Dal ritorno del Re Leone ai guerrieri di Immortals, un weekend all'insegna del cinema in 3d

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Il Re Leone continua a ruggire: diciassette anni dopo la sua prima apparizione, l'indimenticato classico Disney, firmato da Roger Allers e Rob Minkoff, torna nelle sale in una nuova versione riconvertita in 3d.
L'operazione ha avuto un tale successo negli Stati Uniti, oltre 90 milioni di dollari l'incasso ai botteghini, che i produttori non si sono lasciati sfuggire l'occasione di portare la riedizione della pellicola, con protagonista il piccolo Simba, nei cinema di tutto il mondo.

Sfruttando le potenzialità della stereoscopia, «Il Re Leone» risulterà ancor più spettacolare e appetibile per le generazioni più giovani ormai (quasi) unicamente abituate a vedere film d'animazione in questo formato. Chi ancora non lo conosce, oppure ne ha poca memoria, rimarrà però principalmente sorpreso dalla profondità di una storia, ispirata direttamente all'«Amleto» shakespeariano, in grado di commuovere e far divertire grandi e piccini.

Mentre il progetto Disney di riconversione di altri celebri lungometraggi proseguirà, nei mesi a venire, con «La bella e la bestia» e «Alla ricerca di Nemo», il 3d continua a essere sempre più utilizzato anche per i film in live action. Se la scorsa settimana è stato il turno di «Pina 3d», documentario di Wim Wenders sul teatro-danza di Pina Bausch, questo venerdì è quello di «Immortals», terza fatica del regista indiano Tarsem Singh. L'utilizzo del 3d, aggiunto in post-produzione, risulta però quasi superfluo per raccontare la storia di Teseo, eroe mortale scelto da Zeus per sconfiggere il re Iperione, sadico monarca alla ricerca di un arco magico che gli permetterà di liberare i Titani dalla loro prigione e dichiarare guerra agli dei dell'Olimpo.

Dopo gli affascinanti, seppur imperfetti, «The Cell» e «The Fall», Tarsem Singh in «Immortals» riesce a mostrare il suo originalissimo talento visivo soltanto in rare occasioni, probabilmente bloccato da vincoli commerciali troppo pressanti. Nonostante il regista abbia dichiarato di essersi ispirato alla pittura di Caravaggio, gli unici riferimenti che balzano all'occhio in questo caso sono quelli di altre recenti pellicole del genere, in primis «300» di Zack Snyder a cui si può facilmente collegare per l'uso smodato, e spesso ridondante, d'immagini rallentate per meglio enfatizzare i combattimenti. Se Mickey Rourke è un credibile re Iperiore, va purtroppo segnalata negativamente l'ennesima inconsistente performance di Freida Pinto che, dopo «Miral» e «L'alba del pianeta delle scimmie», appare del tutto inadeguata anche nel ruolo della misteriosa sacerdotessa preveggente Fedra.

Di tutt'altro genere, e naturalmente non in 3d, è «Il cuore grande delle ragazze» di Pupi Avati, il più atteso tra i film italiani in uscita questo fine settimana. Ispirandosi alla vita dei suoi nonni, il regista bolognese rievoca l'incontro tra Carlino e Francesca, il loro matrimonio e il relativo, turbolento, viaggio di nozze. Dopo il drammatico «Una sconfinata giovinezza», Avati punta a un registro più leggero, ma gli manca quel guizzo in grado di dare un senso a questa ennesima operazione nostalgica, ambientata negli anni '30, furbescamente supportata dalla continua presenza di una voce narrante che prova a tappare i tanti buchi di sceneggiatura presenti nella pellicola. La storia e la relativa messa in scena infatti, invece che emozionare, procedono sempre più stancamente col passare dei minuti fino ad arrivare a una conclusione frettolosa e poco coinvolgente. Nel cast meglio i più maturi interpreti di contorno, in particolare Gianni Cavina e Andrea Roncato, dei due giovani protagonisti Cesare Cremonini e Micaela Ramazzotti.

 

Chimy

Voto Il Re Leone 3d: 3/4

Voto Immortals: 2/4

Voto Il cuore grande delle ragazze: 1,5/4

Annunci

Mostra di Venezia 2008: terzo resoconto

Plastic City di Yu Lik-Wai

Para: mafia cinese a San Paolo in Brasile, con uno dei protagonisti giapponese (Joe Odaghiri). Quando parlano brasiliano, o cinese, gli attori doppiano loro stessi andando visibilmente fuori sincorno. Al di la di questo il film ha qualcosa di buono, ma troppo di brutto: intermezzi stile video clip, un duello con katana sopra un pilone di cemento armato, intermezzi di paesaggi con colori saturi, e una deriva finale onirica nella giungla con corto circuito spazio temporale. Troppa carne al fuoco messa in scena male.

Ponyo on a Cliff by the Sea di Hayao Miyazaki

Chimy: Meraviglia delle meraviglie. Uno dei migliori film in assoluto di Miyazaki… serve altro?
Il maestro giapponese (che conferma di essere il più grande regista presente a Venezia) racconta una dolcissima favola dove la piccola pesciolina rossa Ponyo vuole diventare un essere umano.
Sembra difficile dirlo, ma ad una prima visione "Ponyo on a Cliff by the Sea" è l’opera meglio disegnata fra quelle di Miyazaki. Sfondi pastello, disegni perfetti, colori magnifici, fanno sì che ogni singola immagine del film sia degna di essere mostrata nei migliori musei d’arte pittorica al mondo.
Il film migliore del concorso, della mostra in assoluto. Sarà difficile (impossibile?) vedere altre opere di tale livello.

Para: semplicemente: Miyazaki dimostra nuovamente di essere l’unico a scrivere fiabe come fossero poesie.

Il papà di Giovanna di Pupi Avati

Chimy: Il concorso si tiene alto anche con il bel film di Pupi Avati. Il regista realizza una delle sue opere più interessanti degli ultimi anni.
La regia è buona (nella sua semplicità) e costante per tutto il film; il regista tiene perfettamente a bada la sua opera per tutta la sua durata.
Ottimi i rapporti fra i personaggi, fra i quali spicca il delicatissimo rapporto fra Giovanna e suo padre (come vuole il titolo).
Fra le interpretazioni svetta un Silvio Orlando degno di Coppa Volpi.

Para: un film che nasconde molti pregi ma che è realizzato in maniera banale. Ai bravi Orlando e Rohrwarcher, e al loro rapporto padre figlia ben delineato, si affianca, infatti, una regia semplicissima, quasi da fiction, e un Ezio Greggio poliziotto fascista inguardabile.

Vegas: Based on a True Story

Para: un film interessante. Girato in digitale, in cui viene mostrata l’ossessione di un padre verso la possibilità che nel proprio giardino siano stati seppelliti un milione di dollari. La sua follia contagierà il figlio adolescente (il cui attore è decisamente Gus Van Santiniano) e con più fatica la moglie. Un film in cui viene sottolineato come a Las Vegas l’uomo sia ossessionato dal denaro e dal fare il colpo della propria vita. I due coniugi, ex dipendenti dal gioco d’azzardo, ricadono nel vortice. Quello che fa del film un’opera particolare è la regia e la fotografia. Molto semplice ed efficace e realizzata con mezzi modesti.

L’autre di Patrick Mario Bernard e Pierre Trividic

Chimy: Il concorso prosegue il suo slancio con questo interessantissimo film francese.
"L’autre" è il primo film del festival girato in digitale con cognizione del mezzo utilizzato. I due registi ricercano una forma molto interessante per l’uso delle luci, per movimenti di macchina e per scelte dei piani.
Nella sua semplicità, è interessante anche la storia dove una donna, gelosa perchè il suo amante si è innamorato di un’altra, inizia a cercare ossessivamente la sua rivale, senza capire che forse il suo vero nemico è quello che si trova davanti quando si guarda allo specchio.
Speriamo fortemente in una distribuzione.

Para: un film davvero notevole, con regia e fotografia di altissimo livello. Studiato nei dettagli è un’ottima messa in scena della vita di una donna che cerca nel mondo qualcuno su cui indagare, quando dovrebbe indagare maggiormente su sé stessa. A tratti Lynchiano, resta comunque un film da vedere.

La terra degli uomini rossi di Marco Bechis

Chimy: Non che ci fossero dubbi visto il nome del regista, ma "La terra degli uomini rossi" è un signor film; secondo solo a Miyazaki nel concorso.
Bechis racconta con forza e incisività la vita degli indios ai giorni nostri. Una tematica poco conosciuta che si accompagna ad immagini poetiche e ad una regia sempre convincente.
Il regista racconta anche un ritorno alla propria terra degli indios, una ricerca per ritrovare le proprie tradizioni, le proprie culture. Per loro sembra non esserci speranza di un futuro migliore, privo dell’oppressione dei bianchi.
Mi fermo perchè, vista l’imminente uscita in sala, ne riparleremo meglio con una normale recensione.
Se Bechis fosse davvero italiano, come piace far credere in questo periodo, sarebbe uno dei nostri registi migliori.

Para: Bechis realizza un film di denuncia sociale di assoluta forza.La condizione odierna degli Indios, a metà tra la civilizzazione e la ghettizzazione è un argomento che è giusto trattare. Bechis realizza un film ben girato e soprattutto ben recitato. Gli attori Indios non professionisti hanno contribuito enormemente alla riuscita del film, recitando con naturalezza. Un’opera che merita tutto il successo e la distribuzione che possono esserle date.

Nuit de chien di Werner Schroeter

Chimy: Idea interessante, ma sviluppata malissimo. Realtà apocalittica dove si scontrano i due capi delle opposte posizioni politiche.
Realtà apocalittica? Sì, ma per farlo capire il regista gira semplicemente di notte e mette nelle strade dei secchi con zampilli di fuoco sopra. Insomma…
A tratti grottesco ma forse lo è involontariamente.

A erva do rato di Julio Bressane

Chimy: Bressane visti i successi dei suoi ultimi film si è forse un pò montato la testa. Film lentissimo e ultra-autoriale. Da tralasciare.

Teza di Haile Gerima

Chimy: Ci aspettavamo molto, abbiamo avuto abbastanza poco.
Il film parte benissimo con una regia virtuosa e toccante. Dopo 20 minuti Gerima smette di girare e il film diventa un semplice documentario su un ragazzo etiope che va a vivere in Germania e poi torna in Etiopia dove la situazione è molto complessa. Opera autobiografica che, pur essendo (per temi, origine, convenzioni) pronta anche a vincere il festival, convince solo in parte. Purtroppo.

Il nascondiglio: il ritorno (di classe) di Avati al genere thriller-horror…

Una giovane vedova italiana, appena uscita da una casa di cura, decide di farsi una nuova vita aprendo un ristorante in una cittadina dello Iowa.
Scoprirà, però, in breve tempo che la casa che ha affittato, per farci un ristorante italiano, è stata teatro di efferati omicidi.
Pupi Avati, con "Il nascondiglio", ritorna ad un genere in cui non lavorava da più di vent’anni ("Zeder", 1983).
Il suo è un ritorno davvero di classe.
Grazie alla sua regia Avati riesce a ricreare atmosfere che sembravano assopite da tempo: il terrore si basa su rumori misteriosi, movimenti dei mobili, voci inquietanti…. sembra aver tirato fuori (da non so quale cassetto) le vere basi del genere thriller-horror, che (purtroppo) siamo sempre meno abituati a vedere.
Torna così a girare in uno dei suoi luoghi preferiti: il Midwest americano, ma questa volta la musica jazz non c’entra; si rifà ad una reale storia di omicidi avvenuta realmente nella cittadina di Davenport (dove il film è ambientato) circa 50 anni fa.
Laura Morante, la protagonista, forse è leggermente fuori parte, però riesce comunque a tirare fuori tutto il suo grande talento per un film che si appoggia in diverse sequenze sulle sue spalle.
Il suo personaggio è pieno di fobie e paure: non sa se i rumori che sente esistano realmente o siano solo frutto della sua immaginazione. Cerca sostegno in alcuni abitanti della cittadina che inizialmente le ispirano fiducia, ma forse nessuno vuole aiutarla realmente, tutti sono spaventati da possibili indagini che potrebbero riportare alla luce un segreto assopito da tempo.
Sì, come ho già commentato ad alcune recensioni, ci sono alcuni difetti (soprattutto nella sceneggiatura) nel corso della narrazione, però mi sento di soprassedere proprio per i grossi meriti che ha quest’opera.
Era davvero tanto tempo, inoltre, che non vedevamo sul grande schermo una "casa" di tale fascino: la "Snakes Hall", la grande abitazione che il personaggio di Laura Morante affitta a basso prezzo, può diventare davvero un luogo di culto come lo era (e lo è ancora) quella "casa dalle finestre che ridono" che dava il titolo ad uno dei più riusciti film di Avati.
In definitiva viene davvero da rammaricarsi per questo (troppo) lungo allontanamento del regista dal genre.
Se, come hanno sottolineato già in molti, Avati si  dedicasse maggiormente a questa sua passione per il genere gotico, sarebbe tutto il cinema italiano a guadagnarci. Il regista bolognese ha davvero una forza e un coraggio (come dimostra anche il finale de "Il nascondiglio") che in pochissimi, oggi, hanno in Italia.

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4

p.s. da domani Torino Film Festival!!! metteremo le nostre impressioni sui film visti a metà e alla fine della rassegna torinese…