Top 10 2011 di Chimy: un anno da festival


1) The Tree of Life di Terrence Malick

2) Carnage di Roman Polanski

3) Faust di Aleksandr Sokurov

4) Habemus Papam di Nanni Moretti

5) Una separazione di Asghar Farhadi

6) Melancholia di Lars von Trier

7)Drive di Nicolas Winding Refn

8) Rango di Gore Verbinski

9) Il cigno nero di Darren Aronofsky

10) Tomboy di Celine Sciamma

L'anno dei festival. Curioso, quantomeno, che nella top 10 di fine anno ci siano tutti e tre i vincitori delle più importanti kermesse cinematografiche europee.
Dalla Palma d'Oro cannense The Tree of Life, per distacco il film più importante dell'anno e tra le poche visioni dell'ultimo decennio in grado di risvegliare il nostro sopito senso dell'essere, al Leone d'Oro veneziano Faust, ultimo monumentale affresco sokuroviano in grado di oltrepassare le frontiere del cinema. In mezzo a loro, al secondo posto, la voglia di premiare l'assoluta, cristallina e impressionante, perfezione di Carnage di Roman Polanski.
E poi l'Orso d'Oro berlinese Una separazione, intenso dramma a orologeria di Asghar Farhadi, che divide il capolavoro mancato Habemus Papam di Nanni Moretti e lo sconvolgente Melancholia di Lars von Trier.
Poco più sotto Drive del sorprendente Nicolas Winding Refn; Rango, il miglior film d'animazione dell'anno, di Gore Verbinski e l'affascinante/agghiacciante Il cigno nero di Darren Aronofsky.
Al decimo posto ha superato i tanti concorrenti per guadagnare l'ultima posizione la vera sorpresa dell'anno: Tomboy di Celine Sciamma, che in pochi purtroppo sono riusciti a vedere.
Come sempre, ricordiamo che questa classifica tiene conto unicamente dei film usciti nelle sale italiane nel corso dell'intero 2011: quindi niente festival, pellicole non uscite da noi ecc ecc.

In attesa dell'attesissima classifica del Para, che sarà in rete nei prossimi giorni, auguro a tutti gli amici di CINEROOM (che presto sarà costretto a spostarsi su altri lidi e questo potrebbe essere il mio ultimo post su questa piattaforma) un felicissimo 2012… come sempre, soprattutto, dal punto di vista cinematografico!!!

Chimy

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The Tree of Life: l'odissea della vita, fra Natura e Grazia

«Ci sono due vie per affrontare la vita: la via della natura e la via della grazia. Tu devi scegliere quale delle due seguire»
 
«Padre… madre… voi due lottate sempre dentro di me»

 

«Dov’eri tu quando gettavo le fondamenta della Terra? Dov'eri quando le stelle del mattino cantavano in coro e le creature celesti gridavano di gioia?». Sembra impossibile parlare di The Tree of Life compiutamente. Per questo, forse, iniziare con la citazione che apre il film può essere d’aiuto.
Giobbe – da sempre, non a caso, figura sineddoche dei dubbi umani –  c’introduce verso un’opera specchio del nostro essere. Un’opera gigantesca, larger (non than, bensì)as life, che non può lasciare impassibili. Un’opera che punta in altissimo e per questo cade in qualche piccola crepa (un messaggio forse ridondante o un finale di dubbia riuscita) che non toglie però respiro a una delle visioni più importanti degli ultimi tempi.
Ne La sottile linea rossa (insieme a quest’ultimo il più grande film di Terrence Malick) era, genialmente nella sua semplicità, la guerra a distruggere/opporsi alla bellezza del creato. In The Tree of Life siamo noi stessi. Quello che siamo diventati col tempo o che siamo sempre stati. Per questo è così difficile parlarne. Perché, come pochissimi altri titoli contemporanei,  riesce davvero a trasporre la nostra esistenza e quella del mondo di cui facciamo parte. A metà tra natura e grazia, ossimoricamente, un grande inno alla vita e un’inesorabile ballata di morte: The Tree of Life.
 
 
Natura
 
«La natura vuole solo compiacere sé stessa e spinge gli altri a compiacerla. Gli piace dominare. Gli piace fare a modo suo. Trova ragioni d’infelicità quando tutto il mondo risplende intorno a lei». La ricognizione della natura diviene, in una sequenza centrale dell’intero film, scoperta del male. Uscire fuori dalle mura domestiche e scoprire che c’è altro oltre al sole che trafigge le foglie, oltre al giradischi che suona mentre mangiamo, oltre la nostra famiglia, oltre la purezza dell’infanzia. Scoprire in un attimo la vecchiaia, le deformazioni fisiche, la violenza. E poi la morte. Scoprirla, senza ancora capirla.
Terrence Malick affida la natura alla figura paterna, un perfetto Brad Pitt, che insegna ai figli la durezza, la severa educazione, l’arte della lotta come arma unica di sopravvivenza nel mondo moderno. Questa da sempre è per lui la natura degli uomini. Come di qualsiasi altro essere che ha calcato il nostro pianeta dal momento della creazione a oggi.
Da un dinosauro che schiaccia un suo simile fino alla concorrenza nella sempre più contaminata contemporaneità lavorativa.
The Tree of Life mette in scena la paura stessa dell’essere al mondo. La paura di non ingraziarci i genitori e quella di non poterci ribellare a loro, la paura di crescere adeguatamente i propri figli e di essere pronti alla vecchiaia e poi alla morte. The Tree of Life mette in scena la paura della vita.
 
 
 
Grazia
 
«La grazia non mira a compiacere sé stessa. Accetta di essere disprezzata, dimenticata, sgradita. Accetta insulti e oltraggi». La ricerca della grazia è ricerca di bellezza. Per Malick. Per il suo protagonista. Per tutti noi.
La ricerca di qualcosa nel mondo che vada oltre la natura, oltre il male, oltre quello che possiamo toccare.
La vita, nell’emotivamente insostenibile grandiosità della sequenza della creazione, “nasce” sulla terra con un raggio di luce.
La grazia è affidata alla figura materna, sorprendente Jessica Chastain, che insegna ai figli ad amare ogni cosa, a guardare il cielo per contemplare la casa di Dio.
Come lei, Malick vuole mostrarci che quell’ancestrale luce di vita può essere ancora tra noi. Dobbiamo solo cercarla, come chiede a Sean Penn il fratello morto tempo prima. Girarci verso di lei come fanno i girasoli. Ritrovarla abbassando lo sguardo verso un fiume o oltrepassando con gli occhi la punta di un grattacielo.
Certo ci vuole un desiderio interiore, un atto di fede forse, per vedere, per ritrovarla, per risentirla. Un gesto quotidiano per risvegliare il nostro sopito senso dell’essere.
Come accarezzare un filo d’erba in un mare di cemento. Come attraversare una porta senza pareti in mezzo a un deserto.
 
 
 
L’odissea della vita
 
 
Parla di una cosa sola The Tree of Life: della vita, con tutto quello che ci gira attorno. Parla di tutto pur avendo un solo argomento protagonista.
Parte dall’azione più tremenda che la natura può compiere, la morte, per giungere alla più grande speranza che la grazia promette di realizzare, l’unione delle anime.
In mezzo, una genesi degna del miglior Kubrick e tutto quello che conosciamo: la vita concreta, dall’infanzia all’età adulta.
L’inizio e la fine, la morte e la fede, ne stanno fuori perché non possiamo capirli e calcolarli.
Eppure è proprio nella parte centrale che Malick riesce a renderci consapevoli di qualcosa, ad arricchirci. Ci mostra quello che eravamo da bambini e quello che saremo da grandi. Con le dovute differenze (è necessario dirlo?) tutti seguiamo un simile percorso.
Attraverso un apparato visivo e sonoro commovente per la sua importanza, Malick ci schiaffa addosso dubbi e certezze, preoccupazioni e sollievo, tristezza e felicità, natura e grazia. Tutte insieme. Paradossalmente. Un ennesimo e definitivo ossimoro. Per il nostro passato e il nostro futuro.
In un eterno ritorno che il silenzio di Dio rende ancor più straziante.

 

Chimy

Voto Chimy: 3,5/4