It's Not Her Sin: il grande cinema di Shin Sang-ok, un fiore nell'inferno coreano post-bellico

Uno sparo. Due donne s’inseguono sulle scale del Ministero degli Esteri coreano; una delle due prende una pistola che le cade dalla borsetta e spara all’altra donna che cade a terra ferita alla gamba.
Così inizia il grandioso film "It’s Not Her Sin" diretto nel 1959 dal padre del cinema coreano, Shin Sang-ok (nella foto), che è stato omaggiato con una splendida retrospettiva dal Far East Film Festival 2008.
Prima di concentrare l’attenzione sul film sopradetto, mi sembra giusto raccontare nello specifico la vita di questo regista, purtroppo poco conosciuto, che ha avuto un’esistenza che sembra perfetta per essere raccontata in un film (le notizie sono prese dalla guida del FEFF 2008).
Shin Sang-ok nasce nel 1925 e inizia a lavorare come regista durante la guerra di Corea, i cui risvolti sono stati trattati in profondità nei suoi film della fine degli anni ’50 (proprio quelli visti a Udine).
Questi film iniziarono a portare a Shin un buon successo in patria, grazie anche alla presenza fissa della diva Choi Eun-hee, che diventerà anche la moglie del regista.
Gli anni ’60 furono l’apice del successo per Shin Sang-ok, i cui film venivamo costantemente apprezzati e premiati.
Negli anni ’70 iniziarono invece grandissimi problemi: la censura della presidenza coreana non gli permise più di fare film alle condizioni che voleva e, addirittura, nel 1975 gli venne revocato il permesso di lavorare nell’industria cinematografica del paese.
Il vero dramma inizierà però qualche anno dopo.
Durante un viaggio a Honk Kong, nel 1978, sua moglie sparì; Shin cercò in tutti i modi di ritrovarla, quando una sera, mentre era sulle tracce della donna, venne colpito in un vicolo da una borsa in testa e perse i sensi.
Choi e Shin erano stati rapiti da agenti della Corea del Nord, e vennero portati nella capitale Pyongyang su ordine di Kim Jong-il che sperava, con lui, di far (ri)nascere l’industria cinematografica nordcoreana.
La coppia trascorse i primi 5 anni in celle separate dopo aver rifiutato di cooperare, ma fu poi riunita e i due ripresero a fare film insieme.
Dopo aver realizzato per il governo dittatoriale 7 lungometraggi (prevalentemente di propaganda), i due fuggirono, nel 1985, durante un viaggio in Europa, chiedendo asilo all’ambasciata americana di Vienna. Poi si trasferirono a Hollywood, dove Shin lavorò come produttore, prima di tornare in Corea del Sud.
Recentemente sono state fatte importanti retrospettive per far conoscere al mondo quest’importantissimo regista, nel 2001 al Pusan Film Festival e nel 2002 al MoMa di New York.
Shin Sang-ok è morto, nel 2006, ad ottant’anni nell’amata Seoul, la città che per anni gli era stata negata e dove ora sua moglie vive ancora.
Impressionante la storia della vita di Shin Sang-ok, ma altrettanto impressionante è la magnifica storia che racconta in "It’s Not Her Sin".
Dopo il folgorante incipit di cui si è scritto ad inizio post, scopriamo che le due donne sono sorelle adottive. Durante il processo, entrambe insistono sull’innocenza dell’altra ("Non è suo il peccato, ma mio!") e, quando si rivedono, si scusano l’una con l’altra e si abbracciano.
Davanti al pubblico ministero i racconti del passato delle due ci faranno capire quali furono le cause di quel gesto.
Young-sook (interpretata dalla moglie del regista, la bravissima Choi Eun-hee), la donna ferita alla gamba, aveva una relazione sentimentale con un uomo sfrontato che l’ha messa incinta e che non voleva prendersi cura del bambino.
L’uomo consiglia alla donna di abortire, ma Young-sook pensa invece di lasciare il bambino a Sung-hee, (la donna che successivamente le sparerà) sua sorella adottiva, che era felicemente sposata, ma non poteva avere ciò che più desiderava: un figlio.
Le due allora fanno un patto di silenzio: approfittando della lunga assenza del marito di Sung-hee, non riveleranno a nessuno il loro segreto e fingeranno che il figlio sia proprio nato dal ventre della sorella maggiore.
E’ davvero impressionante come nel 1959 sia stato fatto un film con alla base una tematica così attuale, quella della scelta di tenere un figlio, protagonista recentemente di un film apprezzatissimo come "Juno", uscito soltanto un mese fa.
Shin Sang-ok ha, inoltre, un’attenzione alla psicologia delle figure femminili, pari soltanto a quella di pochissimi altri grandi registi della storia del cinema (Mizoguchi, Preminger…); il suo è un cinema attento ai problemi sociali, nella travagliata epoca postbellica coreana, ma che sempre si collegano alle vite dei singoli e alle loro difficili scelte in un momento tanto contradditorio.
Il bambino nasce, passano i primi anni, e tutto sembra andare per il meglio fino a quando l’ex ragazzo di Young-sook, ora sposata felicemente con un uomo, non scopre tutto e la ricatta per tenere la bocca chiusa.
Quest’elemento è in realtà però di poco conto nello sviluppo narrativo; il vero ostacolo che nasce nel patto di silenzio fra le due è il richiamo materno di Young-sook, che (come falsa zia) si avvicina sempre più a suo figlio e non riesce più a distaccarsene.
Quel bambino è tutto per entrambe le donne, nessuna vuole più lasciarlo all’altra.
Young-sook allora parte per il ministero per svelare tutto, ma (come già sappiamo) Sung-hee in preda alla follia le spara per fermarla.
Alla fine del lungo racconto flashback, il giudice le lascia andare e Sung-hee dice a Young-sook che può riprendere suo figlio.
Arrivate alla casa di Sung-hee, vediamo il bambino "oggetto del desiderio" delle due che piange commosso per il ritorno della madre, che non vedeva da diversi giorni.
Esce dalla casa e corre gridando: "Mamma!, mamma!"; Young-sook si avvicina e si china per abbracciarlo, ma il piccolo la supera perchè i suoi occhi e la sua corsa sono indirizzati a Sung-hee, la donna che lui ha sempre considerato la sua vera madre.
Young-sook, triste, si allontana e lascia "suo" figlio a "sua" madre.
Un finale commovente e crudele, in cui Shin Sang-ok ci lascia delle infinite domande: è un finale dolcemente positivo? O tragicamente negativo? Il bambino ha "scelto" la donna che l’ha cresciuto e che ha sempre chiamato mamma, è la cosa più giusta?
Certamente questa è la conclusione più bella e profonda che un film splendido come questo potesse avere.
Nella magnifica tavolata dei grandissimi registi asiatici della metà del ‘900 aggiungete pure un posto per Shin Sang-ok.

Chimy

Voto Chimy: 3,5/4

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FEFF 2008: giorni 4 e 5 (prima parte)

KALA MALAM BULAN MANGAMBANG   di Mamat Khalid

Para: Noir, avventura, horror, melodramma, commedia: tutti i generi del cinema classico americano degli anni 30 e 40 in un particolare film malese. Non un pastiche ma un caleidoscopio, con una bella fotografia bianco e nero. Postmoderno per l’abile mescolanza di generi, ma troppo lungo per il tipo di esperimento. Due ore pesano, sopratutto nella parte centrale.

Chimy: Questo film malese è stato una piacevole sorpresa nella sua prima parte, quando si concentra sull’ "omaggiare" soltanto il noir classico. Nella seconda invece diventa un minestrone un pò troppo confusionario e azzardato. Comunque poteva andare peggio.


ADRIFT IN TOKYO di Miki Satoshi

Para: Dopo la follia dei primi due film Miki Satoshi realizza una specie di road movie: il viaggio a piedi per Tokyo di un ragazzo e di un simil yakuza. Quest’ultimo desidera camminare per la sua città prima di consegnarsi alla polizia confessando di aver ucciso la moglie. Il cammino con il suo debitore è un pretesto per camminare tra i ricordi vissuti e quelli desiderati. Girato semplicemente, con una comicità ed un umorismo intelligente, è soprattutto una piacevole esperienza, durante la quale non si può far altro che sentirsi felici.

Chimy: Miki Satoshi fa un cinema che passa sopra. Non irrita, non esalta e sai che dopo qualche giorno dalla visione non ti sarà rimasto molto dei suoi film. Questa è la sensazione provata per "Adrift in Tokyo" (come per il precedente film visto del regista), simil road movie, intelligente ma banalotto. Come in ogni film del genere che si rispetti, il viaggio creerà nei due protagonisti un nuovo modo di vedere la vita e di approcciarsi alla società giapponese.
Joe Odagiri è bravino in questo genere di film-commedie, ma reggerà il ruolo da protagonista nel nuovo film di Kim Ki-duk?


FUNUKE, SHOW SOME LOVE YOU LOSERS! di Yoshida Daihachi

Para: Anche il regista di questo film è un giapponese ex pubblicitario e di televisione, che realizza un dramma familiare che non cade mai nel melodrammatico. Interessante come vengono nascosti e rivelati i lati d’ombra dei familiari, e soprattutto una costruzione narrativa che ricorda un manga. Proprio su questo elemento si concentra anche la storia (una dei protagonisti è un’aspirante mangaka) e alcuni espedienti visivi (il film diventa la pagina di un fumetto alternando vignette disegnate a parti filmate). Interessante per certi versi, ma fastidiosi alcuni inserti comici e alcuni trucchi visivi. Tutto sommato niente male.

Chimy: Film che parte male, ma che piano piano riesce a rialzarsi facendoti interessare alla storia che racconta.
Girato con maturità da un esordiente, che riesce bene ad equilibrare il lato più drammatico con quello più tragicomico della famiglia protagonista.


THE DETECTIVE di Oxide Pang

Para: Film firmato da uno dei due fratelli Pang (famosi per i vari "The Eye"), si apre con un incipit di tutto rispetto, soprattutto grazie ad una canzone a cui è impossibile resistere (appena scopriremo il titolo di questa hit honkhongese ve lo faremo sapere). La mano horror di Pang si vede positivamente: la storia tutta azione di un detective privato di Honk Hong è condita da sequenze in cui la tensione è alle stelle, con espedienti tipici dell’horror asiatico. Assolutamente fondamentale a questo fine è l’impianto sonoro: invadente ma di sicura efficacia. Girato davvero bene, contiene un momento da ricordare: il ticchettio di un orologio ritma il montaggio della crescente eccitazione del protagonista di fronte ad una bellissima donna. Un film che pecca nella storia ma non in tutto il resto.

Chimy: sottoscrivo in pieno.


IT’S NOT HER SIN di Shin Sang-ok

Para: Tra i film visti del maestro coreano questo è sicuramente il migliore: un grande film, soprattutto per i temi trattati. Ancora una volta il regista dimostra la sua attenzione al mondo femminile, e la fine che riprende la scena iniziale ma con differente prospettiva è la conferma della maestria narrativa e di direzione delmaestro.

Chimy: Film di cui sarà necessaria una normale recensione alla fine del festival. Opera grandissima, nella quale Shin Sang-ok anticipa temi sociali che si svilupperanno a pieno nel cinema occidentale soltanto negli anni successivi: aborto, sessualità, richiamo materno, rapporti famigliari di amore/odio.
Inizio e fine da strapparsi i vestiti; bellissimo il resto.

RESIKLO di Mark A.Reyes

Para: Finalmente una boiata fatta e finita! Trash dall’inizio alla fine, in ogni singolo particolare, questo film è stata uno dei momenti più divertenti del festival. Una razza aliena invade la terra, nelle Filippine un gruppo di uomini si riunisce nella comunità di Paraiso, nascondendosi dal nemico. Tutto finisce con una battaglia tra robot nemici e quelli umani, costruiti con materiale di scarto. Niente ha logica, la recitazione è pessima, affetti scadenti, regia ignobile ma dannatamente divertente. E non era nelle intenzioni del regista

Chimy: Inutile parlare seriamente di questo film. Per chi sa di cosa stiamo parlando, è il "Vogelfrei" di Udine 2008.
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FEFF 2008: Giorni 2 e 3

TRIVIAL MATTERS di Pang Ho-cheung

Chimy: Il film da odiare. Pang Ho-Cheung realizza sette inutili e pretestuosi episodi, che avrebbero la pretesa di raccontare le diversità e le contraddizioni dell’età contemporanea, per questo "Trivial Matters".
Pang cerca di fare un cinema colto, con il quale essere apprezzato da chi vuole essere considerato un sapiente intelettuale, ma in realtà realizza solamente un’opera poverissima di idee e che provoca più di un’irritazione.
Difficilissimo stabilire una classifica dei sette episodi, perchè praticamente tutti inguardabili.

Para:  Pang Ho-cheung vuole fare un film che tratta temi volgari e di umorismo spicciolo che piaccia anche agli intellettuali. Il riultato è un’accozzaglia di inutili cortometraggi che non funzionano nemmeno troppo bene dal punto di vista ludico.
Oltretutto ci sono anche fastidiosi errori: come chi fuma senza fumare.
Certo che però un ragazzo che si crede civilmente impegnato perchè con il getto della propria urina toglie gli escrementi nei bagni pubblici merita tutto il rispetto.

SECRET di Jay Chou

Chimy: "Secret" è l’esordio registico del bravo attore Jay Chou, che realizza un film spiazzante e non facile da valutare.
Per tutta la prima parte è un film molto convenzionale, ben fatto, che sa molto di già visto e di conclusione telefonata.
Poi ad un tratto il film vira da una normale storia di amori e gelosie adolescenziali ad una storia ad alto tasso fantastico. Cambio di direzione improvviso, forse discutibile, ma che certamente ha meravigliato gli spettatori in sala. Esordio molto interessante.

Para: sottoscrivo e non ho niente altro da aggiungere.

A FLOWER IN HELL di Shin Sang-ok

Chimy: Prosegue ancora molto bene la retrospettiva sul padre del cinema coreano Shin Sang-ok.
I suoi film degli anni ’50 si rivelano molto importanti dal punto di vista sociale-contenutistico e "A Flower in Hell" lo dimostra pienamente.
Il film è uno spaccato della società coreana in un periodo di transizione. Come nel film precedente vi è una grande attenzione alla condizione femminile del periodo: l’attrazione per i regali dei soldati statunitensi, che si contrappone ai sentimenti per gli uomini coreani, ricchi o poveri che siano.
Peccato davvero che sia un regista rimasto a lungo sconosciuto.

Para: se con il primo film il regista poteva essere chiamato Shin Sang-Ozu, con questo potrebbe essere Shin Sang-Rossellini. Ovviamente non c’è plagio, e nemmeno omaggio, Shin Sang-ok ha il suo stile, ma questo rende bene l’idea del cinema del maestro coreano. In questo caso un bello spaccato della corea del dopoguerra.


IN THE POOL di Miki Satoshi

Para: Esordio al cinema per il folle Miki Satoshi, regista televisivo e pubblicitario (come alcuni dei registi rivelazione giapponesi degli ultimi anni), che confeziona un film altrettanto folle. Umorismo tipicamente giapponese, e quindi, forse, per intenditori di tale comicità. Il film è un montaggio alternato della vita di tre personaggi affetti da problemi psicologici e della loro interazione con uno psichiatra pazzoide amante dei vestiti leopardati. Inutile sottolineare che anche il dottore non è esempio di sanità mentale. Se le parti riguardanti un trentenne affetto da un’erezione perenne sono le migliori, stessa cosa non si può dire di quelle riguardanti una ragazza affetta da manie ossessivo compulsive e soprattutto dall’inutili parti in cui conosciamo un manager che ha la mania del nuoto: anche se lìintento del regista era di utiizzare queste come distensivo per lo spettatore, al contrario diventano solamente noiose. In ongi caso un buon passatempo.

Chimy: Un film en passant. "In the Pool" è un film che passa sopra senza colpire praticamente mai.
Non irrita e non è mal fatto, ma semplicemente si vede senza ridere più di tanto nè senza provare particolari emozioni. Oggi vedremo quello che viene considerato il suo miglior film, spero che mi colpisca di più di questo.

THE ASSEMBLY di Feng Xiaogang


Para: Eccoci finalmente al miglior film visto fin’ora al festival: "The Assembly" è una lezione di cinema sorprendente. Incentrato sulla guerra di Corea degli anni 50, racconta la guerra vista dagli occhi di un capitano dell’esercito cinese (che appoggiava la corea del Nord) con obiettività e senza schierarsi.La regia è ottima sia nelle meravigliose sequenze di battaglia che nelle parti riflessive e nel drammatico dopoguerra, dove Gu, il capitano, cerca i cadaveri dei propri 46 soldati per dar loro la giusta sepoltura.
Una delle caratteristiche più sorprendenti del film, e che tratteremo in un post futuro totalmente dedicato al film, è l’attenzione al rapporto suono-immagine: la parte visiva sembra seguire la parte sonora, e non viceversa. Se questo rende incredibile la regia delle battaglie, tale espediente risulta altrettanto incredibile anche quando il regista ci mostra una lite tra due soldati che sbraitano l’uno contro l’altro.
Grandioso.

Chimy: Impressionante. Raramente si sono viste nella storia delle scene di battaglia girate meglio che in "The Assembly". La mdp segue perfettamente la concitazione di quei momenti: gli spari, la tensione, gli effetti sonori.
La regia,molto sapiente, alterna un montaggio rapido a riprese lunghe, che sfociano in un pianosequenza da vedere e rivedere.
Feng Xiaogang aveva già stupito alla Mostra di Venezia 2006 con "The Banquet"; ora con questo "The Assembly", che meriterà una futura normale recensione, fa ancora meglio.
Un regista che fa vero Cinema, nel senso di unione di sonoro e visivo, e il cui nome bisogna iniziare davvero a ricordarsi.

FEFF 2008: Giorno 1

L di Hideo Nakata

Chimy: Il festival si è aperto ieri sera con "L", il sequel/spinoff dei due "Death Note" visti proprio a Udine lo scorso anno.
Questo film è palesemente un lavoro di natura prettamente commerciale per Hideo Nakata, che attendiamo invece mercoledì con "Kaidan", opera che sarà sicuramente più autoriale e personale.
L era il personaggio più interessante di "Death Note", ma, in questo nuovo film, lontano dal "libro della morte" anche il suo fascino viene meno.
Partenza pessima ma non c’è da farne un dramma…

Para: Se "Death Note" è uno dei manga più particolari e affascinanti degli ultimi anni, non si può dire la stessa cosa dei tre film che ne sono stati tratti. "L", nonostante la firma autorevole di Nakata, non tradisce la linea dei precedenti film: sbancare il botteghino, puntando soprattutto alla fascia di età a cui si rivolge lo stesso fumetto: adolescenti e pre adolescenti. L’approfondimento sul personaggio cult L, cioè l’obiettivo del film, è oscurato da una improbabile e fuori luogo traccia narrativa in cui una losca organizzazione di pochi uomini vuole infettare il mondo con una micidiale arma battereologica. Oltre al soggetto, già di per sè deludente, anche la regia di Nakata non offre particolari degni di nota.
Speriamo bene con "Kaidan".

QUICKIE EXPRESS di  Dimas  Djayadiningrat


Chimy: Primo film indonesiano della storia del festival, "Quickie Express" parla di tre particolari personaggi che vogliono diventare degli improbabili gigolo.
Se nella prima parte l’addestramento alla professione è decisamente divertente e piacevole, nella seconda il film si assesta su canoni molto più banalotti, rappresentando la storia d’amore tra uno dei tre e una dolce ragazza figlia di una sua precedente cliente, con inevitabile (e imbarazzante) cena di famiglia.
Indonesia non bocciata del tutto, ma certamente rimandata.

Para: "Quickie Express" è una piacevole sorpresa, che fa sperare bene nella comicità indonesiana. Il demenziale è ben dosato e la volgarità, nonostante la professione dei protagonisti, non è mai troppo sfacciata. Il problema, purtroppo, è la durata del film: due ore sono obiettivamente troppe per un film del genere, che dopo la brillante prima parte si perde nei sentimenti del protagonista e si allunga di 40 minuti di troppo.

A COLLEGE WOMAN’S CONFESSION di Shin Sang-ok

Para: Il leggendario regista coreano Shin Sang Ok, imprigionato dal tanto rigido quanto basso e bruttino dittatore nord coreano Kim Song Il, prima dei lavori forzati (dirigere film di propaganda) negli anni ’50 ha realizzato alcuni film che il FEFF ripropone in un’interessante retrospettiva. Il primo film proposto è "A College Woman’s Confession", che come suggerisce il titolo è il dipinto di un periodo particolarmente delicato per So young, la protagonista. Nonostante la delicatezza e la posatezza della regia il ritmo narrativo è decisamente lento, fattore che mi ha regalato un po’ troppi momenti di noia. Le premesse per grandi film ci sono tutte, quindi spero vivamente nei prossimi.

Chimy: Sorprendente film con il quale si inaugura la retrospettiva di uno dei padri del cinema coreano.
"A College Woman’s Confession" mostra la grande sensibilità che ha avuto questo regista nel descrivere la psicologia femminile in Corea negli anni ’50.
Una giovane ragazza è costretta, momentaneamente, ad abbandonare gli studi e a lavorare per potersi mantenere; l’incontro con i datori di lavoro però sarà più traumatico del previsto: si accorgerà molto presto che per fare strada è necessario fare dei "lavori extra" ai propri capi.
Opera allo stesso tempo forte e delicata, "A College Woman’s Confession" non ci può che fare ben sperare per i prossimi film della retrospettiva.

CASKET FOR RENT di Neal Tan

Para: Il primo film Filippino della tua vita non si scorda mai. Quest’opera è un esempio negli intenti, ma non nella regia. Il regista, in patria considerato un regista coraggioso, ritrae la vita di uno strettissimo vicolo dei bassifondi, in cui gli abitanti devono lottare con le difficoltà economiche e i disagi che comporta vivere in un ghetto. Tra i personaggi un becchino, che affitta bare ai più poveri, sua moglie truccatrice (di vivi e morti), una madre sola con due figli (uno spacciatore e un prostituto gay), una prostituta e il suo protettore, e una studentessa che nasconde la sua professione di prostituta. A fare da commento alle varie vicende particolare si trova un senzatetto, l’unico che sembra aver capito come "vivere" in una realtà del genere. La forza del film di ritrarre a fondo un ambiente così degradato, ma che non va nascosto, è minata da alcuni momenti girati come una telenovelas, e da una scelta musicale piuttosto fastidiosa.
"A Casket for Rent": promosso negli intenti ma non nella forma.

Chimy: Una forma non perfetta ma sulla quale personalmente penso si possa soprassedere, proprio per l’incisività con la quale viene messa in scena la dura realtà filippina di oggi.
"Casket for Rent" è la prima sorpresa del Festival proprio perchè ci trasporta direttamente in un altro mondo, seppur del tempo presente, così lontano dal nostro.
Certamente per ora è l’opera migliore del concorso, vedremo se lo sarà ancora a lungo…