteriore maschera, la vita stessa comporta obbligatoriamente la rappresentazione di un ruolo. Si può essere davvero sè stessi?

Alma e Elisabeth (i volti che quel bambino accarezzava sullo schermo), su consiglio della dottoressa, vanno a passare del tempo su un’isola, nella speranza che questo porti giovamento all’attrice.

E’ curioso che il regista scelga, per la prima volta, di girare sull’isola di Faro, quello stesso luogo dove Bergman ha deciso di passare (quasi isolato) gli ultimi decenni della sua vita.

Alma, una strepitosa Bibi Andersson, e Elisabeth, Liv Ullmann in una delle migliori interpretazioni della storia del cinema, diventano sempre più intime: l’infermiera descrive alla grande attrice tutta la sua vita, le sue ossessioni, il suo amore per Mark.

Arriva persino a raccontarle di essere rimasta incinta, in seguito ad un rapporto con dei ragazzini sconosciuti, e di avere avuto un aborto naturale (?).

La natura metacinematografica del racconto viene comunque sempre sottolineata da Bergman con sguardi in macchina e, in un momento memorabile, Elisabeth che fotografa il pubblico.Questo processo trova il suo culmine a metà del film: la pellicola si brucia, è necessario cambiarla; l’immagine rimane sfocata per alcuni secondi prima di riprendere la sua nitidezza naturale.

Il film riprende, ma ogni cosa sembra essere cambiata.

Il bel rapporto che si era instaurato tra le due donne sembra finire quando l’infermiera apre alcune lettere scritte dall’attrice per la dottoressa: vi trova tutto ciò che aveva raccontato ad Elisabeth in quei giorni, compreso l’episodio dell’aborto.

Le due litigano e, dopo un duro scontro, Elisabeth corre sulla riva del mare con Alma, dietro, che la insegue per chiederle perdono.

La sera Alma entra in camera di Elisabeth e la osserva dormire: questo momento, spiega Bergman, è il punto centrale del film: “Alma ha paura, la guarda timidamente, ed improvvisamente si scambiano le rispettive personalità. (…) Alma prova la condizione dell’anima dell’altra donna, per assurdo. Incontra la signora Vogler, che ora è diventata Alma e parla con la sua voce. E’ una scena-specchio".

Nella sequenza successiva (forse un ricordo dell’attrice) Alma incontra il marito di Elisabeth, che vede in lei sua moglie.

Grazie ad una magnifica costruzione dell’inquadratura Bergman ci mostra il volto di Liv Ullmann in primo piano e, dietro di lei,  Bibi Andersson e Gunnar Bjornstrand che si comportano come una normale coppia sposata.

Questo viaggio all’interno dell’inconscio femminile sembra la base (il confronto è d’obbligo) degli ultimi film di David Lynch. Il rapporto che si instaura tra Alma ed Elisabeth è molto simile a quello tra Diane e Camille in “Mulholland Drive” (paragone di cui ha fatto un ottimo saggio Luigi Porto): la duplicità, le diverse dimensioni, il sogno, un rapporto di strettissima intimità… che sfociano (come anche in “INLAND EMPIRE”) in una profonda riflessione metacinematografica sulla natura della finzione (come quello di Liv Ulmann il personaggio di Naomi Watts, in “Mulholland Drive”, è un’attrice).

Il tema del doppio e dello scambio di personalità trova il suo estremo nella sequenza successiva, in assoluto, a mio parere, una delle più importanti della seconda metà del ‘900 cinematografico.

Bergman ci mostra per due volte lo stesso dialogo tra le due protagoniste: prima mostrandoci il volto di Elisabeth, poi quello di Alma.

L’infermiera ha ormai capito il segreto dell’attrice: ella ha avuto un bambino che non desiderava, che voleva nascesse morto; nonostante il suo disprezzo per lui, questi ama profondamente sua madre e lei non riesce a ricambiare questo suo amore.

In realtà questo non è un dialogo ma un monologo, non è un colloquio ma un soliloquio; è solo Alma a parlare mentre Elisabeth la sta a sentire.

Entrambe hanno rifiutato il proprio figlio: Alma con l’aborto, Elisabeth con il desiderio che suo figlio non fosse mai nato.

Questo parallelismo porta all’unità estrema tra le due, raffigurata dalla (memorabile, geniale, strabiliante) fusione tra i due volti.

Sono molto interessanti le parole di Bergman quando racconta di aver mostrato quest’immagine (doppia) alle due attrici: “Quando ricevetti la copia del filmato dal laboratorio, chiesi a Liv ed a Bibi di venire nella stanza del montaggio. Bibi esclamò, sorpresa: "Ma Liv, sembri così strana!". E Liv disse: "No, se tu, Bibi.. sembri davvero strana!". Spontaneamente negarono la loro metà di quel viso..".

Dopo questa sequenza vediamo Elisabeth che succhia il sangue di Alma, e Alma che prende a schiaffi Elisabeth. Facendosi del male, l’una contro l’altra, è come se facessero del male a sè stesse per le scelte che hanno fatto.

In seguito (in una scena forse onirica) Alma riesce a far dire spontaneamente a Elisabeth una parola: “Nulla”. Una parola che sembra sottolineare, ancora una volta, l’inutilità del parlare.

Dopo che Alma parte dall’isola e Elisabeth (morta?) viene ripresa da una troupe (ancora la finzione filmica), Bergman ci mostra ancora il bambino dell’inizio che accarezza quei due volti sovrapposti sullo schermo.

Ora, però, sappiamo (forse) cosa rappresenta: il figlio (morto, mai nato, rifiutato) che mostra affetto per quelle madri che non l’hanno mai voluto.

La pellicola esce dal proiettore, le luci si spengono…la finzione è finita. “Persona”, uno dei più grandi film della seconda parte del secolo, è finito.

Ora potreste parlare, ma rimanete ancora per qualche momento in silenzio. Riflettete su quello che avete visto.

Senza sussurri.

Senza grida.

Rimanete in silenzio.

 

Chimy

Voto Chimy: 4 / 4

Voto Para: 4 / 4

Michael Clayton: un film medio l'esordio di Tony Gilroy

Tony Gilroy è stato uno degli sceneggiatori di maggior successo degli anni ’90. Ha scritto, per fare qualche esempio, "Armageddon", "L’avvocato del diavolo" e la trilogia su Jason Bourne. Quest’anno, grazie anche all’aiuto di Clooney attore e produttore, esordisce alla regia con questo "Michael Clayton" presentato a Venezia.
Un’opera prima abbastanza insapore, per cui sarà necessario valutare i suoi prossimi lavori per prendere una posizione nei suoi confronti.
La trama ruota (fin dal titolo) completamente attorno alla figura di Michael Clayton: il personaggio interpretato da George Clooney è un avvocato newyorkese abituato a fare il lavoro sporco, "aggiusta la verità" per poter salvare i suoi ricchi clienti.
Questa volta, però, si trova in mezzo ad un caso più scottante del solito che riguarda una grande società che opera nel settore dei prodotti chimici; un suo amico avvocato perderà la vita e Clayton, oltre a dover fare i conti con la multinazionale, dovrà farli anche con sè stesso.
"Michael Clayton" non è un brutto film, anzi… solo che passa via molto liscio senza trasmettere forti emozioni nel corso di (quasi) tutta la sua durata.
Seppur abbia degli assi nella manica, molto sà di già visto: l’avvocato che si pente del suo passato, la multinazionale cattiva che non guarda in faccia nessuno, la morte dell’amico del quale non si fidava, il capo della multinazionale che verrà scoperto per le sue cattive azioni e messo in galera…
Ha il vantaggio, però, di essere superiore a diversi prodotti precedenti, quali "Erin Brockovich" o "Il socio", che si basavano su simili risvolti narrativi.
Ci sono delle sequenze molto belle, quali il primo piano(sequenza) finale o "l’incontro" tra Clayton e i cavalli, che vediamo all’inizio e soltanto verso il finale ne capiremo il senso. Oltre a queste ci sono, però, anche molti momenti di stanchezza, cali di ritmo soprattutto nella parte centrale.
Nel complesso benino: benino la fotografia, benino la regia… purtroppo non molto di più.
Decisamente buona è invece la recitazione: in molti hanno lodato George Clooney (bravo per carità…), però io vorrei sottolineare l’ottima interpretazione di Tom Wilkinson nella parte dell’avvocato pazzo (?), in cui è davvero molto credibile.
Comunque esordio interessante di Tony Gilroy che poteva fare molto peggio (per fortuna Soderbergh è solo il produttore esecutivo se no avrebbe combinato un pasticcio come al solito…).
Nel complesso un voto medio mi sembra perfetto per un film che non ha particolari pregi, nè particolari difetti.

Chimy

Voto Chimy: 2,5 / 4

"Planet Terror":… quand'è che esce Machete?

planet terrorSe vivessimo negli Stati Uniti degli anni ‘70 potremmo decidere di passare tre orette buone in uno squallido grindhouse. Se così fosse, ditemi, assisteremmo più probabilmente ad un film come “Death Proof” oppure ad un film come “Planet Terror”? La risposta è ovvia, dato che “Death Proof” del b-movie ne ha un quarto mentre i restanti tre quarti sono puro “Tarantino juice”.
Planet Terror è, invece, un film realmente di “serie z”, realizzato appositamente e minuziosamente come un film di “serie z”. E io dico che questa è una cosa positiva. Diamo a Rodriguez il merito di aver fatto una ricostruzione filologica di un genere. L’intento del progetto Grindhouse era questo, rifare un genere, e Tarantino, ovviamente, ha fatto le regole per poi infrangerle, mentre Rodriguez le ha rispettate alla lettera. Ciò non toglie che “Death Proof” sia un bellissimo film, superiore in tutto e decontestualizzabile dal progetto Grindhouse, a differenza di Planet Terror. (Ma Tarantino la sa lunga, va in giro con Rodriguez ed Eli Roth come le ragazzette carine che per risaltare vanno in giro con le amiche bruttine.)
Sinossi (perché, c’è una trama?) di “Planet Terror”: un agente biochimico fuoriesce da una base militare trasformando tutti in semi zombie pieni di bubboni che hanno, ovviamente, una fame del boia. Un manipolo di uomini e donne non vengono contagiati e si adoperano per salvare se non la terra almeno la loro bella contea texana. Tra questi il classico super uomo dal passato oscuro capace di affrontare gli zombie anche con solo due balisong (coltello a farfalla), e la star del film, Rose Mc Gowan alias Cherry Darling, con un M-16 equipaggiato con lancia granate M-203 al posto della gamba destra. Il resto sono esplosioni di tutti i generi, da automobili a teste umane, passando per testicoli colanti e bubboni infetti.
I difetti ci sono, e non sono pochi, come ad esempio l’inutile interpretazione della cantante dei “Black Eyed Peas”, una colonna sonora inconsistente, e soprattutto una minore presenza degli “errori di regia” che “Death Proof” dispensava sapientemente. Quest’ultimi si limitano infatti ad un odioso “rullo mancante”. Odioso per due motivi: è esattamente dove te lo aspetti e si porta via davvero i 15 minuti di un rullo, dato che la narrazione riprende nascondendo degli avvenimenti allo spettatore.
Però la pellicola ha un altro grande pregio, oltre all’attenzione filologica, quello di regalare un’ora e mezza di piacevole ignoranza, facendoci regredire tutti nei panni di bambocci adolescenti desiderosi di schifezze e di lap dance, come quella iniziale di Rose Mc Gowan.
“Planet Terror” è dunque un film che vuole dividere il pubblico così come succedeva negli anni 70. C’è chi giustamente accetta e apprezza il film per quello che è, cioè puro intrattenimento splatter, gore o come volete chiamarlo voi, e chi lo denigra giudicandolo come il solito vuoto, inconsistente film trash (parola modaiola) di “serie z”.
Prendere o lasciare.
Para
Voto Para: 3/4

Voto Chimy: 2,5/4

Il posto delle fragole: il capolavoro di Ingmar Bergman con un immenso Victor Sjostrom

ilpostodellefragole

Un uomo anziano sta scrivendo alla sua scrivania. Si presenta dicendo che è un medico di 78 anni, che ha dedicato completamente la sua vita al lavoro mettendo, così, in secondo piano le relazioni umane. A causa di questo ora vive isolato e in solitudine.

Il giorno successivo si celebrerà il suo giubileo professionale.

Così inizia “Il posto delle fragole”, il capolavoro assoluto di Ingmar Bergman, che ha ricevuto numerosi premi in tutto il mondo, tra cui un Orso d’oro al Festival di Berlino del 1957.

Il film è incentrato intorno alla figura del protagonista Isaak Borg, interpretato dal grande attore e regista svedese Victor Sjostrom in una delle più grandi prove attoriali della storia del cinema. Bergman dichiarò: “Sjostrom si era preso il mio testo, l’aveva fatto suo… si era impadronito della mia anima nella figura di mio padre e se n’era appropriato…”.

Dopo aver fatto un brutto sogno, il professor Borg decide di non prendere l’aereo e di andare, invece, in macchina al suo giubileo professionale, tornando così a visitare i luoghi del suo passato presenti sul tragitto.

Ed è proprio il viaggio il tema principale di quest’opera meravigliosa.

Un viaggio del ricordo: il ritorno al “posto delle fragole”, alla casa d’infanzia, a un passato felice così diverso da quell’isolata vecchiaia.

Un viaggio come riscoperta delle relazioni umane: Borg si fa accompagnare dalla nuora (Ingrid Thulin) con la quale instaura un rapporto sempre più intimo e sincero. Nel corso del tragitto incontrano tre autostoppisti: due ragazzi e una ragazza, Sara (Bibi Andersson), che gli ricorda moltissimo un suo amore di gioventù. I tre giovani sono vivaci e pieni di vita, così diversi dal protagonista che si sente “morto pur essendo vivo”.

La purezza e l’allegria dei nuovi compagni di viaggio sembra rimandare ai saltimbanchi del “Settimo sigillo”, gli unici che sopravviveranno alla ballata macabra della morte.

Un viaggio, anche, del rimorso: il rammarico di aver perso la ragazza di cui era innamorato, sua cugina Sara, che gli ha preferito il fratello perchè maggiormente pieno di vita; il rimpianto di aver lasciato luoghi e persone che amava, in cambio di una brillante carriera e di una moglie che lo tradiva e che lo considerava un uomo senza cuore.

Un viaggio, infine, come riscoperta di sè stesso, di ciò che davvero conta nella vita, delle passioni, delle sensazioni che generano sentimenti ed emozioni nell’animo umano; valori ben più importanti del successo, dei libri e del guadagno.

Pur mescolando diversi autori e teorici quali Freud, Strindberg, Ibsen e (più di tutti) Proust (la memoria degli attimi felici del passato), Bergman realizza con “Il posto delle fragole” un’opera che rientra pienamente nella sua filmografia per stile e contenuto.

Un film personalissimo (come molti dell’immenso regista svedese) che include l’ossessione religiosa, tema molto sviluppato negli anni successivi della sua carriera (es. “Sussurri e grida”); il ricordo di un’infanzia felice e gioiosa dove il piccolo Ingmar aveva già sviluppato una grande passione per il teatro e per l’immagine (es. “Fanny Alexander”); la presenza di molti attori che avevano lavorato spesso con lui: Ingrid Thulin, Bibi Andersson, Gunnar Bjornstrand e, in una piccola parte, Max von Sydow.

La sequenza che nessuno può dimenticare è quella dell’incubo, una delle vette oniriche della storia del cinema: Sjostrom cammina in strade deserte, vede un orologio senza lancette che rappresenta il suo tempo che sta per finire; incontra un uomo privo di volto umano che cade a terra e diventa sangue; infine vede arrivare un carro funebre, la bara si apre e al suo interno c’è lui stesso ancora vivo. La morte, altro elemento fondamentale nel cinema di Bergman, lancia i suoi presagi, facendo così capire al protagonista che il suo tempo sta per finire e facendolo così riflettere sulla vita che ha vissuto.

Quando Borg capirà che la sua vita “di successo” l’ha reso solo infelice e che nè i premi vinti, nè gli onori, nè i riconoscimenti possono sconfiggere la solitudine, cercherà di salvare almeno il figlio (Gunnar Bjornstrand), anch’egli medico, che sembrava portato a diventare tale e quale a lui.

Il finale è profondamente ottimistico: il protagonista riesce ad assopirsi, finalmente sereno, ricordando i luoghi del suo felice passato.

Allo stesso modo, mi piace pensare che Ingmar Bergman si sia addormentato sognando il suo "posto delle fragole".

Chimy

Voto Chimy: 4 / 4


"The Protector": i thailandesi amano la pace… ma non sopportano i prepotenti.

protectorLa storia di questo film? Rubano due elefanti alla persona sbagliata.
La persona sbagliata? Tony Jaa.
Tony Jaa? Forse la più grande promessa del cinema di arti marziali, un’atleta incredibile e uno dei più abili praticanti di Muay Thai.
Il Muay Thay? L’arte marziale thailandese che si contraddistingue per l’uso massiccio di ginocchia e gomiti.
Questo “The Protector” rappresenta molto semplicemente un momento di puro godimento per gli appassionati di arti marziali. Perché quello che cercano, e che apprezzano, è la quantità e la qualità dei combattimenti, e in questo film sia per quantità che per qualità non ci si lamenta per nulla, anzi.
Se il soggetto pare banale, e la sceneggiatura approssimativa, l’esaltazione delle scene di lotta fa completamente dimenticare tutto, e i momenti di raccordo tra le scene d’azione sono lunghe tanto quanto basta a dare allo spettatore ciò che vuole, cioè Tony Jaa che mena , senza cali di ritmo.
Anche se c’è da dire che il regista Prachya Pinkaew, lo stesso del primo film con Tony Jaa, “Ong Bak”, è riuscito a non banalizzare troppo il rapporto d’amore tra Kham, il protagonista, e i suoi elefanti, andando a sottolineare l’importanza che tali animali hanno nella tradizione thailandese, che li vuole come veri e propri componenti della famiglia. Confesso a tutti voi che mi ci sono affezionato anche io a quei giganti.
Ma il punto forte del film sono, ovviamente, le scene di combattimento. Vi cito subito una scena che per realizzazione è qualcosa di assolutamente fenomenale. Un piano sequenza di circa cinque minuti dove il nostro buon Tony Jaa sale sei piani di scale combattendo contro una buon numero di avversari. Un plauso a tutti, cameramen compreso, per un piano sequenza magistrale. Ottime anche le altre sequenze, come ad esempio il rocambolesco scontro tra Kham e un gruppo di persone su moto, rollerblade e bmx, che ricorda molto alcune scene dei film con Jackie Chan. A proposito, proprio quest’ultimo fa nel film un cameo che farà molto ma molto piacere a tutti. Tra gli avversari di Jaa nel film citiamo anche Nathan Jones, wrestler della WWE.
Un’altra scena davvero ottima è una lunga sequenza in cui Kham attera a suon di leve articolari circa una cinquantina di avversari. Una manciata di minuti in cui il suono di ossa che si spezzano è la vera colonna sonora.
Unica nota dolente del film, oltre a soggetto e sceneggiatura non molto curati, sono alcuni inserti in computer grafica che obiettivamente potevano essere evitati, in quanto inutili diegeticamente e di pessima realizzazione tecnica.
In conclusione un film consigliatissimo a tutti gli amanti del genere, ma anche a chi cerca semplicemente una buona dose di violenza e azione. Visto che in questo film violenza e azione sono vere, senza nessun effetto speciale e soprattutto senza che nessuno stuntman aiuti il grande Tony Jaa.

Para
Voto Para: 3/4

Il matrimonio di Tuya: un film cinese, ambientato in Mongolia, che ha trionfato a Berlino

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Il matrimonio di Tuya” è un film cinese ambientato, però, in Mongolia, che ha vinto l’Orso d’oro allo scorso Festival di Berlino.

Il film è incentrato sulla figura di Tuya, donna forte e coraggiosa  proprietaria di un gregge di cento pecore, che, grazie al suo lavoro, mantiene i due figli e il marito disabile Bater.

L’uomo propone alla moglie di divorziare, così da renderla libera di trovare un nuovo marito che l’aiuti, vista la difficile situazione economica della famiglia.

Tuya, inizialmente restia, decide di accettare questa proposta a costo però che il nuovo marito si occupi anche di Bater.

Il primo importante argomento che tratta questo film è il rapporto tra la tradizione e il futuro della Mongolia: l’espansione dell’industria cinese porta, infatti, moltissimi pastori nomadi a trasferirsi in città.

Questo percorso lo farà anche Tuya a causa di Baolier, un suo vecchio compagno di scuola, che, dopo aver lasciato Bater in un ospizio, accoglie Tuya (intento a sposarla) e i suoi figli nella sua casa di città.

I sentimenti di Tuya, però, prevarranno e, dopo che Baolier gli nasconde che Bater ha tentato il suicidio alla casa di riposo, decide di tornare col suo vecchio marito ai pascoli che amava.

Il paesaggio infatti è il vero protagonista del film: la steppa mongola (vista recentemente nel bellissimo “La storia del cammello che piange”), silenziosa, omogenea, arida; così diversa dagli animi dei protagonisti che dimostrano un grande affetto per le persone che hanno vicino.

Una delle più belle scene del film mostra proprio questo rifiuto del progresso: Tuya camminando nella steppa con il suo cammello si imbatte in una Mercedes (simbolo della modernità); i due però la guardano appena, non sembrano affato interessati e colpiti da quell’”oggetto” così diverso dalla natura che lo circonda.

Tutto il film, così come tutto il paesaggio, è accompagnato da magnifiche musiche che rimandano direttamente alla Mongolia e alle sue tradizioni.

Wang Quanan, il regista, ha fatto davvero un ottimo lavoro, dimostrando che il cinema cinese di oggi deve iniziare a guardare oltre alle storie  che ci fa, solitamente, vedere sul grande schermo; a costo anche di andare a girare in Mongolia, raccontandoci una storia mongola.

Yu Nan, la protagonista, è l’unica attrice professionista del cast ed è decisamente brava; ricorda moltissimo le forti interpretazioni di Gong Li nei film più sociali di Zhang Yimou, come ad esempio “La storia di Qiu Ju”.

Un film davvero notevole che non ha certamente demeritato di vincere l’Orso d’oro (anche se gli altri film di Berlino non li ho visti) e che vi consiglio di non perdere assolutamente.

Vi lascio, però, con una domanda che potrebbe essere un argomento di un nostro futuro post: che senso ha doppiare un film come questo?


Chimy
Voto Chimy: 3 / 4
  

"Paprika": non quello di Tinto Brass, ma quello di Satoshi Kon!

paprikaSatoshi Kon qui da noi è senz’altro il meno famoso tra i più famosi registi d’animazione giapponesi. Nel suo cinema il sogno ha rivestito un’importanza assai elevata fin dal primo “Perfect Blue”, che vi consiglio (vi consiglio anche “Tokyo Godfathers”, bel film leggero e ben curato sotto tutti gli aspetti). In “Paprika” la componente onirica è pressoché totale. Il film è infatti un viaggio all’interno di un sogno collettivo.
Grazie all’invenzione di un dispositivo, il “DC Mini”, si possono condividere i sogni. Il dispositivo deve però essere programmato in modo che con le dovute restrizioni sia possibile condividere il sogno solo tra due persone nella stessa stanza. Senza tali restrizioni ogni utilizzatore della “DC Mini” finirebbe col condividere il proprio sogno con tutti gli altri. La possibilità di introdursi nei sogni delle persone senza il minimo controllo equivarrebbe a fare del terrorismo, ed è esattamente ciò che capita nel film. Due “DC Mini” in fase di programmazione vengono infatti rubate dai laboratori, con ovvia preoccupazione degli addetti ai lavori. Il sogno, la cattedrale onirica, può dunque essere violata. Bisogna quindi trovare gli utilizzatori delle “DC Mini” rubate che stanno inquinando i sogni altrui.
Tra i responsabili delle ricerche c’è anche Atsuko, psicoterapeuta che nel mondo dei sogni ha sviluppato un alter ego in grado di muoversi liberamente facendo fronte ad ogni avversità. Questo alter ego è Paprika, che è un po’ la controparte buona di Freddy Krueger o l’aiutante più allegra del Nightmare Detective di Tsukamoto.
L’intreccio è un continuo rimbalzare tra piani paralleli: la realtà, il sogno, il virtuale. <<Lei non crede che i sogni e internet siano abbastanza simili? Sono luoghi dove si esprimono desideri repressi>>. Così Paprika accoglie in un internet cafè (non un bar dove puoi navigare su internet, ma un bar da cui si entra via web all’indirizzo http://www.radioclub.jp) uno dei personaggi la cui caratterizzazione è la più interessante, il detective Kanakawa. Con la relazione (non amorosa, ma onirica) tra Paprika e questo personaggio, Kon affronta una serie di riflessioni metacinematografiche a lui care fin dal sopraccitato “Perfect Blue” e dal seguente “Millenium Actress”.
“Paprika” è dunque per Kon il ribadire il proprio cinema. “Perfect Blue”, “Millenium Actress” e “Paprika” sviluppano la propria diegesi sulla riflessione e sulla fusione di passato e presente, sogni e ricordi, reale e virtuale. Con “Perfect Blue” Kon affronta tali temi nel genere thriller, in “Millenium Actress” nella storia di un’attrice che è anche la storia del Giappone attraverso i film in cui ha recitato, e in Paprika riesce a gestire tutto all’interno di un gigantesco sogno.
Così come i suoi film si basano sullo scontro/incontro di piani paralleli, così pregi e difetti si alternano al loro interno. “Paprika” si presenta tecnicamente validissimo, con un’accurata scelta cromatica e con una bella e convincente realizzazione, così come ideazione, del mondo onirico. Ma c’è a volte un leggero calo di ritmo e una tendenza alla confusione narrativa. Sono comunque piccolezze all’interno di un opera che risulta comunque buona e in totale comprensibile.
Con piccoli o grandi passi, ma sempre con grande ambizione, Satoshi Kon continua a confezionare e distribuire sogni .

Para
Voto Para: 3/4