"Tokyo Drifter": Suzuki continua il suo vagabondaggio nel cinema.

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Questo “Tokyo Drifter” (vagabondo di Tokyo) è, come ogni film di Seijun Suzuki, un film assai particolare. Vi dico che c’è del pop, è perla di post modernismo, e ha sprizzi di Nouvelle Vauge.
Pop: scenografie curatissime, particolarissime e colori accesi in netto contrasto.
Post moderno: film del 1966 che sembra minimo minimo 10 anni più giovane.
Nouvelle Vauge: come ogni regista che si rispetti in quegli anni prendere d’esempio i francesi non era cosa poi tanto rara.

Storia e sceneggiatura non si attestano ad alti livelli, ma il film risulta comunque dannatamente godibile. Tetsu, braccio destro del boss Kurata, vuole seguire l’esempio del suo capo ed aiutarlo a chiudere i conti con la malavita, per darsi ad una vita onesta. Il passato però è difficile da cancellare e Tetsu è costretto a vagabondare per il Giappone per scappare da un clan nemico che vuole la sua morte. Anche Kurata non riuscirà nel suo iniziale intento e si ritroverà a dover collaborare coi clan nemici.
Finale epico immerso in una scenografia minimalista con illuminazioni colorate che variano a seconda delle sequenze. Gran finale quindi.
Nel film assistiamo anche ad una scena che chiude in sé parodia ed omaggio al cinema americano, tutto condensato durante una rissa in un bar.
Senza dubbio questa pellicola, una delle più famose del regista, continua il lavoro di sperimentazione che Suzuki non sembra mai aver finito, come dimostra anche il suo ultimo film, il bellissimo “Pistol Opera”, datato 2001 (girato quindi alla veneranda età di 78 anni), che è rifacimento di un suo vecchio successo, “La Farfalla Sul Mirino”, e che è una delle migliori prove di unione cinema-teatro della storia del cinema.
Suzuki è un regista che da quando ha iniziato la sua carriera non ha fatto altro che sperimentare, innovare e stupire, contribuendo al “ringiovanimento” del cinema giapponese, da sempre ancorato ai drammi in costume che resero la cinematografia nipponica culla del cinema d’autore (Mizoguchi o Kurosawa, giusto per far due nomi). Ma anche con Suzuki (o Oshima, o Imamura), il cinema giapponese dei ‘60, seppur rinunciando alle tematiche “classiche”, in un modo o nell’altro non ha mai smesso di rimanere un cinema d’autore.

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Voto Para: 3/4

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