Al cinema con «Il discorso del re», il grande favorito della prossima notte degli Oscar

Articolo già pubblicato su IlSole24Ore

Davvero impossibile considerare una coincidenza l’uscita nelle sale italiane del film «Il discorso del re» proprio in questo weekend, a soli tre giorni di distanza dall’annuncio delle nomination ufficiali dei prossimi premi Oscar.
Forte della vittoria al Festival di Toronto e di vari riconoscimenti ottenuti in diverse manifestazioni di tutto il mondo, «Il discorso del re» era già da diversi mesi considerato uno dei grandi favoriti per la vittoria delle ambiziose statuette dell’Academy, ma probabilmente nemmeno i dirigenti della Eagle Pictures (che hanno saggiamente scelto questa settimana per distribuirlo nei nostri cinema) avrebbero potuto immaginare che si sarebbe portato a casa 12 nomination: più di tutti gli altri titoli (lo seguono «Il grinta» dei fratelli Coen con 10 e «The Social Network» e «Inception» con 8) che si fronteggeranno la notte del 27 febbraio al Kodak Theatre di Los Angeles.
Un risultato sorprendente per una pellicola che racconta la vera storia del re d’Inghilterra Giorgio VI, sofferente fin dall’infanzia di una grave forma di balbuzie, diventato sovrano dopo la morte del padre seguita dalla scandalosa abdicazione del fratello maggiore Edoardo VII.
Con il paese sull’orlo della seconda guerra mondiale, Giorgio VI (su consiglio della moglie Elisabetta) si rivolgerà a Lionel Logue, un eccentrico logopedista, che riuscirà a risolvere il suo problema facendogli pronunciare un celebre discorso radiofonico che ispirerà il popolo britannico in un momento tanto delicato.
Il regista Tom Hooper, alla sua prima prova importante dopo i poco conosciuti «Red Dust» del 2004 e «Il maledetto United» del 2009, mette efficacemente in scena una pagina di storia tanto cara al pubblico inglese e, seppur senza grandi guizzi artistici, ha la bravura (e forse anche un pizzico di fortuna) di dirigere tre attori davvero in stato di grazia.
Colin Firth, che ha già ottenuto per questo ruolo il Golden Globe come miglior attore e si prepara a bissare il suo trionfo agli Oscar, rende perfettamente credibili la balbuzie e i tic nervosi del suo personaggio con un’interpretazione sempre equilibrata e mai sopra le righe. Non da meno sono Helena Bonham Carter, nei panni di Elisabetta, e Geoffrey Rush, in quelli di Lionel Logue, che tengono pienamente testa a Firth in un continuo “scontro” di bravura che meriterebbe davvero di essere visto, o recuperato, anche in lingua originale.
Tutto appare così perfetto per piacere ai membri dell’Academy (e non solo) che, a volte, si ha l’impressione che alcune parti della sceneggiatura (scritta dall’esperto David Seidler) siano costruite ad hoc per ingraziarsi sia i favori del grande pubblico che quelli delle giurie dei premi cinematografici più importanti.
Questa mancanza di spontaneità intacca però soltanto in piccola parte un film che, benché non sia il capolavoro che ci si potrebbe aspettare dai trionfi già ottenuti, ha il grande merito di crescere alla distanza e di regalare agli spettatori un mix di sequenze emozionanti e divertenti al tempo stesso.
La grande domanda sarà se le 12 nomination agli Oscar basteranno per far ottenere al re Giorgio VI anche lo scettro del box office italiano, dominato nelle ultime settimane da pellicole nostrane («Che bella giornata» e «Qualunquemente» in primis).
 
Alla ricerca di grandi risultati ai nostri botteghini ci sarà anche un altro titolo in uscita questo venerdì: «Parto col folle» che arriva nelle nostre sale dopo aver ottenuto ottimi incassi negli Stati Uniti (oltre 100 milioni di dollari).
Commedia demenziale vicina ai tipici canoni del buddy-movie (genere che racconta l’amicizia fra due persone di sesso maschile), «Parto col folle» ha per protagonisti Robert Downey Jr. e Zach Galifianakis che interpretano due figure totalmente in antitesi, almeno nelle prime battute del film.
Downey Jr. veste i panni di Peter Highman, un architetto di successo che si ritroverà costretto a viaggiare in automobile da Atlanta a Los Angeles (dove l’aspetta la moglie in procinto di partorire) con l’eccentrico Ethan Tremblay (Galifianakis), un aspirante attore di serie televisive accompagnato da un cane e da un barattolo di caffè contenente le ceneri del padre defunto. Il viaggio insieme, seppur pieno di difficoltà e imprevisti, farà nascere fra i due un forte legame.
Dopo il grandissimo successo di «Una notte da leoni» (oltre 250 milioni di dollari d’incasso e un Golden Globe vinto nel 2009 come migliore commedia), c’erano certamente grandi attese per questa nuova pellicola del regista Todd Phillips, da sempre grande esperto su come ottenere ottimi successi al box office.
Se «Una notte da leoni» si basava su una comicità pensata e originale, lo stesso non si può dire di «Parto col folle» che, seppur regali alcuni momenti sicuramente divertenti, si appoggia a canoni narrativi consolidati e a gag di basso livello.
Galifianakis, l’attore di origine greca già protagonista della precedente pellicola del regista, vince il duello con un Robert Downey Jr. sottotono: seppur mantenga viva la sua grande autoironia (grazie ad alcune battute del suo personaggio inerenti al non aver mai fatto uso di droghe nella sua vita) appare fin troppo trattenuto nella sua mimica espressiva, soprattutto rispetto alle sue interpretazioni più recenti (da Sherlock Holmes a Iron Man).
Privo di possibili riflessioni (ad esempio sull’immaturità di una generazione di americani) che vadano oltre il desiderio di far ridere facilmente (e frettolosamente) il pubblico, «Parto col folle» risulta un film semplicemente gradevole che difficilmente verrà ricordato nei giorni immediatamente successivi alla visione.
 
Altrettanto gradevole risulta «Yattaman», film giapponese che arriva nelle nostre sale a quasi due anni di distanza dall’uscita nel suo paese natale.
Ispirato alla celebre serie televisiva d’animazione degli anni ’80 (in Giappone è stata trasmessa per la prima volta nel 1977), la pellicola ne ricalca le svolte narrative e i personaggi: i “buoni” Yattaman 1 e Yattaman 2 si ritroveranno nuovamente a dover sconfiggere il malvagio Trio Drombo, con a capo la bellissima Miss Dronio, per salvare il mondo da una terribile minaccia.
Seppur il film appaia mal strutturato dal punto di vista narrativo, montato come fosse un semplice assemblaggio di episodi televisivi, il regista Takashi Miike (fra i più importanti autori nipponici degli ultimi decenni) riesce comunque a dare libero sfogo al suo grande talento visivo, costruendo un immaginario ultra-colorato, pop e delirante che farà certamente la felicità dei tanti fan della serie e degli anime in generale.
Rimane soltanto il rammarico che nei cinema italiani sia arrivato questo suo lavoro, sì spontaneo e divertente, ma lontano dallo spessore di altre sue pellicole, come «Visitor Q» del 2001 o «Gozu» del 2003, da noi distribuiti soltanto nel mercato dell’home video.

Chimy

Voto a "Il discorso del re": 3/4

Voto a "Parto col folle": 2/4

Voto a "Yattaman": 2,5/4

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FEFF 2009: resoconto!

Departures – Yojiro Takita

 

Chimy: Il film (per la maggior parte delle persone) più atteso del festival. Oscar 2008 per il miglior film straniero su Valzer con Bashir, La classe e il nostro Gomorra… per fare qualche nome. Departures è un film che bisogna ammettere essere decisamente interessante. Un viaggio alla scoperta dei rituali funebri giapponesi e, in particolare, alla preparazione dei defunti per la loro “partenza”. Estremamente efficace e funzionale nelle parti più divertenti e grottesche, Departures risulta meno efficace nei momenti che vogliono essere (e solo in parte ci riescono) più commoventi e melodrammatici. Poco equilibrato fra i registri, ma certamente di buon livello nelle singole parti che però risultano in alcuni momenti difficilmente amalgamate e amalgamabili. Ottimo cast e costantemente buona la fotografia. Oscar comunque nettamente immeritato per un’opera che convince a metà. Naturalmente è stato anche il vincitore (anche qui premio molto discutibile) del Feff 2009, che ricordiamo essere decretato dal pubblico.

 

Para: Oscar immeritato e premio Feff ancor meno meritato. Departures unisce un ottimo cast ed una buona regia a momenti che appaiono troppo posticci. Il dramma personale del protagonista, e i piccoli drammi delle famiglie in lutto non risultano altrettanto riusciti quanto tutte le situazioni più grottesche e divertenti. Di buono c’è che è un inno alla vita che parla di morte.

 

 

Rough Cut – Jang Hun

 

Chimy: La sorpresa lieta del festival. Esordio promettente per uno dei pupilli di Kim Ki-duk che qui produce e scrive la sceneggiatura (e si vede!). Riflessione estremamente interessante sulla natura della violenza in relazione alla rappresentazione di questa sullo schermo e nella realtà. Davvero ottimo nella prima parte si va un po’ a perdere nella seconda, che però si rialza con una citazione perfetta a Bad Guy e ad un immaginario tipico del regista che aveva esordito col bel Crocodile. Molto macchinosa l’ultima parte, ma nel complesso un film soddisfacente che fa ben sperare per il futuro del giovane regista coreano.

 

Para: con Rough Cut si capisce che c’è qualcosa di intelligente alle spalle. La sceneggiatura di Kim Ki-duk è il punto forte del film, un film che risulta tutto sommato godibile, a parte qualche momento in cui l’accompagnamento musicale, unito alle battute dei protagonisti, rende tutto un po’ posticcio.

 

 

Horror Day

 

Chimy: Inutile dividere i titoli ed ormai inutile anche guardarli poichè sono anni che l’horror day udinese procede stancamente nel corso della sua giornata senza alcun tipo di guizzo o di motivo d’interesse. Ormai sembra che in Asia gli horror li facciano solo in Thailandia e in Indonesia… forse è vero, ma li fanno davvero male. Evento da eliminare.

 

Para: sottoscrivo. Piccola nota a margine è il film Rathree Reborn, terzo episodio di una serie di film Thailandesi in cui viene unito horror a commedia demenziale. Ovviamente vincente la parte demenziale, assolutamente dimenticabile la componente horror, che si limita a riproporre di continuo il trend di “faccia brutta che appare sullo schermo con urlo e rumori a manetta”.


 

Crush and Blush – Lee Kyoung-mi

 

Chimy: Dopo il film prodotto da Kim Ki-duk c’è stato quello scritto e “protetto” da Park Chan-wook con risultati però molto diversi. Se in Rough Cut si toccavano tematiche importanti e si sentiva la mano di un regista bravo, seppur esordiente, non si può dire lo stesso con questo film abominevole privo di qualsiasi guizzo cinematografico o di motivi che potrebbero portarci a parlarne maggiormente. Inutile e da dimenticare.

 

Para: commedia inutile e noiosa per donne isteriche/represse/depresse.

 

 

Fiction – Mouly Surya

 

Chimy: Il film peggiore del festival che conferma come il cinema indonesiano ancora non riesca a produrre lavori minimamente interessanti. Procede stancamente fin dai primissimi minuti, vorrebbe essere una sorta di thriller psicologico ma l’unica inquietudine che è riuscito a creare è quella di quando, guardando l’orologio, ci siamo accorti che mancava ancora un’ora prima dei titoli di coda.

 

Para: noia, situazioni e battute nonsense (non volute), regia piatta, attori scadenti.

 

 

The Equation of Love and Death – Cao Baoping

 

Chimy: Un film che fa dell’essere “diverso” il suo punto di forza. Una trama e una regia che si distaccano dalla standardizzazione del cinema cinese degli ultimi anni per un prodotto che però oltre alla sua particolarità non riesce ad avere altre qualità che l’avrebbero portato ad innalzarsi ad uno dei film migliori del festival. Un interessante soggetto va a scontrarsi con risvolti narrativi di una sceneggiatura molto costruita a tavolino per far nascere riflessioni pseudo-intellettuali ma poco sincere. Parla di sentimenti importanti, ma purtroppo al film mancano in buona parte. Peccato, poteva essere un lavoro di alto livello.

 

Para: una taxista cerca da quattro anni il suo ex che l’ha abbandonata senza motivo, per farlo mostra le sue foto a tutti i clienti che incontra, a cui narra anche numero e testo delle lettere che il suo ex continua  a spedirle per qualche oscuro motivo. Prima metà da grandissimo film, con regia frammentata come le informazioni che abbiamo noi e la protagonista (Zhou Xun, bellissima e bravissima), seconda parte che si adagia sul cercare di rispondere ad alcuni interrogativi. In totale un film per metà tesissimo e bellissimo che vince per qualità intrinseche e anche perché per una volta non è il solito film cinese.

 

 

The Good, the Bad, the Weird – Kim Jee-woon

 

Chimy: Spari e confusione per un film delirante che omaggia Sergio Leone soltanto nel titolo poichè privo della classe, della grazie e della cura registica dell’immenso regista di C’era una volta il west. Molto incentrato sul colpire lo spettatore, si perde di vista completamente ogni forma di attenzione per una sceneggiatura inefficace e priva di fondamenta. Unica nota davvero positiva la presenza Song Kang-ho che cerca di alzare il film con tutto il suo talento comico-espressivo. Come spesso avviene coi film di Kim Jee-woon la visione si conclude col pensiero di aver visto un’opera che, seppur ben girata, ha davvero poco senso di esistere.

 

Para: un film che si presenta come un omaggio a Sergio Leone, ma che poi non ha nemmeno un omaggio a Sergio Leone era difficile da fare e Kim Jee-woon ci è riuscito. Azione continua fine a sé stessa, un film d’intrattenimento che intrattiene poco, complice la durata di 130 minuti. Almeno se vuoi divertire e intrattenere, tieniti sui 90 minuti. Film inutile.

 

 

The Story of the Closestool – Xu Buming

 

Chimy: il classico film cinese del nuovo millennio attento al sociale, ai cambiamenti in Cina e ai rapporti famigliari che spesso perde di vista il ritmo cinematografico. Stancante.

 

Para: solito film cinese che mette in scena nel solito modo un qualcosa di diverso nell’apparenza ma non nella sostanza. La protagonista si innamora dei water all’occidentale e lavorerà per costruirsene uno in casa, dicendo addio al vaso da notte. Solite questioni di comunità, sviluppo, lavoro, famiglia.

 

 

Love Exposure – Sion Sono

 

Chimy: il film del Feff 2009. Lo pensavamo tale e ne abbiamo avuto la conferma. Opera-monstre di quattro ore che è soprattutto un’esperienza all’interno dell’universo del giappone contemporaneo e in particolare delle sette religiose; ma è anche un viaggio all’interno di diversi generi e registri cinematografici perfettamente orchestrati ed equilibrati dal bravissimo Sion Sono. Ottimo cast e ottima regia per un film che fa però soprattutto di una sceneggiatura geniale e profondissima il suo grande punto di forza. Pochi cali nel corso di quattro ore di visione compensati inoltre da momenti di altissimo cinema, tra cui una prima parte (il film è diviso a capitoli) che è fra le cose migliori viste sul grande schermo negli ultimi anni. Sion Sono, come già nel bel Suicide Club, utilizza l’orrore (in questo caso l’ipocrisia religiosa) per raccontare il mondo e gli anni in cui stiamo vivendo. Speriamo di parlarne più ampiamente in seguito anche perché Sion Sono è uno dei fenomeni più interessanti del cinema asiatico contemporaneo e merita tutta l’attenzione che fin’ora (almeno in Europa e soprattutto in Italia) ha faticato ad avere fino in fondo.

 

Para: un incipit di un’ora e un quarto da applausi scroscianti, prime due ore e un quarto brillanti e ottime, un’ora che si adagia in una dimensione più intima e riflessiva, e un’altra ora finale da applausi. Quattro ore mai così piacevoli, una sceneggiatura da maestro assoluto della narrazione unita ad una regia che nelle parti più brillanti ha ritmi da orologio. Sequenze che sono già di culto e una continua commistione perfetta tra comicità, umorismo e dramma familiare e sociale. Love Exposure è il miglior film visto al Feff e decreta Sion Sono come uno dei registi giapponesi migliori di questi anni. Ripetiamo di nuovo una cosa importanta: dura 4 ore 4 ma volano come fossero 2.

 

 

The Accidental Gangster – Yeo Kyun-dong

 

Chimy: Divertissement privo di qualsiasi spessore che cerca di divertire, ma arriva anche ad irritare in momenti melodrammatici che si prendono troppo sul serio.

 

Para: Concentrato di arti marziali, comicità ed estetica pop con una bella colonna sonora di rap coreano che però crolla inesorabilmente quando, all’improvviso, diventa seria e drammatica senza alcun senso ed utilità.

 

 

Yatterman – Takashi Miike

 

Chimy: C’era un po’ di preoccupazione per questo film visto le non sempre ottime prove di Miike quando si trova a gestire film commercialissimi con budget molto elevati. Invece Yatterman è il film giusto da fare per il soggetto (la serie TV) da cui è tratto. Giustamente delirante e divertente, Miike riesce bene anche a tratteggiare i personaggi protagonisti delle vicende in poco tempo, seguendo il filo della trama originaria ma aggiungendovi un finale assolutamente Miikiano. Certamente imperfetto e privo della profondità dei film del regista che più amiamo, Yatterman è un film onesto che dichiara fin da subito quali sono i suoi intenti. Seppur personalmente continui a rimpiangere (e molto) il Miike di qualche anno fa che faceva della filosofia il suo punto di forza, Yatterman è da inserire insieme a Departures e Rough Cut fra i film visti al festival non perfetti, ma comunque molto interessanti. Gruppetto che sta dietro soltanto a Love Exposure che, ripetiamo, ha uno spessore che il resto della ciurma non sembra proprio aver voltuo cercare di conoscere.

 

Para: Hype altissimo ma aspettative basse, il tutto ripagato da un ottimo Miike che si diverte e diverte riproponendo in live action quel culto quale è Yatterman (da noi Yattaman). Azione, mecha design divertenti e continui rimandi al prodotto animato originale. Una goduria per i fan della serie animata, per i nostalgici e per i fan di Miike, complice un pre finale assolutamente Miikiano. Miike è riuscito ad amministrare una quantità di materiale che avrebbe messo in crisi chiunque altro tirando fuori un prodotto fresco, sincero ed originale. Grande Miike!

 

 


Prima di chiudere questo capitolo Feff, nell’attesa del prossimo anno, è indispensabile salutare e ringraziare alcuni compagni di bei momenti udinesi, cioè Weltall e la sua ciurma, composta da Rosuen, Shiho, Deiv e Nick; poi Marzia e gli altri grandi cinebloggers presenti Erica, il Murda, KekkozRob. Grazie a tutti! 🙂


FEFF 2008: Giorni 7 e 8

THE REBEL di Charlie Nguyen

Chimy: Film vietnamita costruito per farsi piacere in tutti i modi.
Coppia di giovani, bellissimi e simpatici, si ribellano al potere francese sul Vietnam, naturalmente durante la ribellione s’innamorano uno dell’altra.
Tutto è fatto per far nascere nel pubblico riflessi per empatizzare al massimo coi protagonisti. Naturalmente finisce bene così da far tutti contenti.
Pavlov.

Para: sottoscrivo tutto, però i combattimenti sono coreografati da dio.

CROWS-EPISODE 0 di Takashi Miike

Chimy: Il peggior film di sempre di Miike è un film davvero pessimo.
Confusionario e, inoltre, molto noioso.
Miike poco visionario e filosofico, quello che interessa meno.
Spiace dirlo, dato che si parla di uno dei massimi registi giapponesi, ma non si può proprio consigliarlo.
Interminabile…

Para: dopo una prima ora e un quarto non pessima ma nemmeno eccelsa la noia si fa sentire, e la parte finale in cui tutto è in ralenti e c’è la canzoncina pop triste si cade in basso. Però quello che viene prima è buono: pestaggi cattivi ogni minuto, jump cut e uno sprizzo di follia miikiana inaspettato. Qualche buon intervento di comicità nera. Comunque nel complesso non è che si salvi, e detto da un miikiano sfegatato questo non fa che scendere lacrime dal cuore.

TA PU di Wang Wei

Chimy: Solito film cinese sociale sul mondo attuale, quindi brutto film.
Tutto sa di già visto. Il cinema cinese fa fatica a rinnovarsi e tutto sa di già visto.
E’ davvero impressionante come si prenda spunto dagli importantissimi film di Zhang Yimou anni ’90, che si copiano pienamente a livello di contenuti.
In questo caso si parla del problema dell’istruzione: vedere quindi i notevolissimi "La strada verso casa" e "Non uno di meno".

Para: sottoscrivo tutto. Solito film cinese che lascia indifferenti.

LOVE OF SIAM di Chookiat Sakveerakul

Chimy: Uno dei film più attesi, ma non il migliore del festival ("The Assembly" sempre in testa).
Film di uno dei registi più interessanti del panorama giovane mondiale.
Chookiat Sakveerakul, classe 1981 (!!!!), ha realizzato un film totalmente opposto alla sua opera precedente, "13 Beloved", altrettanto interessante come questa.
L’anno scorso aveva presentato a Udine un film violento, crudele e crudissimo; oggi un film delicato e sentimentale sul rapporto d’amore omosessuale di due giovani ragazzi.
Un solo bacio si scambiano i due, ma basta per far nascere in loro un grande sentimento.
Sarà la società ad impedire che il loro rapporto si possa sviluppare: il bisogno di una vita "normale" che i genitori fanno fare ad uno dei due; una ragazza innamorata di uno dei due protagonisti sarà costretta a farsi da parte. Nessun sentimento diventa più possibile.
Molto bella anche la relazione fra il padre di uno dei due e una ragazza, che crede essere la figlia scappata tempo prima.
Ingenuo? Sì, ma perchè molto sincero.

Para: ingenuo e dal sapore di minestra riscaldata. Magari sì quella minestra che è fatta con gli avanzi e che è pur sempre buona, ma pur sempre minestra. Riscaldata.
A parte tutto il film è girato benino e ha un grande merito: dura 2 ore e 40 e non pesano, a parte quando il protagonista canta la sua canzonicina pop e scorrono immagini degli altri personaggi.
Sakveerakul è giovane e ci aspettiamo molto da lui, perchè comunque è un film di omosessuali ma non il solito film di omosessuali.

Mostra di Venezia-giorno 8: ancora ottime cose…

Ormai la Mostra continua a mantenersi su buoni livelli dopo i deludenti primi giorni….

Takashi Miike ha presentato la sua ultima folle opera "Sukiyaki Western Django" in concorso, coniugando gli spaghetti western (alla Corbucci) con il cinema dei samurai.
Il film è davvero strano, particolarissimo. Nonostante le opere di Miike siano spesso connotate da questi aggettivi, in questo film sono particolarmente appropriati.
Ad una prima parte più riflessiva segue una seconda piena di azione e sparatorie con la battaglia dei "rossi" contro i "bianchi".
Personalmente è il tipo di cinema di Miike che mi piace di meno (quello un pò fracassone, rispetto a quelli psicologici che preferisco decisamente, es. "Visitor Q"), ma nonostante questo, oltre ad alcune pause nella parte centrale, ci sono delle sequenze davvero notevoli: tutto il finale, una danza nel saloon…e poi, assolutamente imperdibile, il cameo iniziale di Quentin Tarantino prima dei titoli di testa.
Non deluderà i fan più accaniti del buon Miike Takashi.

Un’altro film asiatico di cui volevo parlarvi (forse quello che ho preferito tra gli orientali del festival) è "Beyond The Years" di Im Kwon-Taek.
E’ il seguito di una delle opere più belle del regista: "Sopyonje" dei primi anni ’90.
Im ne riprende i paesaggi, le tematiche e naturalmente la musica, ancora una volta grande protagonista.
Il film è pieno di poesia, malinconia e una grande riflessione sulla memoria: il protagonista cerca la sorella (diventata cieca) che non vede da diversi anni. Diverse volte si riincontreranno per poi riperdersi, fino a quando non torneranno a suonare insieme quella musica che il loro padre gli aveva insegnato.
L’anziano regista coreano ha ancora moltissimo da insegnare e da mostrare…

Infine, un film che scombussola totalmente i miei giudizi finali: "Nightwatching" di Peter Greenaway. Quest’opera potrebbe essere il secondo miglior film della rassegna (naturalmente "I’m not there" non si muove dal primo posto).
Si basa sulla realizzazione di Rembrandt de "La ronda di notte" (Nightwatching), all’apice della carriera del pittore olandese e subito prima del suo declino.
La bellezza del film deriva da una splendida fotografia ed un notevolissimo uso delle luci: ogni inquadratura del regista inglese sembra essere proprio un quadro di Rembrandt.
E’ quindi un film pittorico per eccellenza che grazie alla forza dell’immagine e al fascino rappresentato da "La ronda di notte" (opera affascinante ed enigmatica) risulta essere decisamente un’opera notevole.
Grandissima interpretazione di Martin Freeman nei panni di Rembrandt: diventa così uno dei più autorevoli attori per la Coppa Volpi.
Forse dovrebbe guardarlo Milos Forman per capire come fare un film basato sulla vita di un pittore….

Saluti, a domani

Chimy

"Masters Of Horror – Imprint": amore e libertà all'inferno non esistono.

imprintIn "Imprint", l’episodio di Takashi Miike, un americano va su di un’isola alla ricerca della sua amata, una prostituta. Qui incontra una sua collega che gli rivela la morte della donna. Altro non aggiungo, perchè uno dei motivi che rende questa semplice storia particolare ed affascinante è proprio nello sviluppo della trama: menzogne che pian piano lasciano spazio alla verità in un sistema narrativo che ricorda per certi versi, ma solo per alcuni, “Rashomon” di Kurosawa.
La fotografia poi è pregevole. I colori accesi (rosso in primis) sono accesissimi, mentre i colori scuri, sono scurissimi. L’ambiente del bordello, caratterizzato da colori sgargianti, soprattutto per quanto riguarda tutte le prostitute (tranne la protagonista), è fiancheggiato da ombre e da particolari oscuri, nel vero senso della parola. Inoltre nei flashback presenti, i colori scelti e la loro tonalità generalmente tenue (tranne che per alcuni particolari), infondono un’atmosfera surreale all’ambiente.
La storia potrebbe cadere nel banale, con una trovata che inizialmente potrà sembrare molto peggiore di quanto in realtà sia. Ovviamente non posso rivelarla, ma sono sicuro che, come me, direte: <<che stupidata>>. Trovandovi, e trovandomi, cinque minuti dopo a rivalutare con piena approvazione la scelta.
Di horror sostanzialmente c’è poco (dipende poi cosa si intende per horror), visto che paura e tensione non esistono. Ci sono scene di tortura magistrali, scene in cui la “violenza” è mostrata con assoluta schiettezza, grazie ad una regia che non cerca assolutamente di nascondere nulla. La tortura deve far male, allo spettatore così come a chi la riceve.
Ci sono poi i feti morti, scelta questa che ha causato il bando di tale episodio dalla messa in onda su Showtime. Questo particolare, che ha tanto scandalizzato i gestori del canale statunitense, è probabilmente (anzi, sicuramente) frutto di una scelta autoriale che si inserisce perfettamente, ma in posizione diametralmente opposta, ai temi di rinascita e maternità che Miike ha affrontato in tre precedenti suoi film (“Visitor Q”, “Gozu” e “Izo”). I feti morti sono un elemento onnipresente nel film, e sono perfettamente funzionali alla rappresentazione di un quadro che mostra una realtà segnata dal dolore fin dalla nascita. Non c’è rinascita proprio perché non c’è nascita. La protagonista è cresciuta in un contorno di morte e la malvagità è cresciuta dentro di lei ed insieme a lei.
L’americano, interpretato da Billy Drago, dopo l’immersione in un luogo dove menzogna e malvagità viaggiano a braccetto, troverà solo in quel simbolo di “vita morta” la verità e la redenzione che cercava e che ambiva.
Un Miike che non delude, un Miike che lascia il segno. Un segno che è l’impronta di una mano tanto nostra quanto altrui.

Para
Voto Para: 3/4

Sukiyaki Western Django!

miike3C’era una volta, ad Osaka, un piccolo uomo che a causa della poca voglia di affrontare gli esami di fine anno decise di fare uno stage come aiuto regista.

Da aiuto regista divenne regista e in 15 anni (dal 1991 al 2006) fece circa 70 film.
Molti lo hanno visto, ma pochi lo hanno riconosciuto. Nella bruttezza di film quale è "Hostel" apparse infatti per pochi secondi un piccolo uomo calmo e pacato con occhiali da sole che disse una semplice frase. Era lui, Miike Takashi.
Nella sua carriera è riuscito a rivisitare, rimaneggiare e riscrivere una moltitudine di generi cinematografici.
Un solo genere manca, ma non soltanto a lui, ma a tutto il cinema giapponese: un western. E lui lo sta girando. Ma non un western qualsiasi, uno spaghetti western. E non uno spaghetti western qualsiasi, ma il rifacimento di “Django”, la serie di film con Franco Neri.
“Sukiyaki Western Django” è tutt’ora in fase di lavorazione, e pochi giorni fa il buon Miike ha girato la breve scena in cui appare un certo Quentin Tarantino.
I due sono oramai amiconi, ma il primo passo è stato di “Mr Pulp”, che ha apprezzato Miike fin da “Fudoh”, uno dei primi film celebri del regista giapponese, tra l’altro una pellicola decisamente “pulpeggiante”.
Il primo western giapponese sarà girato con attori giapponesi ma che parlano in inglese. Una sorta di colonia nipponica nel far west.
“Sukiyaki” in giapponese significa spaghetti e se volete guardarvi il trailer cliccate qui.
Nella foto potete ammirare Takashi Miike con uno splendido berretto.
Para

Miike Takashi farà "Yattaman"!

YattamanAvviso che questa notizia è vecchia di un mesetto, ma siccome io l’ho scoperto solo ora, magari c’è qualche ritardatario come me che gradirà saperlo.
Un certo Miike Takashi, uno dei migliori registi contemporanei, nonchè uno dei miei preferiti, ha in progetto la trasposizione in live action di una vecchia serie animata che andava (e va su alcune piccole reti locali) in onda anche qui da noi: "Yatterman", da noi blandamente chiamato "Yattaman".
Vi do una bella rinfrescata alla memoria. Questo cartone è una della serie animate che fanno parte della saga "Time Bokan", di cui in Italia è stato trasmesso oltre a "Yattaman" anche "Calendarman" e i "Predatori Del Tempo".
In questa serie, come in bene o male tutte le altre, il solito trio di cattivi e il solito duo di bravi si scontrano tra gag e combattimenti a bordo di robot assurdi dalle fattezze animali.
Io da piccolo me li guardavo sempre, e spero di non essere il solo. Probabilmente parla di più l’immagine che ogni mia spiegazione, quindi taglio corto.
Confidando nel fatto che Miike è pur sempre Miike, attendo con ansia spasmodica di vedere un bellissimo ricordo della mia infanzia maneggiato da uno dei miei registi preferiti. Non si può chiedere di più.
In ogni caso ci toccherà aspettare almeno fino al 2009.
YATTA!

Big Bang Love, Juvenile A. Tutto l'amore di 4.600 milioni di anni.

big_bang_love

Chi conosce Takashi Miike, regista di questo film, sa che per lui ci sono alcuni temi che hanno un’importanza tale da apparire in quasi ogni sua pellicola, e questo è indubbio. Ce ne sono due che in un modo o nell’altro spiccano sempre sopra gli altri: l’emarginazione e l’infanzia.
Bib Bang Love, Juvenile A è una magistrale messa in scena di simbolismi, situazioni, frasi e parole che non vogliono altro che raccontare la vita di emarginati in un luogo emarginato. Inoltre l’infanzia, l’adolescenza e il passato hanno un ruolo preponderante nella vita dei protagonisti, perchè il passaggio dall’infanzia all’età adulta è un momento indubbiamente critico nella formazione di una persona, e a queste cose Miike ci tiene, come ha dimostrato in altri film.
Parlavo di simbolismo, e di simbolismo ce n’è molto. Ma non è quel simbolismo difficile e deciso che appare ad esempio in “Izo” (film di Miike del 2004), è un simbolismo molto più poetico e interpretativo, e questo rende il film sicuramente più affascinante. La bellezza è che questi simboli sono tanti, piccoli o grandi, e che vederli e "capirli" (sarebbe meglio dire interpretarli) è sempre un piacere.
L’ambientazione è qualcosa di tanto vago quanto affascinante. La prigione in cui si svolge il film è buia, l’illuminazione innaturale, i colori saturi, luoghi assurdi, forme e geometrie impalpabili. Una prigione in mezzo a un deserto, posta tra una piramide Maya e una base di lancio di un razzo spaziale (e qua vi ho già dato due bei "simboloni") trasmette proprio quella sensazione di luogo fuori dal mondo, di irreale, di metafisico.
La storia è un mosaico senza una linea temporale. Sostanzialmente è una sorta di investigazione su di un omicidio, ma è sviluppata in maniera molto particolare. Potremmo quasi dire che sia uno strano mix tra "Quarto Potere" di Welles, "Rapina A Mano Armata" di Kubrick e "Rashomon" di Kurosawa: flashback, ripetizioni, interrogatori, punti di vista e via dicendo. Non ci si accorge bene se e quanto tempo passi, perchè se l’ambientazione è palesemente fuori dal mondo, tutto è anche fuori dal tempo.
Richiamando nuovamente all’attenzione chi conosce Miike sa che il suo cinema si può dividere, generalizzando molto, in due filoni: da una parte i film assurdi, violenti, estremi, e dall’altra parte i film pacati, riflessivi. Questo film sembra essere qualcosa di nuovo, un mix tra “Izo” (per il simbolismo) e “Bird People in China” (per la profondità, l’introspezione). I film del secondo filone sono film dove la macchina da presa si muove dolcemente insieme ai personaggi, seguendoli in quello che fanno, mostrandocelo quasi senza mediazione. In “Big Bang Love, Juvenile A” c’è la volontà di sradicare ogni ordine, spaziale e temporale. La storia rimane senz’altro profonda e riflessiva ma chiede allo spettatore di adoperarsi a decifrarla, non la presenta, ma la propone, nel senso che sta allo spettatore vederci chiaro. Però capiamoci, non è che il messaggio, la storia, la vita dei personaggi siano criptici e indecifrabili, anzi, nell’intricato non è difficile capire il tutto, ma è un pelo più difficile capirlo a fondo.
Concludendo dico che è davvero lodevole come Miike riesca ad avere una sua maniera di fare cinema e di come riesca a gettarla in ogni luogo, in ogni genere, in ogni film. Il "tocco di Miike" mi verrebbe da dire, così come un tempo dicevano il "tocco di Lubitsch".

Para
Voto Para: 4/4