Il machete di Danny Trejo o i pugni di Tatanka? Nelle sale un weekend per veri duri

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare. Questo popolare proverbio, citato anche da John Belushi in una celebre battuta di «Animal House», appare perfetto per riassumere il weekend che ci aspetta nelle sale italiane.
Mentre la scorsa settimana era il “divino” il filo conduttore dei film in uscita, questo venerdì arrivano nei nostri cinema titoli incentrati, soprattutto, su violenti omicidi, sparatorie e combattimenti.
Una vera e propria sfida all’ultimo sangue, oltre che all’ultimo biglietto strappato, tra figure maschili di grande durezza tra le quali spicca Machete, il personaggio interpretato da Danny Trejo nell’omonimo film di Robert Rodriguez ed Ethan Maniquis.
La curiosa storia di questa pellicola inizia nel 2007 quando il regista messicano diresse «Planet Terror», uno dei due episodi di «Grindhouse»: il film-omaggio alle sale cinematografiche di serie B degli anni ’60 e ’70, co-diretto da Quentin Tarantino.
Mentre in Italia venne diviso in due parti, negli Stati Uniti (e in buona parte del resto del mondo) venne proiettato integralmente con entrambi i lungometraggi mostrati uno dopo l’altro, intervallati soltanto da alcuni “finti trailer” realizzati ad hoc per l’occasione da diversi registi.
Tra questi vi era anche «Machete» che, nonostante i soli tre minuti di durata, divenne immediatamente un oggetto di culto, tanto che Rodriguez (insieme al suo abituale montatore Ethan Maniquis) decise di farne un lungometraggio.
L’attesa dei tanti fan del regista, che hanno riempito le proiezioni alla scorsa Mostra di Venezia dove è stato presentato fuori concorso, erano tutte per Danny Trejo, noto caratterista di pellicole horror, che finalmente trova un ruolo da assoluto protagonista.
L’attore californiano veste i panni di Machete Cortez, un ex agente federale messicano in cerca di vendetta contro l’uomo che l’ha incastrato: Rogelio Torrez, boss di un’organizzazione criminale, interpretato da un redivivo Steven Seagal.
Nato come puro divertissement, «Machete» mantiene le sue promesse aggiungendo una piccola riflessione satirica sulla politica statunitense nei riguardi dell’immigrazione clandestina messicana.
Se gli amanti del genere pulp rimarranno più che soddisfatti dalla imponente presenza di sangue, sequenze trash e battute machiste, allo stesso modo chi aveva dei dubbi, o un vero e proprio disinteresse verso questa operazione, difficilmente rimarrà positivamente sorpreso dalla visione di questa pellicola. In fondo  «Machete» è anche a livello formale esattamente quello che chiunque conosca «Planet Terror», o altri lavori di Rodriguez, si può aspettare. Con tutti i pregi e i difetti del caso.
Un cast in ottima forma, oltre a Danny Trejo è da segnalare un ironico Robert De Niro nei panni di un senatore americano, riesce in parte a sopperire alla sensazione che ciò che poteva divertire in un trailer rischi pesantemente di annoiare, e di essere allungato allo sfinimento, nello spazio di un film di oltre un’ora e mezza.
 
Altro celebre “duro” di Hollywood è Vin Diesel, che torna a vestire i panni di Dominic Toretto in «Fast & Furious 5» di Justin Lin.
Dopo Los Angeles, Miami, Tokyo e il deserto messicano, questa volta l’azione di una delle saghe più adrenaliniche del nuovo millennio (il primo capitolo, diretto da Rob Cohen, è datato 2001) si sposta a Rio de Janeiro. La metropoli brasiliana sarà il centro di una grande rapina che Toretto e la sua squadra attueranno ai danni di un ricco affarista corrotto.
Fin dalla primissima sequenza, in cui il personaggio di Vin Diesel si trova su un camion per detenuti, «Fast & Furious 5» mette in scena quello che il suo pubblico di riferimento vuole vedere: uno spettacolare inseguimento automobilistico. Da qui inizia una serie di situazioni rocambolesche ad alta tensione, che non trovano praticamente pause nel corso dell’intera (troppo lunga) durata del film.
Nonostante una sceneggiatura trita e ritrita, «Fast & Furious 5» riesce comunque a soddisfare il bisogno di azione che tanto pubblico ricerca nel cinema contemporaneo: lo dimostrano le recensioni americane (mai così positive per un titolo della saga) e soprattutto gli oltre 80 milioni di dollari incassati oltreoceano in un solo weekend di programmazione.
Se Vin Diesel e Paul Walker seguono ormai i cliché recitativi dei loro personaggi, l’aggiunta di Dwayne Johnson (l’ex wrestler The Rock) dà nuova linfa a un prodotto comunque coerente, nonostante gli evidenti difetti, che fa del semplice intrattenimento la sua unica ragione d’essere.
 
Non ci sono però soltanto pellicole a stelle e strisce fra le uscite del weekend aventi come   protagonista la violenza: da segnalare è anche l’italiano «Tatanka», il secondo lungometraggio di Giuseppe Gagliardi dopo «La leggenda di Tony Vilar» del 2006.
Tratto da uno dei racconti presenti nel libro «La bellezza e l’inferno» di Roberto Saviano (alla seconda trasposizione cinematografica dopo «Gomorra»), «Tatanka» racconta la storia di Michele, un ragazzo della periferia di Caserta, che riesce a emanciparsi da un destino segnato nella camorra grazie al suo talento per la boxe.
Nei panni del protagonista non c’è un attore, ma il pugile Clemente Russo, medaglia d’argento alle Olimpiadi di Pechino 2008, alla cui vita si è direttamente ispirato Saviano per costruire il personaggio del suo racconto.
Dopo un’ottima parte iniziale, «Tatanka» cala alla distanza risultando un’interessante parabola esistenziale, a cui manca però un pizzico di fascino cinematografico per dirsi completamente riuscita.
Il regista è bravo a dirigere gli attori e a coordinare perfettamente le immagini con una toccante colonna sonora, ma il rischio di rifarsi eccessivamente allo stile di «Gomorra» di Matteo Garrone è spesso dietro l’angolo.
 
Tra i tanti litiganti del weekend, quello che potrebbe però godersi i favori del pubblico (soprattutto di quello femminile) è Robert Pattinson per «Come l’acqua per gli elefanti» di Francis Lawrence.
Tratto dal noto best seller di Sara Gruen, il film è narrato in prima persona dal novantenne Jacob Jankowski, che ricorda la sua gioventù passata nel circo dei fratelli Benzini come veterinario e addestratore di elefanti. In quegli anni conobbe Marlena, l’acrobata della compagnia e moglie del violento direttore del circo, della quale s’innamorò perdutamente.
Dopo i fantascientifici «Constantine» del 2005 e «Io sono leggenda» del 2007, il regista austriaco Francis Lawrence cambia genere e passa al melodramma, inciampando con entrambi i piedi su tutti i possibili rischi del caso.
Fin dalle prime battute punta su un registro retorico e patetico, che rischia di stancare ancor prima che inizi la storia vera e propria.
Per sua sfortuna non viene aiutato né dalla fotografia troppo patinata del solitamente bravo Rodrigo Prieto (tra i titoli per cui ha lavorato «La 25° ora» di Spike Lee e «21 grammi» di Alejandro Gonzalez Inarritu), né dalla melensa sceneggiatura di Richard LaGravenese, piena di svolte narrative talmente poco credibili da risultare involontariamente ridicole.
Christoph Waltz, nei panni del direttore del circo, cerca faticosamente di  tenere  su la baracca dimostrando di non essere soltanto la meteora di «Bastardi senza gloria» di Quentin Tarantino, mentre Robert Pattinson appare sempre più imballato man mano che passano i minuti.
Dopo averlo visto in questo film, risulta sempre più “curioso” che l’attore di «Twilight» sia stato scelto da David Cronenberg come protagonista del suo prossimo film, «Cosmopolis» tratto dal romanzo di Don DeLillo, in uscita nel 2012.

Chimy

Voto Machete: 2,5/4

Voto Fast & Furious 5: 2/4

Voto Tatanka: 2,5/4

Voto Come l'acqua per gli elefanti: 1,5/4

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"Planet Terror":… quand'è che esce Machete?

planet terrorSe vivessimo negli Stati Uniti degli anni ‘70 potremmo decidere di passare tre orette buone in uno squallido grindhouse. Se così fosse, ditemi, assisteremmo più probabilmente ad un film come “Death Proof” oppure ad un film come “Planet Terror”? La risposta è ovvia, dato che “Death Proof” del b-movie ne ha un quarto mentre i restanti tre quarti sono puro “Tarantino juice”.
Planet Terror è, invece, un film realmente di “serie z”, realizzato appositamente e minuziosamente come un film di “serie z”. E io dico che questa è una cosa positiva. Diamo a Rodriguez il merito di aver fatto una ricostruzione filologica di un genere. L’intento del progetto Grindhouse era questo, rifare un genere, e Tarantino, ovviamente, ha fatto le regole per poi infrangerle, mentre Rodriguez le ha rispettate alla lettera. Ciò non toglie che “Death Proof” sia un bellissimo film, superiore in tutto e decontestualizzabile dal progetto Grindhouse, a differenza di Planet Terror. (Ma Tarantino la sa lunga, va in giro con Rodriguez ed Eli Roth come le ragazzette carine che per risaltare vanno in giro con le amiche bruttine.)
Sinossi (perché, c’è una trama?) di “Planet Terror”: un agente biochimico fuoriesce da una base militare trasformando tutti in semi zombie pieni di bubboni che hanno, ovviamente, una fame del boia. Un manipolo di uomini e donne non vengono contagiati e si adoperano per salvare se non la terra almeno la loro bella contea texana. Tra questi il classico super uomo dal passato oscuro capace di affrontare gli zombie anche con solo due balisong (coltello a farfalla), e la star del film, Rose Mc Gowan alias Cherry Darling, con un M-16 equipaggiato con lancia granate M-203 al posto della gamba destra. Il resto sono esplosioni di tutti i generi, da automobili a teste umane, passando per testicoli colanti e bubboni infetti.
I difetti ci sono, e non sono pochi, come ad esempio l’inutile interpretazione della cantante dei “Black Eyed Peas”, una colonna sonora inconsistente, e soprattutto una minore presenza degli “errori di regia” che “Death Proof” dispensava sapientemente. Quest’ultimi si limitano infatti ad un odioso “rullo mancante”. Odioso per due motivi: è esattamente dove te lo aspetti e si porta via davvero i 15 minuti di un rullo, dato che la narrazione riprende nascondendo degli avvenimenti allo spettatore.
Però la pellicola ha un altro grande pregio, oltre all’attenzione filologica, quello di regalare un’ora e mezza di piacevole ignoranza, facendoci regredire tutti nei panni di bambocci adolescenti desiderosi di schifezze e di lap dance, come quella iniziale di Rose Mc Gowan.
“Planet Terror” è dunque un film che vuole dividere il pubblico così come succedeva negli anni 70. C’è chi giustamente accetta e apprezza il film per quello che è, cioè puro intrattenimento splatter, gore o come volete chiamarlo voi, e chi lo denigra giudicandolo come il solito vuoto, inconsistente film trash (parola modaiola) di “serie z”.
Prendere o lasciare.
Para
Voto Para: 3/4

Voto Chimy: 2,5/4