Il profeta: uccidi o sarai ucciso

Stranamente il sottotitolo italiano de Il profeta (in originale l’articolo è indeterminativo) è adatto a descrivere in breve il film di Jacques Audiard: uccidi o sarai ucciso.
Questa la legge che Malik deve imparare appena entrato in prigione. Gli viene detto che per sopravvivere deve uccidere. Subito, senza motivi apparenti.
Malik entra nella cella della sua vittima, ha una lametta nascosta in bocca ma non tutto va come previsto. Malik aveva progettato che, dopo essersi inginocchiato per compiere un rapporto orale, si sarebbe alzato di scatto e avrebbe tagliato la gola dell’uomo che aveva davanti.
La futura vittima però lo fa sedere, gli parla e questo non era previsto. La cinepresa di Audiard si arresta sul viso di Malik che non può rispondere compiutamente al suo interlocutore per la lametta che tiene nascosta in bocca.
La cinepresa indugia ancora sul suo primo piano, fino a quando un filo di sangue pende dalle sue labbra, causato dall’arma tagliente che poco dopo toglierà dalla bocca per uccidere la sua vittima.
Il profeta è questo. Una scena-sineddoche come parte per il tutto di un film che non racconta semplicemente la violenza, la rappresenta.
La vita di Malik in prigione è in realtà un apprendistato alla criminalità che lo porterà a diventare un leader della malavita.
Non sempre i ritmi del film sono perfetti, qualche calo nella seconda parte (anche a livello di suggestioni visive) lo allontana dalla valutazione di capolavoro che in molti gli hanno dato dopo la presentazione trionfale all’ultimo festival di Cannes.
Il profeta resta però un film da non perdere, distribuzione permettendo, anche e, forse, soprattutto per la (non abbastanza sottolineata) interpretazione dello straordinario Tahar Rahim. Uno degli esordi (prima aveva avuto solo ruoli molto minori) attoriali più potenti ed efficaci del cinema degli ultimi anni.

Chimy

Voto Chimy: 3/4