Premi ufficiali della Mostra e considerazioni…

Mi trovo abbastanza d’accordo sulla lista dei film premiati dalla giuria di Venezia ’64, anche se li avrei messi in ordine diverso.Ci sono, però, due fatti che mi hanno lasciato abbastanza deluso.
Il Leone d’oro è andato (a sorpresa) a "Lust, Caution" di Ang Lee che, comunque, era un film decisamente meritevole anche se nettamente inferiore ad "I’m not there" di Todd Haynes.
Il Leone d’argento per la migliore regia è andato a Brian De Palma e anche questo, come avevo scritto ieri, è un premio che ci può stare tranquillamente. Il modo in cui è stato girato è, infatti, il punto di forte di "Redacted".
Questi due premi più importanti io li avrei dati a Haynes e Kechiche che si sono dovuti accontentare di un ex-aequo premio della giuria. E’ apparso molto soddisfatto, comunque, il regista del film migliore della Mostra, molto meno l’autore de "Le graine et le mulet" che, salito sul palco, ha detto di aver vinto "un premio minore".
Naturalmente non concordo minimamente per un riconoscimento dato a "12", ma era un premio inventato e di poco conto per l’insieme dell’opera quindi non me la sono presa più di tanto.
Sono rimasto, invece, abbastanza allibito per la Coppa Volpi come miglior attore a Brad Pitt. Il suo film è uno dei pochi del concorso che non ho visto, ma con le grandi interpretazioni della rassegna(T.Leung, M.Freeman, T.L.Jones, M.Caine) mi sembra strano che Pitt abbia fatto di meglio.
La Coppa Volpi alla miglior attrice se non fosse andata a Cate Blanchett avremmo distrutto il palazzo del cinema. Quindi tutto ok…
Miglior sceneggiatura a "It’s a free world" di Ken Loach mi ha fatto molto piacere perchè era un film che meritava un premio assolutamente.
Ma perchè la miglior fotografia ancora a "Lust, Caution"? Non bastava dargli il Leone d’oro dato che solitamente i premi vengono divisi per ogni film?
"Nightwatching" di Peter Greenaway ha una fotografia tra le migliori viste negli ultimi anni, inoltre era un film molto meritevole (forse il migliore dopo "I’m Not There"). Il vero scandalo della premiazione è che sia rimasto senza alcun riconoscimento.
L’altro importante bocciato (questa volta giustamente) è stato Paul Haggis dato tra i favoriti alla vigilia.
Alla fine, comunque, il vero Leone della Mostra è stato Tim Burton, che ha cercato di accontentare tutti i fan con foto e autografi (a differenza di molti altri), e che si appresta a regalarci un altro grandissimo film con "Sweeney Todd" in uscita tra dicembre e gennaio.

Chimy

Mostra di Venezia 2007: i miei premi personali

In attesa di sapere quale sarà la lista ufficiale dei vincitori (questa sera alle 19.00 la premiazione) scrivo quali sono i film che meriterebbero, a mio parere, i prestigiosi premi…

Leone d’oro per il miglior film: assolutamente "I’m Not There" di Todd Haynes, l’unico grande film visto in tutta la rassegna. Una spanna sopra tutti gli altri. Non mi dispiacerebbe assolutamente anche "Nightwatching" di Greenaway e "La graine et le mulet" di Kechiche (grande favorito). Sarei decisamente deluso se vincesse "In the valley of Elah", molto irritato se fosse "12".

Leone d’argento per la migliore regia: visto che a Todd Haynes ho dato (e non c’erano dubbi) il leone d’oro, la migliore regia la dò ad Abdellatif Kechiche per "La graine et le mulet". E’ praticamente alla pari con Peter Greenaway alla quale darò altri premi per il suo film. Sarei contento anche se fossero Ang Lee e Ken Loach. Potrebbe starci tranquillamente anche Brian De Palma.

Coppa Volpi per il migliore attore: lotta durissima, ci sono state davvero ottime interpretazioni maschili quest’anno in concorso. Bravissimi Michael Caine, Tom Wilkinson e il protagonista di "La graine et le mulet" di cui mi sfugge il nome in questo momento. Strepitosi Tommy Lee Jones e Tony Leung. Il premio però lo darei ad un immenso Martin Freeman, nel ruolo difficilissimo di Rembrandt, in "Nightwatching".

Coppa Volpi per la migliore attrice: assolutamente senza storia. Ci sono state due grandissime interpretazioni femminili (oltre a quella che merita il premio): Kierston Wareing per "It’s a free World" di Loach e Tang Wei per "Lust, Caution" di Ang Lee. Il problema è semplicemente che quella di Cate Blanchett nei panni di Bob Dylan, in "I’m Not There", è una delle migliori interpretazioni del nuovo millennio. Il premio non può che andare a lei.

Miglior sceneggiatura: qui più che premiare per la sceneggiatura in sè, vorrei dare un premio ad uno dei migliori film visti a cui ancora non ho dato premi: "Lust, Caution" di Ang Lee.

Gran premio della giuria: stesso discorso per il premio precedente. Qui dico "It’s a Free World" di Ken Loach. Un altro film che meriterebbe qualcosa è "The Darjeeling Limited" di Wes Anderson.

Miglior fotografia: qui invece non dò soltanto un premio per il film in sè. La fotografia di "Nightwatching" di Peter Greenaway è qualcosa di eccezionale per l’uso delle luci e le pose dei personaggi che rimandano alla pittura olandese. Questo film non deve tornare a casa a mani vuote.

Film odiati: ce ne sono molti. Diciamo gli ultimi visti "12" e "Chaos"(il peggiore di tutti), diciamo i due italiani "Nessuna qualità agli eroi" e "L’ora di punta". E Kitano che non può mancare con il suo "Glory to the Filmaker".

Menzioni di merito tra i film fuori concorso: ne dico tre: "La ragazza del lago" di Andrea Molaioli (il miglior film italiano visto e non solo perchè gli altri facevano schifo); "La fille coupée en deux" di Claude Chabrol (se fosse stato in concorso un premio gliel’avrei dato sicuramente); infine, forse il migliore fuori concorso, "Beyond the years" di Im Kwon-taek,il grande poeta del festival.

Attendiamo gli esiti ufficiali. Spero che la giuria non mi faccia arrabbiare troppo (immagino già che i giudizi saranno molto diversi dai miei)…

Saluti a tutti

Chimy

Mostra di Venezia-giorno 10: brutta chiusura con gli ultimi due film in concorso…

La mostra si chiude decisamente male con due fra i peggiori film visti…

E’ considerato uno tra i favoriti per la vittoria finale il film di Nikita Mikhalkov: "12". Per me se vincesse sarebbe uno scandalo.
Il film è il remake del grande classico di Sidney Lumet "La parola ai giurati". Guarda caso le scene migliori del film sono proprio quelle identiche all’opera da cui prende spunto.
Mikhalkov cerca di attualizzare la vicenda attraverso il personaggio dell’accusato appartenente alla minoranza cecena (al posto del ragazzo del bronx nell’originale), mentre i giurati sono (quasi tutti) moscoviti benestanti.
Ci sono momenti anche imbarazzanti che mettono nell’ironia la serietà e l’impegno del testo originario.
A parte il confronto questo film è troppo lungo ed ha una prima parte spesso irritante.
Erano 10 anni che Mikhalkov non dirigeva un film (e le idee mancano ancora), per quanto mi riguarda poteva ritirarsi per sempre.

Assolutamente indecente è "Chaos" di Youssef Chahine.
La trama sembra presa da un film di Bollywood si serie B. Una giovane ragazza molto timida è innamorata di un uomo che sembra preferirgli una donna più sfacciata e sensuale. Naturalmente la ragazza timidan conquisterà il ragazzo. Poi ci si mette un bruto innamorato della ragazza timida che cerca di conquistare in tutti i modi, anche con la forza. Naturalmente il bel giovane le verrà in soccorso, il bruto morirà e tutti vissero felici e contenti…
Ad alcuni critici è piaciuto, io vi chiedo (se mai uscirà) di andare a vederlo per potervi rendere conto di quanto sia un’immensa boiata.
Inconcepibilmente in un festival. Vergognosamente in concorso.

Tra poco pubblicherò un nuovo post con i miei premi personali..

Chimy

Mostra di Venezia-giorno 9: una giornata in tono minore…

Dopo i fasti dei giorni scorsi, la penultima giornata della Mostra è abbastanza sottotono…

Il film sorpresa della Mostra è stato "Mad Detective" di Johnnie To (come avevamo pronosticato i giorni prima del festival) e Wai Ka Fai.
La vicenda ruota attorno ad una pistola scomparsa che apparteneva ad un poliziotto, le cui pallottole hanno ucciso diversi uomini. Nelle indagini è coinvolto un detective, considerato matto, che legge nella mente delle persone.
To lo scorso anno aveva presentato il notevolissimo "Exiled", con "Mad Detective", purtroppo, non si ripete a quei livelli.
Manca quell’eleganza di stile e quella continuità di ottime sequenze che avevano caratterizzato la sua precedente opera.
Dopo un inizio abbastanza scioccante (taglio di un orecchio), il film perde smalto nella parte centrale e lo recupera soltanto nel bellissimo finale.
Però non basta. Le mie attese per questo film, che si è rivelato essere non più che discreto, erano molto maggiori…

L’ultimo film italiano presentato in concorso (dopo "Nessuna qualità agli eroi" e "il dolce e l’amaro") è "L’ora di punta" di Vincenzo Marra.
Il film parla di un arrampicatore sociale che, approfittandosene di tutti, da guardia di finanza diventa un imprenditore di successo.
Se avete sentito parlare di risate ironiche in sala durante la proiezione avete sentito bene.
Io non vorrei essere troppo drastico dato che la media dei film italiani che escono è a questo livello (brutti film), però ci sono momenti davvero imbarazzanti.
Marra alterna a sequenze tranquille e accettabili, altre che sembrano tirate fuori dai peggiori sceneggiati televisivi.
L’elemento che, però, fa crollare tutto è l’attore protagonista Michele Lastella, che dev’essere stra-raccomandato come il personaggio che interpreta.
Non riesce nè a fare un sorriso sincero, nè a cambiare espressione; durante una sequenza cerca di fare un ghigno beffardo e gli esce un espressione da maniaco stordito. E’ davvero difficile recitare peggio.
Fanny Ardant cerca con la sua grande classe di rialzare un pò questo film, ci riesce poco perchè avendo di fronte uno stoccafisso non può (neanche lei) fare miracoli…

La "settimana della critica" si chiude com’era cominciata: con un film abbastanza deludente che ruba le idee dagli altri.
La prima opera presentata nelle sezione era stata "24 mesures" di Jalil Lespert.
La trama si basa su 4 storie che s’intrecciano (abbastanza male) in una notte francese.
Si cerca di copiare Inarritu, ma ci si riesce molto poco. Una delle storie s’intreccia a causa di un incidente (ok copiare il grande messicano però si esagera) come in "21 grammi".
Oggi, invece, è stata presentata l’ultima opera della sessione "Ano Una" di Jonas Cuaron (figlio di Alfonso).
Parla di un ragazzino messicano che s’innamora a tal punto di una turista americana da decidere di andarla a trovare a New York senza dire niente ai genitori.
Il film è realizzato soltanto con delle fotografie in digitale che si susseguono, che raccontano gli eventi insieme alla voci off degli attori. Procedimento simile a quello del celebre "La Jetee", di cui avevamo parlato poco tempo fa.
Se nel film di Marker, però, questo procedimento aveva un senso importante (un ricordo fissato nella mente come una fotografia), in "Ano Una" non si capisce bene il motivo di questa scelta oltre a quello dell’esercizio di stile. Se fosse stato girato normalmente non sarebbe cambiato moltissimo…

A domani pomeriggio con le recensioni degli ultimi due film del concorso e le valutazioni finali…
Saluti

Chimy

Mostra di Venezia-giorno 8: ancora ottime cose…

Ormai la Mostra continua a mantenersi su buoni livelli dopo i deludenti primi giorni….

Takashi Miike ha presentato la sua ultima folle opera "Sukiyaki Western Django" in concorso, coniugando gli spaghetti western (alla Corbucci) con il cinema dei samurai.
Il film è davvero strano, particolarissimo. Nonostante le opere di Miike siano spesso connotate da questi aggettivi, in questo film sono particolarmente appropriati.
Ad una prima parte più riflessiva segue una seconda piena di azione e sparatorie con la battaglia dei "rossi" contro i "bianchi".
Personalmente è il tipo di cinema di Miike che mi piace di meno (quello un pò fracassone, rispetto a quelli psicologici che preferisco decisamente, es. "Visitor Q"), ma nonostante questo, oltre ad alcune pause nella parte centrale, ci sono delle sequenze davvero notevoli: tutto il finale, una danza nel saloon…e poi, assolutamente imperdibile, il cameo iniziale di Quentin Tarantino prima dei titoli di testa.
Non deluderà i fan più accaniti del buon Miike Takashi.

Un’altro film asiatico di cui volevo parlarvi (forse quello che ho preferito tra gli orientali del festival) è "Beyond The Years" di Im Kwon-Taek.
E’ il seguito di una delle opere più belle del regista: "Sopyonje" dei primi anni ’90.
Im ne riprende i paesaggi, le tematiche e naturalmente la musica, ancora una volta grande protagonista.
Il film è pieno di poesia, malinconia e una grande riflessione sulla memoria: il protagonista cerca la sorella (diventata cieca) che non vede da diversi anni. Diverse volte si riincontreranno per poi riperdersi, fino a quando non torneranno a suonare insieme quella musica che il loro padre gli aveva insegnato.
L’anziano regista coreano ha ancora moltissimo da insegnare e da mostrare…

Infine, un film che scombussola totalmente i miei giudizi finali: "Nightwatching" di Peter Greenaway. Quest’opera potrebbe essere il secondo miglior film della rassegna (naturalmente "I’m not there" non si muove dal primo posto).
Si basa sulla realizzazione di Rembrandt de "La ronda di notte" (Nightwatching), all’apice della carriera del pittore olandese e subito prima del suo declino.
La bellezza del film deriva da una splendida fotografia ed un notevolissimo uso delle luci: ogni inquadratura del regista inglese sembra essere proprio un quadro di Rembrandt.
E’ quindi un film pittorico per eccellenza che grazie alla forza dell’immagine e al fascino rappresentato da "La ronda di notte" (opera affascinante ed enigmatica) risulta essere decisamente un’opera notevole.
Grandissima interpretazione di Martin Freeman nei panni di Rembrandt: diventa così uno dei più autorevoli attori per la Coppa Volpi.
Forse dovrebbe guardarlo Milos Forman per capire come fare un film basato sulla vita di un pittore….

Saluti, a domani

Chimy

Mostra di Venezia-giorno 7: durante il Tim Burton Day spunta il primo grande film dell'intera rassegna…

Emozioni forti in laguna…

Oggi era il giorno di Tim Burton e ho avuto l’enorme onore di essere in sala durante la consegna del Leone d’oro alla carriera.
Dopo qualche minuto (commovente ed emozionante) in cui sono stati proiettati spezzoni della sua filmografia, ho potuto vedere una sequenza del suo prossimo lavoro "Sweeney Todd": splendido trucco sui volti di Johnny Depp ed Helena Bonham-Carter e ottima scenografia che rimandava alla soffitta di "Edward mani di forbice". Il film sembra rimanere fedele all’origine musicale dello spettacolo teatrale di Broadway, infatti, in questi pochi minuti, vediamo Johnny Depp che canta una struggente canzone.
In seguito è stata proiettata la versione 3d di "Nightmare Before Christmas" vista con gli appositi occhialini. Che dire? un’emozione immensa vedere, in chiave più affascinante e migliore, un film che era già straordinario…

Un film onesto è, invece, "Il dolce e l’amaro" di Andrea Molaioli.
Parla di Saro Scordia (Luigi Lo Cascio) che decide di diventare un mafioso per l’ammirazione provata, fin da bambino, per gli uomini d’onore. Questa scelta gli costerà moltissimo:l’amore e la famiglia.
Pur rifacendosi a modelli cinematografici molto trattati, il film si lascia guardare grazie soprattutto alla buona interpretazione di Lo Cascio, unico protagonista della storia.
Bravi anche Fabrizio Gifuni e Donatella Finocchiaro.

Ma arriviamo al gran film di cui parlavo nel titolo: "I’m not there" di Todd Haynes. So che molti lo attendono con ansia e, credetemi, non rimarrete delusi, anzi. Per me è superiore a quanto mi aspettassi.
Come sapete il film parla della vita di Bob Dylan focalizzandosi su sei episodi fondamentali della vita del menestrello, interpretati da sei attori diversi.
Haynes riesce a cogliere in questo modo le tante anime di questo "enigmatico" personaggio (non a caso il nome della città da cui proviene il primo Dylan e, alla quale, ritorna l’ultimo è proprio "enigma").
Alcune sequenze trasmettono brividi su tutto il corpo: sensazioni che raramente è provato negli ultimi anni.
Gli attori sono molto bravi, ma sopra tutti gli altri c’è una Cate Blanchett divina che somiglia a tal punto da far pensare che una delle anime di Bob sia entrata nel suo corpo.
Con lei in scena ci sono le sequenza più straordinarie: ad es. una festa pop (momento altissimo) e l’incontro con il poeta beat Allen Ginsberg.
Non mi dilungo troppo perchè, dato che il film esce domani, quando torno da Venezia metterò una normale recensione.
Naturalmente è riduttivo considerarlo la migliore opera della Mostra, potrebbe essere (insieme a pochi altri) il miglior film dell’anno.

Con soddisfazione vi saluto
A domani

Chimy

 

Mostra di Venezia-giorno 6: il concorso prende sempre più slancio…

Un’altra buona giornata con due notevoli film in concorso e una sola (anche se grande) delusione…

Partiamo dal bel "The Darjeeling Limited" di Wes Anderson, tornato al livello de "I Tenenbaum".
Il film si sviluppa attorno al viaggio in India, in cerca di spiritualità, di tre fratelli stravaganti che non si parlano da anni.
"The Darjeeling Limited" rappresenta una boccata d’ossigeno nel concorso veneziano: pur non essendo (forse) il film migliore, è pieno di quell’originalità che è mancata molto tra le opere viste nei giorni precedenti.
La parte migliore è la prima, costruita soprattutto sui dialoghi dei tre protagonisti, durante il viaggio in treno (dal nome "The Darjeeling Limited").
Volevo menzionare, in particolare, la sequenza d’apertura dove appare Bill Murray che corre per cercare di raggiungere il treno. Davvero bella e da ricordare.
Molto bravi sia Adrien Brody (faccia perfetta per il cinema di Wes Anderson) che Owen Wilson (a cui vanno i nostri migliori auguri). Il migliore, però, è un grande Jason Schwartzaman; protagonista (assieme a Natalie Portman) anche del cortometraggio "Hotel Chevalier" che ha preceduto il film.

Non so se vincerà il Leone d’oro come annuncia buona parte della stampa; certamente, però, il film di Abdellatif Kechiche "La graine et le mulet" è tra i migliori visti quest’anno alla Mostra.
Le difficoltà di un anziano franco-algerino (e della sua famiglia) da quando viene licenziato in poi sono la base di questo film.
Il protagonista cercherà di ricompattare i familiari (e le sue finanze) aprendo un ristorante su una barca.
La si può definire "una commedia al cous cous": il cous cous è il piatto che mangia tutta la famiglia in una delle sequenza più riuscite; il cous cous è anche il pasto su cui vogliono basare il successo del nuovo ristorante; come il cous cous il film è pieno di ingredienti (tematiche) e decisamente buono.
Ottima la regia che si basa su una telecamera a mano e su un montaggio molto rapido e frammentario che permette al film di essere seguito fino in fondo con il maggiore interesse.
Non è perfetto come hanno detto in molti (ci sono scene un pò lunghe e patetiche), però qualche premio arriverà. E probabilmente se lo merita anche…

Molto deludente è invece "The Nines" esordio alla regia di John August, presentato alla "Settimana della critica".
August, per chi non lo sapesse, è lo sceneggiatore degli ultimi (capo)lavori di Tim Burton: da "Big Fish" a "La sposa cadavere", per questo mi aspettavo molto da questo film.
"The Nines" punta decisamente in alto, e arriva ad esagerare.
E’ diviso in tre episodi che rimandano l’uno all’altro e si collegano al tema del "reality show". Anche se in alcuni punti si avvicina maggiormente alla grafica dei videogiochi.
Molto complesso e sconclusionato, le uniche parti buone sanno di già visto (es. Truman Show).
Peccato…

Saluti, a domani

Chimy

Mostra di Venezia-giorni 4 e 5: cose buone e giuste (finalmente…)

Finalmente due giornate molto buone in laguna…


Colpisce fortissimo il film di Ken Loach, “It’s a Free World”, probabilmente il film migliore visto fin’ora (anche se Ang Lee non è molto lontano).
Il regista inglese torna a parlare della “working class” del suo paese, dopo il successo de “Il vento che accarezza l’erba” basato sulla lotta irlandese per l’indipendenza.
Il tema principale del film è la difficoltà di trovare lavoro in Inghilterra, soprattutto per chi non ha un passaporto regolare; Angie cercherà di aiutare queste persone aprendo un’agenzia di lavoro interinale.
Loach accusa la sua nazione (e tutti i paesi occidentali) di partire con le migliori intenzioni verso gli extra-comunitari, per poi sfruttarli più che si può.
A differenza dei protagonisti tipici del regista, Angie (interpretata dalla bravissima esordiente Juliet Ellis, in lizza per la Coppa Volpi) è un personaggio molto negativo, che convince gli immigrati clandestini (e anche noi spettatori…) di avere ottime intenzioni, per poi rivelarsi uno “squalo” bugiardo come tutti gli altri.
Questo è un film che riesce a criticare con forza il suo obiettivo. Questo è l’impegno civile che bisogna apprezzare, con contenuti che fanno realmente riflettere…

 

Sorprendente (per essere un’opera prima italiana) è anche “La ragazza del lago” di Andrea Molaioli, film della Settimana della Critica.
Un noir di provincia che parla di un omicidio in una (apparentemente) tranquilla cittadina friulana.
Il film è ben girato da Molaioli, che riesce a ricreare un’atmosfera semplice e familiare dove si annidano, però, i segreti più inconfessabili.
A risolvere il caso è chiamato un commissario interpretato da un eccellente Toni Servillo (uno dei migliori attori italiani viventi), che illumina la scena ad ogni sua apparizione
Un personaggio scorbutico e solitario che sembra rimandare al Titta Di Girolamo de “Le conseguenze dell’amore. E proprio da Sorrentino sembra prendere (in parte) spunto Molaioli per la sua regia, ma i riferimenti del film sono diversi da “La promessa” (quindi Durrenmatt) di Sean Penn ai gialli classici (Simenon..).
Se, comunque, i risultati sono buoni , come in questo caso, ben vengano celebri punti di riferimento ai quali il regista si aggrappa.
Incomprensibilmente non inserito nel concorso principale. Sarebbe stato tra i migliori film visti fino a oggi
.

Interessante anche un altro esordio, quello di Rodrigo Plà con "La Zona", presentato tra le Giornate degli Autori.
Il film parla di un quartiere residenziale (la zona del titolo), dove vivono le persone più benestanti di Città del Messico, circondato da aree, invece, molto povere.
Ci sarà un duro scontro tra le due parti (tra ricchi e poveri) quando tre poveri ladruncoli si introducono nella "Zona" e ci scappa il morto. I  borghesi cercheranno allora di farsi giustizia da sè.
Decisamente ben girato per essere un’opera prima, il film affascina soprattutto per il confronto tra due mondi così vicini eppure così lontani.
Tutto sà un pò di già visto, ma comunque ci fa ben sperare per il futuro di questo regista…

Non è un esordiente, ma il suo lavoro è all’altezza dei tempi d’oro: sto parlando di Claude Chabrol con "La fille coupée en deux" (purtroppo Fuori concorso).
Il regista della Nouvelle Vague racconta un triangolo amoroso dei nostri tempi: una giovane ragazza (Ludivine Sagnier) s’innamora di uno scrittore di mezza età sposato e perverso. Dato che questi non si decide a lasciare la moglie per lei, la protagonista sposa, quasi per ripicca, un giovane milionario (Benoit Magimel) che le fà una corte spietata da diverso tempo.
Chabrol dirige con maestria e con splendida eleganza un’opera torbida, sporca e perversa.
L’amore e la morte s’incrociano, così come la gelosia e la vendetta.
In concorso avrebbe potuto dar fastidio a tutti, anche grazie all’interpretazione dell’eccellente (e gigione) Benoit Maginel.

Saluti, a domani (speriamo con altri buoni film)

Chimy

Mostra di Venezia-giorno 3: ancora delusioni e tanta incazzatura…

Sicuramente il giorno più brutto della Mostra: 3 film deludenti in concorso e un grosso scandalo…

Partiamo dal film (forse) meno-peggio: "Gli amori di Astrea e Celadon" di Eric Rohmer.
Purtroppo molto meno interessante di quanto mi aspettassi.
Il grande regista francese (assente per problemi di salute) ha girato un’opera totalmente inseribile all’interno della sua filmografia e del suo modo di fare cinema: grande attenzione ai dialoghi, regia molto semplice, forte letterarietà.
Il film è tratto da un libro del 1600 che parla delle difficoltà amorose di due giovani della Gallia.
Rohmer segue fedelmente il testo originale, ma questo (vista l’epoca in cui è stato scritto il racconto) lo rende troppo pedante e onestamente superato.
La trama prende risvolti a volte troppo banali, altre volte un pò fuori-luogo (vedi il finale).
Resta, comunque, un film discreto vista l’onestà complessiva dell’opera: un film semplice, con atmosfere quasi favolistiche che ci rimandano al tempo dei druidi e ci allontanano dall’arroganza che contraddistingue altri autori del concorso (tra cui quelli dei prossimi due film sotto).

Decisamente deludente è anche Paul Haggis con "In the Valley of Elah".
Il film parte bene raccontando la storia di un uomo (T.L.Jones) che cerca di avere notizie del figlio, soldato americano in Iraq.
Discreto è anche il finale con il quale il regista critica gli Stati Uniti, facendo issare al protagonista la bandiera americana al contrario.
I grossi problemi sono in una lunga, prolissa e noiosissima parte centrale che fa perdere l’interesse che il film aveva generato nel pubblico all’inizio.
La regia di Haggis (che, personalmente, ho poco sopportato anche in "Crash") è spesso falsa e piena di retorica: cerca di fare contenti un pò tutti con strizzatine d’occhio e una parte finale che cerca di commuovere il pubblico mediante i procedimenti più commerciali possibili (ad es.canzoni struggenti). Mi stupisco sempre che sia lo sceneggiatore di uno dei miei registi preferiti.
Il film, che potrebbe anche vincere il Leone per la tematica che affronta (la forma viene spesso messa in secondo piano nei grossi festival..), ha però una grande interpretazione in Tommy Lee Jones che punta forte alla Coppa Volpi insidiando Tony Leung e Michael Caine.

Andiamo invece a quello che probabilmente è il film peggiore visto fin’ora in concorso: "Nessuna qualità agli eroi" di Paolo Franchi.
Un’opera pretestuosa e arrogante come se ne vedono solo in Italia.
La trama, decisamente complessa, sembra scritta soltanto per cercare in tutti i modi di fare considerare Franchi un autore: scene drammatiche e pesanti per tutta la durata di questo brutto film.
Può essere eletto a simbolo del cinema italiano di oggi: un regista (Franchi) esordisce con un film ("La spettatrice"), ha successo, pensa di essere diventato Fellini o Rossellini (o, forse, Antonioni in questo caso) e nella sua seconda opera mostra tutto questo suo sentirsi grande e arrivato, facendo invece dei lavori insopportabili.
Arroganza simile a quella di Saverio Costanzo per "In memoria di me".

Infine lo scandalo di cui vi parlavo: il film di Woody Allen "Cassandra’s Dream" non potrò vederlo (e insieme a me gli altri accrediti).
E’ stato comunicato oggi che la casa di distribuzione del film, controllata da quel "genio" di De Laurentis, ha deciso di proiettare il film soltanto per la stampa giornaliera e per il pubblico pagante (che deve spendere 40euro, se riesce a trovare il biglietto), togliendo 3 delle 5 proiezioni previste.
Per il momento sono sconosciute le cause. Spero che non sia la volontà di guadagnare qualche soldo in più, facendo pagare il biglietto alle migliaia di accrediti che l’hanno perso. Sarebbe molto triste.
Personalmente, comunque, ho deciso di non andarlo a vedere in sala, ma di scaricarlo da Internet, per non dare neanche 6 euro al "grande genio".

Incazzatamente vi saluto…

Chimy

Mostra di Venezia-giorno 2: ancora una giornata di stallo (anche se c'è stato il primo buon film in concorso)…

Non si può certo dire che sia stata una partenza esaltante quella della Mostra 2007, ma andiamo con ordine:

Il miglior film visto fin’ora è il bel "Lust, Caution" di Ang Lee, presentato in concorso.
Un’opera che rimanda al cinema del passato, alle classiche storie di spionaggio degli anni ’40 e ’50.
Il regista taiwanese ambienta (proprio nei ’40) la storia a Shanghai e realizza un film molto curato e decisamente ben diretto.
"Lust, Caution" tiene sulle spine gli spettatori per tutta la sua durata (156 m.) senza cali di ritmo e di tensione.
Lee riesce a fare questo anche grazie a delle ottime interpretazioni: Tony Leung è grandissimo nel ruolo più torbido della sua carriera, altrettanto brava è l’esordiente Tang Wei. Da citare, inoltre, la presenza nel film di Joan Chen (l’indimenticabile Josey di Twin Peaks).
Se avete sentito parlare di "scandalo" avete sentito bene: le scene di sesso sono diverse e molto esplicite, a forte rischio censura.

Sicuramente inferiore è "Sleuth", il film di Kenneth Branagh, anch’esso in concorso.
Quest’opera è il remake di "Gli inospettabili" di Mankiewicz e, purtroppo, il confronto con il film originale non regge assolutamente.
Rispetto al grande classico da cui prende spunto, "Sleuth" perde in fascino ed eleganza a causa di diversi motivi: uno dei quali è sicuramente la durata troppo breve (90m contro i 140 circa dell’originale).
Molta buona, comunque, l’interpretazione di Michael Caine che riesce a portare il film alla sufficienza.

Interessante, ma non molto di più è, invece, il film "Redacted" di De Palma, sempre in concorso.
Il celebre regista americano realizza una buona opera dal punto di vista formale, molto meno per i contenuti.
Girato come un documentario fatto con una macchina digitale da un soldato americano in Iraq, De Palma ci mostra la guerra nella maniera in cui siamo abituati a vederla oggi con i più moderni mezzi di comunicazione, quali ad es. i filmati dei soldati su internet.
Dal punto di vista contenutistico, però, non riesce ad incidere più di tanto: una volta saputa la trama (stupro di una ragazza e uccisione dei parenti da parte di due soldati americani, fatto realmente accaduto) il film procede nel modo più atteso possibile con soldati molto stereotipati.
Sembra un’opera troppo facile,  perchè non basta parlare di un  tema toccante e interessante per poter colpire e commuovere.
Inoltre un finale pieno di retorica lo relega senz’altro ad un livello mediocre, nonostante l’innovativo e riuscito stile di ripresa.

L’opera più inutile, per il momento, tra i film in concorso sembra essere "Michael Clayton" di Tony Gilroy.
Intendiamoci, non è un brutto film solo che tutto sà di già visto.
Il personaggio principale, interpretato da George Clooney, rimane sulla scia di Erin Brockovich e degli altri avvocati dal cuore d’oro che difendono giuste cause contro multinazionali colpevoli di reati.
Molto bravo Tom Wilkinson, più di Clooney.
Nel complesso un’opera senza infamia e senza lode…

Per fortuna che c’è stato Ang Lee, anche se nei prossimi giorni vogliamo molto di più….

Chimy