"Tokyo-Ga": quando il cinema custodisce l'anima di un luogo e di un tempo.

Ga è una particella che indica l’argomento della frase, il soggetto. Tokyo-Ga” è quindi traducibile con “il soggetto è Tokyo”, “si parla di Tokyo”.
Con questo splendido documentario Wim Wenders ci parla di Tokyo, ma realizza anche uno splendido omaggio a Yasujiro Ozu, uno dei grandi maestri del cinema giapponese, morto il 12 dicembre 1963, il giorno del suo compleanno, venti anni prima di questo viaggio di Wenders nella capitale del Sol Levante.
L’elogio a Yasujiro Ozu, regista che Wenders ama incondizionatamente, è immenso, non solo quando e perché ce lo dice, ma soprattutto quando ce lo nasconde. L’occhio di Wenders è in costante ricerca di ciò che Ozu raccontava e, soprattutto, è in costante ricerca di ciò che Ozu non può più raccontare ma che avrebbe di sicuro raccontato. Il cambiamento rapidissimo della città, avvenuto proprio in quei 20 anni trascorsi dalla morte del cineasta, ha spezzato la corda che teneva unita i giapponesi al Giappone, al Giappone delle tradizioni, dei riti, della maniera e della calma. La verità è che il Giappone delle tradizioni esiste ancora, ma si è radicato, trasformandosi, dentro gesti e usi non tradizionalmente giapponesi. Per un giapponese praticare il golf non significa gettare una pallina in buca, ma cercare armonia e perfezionismo nel movimento che consente di lanciare la pallina. Non è importante il fine, ma il mezzo.
Nel corso del suo viaggio a Tokyo Wenders riesce a muovere considerazioni e riflessioni profonde, scaturite dal rielaborare a distanza di due anni le immagini e le sensazioni provate sotto i ciliegi in fiore e tra le palline del pachinko.
«Spesso rimaniamo a bocca aperta o trasaliamo quando scopriamo qualcosa di vero o reale in un film, anche se è solo il gesto di un bambino sullo sfondo, o un uccello che attraversa l’immagine, o una nuvola che getta per un istante la sua ombra sulla scena. E’ raro nel cinema d’oggi trovare tali momenti di verità, vedere persone o cose come si mostrano veramente. La cosa eccezionale nei film di Ozu era vedere questi momenti di verità. No, non erano solo momenti, era una verità estesa che durava dalla prima all’ultima immagine. Erano film che continuamente e davvero parlavano della vita stessa, in cui le cose, le persone, le città e i paesaggi si rivelavano. Una tale rappresentazione della realtà, una tale arte, non si trova più nel cinema. Un tempo c’era».
La realtà dentro la finzione è una delle ossessioni dell’uomo. Cercare il reale dentro la finzione (cinematografica, letteraria, pittorica) è pratica comune e amata da buona parte degli esseri umani. L’uomo, come afferma giustamente Wenders, cerca e si meraviglia di vedere la quotidianità nella finzione, ma, all’inverso, non si cura dell’insinuarsi della finzione nella realtà. Wenders ci porta all’interno di una fabbrica di alimenti in cera, oggetti che in tutta normalità popolano le vetrine dei ristoranti. Il confezionamento dei piatti finti è sorprendentemente simile a quello dei piatti veri, e i dipendenti operano sul finto per renderlo vero. La Tokyo che Wenders filma è la Tokyo dove l’uomo è avvolto e soffocato dall’artificiosità, dove la tecnologia avvolge l’uomo, racchiudendolo tra quattro mura. Le sale di pachinko sono luoghi dove l’uomo viene ipnotizzato, fondendosi con la macchina, rendendo i propri pensieri e le proprie preoccupazioni biglie d’acciaio che scivolano tra chiodi dirette in delle buche. E’ la Tokyo capitale di un paese che è il maggiore produttore di televisori al mondo, che si fanno portatori delle immagini americane; la televisione che diventa centro del mondo, ma di un mondo finto, desolante, stupido, inutile, americano.
Ma Wenders sa che anche nella Tokyo di oggi ci sono persone che possono testimoniare la Tokyo di Ozu: Crishu Ryu e Yuharu Atsuta non sono solo testimoni, ma fautori del cinema di Ozu. Il primo attore feticcio, il secondo direttore della fotografia, diventando quindi anche fautori della Tokyo di Ozu, la Tokyo che Wenders ha imparato ad amare e conoscere. Nelle loro parole c’è il venerare con malinconico affetto il loro grande maestro di vita Yasujiro Ozu e, contemporaneamente, c’è il venerare con malinconico affetto una Tokyo che non è più autentica, che non è più pura e rispettabile.
Werner Herzog, incontrato da Wenders durante il viaggio, si lamenta della quasi totale mancanza di immagini pure, chiare, pulite e trasparenti, in quanto l’artificiosità ha invaso ogni spazio. Secondo Herzog bisogna scavare come una vanga dentro il caos, per trovare immagini pure bisogna faticare.
“Tokyo-Ga”, invece, è la dimostrazione di come Wenders abbia cercato, e trovato, purezza e trasparenza, di come abbia cercato e trovato l’animo e l’umano dentro il caos e l’artificio, perché ogni luogo, in ogni tempo, conserva la sue radici, le sue tradizioni e la sua anima. Anche grazie al cinema.

Para
Voto Para: 3,5/4
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"Tu devi essere il lupo": il solito film italiano? No.

Tu devi essere il lupo” è l’esordio alla regia di Vittorio Moroni, regista del, a mio avviso bellissimo, “Le ferie di Licu”.
Il sistema di auto distribuzione (vedi recensione di “Le ferie di Licu”) usato anche per il successivo film nasce da qui, da questa delicata pellicola che probabilmente si è radicata (senza delicatezza) nella carne di chi ha contribuito a girarla, tanto da costringere loro a fare di tutto per proiettarla davanti ad un pubblico, si spera, intelligente.
“Tu devi essere il lupo” è il solito film italiano, ma anche no. O meglio, la storia è quella del solito film italiano: padre rimane solo con figlia, la figlia non è geneticamente sua, la madre torna pentita dopo averli abbandonati, ecc.
Però questa pellicola non è il solito film italiano per una serie di motivi: non c’è patetismo, non c’è melodramma, ma c’è delicatezza e c’è veridicità. C’è una cornice interessante, che è un teatrino di marionette, che raccontano la fiaba della farfalla che incontra il lupo. Gli altri animali le hanno detto di scappare se avesse incontrato il lupo, ma il lupo può portare al di la del bosco, dove si <<può vedere l’altro lato della notte, dove il dolore e la bellezza hanno lo stesso colore, e tutto è quiete, oblio e sterminati ciliegi in fiore>>.
Valentina, la madre che è scappata, fa la marionettista a Lisbona, racconta a dei bambini una storia senza morale apparente, muove i fili senza uno scopo, se non raccontare una storia. La storia non è importante, è importante come viene raccontata. E il cinema, infatti, non è solo una storia, ma è il raccontare una storia. Nel cinema la storia è spesso inutile, ininfluente, e chi valuta un film solo per la storia commette un tremendo e stupido errore.
“Tu devi essere il lupo” è una solita storia raccontata in un modo non solito. E per “non solito” non intendo sorprendente od originale, ma “vero” e senza filtri.
Il film ha però un solo problema, ma è in fondo trascurabile: un livello recitativo scarso, soprattutto da parte degli attori, e attrici, che interpretano i personaggi adolescenti. Ignazio Oliva, che interpreta il padre, e Valentina Carnelutti, che interpreta la madre, sono gli unici che si salvano.
In totale per me Vittorio Moroni è una speranza. E’ la dimostrazione vivente di come un italiano possa fare un film italiano che non sia solo il solito film italiano. E infatti per distribuirlo ha dovuto faticare come un dannato.
Però l’ha distribuito, e questo in fondo è quello che conta.

Para
Voto Para: 3/4

Sleuth: Branagh rifà Mankiewicz, Caine rifà Olivier e Law rifà…Caine

Quest’anno alla Mostra di Venezia, in concorso, c’erano due remake di due grandissimi film del passato. Seppure per entrambi il paragone con l’originale sia impietoso, uno ha ragione d’esistere e diversi motivi d’interesse, l’altro invece è un progetto furbo che finge soltanto di staccarsi dal suo predecessore.

Il primo è “Sleuth” di Kenneth Branagh remake de “Gli insospettabili” di J.L. Mankiewicz; il secondo è “12” di Nikita Mikhalkov rifacimento de “La parola ai giurati” di S.Lumet.

Tralasciando il film russo di cui parlerò a tempo debito, concentriamoci sul film inglese da oggi nelle sale.

Rivelare troppo della trama (per chi non ha visto nè questo nè l’originale) sarebbe un delitto: lo scrittore Andrew, interpretato da Michael Caine (nell’originale uno strepitoso Lawrence Olivier), invita nella sua immensa casa di campagna l’attore Milo, interpretato da Jude Law (nell’originale lo stesso Caine). I due sono innamorati della stessa donna, ex-moglie di Andrew pronta a vivere una nuova vita con Milo, e sono pronti a tutto pur di avere la meglio sul rivale.

In entrambi i film la casa è la vera protagonista: in Mankiewicz era costruita secondo l’ingegno manuale e artigianale del personaggio di Olivier, in Branagh si basa, invece, sulle tecnologie più moderne.

Ed è proprio per questo, a mio parere, che questo remake ha ragione di esistere: perchè il (nuovo) personaggio di Andrew, così come gli oggetti che costruisce, possono fare parte del mondo del nuovo millennio.

I giocattoli di legno, del film precedente, vengono attualizzati e diventano gli schermi, le telecamere, gli ascensori e le stanze dal design più moderno.

Se da una parte questa attualizzazione (necessaria) fa sì che il rifacimento abbia ragione di esistere, dall’altra però si perde (è inevitabile) il fascino che avevano i giocattoli magnifici costruiti nell’originale dal personaggio di Andrew (così come alcuni meccanismi narrativi).

La sceneggiatura di Harold Pinter è certamente accattivante e molto ritmata ma, a tratti, sembra avere delle cadute di stile e, seppure il film sia tutto girato all’interno di una casa, segue troppo le norme teatrali più di quelle cinematografiche.

Discreta nel complesso la regia di Branagh, molto favorito da due attori in ottima forma: straordinario Michal Caine, nel ruolo che fu del suo maestro, e bravo anche il suo discepolo Jude Law.

Un aspetto negativo è invece (che strano parlarne..) il trucco, ma non vi posso dire il perchè per il momento (se no svelerei troppo della trama).

Insomma nel complesso un’operazione intelligente, fatta col cervello, a cui manca però un pò di cuore e un pò di passione, elementi che contraddistinguevano invece quel magnifico film (o forse era un gioco?) intitolato “Gli insospettabili”.

Chimy

Voto Chimy: 2,5 / 4

 

 

"La Terza Madre": Mater Lacrimarum? No, Mater Mer……

Prima domanda: Dario Argento si è per caso rivisto “Suspiria” e “Inferno” prima di pensare a questo immane “La Terza Madre”?
Risposta: no, dato che la madre più malvagia è diventata Mater Lacrimarum.
Seconda domanda: Dario Argento si rende conto che sua figlia non è capace di recitare e nemmeno di doppiarsi?
Risposta: no, ma è sua figlia e non vuole che faccia i capricci e gli pesti i piedi.
Terza domanda: Dario Argento si è reso conto che la forza di “Suspiria”, e in parte di “Inferno”, era la lodevole messa in scena di scenografie ed illuminazione, condite da una musica d’effetto?
Risposta: no, dato che qui non c’è niente di tutto questo. Ma proprio niente.
“La Terza Madre” è un film che è un continuo sovrapporsi di difetti e bassezze, ogni tanto intervallate da qualche buona scena splatter e da un paio di momenti di spavento. Ma non bastano per perdonare tutte le altre scelte, sia di sceneggiatura che di regia, totalmente orribili. Soprattutto è impossibile perdonare la presenza di Asia Argento, capace di rovinare qualsiasi scena o sequenza in cui appare, e dato che è la protagonista assoluta del film fatevi voi i vostri conti. Inespressività che a volte sfocia nel ridicolo e un doppiaggio pietoso che a volte sembra pure fuori sincrono, sono la principale fonte di irritazione durante la visione della pellicola.
Nel film viene narrata la lotta di Sarah Mandy, dotata di leggeri poteri paranormali in quanto figlia di una strega bianca uccisa da Mater Sospiriorum a Friburgo (in “Suspiria”, comunque, non c’è niente che riguardi l’accaduto), contro Mater Lacrimarum, che si risveglia a causa del ritrovamento in un cimitero della tunica e dei talismani che nascondono il suo potere. La dimora della madre è una casa abbandonata con un passaggio segreto che porta alle catacombe romane, luogo dove esercita i suoi poteri, che sono quelli di indurre tutti alla pazzia e all’omicidio. Tra i personaggi si aggiunge un esorcista, un’altra strega bianca, un ispettore di polizia, un alchimista e altre macchiette del genere più o meno horror esoterico.
Il finale è qualcosa di quanto mai imbarazzante, e gli ultimi cinque secondi del film sono un vero e proprio insulto che può portarvi a due reazioni: o vi irritate a dismisura, oppure accettate tutto il film come una commedia di serie z in cui siete stati insultati per tutta la visione e dunque dovreste sentirvi degli emeriti stupidi. Esatto, entrambe le reazioni non sono positive.
Gli effetti speciali poi sono pessimi, e pessima è l’idea di usare l’effetto “fantasmino in trasparenza” per realizzare, appunto, il fantasma della madre della protagonista.
Potrei continuare ad elencare difetti ancora per molto, ve lo assicuro, ma sarebbe un’inutile perdita di tempo. E non vi consiglio nemmeno di evitare il film, andate anzi a vederlo giusto per rendervi conto di come si possa chiudere una trilogia partita in quarta trent’anni fa e finita oggi col motore scassato, le gomme scoppiate, i vetri infranti e la carrozzeria accartocciata.
Para
Voto Para: 1,5/4

"Suspiria": la prima madre, Mater Sospiriorum.

C’è nulla di più inquietante di un sospiro nella notte? Un sospiro che senti provenire da lontano, ma che sai essere vicino. Un sospiro che si fa musica, con una melodia sospirata che nasconde un raro potere ipnotico, scandita dal colpo di una grancassa, via via più frequente. Una musica che è l’ingrediente segreto di una ricetta portentosa, fatta di scenografie espressioniste, di un’illuminazione curata con la maniacale sapienza di un cromo terapista (o cromo terrorista) e di una regia che dosa con arguzia il vedo e il non vedo.
Suzy Banner è un’aspirante ballerina che sceglie di approfondire i suoi studi nella prestigiosa scuola di ballo di Friburgo. Ma la notte del suo arrivo una tempesta l’accoglie, e non c’è la quiete prima, perché non c’è mai quiete per chi è ospite della Mater Suspiriorum, la prima delle tre madri.
Dario Argento realizza una perla di stile, che non farà paura, ma che regala allo spettatore la “giusta” atmosfera, quell’atmosfera che dovrebbe sovrastare in ogni film horror. Per fare questo il regista sembra ispirarsi al cinema espressionista tedesco. La figura umana perde così il suo carattere di supremazia, e l’incisività espressiva è affidata ad ogni elemento della messa in scena. Scenografie che recitano, fondendosi con i movimenti degli attori. Non solo, quindi, una scenografia “vivente”, ma anche l’attore elemento scenografico. La scenografia, formata dunque da ogni codice espressivo,  è così concepita per esprimere lo stesso stato spirituale che guida la mentalità del personaggio attore. Nella composizione eccezionalmente curata di molte inquadrature di “Suspiria” (così come di molte inquadrature del cinema espressionista) troviamo quindi set dal grande impatto visivo, illuminati con soluzioni che operano da “evidenziatore emotivo”, diventando parte fondamentale della costruzione dell’atmosfera.
Ma c’è un grande e rilevante elemento che completa il confezionamento di un’atmosfera: la musica. I “Goblins” compongono, in collaborazione con il regista, una colonna sonora concreta, che diventa indispensabile, non mero accompagnamento, ma oggetto di attesa da parte dello spettatore.
Ed è proprio quando l’atmosfera è ricreata alla perfezione che ci troviamo ad assistere a scene di assoluto valore, una su tutte quella in cui Daniel, il pianista non vedente, viene ucciso. Insieme a lui, in mezzo alla grande piazza, aspettiamo che succeda qualcosa, che qualcuno dall’alto, da destra, o da sinistra, lo colpisca. Ma il male, si sa, colpisce sempre dove non te lo aspetti.
La visione di "Suspiria" si fa così una continua attesa, in cui aspettiamo che il buzuki (mandolino greco) dei “Goblins” cominci ad incalzare, che quella voce sospirata cominci a canticchiare, che la grancassa cominci ad ipnotizzare, potendoci così far godere dell’atmosfera che cerchiamo, e vogliamo, per tutta la visione. Ma questi momenti sono, purtroppo, molti meno di quelli che vorremmo.
Para
Voto Para: 3/4

Voto Chimy: 3/4

"Seta": il più pregiato dei tessuti nella sua tessitura meno pregiata.

«Una volta aveva tenuto tra le dita un velo tessuto con filo di seta giapponese. Era come tenere tra le dita il nulla».
Questo “Seta” per sfortuna non è come un velo tessuto con filo di seta giapponese. Perché la seta giapponese è leggera e delicata come una bella poesia.  E al film manca proprio quel velo poetico che nel romanzo omonimo di Alessandro Baricco esplode delicatamente in molte pagine. Il film è così una (quasi) fedele trasposizione letterale svuotata pesantemente del filtro poetico che connota il romanzo da cui è tratto.
Hervé Joncour (Micheal Pitt) vive a Lavilledieu, paese della Francia di fine 800, insieme alla moglie Helene (Keira Knightley). E’ un commerciante di uova di bachi da seta, per conto di Baldabiou, l’imprenditore che gestisce le filande del paese. A causa di un’epidemia che ha colpito le uova di bachi da seta in Europa e Africa settentrionale, Hervé viaggia fino in Giappone, dove acquista le uova di contrabbando grazie all’appoggio di Hara Jubei (nel romanzo Hara Kei), signorotto dedito al commercio di contrabbando, dato che il Giappone, in quegl’anni, era in piena autarchia. Nei suoi viaggi nella terra del Sol Levante Hervé incontra la geisha di Hara Jubei, e i due si innamorano fin dal primo sguardo. Proprio gli emozionanti giochi di sguardi che i due si scambiano nel romanzo, nel film sono quasi inesistenti, negando allo spettatore una parte fondamentale della caratterizzazione della donna e del loro rapporto d’amore. Hervé è infatti un viaggiatore che attraversa il mondo lasciando e raggiungendo di volta in volta un amore, in Francia Helene, in Giappone la geisha. Uno dei problemi del film è aver deciso di attribuire molta più importanza ad Helene, complice anche il nome dell’attrice scelta, a discapito del personaggio giapponese. Se nel libro Helene veniva abilmente tratteggiata dallo scrittore nella sua marginale presenza e nella sua prepotente assenza, nel film la bilancia tende decisamente nell’opposta direzione. In questo ribaltamento di tendenza il messaggio finale, che nel film vuole essere lo stesso, risulta purtroppo meno efficace che nel libro, dove invece emozioni, poesia e romanticismo sono perfettamente bilanciati. Nel processo quasi di “obiettivazione” operato dal regista Francois Girard sono così andati perduti troppi particolari che nel romanzo diventavano parti fondamentali della storia e dell’intento comunicativo.
Però il film in sé è salvabile.
Tralasciando le considerazioni mosse dalla mia particolare affezione verso il romanzo, e tralasciando le “occasioni mancate” dal regista, che trascura o elimina parti del romanzo che mi sarei voluto gustare sul grande schermo con chissà quale ottima regia, la pellicola ha i suoi pregi e i suoi difetti che non riguardano in nessuno dei due campi il libro. Il regista ha infatti un buono sguardo sulla realtà del tempo, un buon ritmo registico e si avvale di due attori principali di assoluto valore. Dall’altra parte il regista però si mostra poco attento ai paesaggi, che in un film del genere avrebbero dovuto ricevere un’attenzione assolutamente maggiore. Ad aumentare il giudizio positivamente c’è anche la musica di Ryuichi Sakamoto, che può essere considerato, azzardando, il Morricone giapponese.
Un film che è dunque in apparenza simile al romanzo, ma differente nella sostanza.
Un film che resta comunque godibile, anche se si poteva fare di più.
Una vera e propria occasione mancata.
Para
Voto Para: 2,5/4

Ratatouille: "Un mirabile concerto di sapori dissonanti"

Non provate a scaricarlo o aspettare il dvd (è una minaccia), "Ratatouille" è una prelibatezza rara e il ristorante in cui va gustata è il cinema.
La trama (ormai la conoscono tutti) ruota attorno al topolino Remy che, dopo diverse peripezie, si ritrova a Parigi dove cercherà di realizzare il suo sogno nel cassetto: diventare un grande chef.
Verrà aiutato dal giovane e imbranato Linguini, da poco assunto come sguattero nel ristorante del defunto cuoco Gusteau, idolo e modello di riferimento del piccolo Remy.
Il povero topo di campagna (l’inizio è ambientato in un classico "british cottage") diventa, per questa volta, il fortunato topo di città. E che città…
Erano anni che Parigi non era così affascinante e magica sul grande schermo; quando Remy risale dalle fogne e la vede per la prima volta, insieme a lui, anche noi rimaniamo di stucco per la sua straordinaria bellezza.
La capitale francese, come nel primo cinema di Truffaut o Rohmer, è una presenza costante nella narrazione: non mera cornice, ma personaggio attivo e fondamentale.
Gli scorci della città (ma non solo naturalmente) mostrano il livello di perfezione raggiunto dalla Pixar con questa grande opera d’arte. "Ratatouille" è in assoluto uno dei migliori film d’animazione americani degli ultimi decenni (non anni) realizzati da grosse case di produzione, obbligatoria quest’ultima distinzione perchè se no entra in gioco Tim Burton e la musica cambia.
Brad Bird, dopo l’ottimo (ma inferiore) "Gli incredibili", si può ormai considerare un grande regista d’animazione: magnifici zoom, travelling, montaggio.. che ci fanno molto ben sperare per il suo prossimo progetto, non d’animazione, che dovrebbe intitolarsi "1906".
"Ratatouille", però, non è un grande film soltanto per la forma, ma lo è anche per i contenuti.
Una sceneggiatura innovativa e (sempre) convincente a metà tra tematiche moderne, il giovane che deve scegliere tra la famiglia e il successo, e tradizionali, l’amicizia tra i diversi che rimanda a tante classiche storie disney.
Come l’indimenticabile, critico culinario, Anton Ego dobbiamo lasciarci andare al piacere di gustare a pieno questo film, che ci fa tornare quelle emozioni meravigliose che vivevamo durante l’infanzia quando davanti ai nostri occhi si muovevano cantando i sette nani o i topini (guarda caso) di Cenerentola.
Remy, inoltre, ci dimostra come anche con un piatto povero, quale la ratatuoille, si può creare un capolavoro culinario; dovrebbero impararlo anche molti produttori e registi cinematografici (soprattutto italiani) sempre alla ricerca di soggetti particolari e ambiziosi, quando si farebbe meglio con storie più semplici e quotidiane.
Obbligatoriamente da sottolineare anche la grandissima idea del "punto di vista" di Remy posizionato sotto il cappello di Linguini, da lì lo può controllare come una marionetta e può, allo stesso tempo, vivere i suoi trionfi e le delusioni: chiunque guarda negli occhi il giovane ragazzo deve guardare anche il piccolo topolino.
Memorabile l’articolo finale di Anton Ego, chiunque faccia critica in qualsiasi campo (anche giocandoci un pò sopra come noi cinebloggers) dovrebbe ricordarselo per sempre.
Sicuramente, la sua, è una delle recensioni più belle della storia del cinema.

Chimy

Voto Chimy: 3,5 / 4

"Saturno Contro": omosessuali, amori infranti, lutti… il solito film di Ferzan Ozpetek?

In astrologia avere saturno contro comporta un periodo di forte introspezione, di riflessione sulla propria vita e sui propri rapporti sociali. Solitamente questa avversità astrologica provoca un periodo di stasi temporaneo che fa da base e slancio verso un cambiamento. Nel film un gruppo di amici, un “bel” mix di eterosessuali ed omosessuali, vivono come una specie di famiglia con le loro gioie ed i loro dolori. Proprio con un dolore dovranno fare i conti, e proprio a causa di questo avvenimento, che non vi svelo, avranno l’occasione di riflettere su sé stessi e sui loro rapporti. Il problema è che Ozpetek non ritiene sufficiente soffocare i personaggi con una tragedia, ma ci aggiunge un matrimonio in sfascio, un ragazza disillusa (Ambra Angiolini) con qualche lieve problema di droga , un padre restio all’omosessualità del figlio e altre varie problematiche che il cinema italiano non sembra poter fare a meno. Nel cinema italiano la vita non sembra mai abbastanza tragica.
Già da questo breve escursus si potrebbe affermare che questo film sia pessimo, ma per fortuna qualcosa di salvabile c’è. “Saturno Contro” alterna momenti di assoluta bassezza a momenti piuttosto pregevoli, presentandosi come un’altalena di speranza ed oblio per il cinema italiano. Sostanzialmente siamo di fronte al solito cinema di Ozpetek, fatto di tragedie, amicizia, amore volutamente sia eterosessuale che omosessuale, in modo da sottolineare come i sentimenti tra le due “classificazioni” siano medesimi. Già nel pessimo “Le Fate Ignoranti” il regista si è mostrato morbosamente attratto dal gruppo di amici etero e gay che vivono allegramente senza nessun problema, e in questo film nel medesimo gruppo di amici etero e gay ci scaraventa una serie di eventi tragici che hanno lo scopo di far maturare i protagonisti. Uno dei tanti problemi è proprio il meccanismo di maturazione, che si presenta come un vero e proprio surplus inutile. Per me il film poteva finire dopo un’ora e un quarto, tra l’altro un’ora e un quarto tutto sommato accettabile, con pochi momenti di bassezza (battute e recitazione) e con pochi errori di regia (campi e contro campi sbagliati, aria a destra al posto che a sinistra, ecc), due costanti del cinema di Ozpetek. La restante mezz’ora è la classica forzatura per giungere ad un finale speranzoso in cui si da allo spettatore la sensazione che tutto alla fine si è risolto per il meglio. Senza l’ultima mezz’ora si poteva seriamente essere di fronte ad un quasi buon film, che avrebbe comunque avuto un finale di speranza (ma un bel finale di speranza), che avrebbe però distrutto le aspettative dello spettatore medio, voglioso di una forzata conclusione.
Un finale aperto, ma veramente aperto, il cinema italiano di oggi sembra rifiutarlo a tutti i costi.
Un film che mi convinco a giudicare mediocre (ma leggermente pendente verso un giudizio più negativo), grazie anche ad una buona fotografia e ad una piacevole interpretazione di quasi tutti gli attori.
Ma si poteva fare di più. Come al solito.

Para
Voto Para: 2.5/4

La ragazza del lago: un film da premiare l'esordio di Andrea Molaioli…

la ragazza del lagojpg"La ragazza del lago" di Andrea Molaioli è stato presentato con successo alla "settimana della critica" della Mostra di Venezia di quest’anno.
Anche se non è esente da difetti, è un film assolutamente da difendere (e da premiare), sia perchè si tratta di un esordio italiano come se ne vedono sempre meno, sia perchè ha diversi motivi d’interesse.
In molti hanno detto che può essere considerato semplicemente un film televisivo. Personalmente mi chiedo il perchè (a parte per alcune interpretazioni di attori da fiction). E’ un problema di genere? Non può esistere un (buon) film italiano poliziesco senza che si pensi al maresciallo Rocca o simili? Mi chiedo come si possa considerare televisiva un’opera che lascia spesso parlare il paesaggio più delle parole. Un’opera il cui (ottimo) inizio mostra una bambina che in silenzio attraversa una strada. Se qualcuno sa su quale canale fanno simili "Film TV" me lo faccia sapere che almeno me li guardo tutte le sere. Ma veniamo al film…
La trama si sviluppa intorno alla morte di Francesca, giovane ragazza trovata morta (e nuda) vicino alle rive di un lago. Le indagini saranno guidate dal commissario Sanzo (Toni Servillo) che si impegnerà a risolvere il caso.
"Chi l’ha uccisa doveva amarla…" dice il commissario all’inizio del film, ed è proprio questa la frase più importante e significativa dell’intera opera.
Molaioli, ricollegandosi all’unheimlich freudiano, ci ricorda che è proprio all’interno di una situazione familiare che succedono i fatti più misteriosi.
Un tranquillo paesino friulano dove tutti si conoscono (o sembrano conoscersi…), ma qualcosa di "sconosciuto" è invece presente nell’aria e non vuole andarsene, almeno fino a quando non verrà scoperto.
Il giovane regista (per diversi film assistente di Nanni Moretti) riesce a creare decisamente bene quest’atmosfera, rifacendosi a celebri predecessori del racconto poliziesco: da Simenon a Durrenmatt in particolare.
Il bravo sceneggiatore Petraglia ("Quando sei nato non puoi più nasconderti", "Le chiavi di casa" e molti altri) scrive, prendendo spunto dal romanzo norvegese "Lo sguardo di uno sconosciuto" di Karin Fossum, un testo allo stesso tempo molto tradizionale ma anche molto attuale (per le ovvie vicende di cui è superfluo parlare); avvalendosi anche dell’interpretazione estatica di un magnifico Toni Servillo (uno dei migliori attori italiani viventi. Forse il migliore…), in un ruolo molto simile a quello dello scorbutico e indimenticabile Titta Di Girolamo de "Le conseguenze dell’amore" di Sorrentino.
La riflessione maggiore del film è però sull’insieme dei personaggi che vengono mostrati: un’umanità impotente che non riesce a "salvare" i propri cari che hanno bisogno (un bambino che i genitori non possono curare; il commissario che va a trovare la moglie malata che non ha più memoria della sua famiglia; un padre infermo con il figlio ritardato a cui soltanto un coniglio fa compagnia).
Un’umanità impaurita e abbandonata che soltanto alla morte può chiedere aiuto… "Chi l’ha uccisa doveva amarla"…

Chimy

Voto Chimy: 3 / 4

"I Simpson-The Movie": perchè pagare 7 euro quando posso guardarlo tranquillamente in TV?

simpsons_moviePremetto fin da subito che sono uno dei tanti appassionati de “I Simpsons”, uno di quelli che non si è mai perso un episodio, un irriducibile. E chi ha visto tutti gli episodi più d’una volta sa molto bene che “I Simpsons” d’oggi non sono più “I Simpsons” di un tempo.
Inoltre ho sempre disapprovato quei lungometraggi che vengono creati utilizzando il modello di un prodotto destinato a durare circa 25 minuti allungandolo fino a quasi un’ora e mezza. Lo tiri, dilati l’azione, lo riempi di gag ma, indicativamente, più di un’ora diventa eccessiva.
E questo “I Simpsons – The Movie” non è nient’altro che un episodio allungato de “I Simpsons” d’oggi, che non sono più “I Simpsons” d’un tempo.
Però non è così grave come potrebbe sembrare. Il film ha il pregio di avere una serie di gag davvero efficaci, e una realizzazione tecnica del tutto ammirevole. In più cerca in qualche modo, ma in troppo poche occasioni, di rinnovarsi, e per farlo strizza l’occhio, a volte, ai fratelli Griffin.
Ecco, il paragone con "I Griffin" è inevitabile, permettetemelo. Il finto film de “I Griffin”, nella sua essenza di finto film, aveva trovato una parziale soluzione al problema dell’allungamento forzato: incastrare tre diversi episodi. Facile, indolore ed efficace. Non devi pensare ad una sceneggiatura più articolata, non devi uscire dal modello degli episodi, devi solo prendere tre episodi e incastrarli.
In sostanza non la tiro troppo lunga, il film mi è piaciuto, ma non abbastanza da farmi gridare al miracolo. Si poteva fare di più, si poteva anche tradire l’essenza della serie, dare qualcosa di nuovo, osare, rischiare. Nel film tutto è come te lo aspetti, e va anche bene, però sono passati 18 anni dal quel 1989 in cui sono nati. 18 anni in cui nulla, o poco, è cambiato. C’è da dire che sono stati 18 anni spesi bene, ci si può lamentare, e lo faccio, ma in fondo a volte più e a volte meno, ti fan sempre divertire.
Perdonatemi, ma forse è proprio perché sono un fan de “I Simpsons” che mi sento esigente nei loro confronti.
Il voto sarebbe un 3 meno, e quel 3 pieno che vedete in basso a destra è solo di facciata, non voletemi male.

Para
Voto Para: 3/4

Voto Chimy: 3/4


Spider Pork… Spider Pork… il soffitto tu mi sporc… tu mi balli sulla test e mi macchi tutto il rest.. tu quaaaa… ti amo Spider Pork.